Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Verranno cancellati i commenti ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via email all'indirizzo edomed94@gmail.com Saranno immediatamente rimossi. L'autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.

22/10/15

"Se avesse avuto un'arma mio marito sarebbe vivo"

Parla la vedova di Pietro Raccagni, il macellaio di Pontoglio ucciso l'anno scorso da una banda di albanesi. "Vaprio D'Adda? Troppo buonismo"


Era l'8 luglio dell'anno scorso. Federica e il marito erano a letto nell'abitazione di Pontoglio, in provincia di Brescia. 



All'improvviso i rumori, il cane che abbaia: i coniugi si alzano e scendono di corsa in taverna. Qui c'è l'incontro fatale con quattro rapinatori incappucciati che, si scoprirà poi, sono clandestini albanesi con una lunga scia di precedenti penali.
«Ho visto Pietro girare l'angolo, era davanti a me, l'ho perso di vista per un istante, poi ho sentito il colpo, è caduto all'indietro, ha battuto la testa, di fatto è morto in quel momento. A 53 anni. Ma vorrei chiarire che sono stati loro a colpirlo in modo selvaggio, sono stati loro ad assalirlo. Una persona deve potersi difendere se viene aggredita in casa sua».
La signora Raccagni interrompe per un attimo l'intervista, c'è da servire un cliente. Un minuto e la conversazione riprende: «Vede, in quei minuti terribili, anzi in quei secondi, non puoi calibrare più di tanto le tue reazioni: ti trovi faccia a faccia con uno che ti minaccia e, se hai la pistola, può essere che tu prema il grilletto. Non è per il gusto di uccidere, ci mancherebbe, anche a me spiace che il pensionato di Vaprio abbia ammazzato un ragazzo giovane, però quello non doveva entrare in casa sua. Le vittime devono essere tutelate e invece...».
La signora si concentra e riprende: «Siamo al paradosso che i quattro albanesi penetrati nella mia abitazione sono in carcere per omicidio preterintenzionale e vengono processati con il rito abbreviato che garantisce lo sconto di un terzo su un capo d'imputazione già morbido. Invece il pensionato di Vaprio d'Adda è indagato per omicidio volontario. Io capisco che si indaghi e si facciano tutti gli accertamenti, ma non è che uno, quando si trova davanti un tizio al buio, sta lì a fare ragionamenti come fosse a un convegno. No, agisce d'istinto, può sparare, se ha la pistola, può scappare, può reagire in altro modo, fare di tutto. Io mi sono messa a urlare davanti a loro, avrebbero potuto uccidere pure me».
È inarrestabile, Federica Raccagni: «Avesse avuto una pistola, chissà, forse mio marito si sarebbe difeso e sarebbe ancora qui. Meglio un cattivo processo che un buon funerale. E invece l'hanno ammazzato e adesso il loro avvocato sostiene che è stato un incidente e io non mi fido di questo Stato e temo di vederli presto liberi. No, io non voglio la vendetta, ma la certezza della pena. E sto con quei poveracci che hanno reagito, hanno risposto e magari hanno ferito o ucciso i ladri. Lo Stato capovolge i ruoli; sembra difendere più i ladri che le vittime, questo è inconcepibile, siamo arrivati all'incredibile: Ermes Mattielli è stato condannato a risarcire due nomadi che avevano tentato di derubarlo».
La macelleria di Erbusco era stata rinnovata da poco quando Pietro è andato incontro al destino. «È stata una mazzata - conclude la signora Raccagni - la nostra vita è stata sconvolta. Pietro era da trent'anni la colonna portante di questo negozio, adesso andiamo avanti noi: io, i miei due figli, due persone che ci aiutano. Ma è dura».
La vedova si commuove, la voce s'incrina, questa volta parla a fatica, in bilico fra sentimenti diversi e contrastanti: «Dopo quello che è successo, avevo pensato di prendere il porto d'armi. Poi ho cambiato idea: che altro può capitarmi ancora? E comunque, se dovessi sparare, poi mi troverei in mezzo ai guai».

Stefano Zurlo - 22 otobre 2015
fonte: http://www.ilgiornale.it

CASO ENRICA LEXIE - 23 ottobre 2015, quarto compleanno in India, da ostaggio, per Salvatore Girone.


Anche dopo la notte più buia sorge il sole, e dopo la sconfitta giungerà la vittoria. Questo è l'augurio per te, per la tua famiglia..per il prestigio internazionale dell’Italia.

             
  ^^ Più si tenta di nascondere la verità, più essa verrà prepotentemente a galla. ^^



                                    BUON COMPLEANNO LEONE               
                                      






 video di Antonia Salvato

21/10/15

Mentre il maltempo sgretola il Sud, il Governo finanzia 132 interventi ma privilegia i feudi di Renzi e Galletti





Se proprio non si volesse riproporre la nota massima del “piove, governo ladro”, si potrebbe perlomeno riproporla nella chiave renziana secondo cui: “piove, i soldi vanno dove diciamo noi”. Perché mentre negli ultimi giorni in alcune regioni italiane – dalla Campania alla Puglia, scendendo in Calabria per arrivare fino in Sicilia – esondano fiumi, si sgombrano case e il maltempo non sembra voler concedere tregua, la presidenza del Consiglio ha deliberato, nel programma “#italiasicura”, una serie di interventi e progettato cantieri “pronti ad essere aperti, per la prevenzione dalle alluvioni”, come si legge direttamente sul sito di Palazzo Chigi.
PAROLE, PAROLE, PAROLE – Eppure più di qualcosa non torna. Cominciamo dal numero degli interventi. Il governo, nella sua nota, parla di ben 132 “opere da realizzare per rendere più sicure le principali città italiane dal rischio rappresentato dalle alluvioni, con una progettazione definitiva o esecutiva che le rende tempestivamente cantierabili”. In realtà, il programma non è altro che un “piano stralcio” per il cui via bisogna aspettare la firma degli accordi di programma quadro fra Stato e Regioni. Ma non è finita qui. Perché, secondo quanto scritto nel decreto presidenziale, “gli interventi tempestivamente cantierabili che costituiscono la parte attuativa del piano stralcio” sono riportati in un allegato che non conta tutti i 132 interventi sbandierati da Palazzo Chigi, ma solo 33.
SOLDI NELLE REGIONI PRIVILEGIATE – Ma il punto è soprattutto un altro. Anche se tenessimo conto di tutti i 132 interventi, infatti, la maggior parte toccano in particolare due regioni. Quali, nel dettaglio? Toscana ed Emilia Romagna. Sarà soltanto una casualità, ma parliamo delle due regioni di provenienza dei due firmatari del decreto, ovvero Matteo Renzi e il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. Dei 132 interventi, infatti, nella disastrata Campania ce ne saranno solo otto; in Puglia, altra regione pesantemente colpita in questi ultimi giorni, soltanto uno; in Sicilia, nonostante il fresco ricordo di Giampilieri, sette; esattamente come in Calabria, nessuno dei quali peraltro nelle zone di Rossano e Corigliano, colpite dal maltempo quest’estate. E ancora: chi non ricorda la tragica alluvione che colpì la Sardegna due anni fa. Eppure qui i cantieri previsti sono cinque. Invece in Emilia Romagna, patria del ministro, saranno 21. In Toscana, cifra record: 32 interventi. Con una concentrazione pressoché totale nel capoluogo fiorentino, terra natia del premier. Aldilà dei meriti, dunque, è evidente un certo squilibrio. Anche perché, ovviamente, per ogni cantiere è stato disposto un finanziamento. In Toscana arriveranno, in totale, qualcosa come 170 milioni. Netta la differenza con le regioni negli ultimi giorni più in difficoltà proprio per frane e alluvioni, come la Campania (45 milioni totali) o la Puglia (solo 2 milioni).
SUD DIMENTICATO – Insomma, quello che pare è che questo sia il governo “pigliatutto” anche in tema di fondi. Perché, a conti fatti, se ci sono terre che verranno a giusta ragione “soccorse”, altre saranno completamente dimenticate. Dal Molise alla Basilicata passando per Umbria e Marche: nessun intervento, nel decreto presidenziale, è stato previsto. Non resta che affidarsi alle previsioni meteo. E alla provvidenza.

di Carmine Gazzanni - 21 ottobre 2015
fonte: http://www.lanotiziagiornale.it 
@CarmineGazzanni

19/10/15

Marò: ecco le “prove scientifiche” indiane



marò 

Roma, 19 ott – Sono on line le analisi delle prove scientifiche presentate dall’India al tribunale di Amburgo a sostegno della colpevolezza di Latorre e Girone (vedi Analisi Annex I e II, pulsante rosso

http://www.seeninside.net/piracy/)

Si tratta di Annex48 (Scena del crimine), Annex8 (sopralluogo su peschereccio St. Antony) e Annex7 (Perizia balistica).
Dei primi due non si sapeva niente fino al deposito a Amburgo, mentre la “perizia balistica” fece scalpore nel 2012 per la “compatibilità delle rigature” fra quelle presenti sui proiettili repertati sulle salme e le rigature delle canne dei fucili. Poi, altro “scoop” qualche settimana dopo, con la perizia balistica recuperata da un giornalista italiano ed esibita un giorno intero a reti unificate come “la prova” della colpevolezza degli accusati.

La tecnica è stata sempre la stessa: far filtrare ai media ogni documento (tecnico, testimonianze etc) nel quale le conclusioni ribadivano la “colpevolezza italiana” ma evitando accuratamente di rendere pubblici questi documenti giudiziari, o di depositarli in Tribunale indiano (sarebbero andati agli avvocati difensori) o inviarli alla magistratura italiana che li chiedeva per rogatoria internazionale. I giornali indiani e italiani facevano da cassa di risonanza di quello che gli inquirenti indiani volevano dire, e le opinioni pubbliche italiana e indiana hanno avuto un’informazione fuorviante.

Una volta fatto il passo falso di renderli pubblici depositandoli al Tribunale di Amburgo, (ma forse si pensava che anche l’ITLOS li avrebbe tenuti nel cassetto) è possibile analizzarli secondo la valenza giudiziaria e non quella mediatica: e ora è facile verificare che questa valenza è “zero”. Anzi, per un particolare nella perizia balistica si tratta di un’ulteriore prova a favore della difesa: uno svarione per superficialità e negligenza. Capita.

Ma in Italia qualcuno sapeva bene fin dal 2012 quanto questa pretesa “perizia balistica” fosse inattendibile. L’averla sventolata in televisione ha comportato che poi le autorità italiane l’avranno voluta acquisire (non è che si può andare per un giorno intero a dire a reti unificate che gli accusati sono colpevoli, sventolando il documento che lo prova, e poi tenerselo nel cassetto). E si sapeva anche dall’autopsia (l’aveva recuperata un giornalista italiano che ci aveva scritto due articoli già a marzo 2012) che i proiettili repertati nelle salme erano completamente diversi da quelli della famosa perizia balistica.

E quindi dobbiamo concludere che prevalse la strategia del “basso profilo” che ha impedito si facesse da parte italiana una difesa efficace anche in presenza di documenti che la consentivano.

Comunque acqua passata, che semmai sarà indagata da una commissione di inchiesta parlamentare.
Ora dopo lo sproloquio indiano del 4 agosto scorso a Amburgo (l’Italia cerca di suscitare compassione, hanno scritto) si deve andare avanti e mostrare a giudici e avvocati di Amburgo e dell’Aia (e ovviamente all’opinione pubblica) che l’impianto accusatorio indiano è inconsistente, omissivo, pregiudizievole e fuoriviante.
Che non accada più che l’uno approfitta della passarella internazionale contrabbandando con roboante eloquenza inesistenti certezze e l’altro si presenta con striminziti documenti sui quali chi non canosce a fondo la vicenda può capire ben poco.

Con l’analisi di Annex48, Annex8 e Annex7 si smantella la pretesa “scientificità” dell’impianto accusatorio. E’ un altro passo avanti.

Luigi Di Stefano - 19 ottobre 2015
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it

Matteo Laffer e il deficit della felicità



Presentata la legge di Stabilità 2016. Non ci sono novità rilevanti rispetto a quanto predisposto nella nota di aggiornamento del Def, quindi il commento sarà piuttosto sintetico. Il nostro premier, aduso a spettacolari giravolte quanto e più di chi lo ha preceduto in questi lunghi anni di viaggio verso il dissesto, ha scoperto che far deficit vuol dire fiducia, e si accinge ad andare in guerra contro i “burocrati di Bruxelles”. Ignorando alcuni dettagli pesanti nel suo gioco d’azzardo col futuro del paese.
La manovra è fatta quasi esclusivamente a deficit, che serve a disinnescare per il solo 2016 le clausole di salvaguardia, che torneranno ad inseguirci nel 2017, cumulandosi per via inerziale come l’interesse su una cambiale. Non c’è spending review, di fatto. Il taglio di tasse fatto a deficit, in un paese con un elevatissimo rapporto debito-Pil ed una crescita talmente anemica da mettere a rischio la sostenibilità del debito, è un azzardo estremo. Ma Renzi sta puntando tutto su una sorta di lafferismo de noantri: taglio le tasse, in deficit, la gente si entusiasma, spende, i consumi ripartono, portandosi dietro investimenti e gettito fiscale, ed ecco quadrato il cerchio. Troppo bello per essere vero, troppo semplicistico per non essere Renzi.
In parallelo a questa levata d’ingegno, Renzi gioca la carta del nazionalismo anti-Ue, contro gli odiati “burocrati di Bruxelles”, che tuttavia non sono burocrati ma leader politici, e la cosa può andare a nostro favore o contro di noi. “Se Bruxelles boccia la legge di Stabilità, noi glie la restituiamo tale e quale”, ha detto il premier a Radio24. Posizione che magari farà anche piacere ai nazionalisti in scarpe di cartone di casa nostra e fors’anche a qualche no-euro, viste le singolari somiglianze tra la “stampa della felicità” ed il deficit verso il “rinascimento italiano” renziano. Anche sotto l’aspetto formale Renzi crede di aver ragione: siamo sotto il “parametro di Maastricht”, insiste a dire, riferendosi al 3% dei deficit-Pil, mentre altri paesi (Spagna e Francia, per non fare nomi) sono violatori seriali della “regoletta stupida” già di prodiana memoria. Vero. Se non fosse che, negli ultimi anni, al parametro di Maastricht si è aggiunto quello del deficit-Pil strutturale, cioè corretto per il ciclo economico, che è legato all’obiettivo di medio termine e che è architrave del Fiscal Compact. Renzi questo parametro lo ignora deliberatamente, anzi pare proprio volerlo rottamare.
Dalla reazione di Bruxelles, ma anche di Berlino e delle altre capitali si comprenderà anche il futuro dell’Eurozona. Se cioè prevarrà il compromesso ed il rinvio oppure se si andrà allo scontro con l’Italia, aprendo la procedura di squilibrio macroeconomico per manifesta assenza di progressi nella riduzione del rapporto debito-Pil. Renzi e Padoan sanno che da questo versante sono assai vulnerabili, visto che la loro previsione di un calo del rapporto di debito di circa un punto percentuale nel 2016 poggia sulle fragilissime fondamenta della crescita del Pil nominale che a sua volta richiede un’inflazione all’1%, che oggi appare una chimera. In un quadro economico globale che appare molto fragile, l’Italia non può rappresentarsi come un’isola felice: non è questione di fiducia e positività contro vittimismo ma di banale realismo. Fare manovre economiche procicliche è l’essenza della politica ma spesso porta dritto nel burrone, come ben sanno soprattutto in Sudamerica (citofonare Dilma Rousseff, se proprio non volete prendere esempi da Argentina e Venezuela)
Un nuovo rovescio congiunturale e con il nostro rapporto debito-Pil finiamo male, anzi malissimo, e Renzi dovrà fuggire di notte, politicamente parlando e forse non solo quello. Ma da oggi in avanti capiremo se gli italiani, a maggioranza, rottameranno l’equivalenza ricardiana. Per l'”espressione geografica” che ha prodotto Collodi e Pinocchio, col suo Orto dei Miracoli, non sarebbe evento inedito, dopo tutto.

di Phastidio (sito)
sabato 17 ottobre 2015 
fonte: http://tv.agoravox.it 

18/10/15

Inchiesta. Ecco la mappa delle bande che governano Roma (Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Casamonica)

Inchiesta. Ecco la mappa delle bande che governano Roma (Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Casamonica)
 
 
Il loro rapporto con la politica, il giro di affari, le complicità, i settori commerciali occupati, i nuovi accordi: torna il “modello-Magliana”. Parlano Otello Lupacchini, magistrato e esperto di criminalità organizzata politica e mafiosa, e Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto.

Calabresi, napoletani, romeni, albanesi, cinesi e russi hanno scelto la Capitale e i suoi dintorni per costruire le basi di un'articolata rete. Obiettivo: il riciclaggio di denaro e non solo. Sono in totale 46 i clan che hanno messo le mani su Roma. Mafie italiane e straniere che sembrano convivere senza troppi conflitti. Anzi, collaborano, fanno affari insieme, soprattutto nel campo della droga, delle armi, della prostituzione, gioco d'azzardo e dei falsi. Gestiscono la vendita del cemento, la catena della distribuzione dei prodotti ortofrutticoli, il settore della ristorazione, lo smaltimento di rifiuti, i supermercati, il settore turistico e le agenzie portuali.

«Sicuramente si sono formati dei “cartelli” - argomenta Lupacchini magistrato e esperto di criminalità organizzata - perché questa è l'unica condizione di sopravvivenza senza che scoppino “guerre”. D'altra parte, ogni tanto, qualcuno cade sul campo e gli episodi per niente sporadici di così detti “regolamenti di conti” sono il sintomo in equivoco della tendenza delle organizzazioni criminali, ad acquisire, se necessario anche manu militari, e a mantenere il controllo del territorio».

«A volte convivono e a volte no. A Roma – aggiunge Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto - sono presenti tutti i più importanti clan italiani e come se non bastasse anche ciò che rimane della Banda della Magliana. Senza contare la presenza di gruppi stranieri».

Ormai nel Lazio infatti, dati alla mano, è provato l'insediamento stabile di famiglie criminali della Camorra, della 'Ndrangheta, dei Casamonica e della mafia. Roma sembra tornata ai tempi della “Banda della Magliana”. Ed è dalla banda signora incontrastata di Roma tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '90 che la camorra sembra prendere spunto anche oggi per il suo operato  (il “modello-Magliana”). I rapporti tra la mafia e quella che può essere un'evoluzione della famosa Banda è ancora vivo e vegeto: «Certe “professionalità” - ci dice Lupacchininon vanno mai disperse. Anzi, con il tempo, si affinano. Per cui personaggi che in qualche modo siano riusciti a rimettersi in circolazione e in gioco già appartenenti alla Banda della Magliana, personaggi, magari di secondo piano all’epoca, che nel frattempo sono cresciuti indubbiamente, li ritroviamo oggi».

Banda della Magliana ombelico del mondo (criminale).

«Negli ultimi mesi e anni sono stati scoperti ex membri della Banda ancora in attività, ma - chiarisce Calleri - è poca cosa. Il problema è che potrebbe esserci qualche nuovo gruppo che si trova ad emulare i vecchi. A Roma si sta sparando con troppa facilità, per regolamenti di conti, per contenere piccoli gruppi in ascesa. C'è da dire che comunque Roma non è Napoli, la situazione è grave ma non è certamente quella che si ha nelle città ad alta densità mafiosa».

Così, come abbiamo detto, la Capitale dunque è al primo posto per infiltrazioni mafiose (seguita da Milano e Bologna). Il territorio laziale appare come una regione ideale per il reinvestimento dei capitali illeciti. Il punto di raccordo tra Nord e Sud, un vero e proprio laboratorio economico e politico delle cosche, rappresentate da pericolosi esponenti della 'Ndrangheta, di CosaNostra e della Camorra.

«La situazione è semplicemente esplosiva – denuncia Lupacchini-, ormai il territorio di Roma e del Lazio è diventato sede di ’ndrine calabresi, cosche mafiose siciliane, clan camorristici, consorterie mafiose russe, cinesi, slave, nigeriane, brasiliane, e di tutto un variopinto mondo di bande gangsteristiche aggregatesi attorno a personaggi già operativi, magari con mansioni all’epoca ancillari, in vecchi sodalizi, che prosperano e fanno affari di ogni tipo e di ogni genere, anche con uso di violenza esemplare».
Calleri condivide: «La situazione a Roma e provincia non è buona. Roma può essere definita anche come“capitale delle mafie” e questo perché convivono mafie italiane e straniere. Tra l'altro gli omicidi di questi ultimi due anni dimostrano che quella della Capitale non è una situazione da sottovalutare, e per fortuna non viene sottovalutata. Sono particolarmente preoccupato anche per il basso Lazio, una zona che desta parecchio allarme. Ma non è da meno anche quella dell'alto Lazio, come la zona del viterbese. A questo proposito la Fondazione Caponnetto sta organizzando un Osservatorio nel medio-Tirreno ossia nella zona che va da Massa Carrara a Roma che verrà poi collegato con l'Omcom (“Osservatorio mediterraneo criminalità organizzata e mafia”)».

Ma perché Roma ha tutto questo appeal?

«Perché – secondo Lupacchini - anni e anni di sottovalutazione del fenomeno d’infiltrazione ha consentito stanziamenti che, se contrastati già 30/40 anni fa, probabilmente non si sarebbero verificati. A ciò si aggiunga che Roma è pur sempre la capitale d'Italia ed è qui che si trova il motore degli affari, in cui le mafie affondano i loro artigli. Senza contare che ci si trova al confine con la Campania, il che consente la risalita dei Casalesi nel Lazio, da sotto il Garigliano. In più i grossi mercati criminali, come quello della droga, sono favoriti dall'alta concentrazione di popolazione a Roma. Se mettiamo insieme tutti questi fattori è normale che ne venga fuori una miscela esplosiva».

Per Calleri il motivo è strategico, geografico e geopolitico: «Ovviamente perché è la capitale d'Italia. Roma è il centro del potere ed è normale che si concentrino qui i vari clan».

ROMA CAPITALE DELLA DROGA. Da sottolineare è anche l'aumento dello spaccio di droga. Anche in questo caso il Lazio figura come la prima regione italiana per sequestro di stupefacenti (6.000 chili) e la seconda per operazioni antidroga (2.862). Non è un caso che dieci giorni fa è stata sgominata (con 23 arresti) una delle tante organizzazioni calabresi che gestivano lo spaccio di cocaina per conto della famiglia Romagnoli a sua volta collegata alla cosca ‘ndranghetista dei Gallace di Guardavalle, della provincia di Catanzaro. Un maxisequestro di 150 chili di cocaina nell'aeroporto di Fiumicino e poi di altri 35 chili provenienti dalla capitale del Venezuela.

L'organizzazione aveva il monopolio dello spaccio nelle zone di Casilino-TorreMaura, SanBasilio, Prenestino, Magliana-Portuense, Acilia e Velletri, ma l'attività degli spacciatori si estendeva sempre di più, e arrivava anche al litorale laziale, dove il gruppo aveva ramificazioni e basi logistiche.

Ecco come i clan si sono suddivisi il territorio e soprattutto quali sono le attività svolte:

I CASALESILe famiglie camorristiche dei Casalesi si sono insediate in vaste aree della provincia di Latina e nelle aree più ricche della provincia di Frosinone. E anche Morlupo, CampagnanodiRoma, CastelnuovodiPorto, RignanoFlaminio. Un vero e proprio controllo di segmenti del territorio che assegna al Lazio il titolo poco regale di regione con la maggiore concentrazione di infiltrazioni mafiose con 50comuni su 378. Dati che sottolineano come il territorio laziale sia un terreno particolarmente interessante ed alquanto coltivabile dal punto di vista mafioso.

I CASAMONICA. Ai Casamonica vanno i Castelli romani, Ostia e soprattutto i litorali laziali con insediamenti anche nella periferia sud-est della Capitale (Romanina, Anagnina, PortaFurba e Tuscolano). Alleati con la 'Ndrangheta e prima con la BandadellaMagliana, i Casamonica prendono origine da famiglie di sinti e rom stanziali prima in Abruzzo, poi Pescara e ed in fine a Roma, dove sono giunti negli anni Settanta.

Nel corso degli anni le famiglie “fondatrici” dell'organizzazione criminale, Casamonica appunto e Di Silvio, si sono imparentate con famiglie romane creando dinastie italo-rom come i Cena, i De Rosa, i Di Guglielmo, i De Rocca, i Laudicino e gli Spinelli. Ma di cosa si occupano i Casamonica? Gestiscono settori commerciali ed economici, aziende edilizie e immobiliari, ristoranti e stabilimenti balneari, senza tralasciare il traffico di stupefacenti in tutta Europa. I Casamonica hanno anche grande influenza sulle elezioni comunali nel Lazio e sulla politica regionale, non a caso recentemente si è parlato di politici indagati per questo motivo.

LA 'NDRANGHETA A ROMA. Forte è anche l'influenza della malavita calabrese che a Roma gestisce sopratutto gli investimenti immobiliari, alberghieri, la ristorazione e il commercio di autoveicoli e di preziosi. Anche qui è importantissimo il traffico di sostanze stupefacenti con l'aggiunta del gioco d'azzardo.

Come detto Roma rappresenta il collegamento perfetto tra Nord e Sud, ed è per questo motivo che la 'Ndrangheta ha scelto la Capitale come nuova colonia. Per le 'ndrine sono infatti molto importanti i collegamenti con il nord Italia e soprattutto il nord Europa, dove il mercato è in aumento. L'influenza della 'Ndrangheta riguarda soprattutto i comuni collegati a livello portuale come Nettuno e Anzio per facilitare il traffico.

MALAVITA SICILIANA A ROMA. CosaNostra è “famosa” per i vari tipi di traffico che controlla: traffico di droga, armi, rifiuti. E poi usura, estorsione, riciclaggio di denaro, gestione del gioco d'azzardo, infiltrazioni negli appalti e anche traffico di opere d'arte. A Roma CosaNostra è un'altra “potenza” che gestisce importanti affari. Le famiglie degli Accardo insieme al gruppo Triassi e con l'aiuto della cosca agrigentina dei Picarella gestiscono numerosi esercizi di ristorazione, di spiagge di Ostia e soprattutto il narcotraffico.

L'alleanza tra CosaNostra e la 'Ndrangheta (a loro volta alleata con i Casamonica) dà alle cosche un potere immane, difficile da controllare e contrastare, sopratutto perché questo tipo di organizzazioni hanno forti collegamenti con la malavita americana e sudamericana allargando così gli orizzonti di un traffico che non ha quasi più confini. Se pensiamo poi che queste sono solo tre delle organizzazioni criminali che tengono in pugno la Capitale è facile capire quando la situazione tenda ad essere critica.

MAFIE STRANIERE. La situazione in realtà è molto più grave di come sembra, perché molte di queste mafie (come quella russa e quella cinese) sono in continua crescita e si trovano ad acquistare sempre più potere “grazie” anche alla collaborazioni delle già affermate mafie italiane.

«Ritengo che le varie mafie, e poco importa da dove siano arrivate, abbiano trovato il modo di coesistere senza danneggiarsi, sia ad alto livello che ai livelli bassi. È – continua Lupacchiniuna realtà che le mafie tradizionali e quelle più importanti appaltano i lavori sporchi e, comunque, più pericolosi, a quelle in cerca di affermazione».

«Bisogna tener conto la situazione dei cinesi che al momento -spiega Calleri- sono i più potenti tra le mafie estere. E tutto questo emerge dalle varie relazioni della Dia e della commissione parlamentare antimafia».

MAFIE E POLITICA. Le infiltrazioni mafiose non sono solo sul territorio, attualmente in Senato ci sono 39 indagati, alla Camera 82. Ventuno parlamentari sono già stati condannati in maniera definitiva, chi per corruzione, chi per truffa, chi per concussione. Non solo: falso in bilancio, abuso di ufficio, finanziamenti illeciti e associazione a delinquere.

Un controsenso se pensiamo che sono proprio i politici a dover essere i primi a cercare di combattere questi reati. Come da precise indiscrezioni degli inquirenti i Casamonica hanno grande influenza sulla politica capitolina e corrompono una buona parte dei candidati regionali, molti dei quali negli anni passati sono stati prima eletti e poi condannati.

Il problema comunque ha uno sviluppo più a livello nazionale che prettamente regionale e soprattutto del Lazio.

Comunque il rapporto tra politica e criminalità organizzata non è nuovo (per i nomi consultare l'articolo sul blog di Beppe Grillo http://www.beppegrillo.it/immagini/immagini/Se_li_conosci_li_eviti.pdf).

«Non dispongo di dati inconfutabili sul rapporto odierno mafie-politica. Certo, però, – ammette Lupacchini- che i segnali sono allarmanti: il Parlamento attuale non mi sembra abbia istituito ancora una commissione antimafia, né so se l’istituzione di questa sia una “priorità”. In ogni caso, il dato non è insignificante. Ampia è, peraltro, la letteratura in materia d’interazione mafia-politica-economia: i mafiosi attuali sono businessman di un livello tale che potrebbero tranquillamente in modo mascherato e occulto entrare in qualsiasi contesto economico e politico».

«La mafia quando è raffinata ha sempre bisogno della politica, - è l'idea di Callerila mafia raffinata si relaziona e si relazionerà sempre con la politica. Perché come diceva il presidente del Senato Pietro Grasso: “C’è un rapporto come quello che esiste tra i pesci e l’acqua, l’uno non può fare a meno dell’altro”».

SOLDI E CRIMINALITÀ. Per quanto riguarda Roma è enorme il “contributo” dalle mafie (in particolare dalla 'Ndrangheta) negli investimenti per migliorare la Capitale. Si è visto soprattutto con costruzione della metro C e che ha coinvolto anche l'ex presidente di Eurspa Mancini, il fedelissimo di Alemanno, plenipotenziario per i Trasporti. Non a caso negli ultimi anni la Prefettura di Roma ha risposto a 5.265 richieste di informative antimafia sulla metro C; 12 sono stati gli interventi per bloccare gli appalti e 11 le informative atipiche su aziende vicine ad ambienti criminali. Un’attività intensa che non è bastata a fermare le infiltrazioni.

Dunque, le mafie a Roma e dintorni hanno sempre più potere. Le lotte sembrano deboli e poco convincenti, questo permette alle mafie di prendere sempre più piede nella città eterna e ai suoi artefici di sentirsi sempre più invincibili. Le alleanze tra clan rendono tutto ancora più complicato perché ognuno prende forza dall'altro senza lasciare a chi di dovere la possibilità di trovare i punti deboli utili per la loro eliminazione. Per di più l'afflusso di mafie internazionali complica ulteriormente la situazione. Sono mafie nuove, in via di sviluppo e di cui si conosce poco. Arma in più per chi vuole muoversi all'interno delle mura cittadine senza essere scoperti. Arma in più che bisogna imparare a contrastare.

Ma la repressione non è così debole come sembra, anzi. «Non bisogna lasciarsi trarre in inganno dal fatto che la repressione appaia piuttosto tiepida, – assicura Lupacchini - non va commesso l'errore di misurare il livello di rischio, con riguardo al livello deficitario del contrasto giudiziario e poliziesco spiegato in concreto».

Bisogna trovare la criptonite di questo male che ammorba il nostro paese (e ampiamente la Capitale) da troppo tempo e ad oggi governa il nostro paese più di quanto non sembrano fare la politica e l'economia. Sarà che sono proprio le mafie a gestirle.

15 aprile 2015, Micaela Del Monte 
fonte: http://www.intelligonews.it

VICENDA MARO' - INDIA, 13 luglio 2015: " Gli scheletri negli armadi nell’odissea dei 2 fucilieri di Marina "

Le responsabilità etiche e civiche degli attori della vicenda: dall’ingresso della Lexie nelle acque territoriali indiane al rientro dei 2 Fcm nel marzo 2013, dopo il permesso pasquale. Che fare ora?

maro_in_india


Pian piano, ma con la forza di uno tsunami, vengono alla luce documenti illuminanti e sconvolgenti sulla vicenda che ha coinvolto da oltre tre anni i due nostri Fucilieri del San Marco, i sottufficiali Latorre e Girone, in quella odissea iniziata il 15 Febbraio 2012, quando erano imbarcati sulla nave E. Lexie per proteggerne l’equipaggio da attacchi dei pirati. Nell’analisi che segue, saranno richiamati alcuni aspetti salienti per evitare che si perdano nella nostra “memoria corta”; non saranno tralasciate verità note, anche se amare e sgradevoli, ben lontani dai soliti panegirici, e cercando di mettere insieme dei quadri d’insieme chiari e intelligibili, non fuorviati da personalizzazioni, ma neppure lasciati scolorire dal tempo trascorso: anche perché i 2 FCM non sono ancora “usciti” da questo fosco quadro che ha pennellate talvolta incredibili e angosciose, nell’ambito di una tremenda serie di esperienze che dura da oltre tre anni di detenzione.
Non tutto quello scritto in proposito è risultato poi corretto dal punto di vista fattuale e anche storico; in alcuni casi sono emerse opinioni fortemente partigiane, viziate ideologicamente, stupidamente giustizialiste, con conseguenti pre-giudizi che, invece, non possono essere accettati, se non con notevoli riserve. Col passar del tempo si potrà conseguire un affinamento dei primitivi, e talvolta falsati, apprezzamenti, per disporre, alla fine, dell’autentica verità storica anche sulle decisioni importanti prese dai responsabili tecnici e politici, nei vari momenti topici di quell’odissea. Ciò richiede pertanto un’attenta rilettura di una delicata pagina di storia italica imperniata sui Fucilieri, con un’obiettiva meditazione sull’intera vicenda, sullo scenario internazionale, sul diritto delle genti, ma soprattutto sui comportamenti e sull’etica della responsabilità, più di quella della convinzione, di quei personaggi che hanno avuto un ruolo decisivo nella vicenda, attraverso il setaccio di una approfondita analisi professionale e morale. Dicendo, che piaccia o meno, “pane al pane e vino al vino” senza schieramenti preconcetti e con la massima possibile trasparenza intellettuale, avendo a mente prima di tutto un approccio giuridico liberale e garantista, senza mai ergersi a giudici, tantomeno giustizionalisti, che -in qualche caso- hanno sputato sentenze definitive di condanna, ancor prima del processo.
Scorrendo il film dell’odissea, la storia inizia come ben noto, con il “presunto incontro” della nave Lexie con un peschereccio indiano, il Saint Anthony che, incrociando in un’area infestata da pirati, dirige in rotta di collisione, a puntare contro il mercantile italiano, senza mai alterare la rotta nonostante gli allertamenti ottici e audio, e perfino dopo alcuni colpi sparati in acqua. Presunto e tutto da dimostrare; infatti non torna nulla – né le posizioni relative dei punti nave-peschereccio, né l’orario dell’accadimento. Dalla disamina dei documenti e dalle testimonianze di chi era a bordo, ma anche dalle ammissioni a caldo dello stesso padrone del St. Anthony, gli orari e le posizioni non tornano. Infatti, la Lexie, in precedenza, ben 5 ore prima rispetto all’orario del sinistro, era stata oggetto di incursione di un peschereccio sospetto di pirateria, caratterizzato da colori diversi dello scafo e della tattica seguita per l’avvicinamento rispetto a quelli del predetto St.  Anthony; tale evento risulta segnalato dalla nave al Comando della Squadra Navale, con un breve rapporto che – da successive indagini – risulta inviato dal Comandante della Nave alle 19,00 con un GDO (gruppo data orario) che dimostra come sussisteva tale precedente “encounter” avvenuto alle 16 e 30 del giorno stesso, e non torna con quello incriminato delle 21 e 30 circa. Dall’analisi dei documenti emerge tale fatto, così come che, nel sinistro presunto successivamente occorso alle 21 e 30, le posizioni cristallizzate a quel tempo vedono la Lexie a circa 20 miglia nautiche dal porto di Kochi, ben distante -oltre 25 miglia- dal Saint Anthony, mentre c’erano unità mercantili limitrofe (la Olympic Flair, greca, ecc) vicino a circa 2 miglia. Dal presunto sinistro risulta che due dei pescatori imbarcati sul predetto St. Anthony siano deceduti, colpiti da arma da fuoco il cui calibro non torna, assolutamente, con quello in dotazione ai FCM del San Marco. Quindi sotto il profilo tecnico e ambientale risulterebbe che i 2 FCM siano del tutto estranei al sinistro che gli viene imputato dalle autorità indiane; resta impregiudicato il fatto che, comunque la si rigiri, l’Enrica Lexie -ammesso e non concesso che sia stata coinvolta nel sinistro- si trovava anche alle 21 e 30 indiscutibilmente in acque internazionali, ben al di fuori di quelle territoriali indiane, in cui vige sull’unità navale in navigazione -per qualunque inconveniente o incidente- il diritto dello Stato di bandiera, cioè italiano fino a prova contraria. Ergo, la nave Lexie ed il team degli FCM imbarcati sono del tutto estranei al sinistro, successivamente attribuito loro; le autorità indiane, dopo, con una spregevole menzogna e con l’inganno li invitavano ad entrare in porto a Kochi per il riconoscimento di una barca di presunti pirati: gli indiani si sono comportati da farabutti e gli italiani, pur consci della propria innocenza, da ingenui dilettanti. Ma allora com’è potuto accadere che la nave italiana sia entrata nelle acque territoriali indiane, svestendosi da ogni tutela del diritto internazionale? Come noto il team del San Marco imbarcato era alle dirette dipendenze del Comando della Squadra Navale (CINCNAV) cui riferiva degli eventi salienti occorsi con telegrammi o mail ad elevata priorità su eventuali occasioni di incontro con pirati o sospetti tali –come nel caso dell’evento delle 16 e 30 inviato alle 19,00 dal Comandante, quando il sinistro in parola era di là a venire, per richiedere eventuali autorizzazioni a specifici comportamenti seppure già regolati dalle esistenti ROE della missione. Il Comandante della Nave, invece, manteneva la dipendenza operativa dal suo armatore quale datore di lavoro e, indirettamente, dal Minitrasporti, per quanto attiene alla condotta della navigazione e alla sicurezza del bastimento affidatogli in comando. La responsabilità di autorizzare la nave ad aderire alla farisea richiesta indiana è stata rimbalzata a destra e manca, adducendo innanzitutto a una scarsa chiarezza del decreto d’imbarco dei team del San Marco per tali missioni, mentre in realtà sia la linea di comando Difesa nella sua interezza che l’armatoria/ Minitrasporti hanno posto in atto una decisione “buonista e di convenienza” che è risultata –che piaccia o meno- la causa primaria dell’innesco di tutta questa nefanda vicenda. Come giustamente sostiene il Ministro Terzi, pro-tempore degli Esteri, la Farnesina fu avvisata del sinistro e dell’eventualità di aderire alla richiesta indiana di entrare a Kochi, soltanto 5 ore più tardi per un parere, allorquando la Lexie era già stata autorizzata dai predetti ad entrare, ed era entrata: la risposta immediata e documentata di Terzi, ma purtroppo tardiva, vietava in ogni modo l’ingresso, in quanto l’ABC della diplomazia prescrive che allorquando capiti un qualunque evento in acque o territori internazionali, le bocce si fermano e si deve restare comunque fuori, senza mai entrare nel territorio della Nazione limitrofa, pena la perdita di ogni facoltà e privilegio connessi con il diritto internazionale. Un errore madornale, la cui paternità è stata rimbalzata fra il comparto Difesa e quello armatoriale, con delle accese e antipatiche note anche sul piano mediatico dell’epoca, e solo parzialmente giustificato giacché -si diceva- “ nulla da temere, entrando a Kochi, perché non avevano commesso alcun misfatto”. Peccato che non sia stata allertata per tempo l’unità di crisi della Farnesina, e lasciata la gestione alla Difesa-Trasporti che hanno combinato la frittata, accusandosi reciprocamente della responsabilità finale: per dirla tutta, CINCNAV, il COI e gli Alti Vertici Difesa se non hanno dato una luce verde, non hanno neppure posto un veto all’ingresso della nave, e in assenza di contrordini l’armatore, per questioni d’interesse commerciale, ha condiviso l’approccio glissatorio della Difesa.
Le responsabilità sono ovvie e qualcuno, alla fine, dovrà essere chiamato a risponderne, visto il patatrac combinato, seppure con le attenuanti del caso; invece di una seria inchiesta governativa che dirimesse i dubbi e facesse chiarezza sulle specifiche responsabilità, sembra che al solito finisca tutto “a tarallucci e vino”: nella melassa nessuno -più in alto- ha preso la decisione di chiarire chi ha sbagliato e in tale melma nuotano così colpevoli e innocenti, attori e comparse, senza distinguo. In compenso, come giustamente rileva uno dei pochi giornalisti degni di quel nome, Tony Capuozzo che ha seguito in modo puntuale ed appassionato la vicenda, a prescindere dalle responsabilità ancora formalmente non acclarate, alcuni alti gradi hanno “fatto carriera” e, come quasi sempre capita nel nostro Paese, nonostante tutto, sono stati distribuiti “premi e cotillon” ai partecipanti, anche con nomine successive di assoluto rilievo! Mah!
Con un volo d’uccello di oltre un anno dall’evento, dimenticandosi per un attimo dei reiterati voltagabbana, prese di posizione e sgarbi indiani, e degli sgradevoli slittamenti del processo da parte della loro Corte Suprema, ma rammentando che nel periodo la giurisdizione era stata trasferita dal Kerala a New Delhi e passata la mano alla NIA (sorta di nostra DIGOS che tratta casi di terrorismo…) per rifare le indagini e ricostruire gli eventi, la nostra diplomazia era riuscita ad ottenere un permesso per i 2 FCM , in occasione della Pasqua 2013, motivato dalla necessità di votare ( ? ) in Italia (cosa ovviamente non necessaria, in quanto il personale all’estero poteva legittimamente votare in Ambasciata…). Lo scopo era quello, architettato dalla nostra diplomazia e confermato da Terzi, di farli giungere in Italia in qualche modo, e poi trattenerli usando i legittimi strumenti giuridici esistenti; ciò, pur a fronte di una sorta di promessa del rientro, avendo firmato un “affidavit” che tuttavia non poteva infrangere il nostro dettato Costituzionale, né i diritti fondamentali dell’uomo. Una volta in Patria, i 2 FCM sarebbero stati “presi in forza” dalle nostre Procure e giudicati in Italia secondo il diritto internazionale, senza farli quindi rientrare in India, ma bloccandoli doverosamente da parte della nostra magistratura per le indagini e le incombenze del caso. Al loro arrivo a Roma, tutte le voci governative dei “tecnici” dell’ineffabile Monti, suonavano all’unisono e tuonavano, anche formalmente, che i 2 FCM non sarebbero rientrati in India, avendo pieno titolo, l’Italia, ad esercitare le norme del diritto internazionale e, in aggiunta, quelle sacrosante dell’immunità funzionale di cui sono destinatari tutti i soldati al mondo inviati istituzionalmente ad operare in suolo straniero o internazionale: sembrava l’alba di una ritrovata sovranità nazionale e della dignità. Quelle voci roboanti, quasi elettoralistiche, hanno urlato all’unisono fino alla vigilia del previsto rientro; nottetempo, fra il 22 ed il 23 marzo, la decisione -inattesa ed incredibile- di farli rientrare, è stato un fulmine a ciel sereno, devastante : tranquilli italiani; i 2 FCM sono rientrati “spontaneamente” tenendo fede alla “parola data” e, da parte indiana “ abbiamo avuto assicurazione che non sarà applicata la pena di morte, prevista in India, e loro rientreranno presto in Italia!” Quante menzogne imbastite per giustificare tale decisione e quanto “asincronismo” nella nostra magistratura!
Ricorderete che ci fu un po’ di ruzza nelle file del governo, col silenzio consenziente dei più alti colli, e con accuse malevoli nei confronti del Ministro Terzi, ancora ministro degli Esteri, che rassegnò seduta stante le dimissioni di fronte ad una situazione così indecorosa ed incoerente, mentre i tecnici Passera, Riccardi e Di Paola, per motivazioni e interessi personali e di bottega diversi, furono i sostenitori farisei -se non gli artefici del cambiamento- della mutata linea Monti. Le opinioni correnti che la nostra stampa prezzolata, ora, ci forniva si erano ri-orientate “all’onore sacro di mantenere la parola data con gli indiani”, che avevamo firmato col sangue una specifica carta per il loro rientro, stante comunque “l’assicurazione che non verrà applicata la pena capitale” e ancora “che presto, dicono gli indiani, ritorneranno in Patria”.
Và anche ricordato che nel periodo immediatamente precedente la decisione, non sono mancate le rimostranze indiane, con pressioni di ogni genere e con vere e proprie rappresaglie sia nei confronti del locale Ambasciatore a cui venne ristretta la libertà di movimento, sia da parte di quella “signora piemontese, la Sonia Ghandi” la quale ci ricordava che con l’India non si scherza e che dovevamo riconsegnare i 2 FCM al più presto, altrimenti…! Presi evidentemente da strizzoni non tanto morali, quanto connessi alla paura di perdere i vari business con l’India (che poi abbiamo perso, rientrando con le pive nel sacco su tutti i fronti…) e per altre ragioni ancora oscure, l’Italia si genufletteva al volere indiano e rigettava a mare per la seconda volta, questa volta in modo più ragionato e del tutto vergognoso, i due poveri militari. Beninteso, oggi si scopre che non era questa la loro volontà, e il loro rientro è stato “spintaneo più che spontaneo” anche se qualcuno ha voluto farci credere il contrario; voglio vedere chi, da sempre dichiaratosi innocente e comunque avendo obbedito a ordini istituzionali del proprio Paese, va volentieri verso il patibolo! Anche se va ripetuto che i 2 Fucilieri hanno sempre dimostrato una dedizione ed un senso del dovere altissimo, fuori della norma. Solo degli imbonitori falsi che mentono sapendo di mentire, possono tentare di far credere certe panzanate a degli ignari e sprovveduti cittadini, cercando pure il consenso mediatico di una stampa allineata e coperta. Alcuni ingenui, anche in buona fede, avevano sostenuto la bontà finale della scelta governativa, soprattutto per aver rispettato la parola “data”; allocchi, fuorviati o prezzolati?
Ma, di là delle categorie di appartenenza e di credenza, avrebbe dovuto prevalere un concetto machiavellico; chi è tenuto a rispettare la parola data con dei mentitori, dei gaglioffi o peggio, dei pirati, che oltre a non rispettare norme del diritto internazionale che loro stessi avevano sottoscritto, detenevano illegittimamente 2 nostri figli che operavano soprattutto nell’interesse indiano, visto che combattevano la pirateria lungo le loro coste?
Sta di fatto che le opinioni, vista l’ermeticità delle informazioni e la devianza della realtà, si dividevano in buona misura fra favorevoli e contrari al rientro; per fortuna il tempo è galantuomo, mentre è ormai assodato che “le bugie hanno le gambe corte” ed il rischio che “ il diavolo faccia le pentole senza i coperchi” esiste davvero: bisogna solo aver pazienza che il vaso di Pandora si apra. Già le dichiarazioni dell’ex ministro Terzi, con dati alla mano avendo vissuto gli eventi di quel Caporetto in prima persona, ci avevano illuminato su come erano andate a finire le cose, mentre erano state pre-pianificate e tessute con grande diplomazia, in modo esattamente contrario. Da tempo è emerso che i 2 FCM sono stati fatti rientrare sotto la forte spinta dell’allora ministro Passera, convincendo anche Monti che la sorte di 2 poveri militari non valeva certo il business con gli indiani; ciò con l’avvallo di Di Paola, che in quanto Ministro della Difesa, era l’unico che poteva ordinare gerarchicamente ai 2 fucilieri di restare o partire, seguito da Riccardi che, curando la cooperazione “clericale”, aveva interesse a non creare dissidi con gli indiani.
Dal vaso di Pandora è fuoriuscito in questi giorni un documento “bomba” dell’allora ministro della Giustizia Severino, in cui si diffidava il governo di restituire i 2 FCM in quanto ciò era contrario alla nostra Costituzione, contro quella Europea e quella dei Diritti dell’uomo, la CEDU firmata a Roma oltre mezzo secolo fa. E che, comunque, estradare i nostri 2 FCM verso un Paese in cui vigeva e vige tuttora la pena capitale, non doveva aver luogo per nessuna ragione; tant’è: il governo li ha restituiti, fregandosene del parere formale del nostro Guardasigilli.
Se prima le opinioni potevano divergere, ora, con la “dischiusura” di tale documento non ci sono più dubbi : loro, i ministri, hanno agito in modo illegale e contro la Costituzione, per cui devono pagarne le conseguenze chiarendo ogni aspetto con una autentica Commissione di Inchiesta che faccia chiarezza su queste nefandezze. Chissà quali altri scheletri sono custoditi in segreto e che altro uscirà fuori da quel vaso prima dell’epilogo di questa odissea!
Un altro anno abbondante, anzi due, sono trascorsi da quella data infausta, con tante promesse di riportarli a casa; ogni nuovo Miniesteri che s’insedia promette loro libertà e gli fa una telefonata di prammatica, ma il tempo corre e nel frattempo uno, Latorre, è stato colpito da ictus ed ora è degente in Italia, mentre Girone -a cui sono stati negati altri permessi- si trova in Ambasciata a Delhi. Una situazione d’impasse che nonostante le promesse di “internazionalizzare” la faccenda e avviare “l’arbitrato obbligatorio”, già sventolato dal duo Mogherini-Pinotti, e poi dal neo- Gentiloni, i tentativi diplomatici di trovare una soluzione accettabile sono miseramente naufragati. Forse è meglio così, piuttosto che aderire a quelle vergognose forme di scambio, basate su ignominiosi baratti, con fantasticherie di alcuni onorevoli che sono servite solo a calpestare l’onore di quei soldati (da Lapo Pistelli, al duo Manconi-Malan…), oppure dover assistere agli sproloqui dei pro-indios che già li hanno condannati quali assassini, e ancora per ultimo, di ieri, a quelle indecenti e allo stesso tempo demenziali affermazioni del rifondarolo comunista che vorrebbe vederli impiccati (Pantaleoni…).
Ora, dopo oltre 2 anni, vista l’inefficacia delle azioni condotte e dai silenzi imposti “per non disturbare gli indiani…” viene riproposto quell’arbitrato internazionale, già avanzato da Terzi nel 2013 che, gestito dal tribunale di Amburgo in accordo con la Convenzione sul Mare, serve proprio a dirimere questioni del genere, con un giudizio terzo e “liberando” i 2 FCM dalle grinfie indiane. Nella consueta deficienza d’informazioni italica, attenderemo di leggere i giornali indiani, per capire se è stato avviato l’arbitrato obbligatorio, oppure quello classico-consensuale: se fosse stato avviato il secondo, ancora una volta per non disturbare gli indiani, dovremo attendere altri 2 o 3 anni prima di arrivare ad una qualche conclusione. Speriamo che invece sia stato avviato il primo e che nel giro di qualche mese si giunga a un giudizio finale, altrimenti sarebbe un’inaccettabile nuova farsa.
In definitiva, ora bisogna puntare con ogni possibile determinazione all’arbitrato obbligatorio che prevede il giudizio, anche se l’altra parte -l’India- è contumace; trattenere qui, quindi, Latorre in attesa dell’esito del predetto istituto; infine, se gli indiani continuano nella loro pervicacia contro le norme internazionali, sentirsi ampiamente autorizzati a dar corso ad un intervento di forze speciali per riportare a casa Girone: degli indiani ne abbiamo pieni gli “zebbedei”!
Ma prima che sia avviato un giusto processo che chiarisca definitivamente i dubbi ancora esistenti, e non farsi scoppiare la testa a forza di “pensarci troppo e parlarne mai” secondo le direttive governative date a una stampa sempre prona al potere, silente e ormai avulsa da quel ruolo essenziale del “cane da guardia”sociale”, sarebbe cosa saggia e giusta soddisfare la necessità di informare il cittadino comune di ciò che si sta facendo senza la solita fuffa, e come stanno davvero le cose; l’opinione pubblica, di là delle finalità teleologiche dei governanti, ha diritto di sapere chi ha sbagliato nel gettare ripetutamente in mano agli indiani, i nostri figli Fucilieri: l’avvio di Commissioni di Inchiesta per dirimere i dubbi sull’etica e sui tradimenti perpetrati nei loro confronti è un dovere ormai ineludibile, che uno Stato di diritto deve porre in atto. Subito!

Giuseppe Lertora -
fonte: http://www.liberoreporter.it

La lezione politica di Paolo Siani



La lezione politica di Paolo Siani



Le lezioni nella vita vengono spesso da chi meno te lo aspetti, non perché non ne siano culturalmente ed eticamente capaci, ma semplicemente perché provengono da persone estranee al mondo cui viene impartito l’insegnamento.
E’ quello che avvenuto poche ore fa a Napoli dove il Pd, disperatamente alla ricerca di una personalità della società civile al di sopra di ogni dubbio e sospetto da candidare a sindaco, ha avuto non solo il rifiuto dell’interessato ma anche, come dicevamo, una lezione di politica e, come si diceva una volta, di educazione civica.
Stiamo parlando in una bella persona come Paolo Siani -fratello di Giancarlo, il giovane cronista de Il Mattino barbaramente ucciso dalla camorra trent’anni fa- un professionista apprezzato e uomo impegnato nel sociale con grande signorilità e sobrietà. Paolo Siani ha ringraziato il Pd, motivando il suo rifiuto con il desiderio di voler continuare ad impegnarsi a tempo pieno nella sua professione di medico pediatra e, nello stesso tempo, sul versante della legalità, con le iniziative per tenere vivo il ricordo delle vittime innocenti della criminalità. Poi è arrivata, con umiltà ma con estrema chiarezza, l’inaspettata lezione di politica: «Sono consapevole di non avere le caratteristiche per un incarico così importante, per governare la complicatissima macchina amministrativa della città… Non basta essere una persona perbene per essere anche un buon sindaco».
In un mondo di apparenze e di egotismo, malato di protagonismi e velleitarismi, predominato dal vacuo e dall’effimero, Paolo Siani è forse una splendida eccezione, una rara avis,  ma, nel contempo, rappresenta anche una speranza, e che cioè ci sia tuttora diritto di cittadinanza per quanti, anche se minoranza, hanno ancora il senso della misura e delle proporzioni.
La lezione di Siani, sia chiaro, non vale solo per il Pd napoletano, ma per la politica nel suo insieme, sempre com’è alla ricerca di una bella faccia, di una persona onesta e affermata, di un nome spendibile per catturare consensi e vincere l’elezione di turno. E purtroppo poi vengono i guai, non solo perché una volta vinte le elezioni non sempre il bel nome è capace anche di governare una città, ma se lo è, si ritrova comunque con una classe politica scandente e raccogliticcia.
Questo avviene ovunque, a Napoli così come a Roma. Tutti ad affannarsi per trovare il nome buono da candidare a sindaco, ma nessuna attenzione non solo ai programmi e più ancora alla qualità della  squadra di assessori e consiglieri comunali da affiancare al primo cittadino.
La lezione di Siani, però, vale anche per la società civile,  la quale spesso più che buoni politici partorisce mostri e mostriciattoli,  se non pericolosi e improvvidi neofiti della politica, improvvisatori istituzionali con tanto di curriculum professionale, catapultati senza rete, direttamente dai loro studi ovattati o dalle loro aziende di successo, a gestire la cosa pubblica.
La lezione di Siani, infine, vale anche per i semplici elettori, troppo spesso abbagliati dall’esteriorità, che si lasciano infinocchiare dalla favella fluida e generosa, anche nelle promesse. Forse, se si ponesse maggiore attenzione alla semplicità piuttosto che alla vanagloria, alla sostanza più che alla parvenza, alla concretezza più che alle lusinghe fantasiose, alla fine un po’ di classe politica di maggior spessore si riuscirebbe pure a tirarla fuori.
Così, purtroppo, non è e c’è da credere che difficilmente sarà diverso in futuro, anzi.
Proprio per questo, in ogni caso, teniamoci e coltiviamo come un seme prezioso la lezione di Paolo Siani, con l’auspicio che dia dei frutti, magari anche modesti, e di non doverla solo incorniciare come una cosa bella da ricordare.

di Pasquale Petrillo - 17/10/2015
fonte: ulisseonline.it