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07/03/15

Ecco l'Italia che rinnega i simboli della sua fede


Ma che Paese è il nostro? Dove nelle scuole si vieta di fare il presepe o di portare l'acqua santa a Pasqua per «rispetto» delle altrui religioni.




Dove nei tribunali è proibito esporre il crocefisso perché se «la Legge è uguale per tutti», altrettanto non si può dire delle Fedi. Hai visto mai che un islamico che ha fatto una strage in nome di Allah, possa offendersi perché il giudice che lo condanna ha alle spalle il simbolo di Gesù in croce. Ma come la mettiamo se è proprio un giudice a sostenere l'«impresentabilità» del crocefisso in tribunale? L'ex giudice di Camerino, Luigi Tosti, per difendere questa sua strenua battaglia laicista, è stato disposto addirittura a farsi rimuove dall'ordinamento giudiziario con un provvedimento del Csm unico nel suo genere. Ma che Paese è il nostro, in cui il sindaco di Milano si oppone (complice la Sovrintendenza ai beni culturali) all'installazione vicina al Duomo di una copia in gesso della Madonnina. Ma che Paese è il nostro in cui i giornalisti non possono usare il termine «nomadi», mentre questi signori «diversamente stanziali» (va bene come sinonimo di «nomadi»?) oltraggiano le nostre chiese (con la connivenza di certi preti, cosiddetti «di strada») trasformandole in dormitori di fortuna. Ma che paese è in nostro in cui nelle recite di fine anno ai bimbi degli asili sono messi al bando i canti di Natale perché i baby Testimoni di Geova potrebbero «traumatizzarsi»; quegli stessi Testimoni di Geova che però, in un Paese come il nostro, possono impunemente negare una trasfusione a un figlio in fin di vita. Ora, secondo voi, cosa fa più male: ascoltare «Tu scendi dalle stelle» o non ricevere il sangue che può evitare di farti morire?
Un capitolo a parte lo meriterebbe il mondo dell'arte, dove per passare per «figo», «provocatorio», «alternativo», «rivoluzionario», «geniale» è sufficiente mettere in croce una rana o fare pipì in una teca con dentro un Cristo sul Golgota.
Ma che paese è il nostro dove per anni un signore che si chiamava Adel Smith ha tenuto in scacco i tribunali di mezza Italia solo perché non voleva che il figlio a scuola facesse lezione in un'aula in cui era appeso al muro un crocefisso. E il bello (anzi, il brutto) è che a questo signore, alla fine, la giustizia italiana ha dato ragione con una sentenza che ha finito col fare giurisprudenza. Tanto che oggi il crocifisso - il simbolo più nobile della nostra tradizione cattolica - è diventato un «oggetto diseducativo» anche per il nostro stesso ministero della Pubblica istruzione che infatti ne ha inibito la «pubblica esposizione». Come se quei due solenni e misericordiosi pezzi di legno («raffiguranti solo un cadaverino», così ebbe a definirli l'«islamista» Adel Smith) dovessero farci vergognare invece di inondarci di misericordiosa serenità.
Lo scorso 14 agosto Adel Smith è morto a Verona, a 54 anni, per una grave malattia. Nei primi anni Duemila divenne «famoso» per la sua battaglia contro la presenza di simboli sacri negli edifici pubblici, culminata con il lancio di un crocifisso dalla finestra dell'ospedale «San Salvatore» dell'Aquila. Lo stesso ospedale in cui Smith è morto in una stanza senza crocifisso. Che Dio abbia pietà di lui.

Nino Materi - Sab, 07/03/2015
fonte: http://www.ilgiornale.it 

La guerra libica di Sarkozy

L'intervento militare in Libia del 19 marzo 2011 ... 

Un articolo del giugno 2011 e  Hugo Chavez in una conferenza stampa del 8 ottobre 2012.


Sebbene questa analisi sia difettosa per molti aspetti, non ultimo la pretesa basata sul nulla che Gheddafi sia stato portato al potere dalla CIA, viene ripreso  qui a scopo informativo, in modo che i lettori possano condurre le loro ricerche e dedurre con la propria testa.



Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha iniziato la guerra di Libia – che cosa lo ha spinto a rischiare la posta?
E’ chiaro che senza il suo personale intervento ci sarebbero state pochissime possibilità che ciò sarebbe successo. Solo i bambini piccoli e le poco simpatiche beghine sono inclini a credere che ciò abbia soltanto a che fare col benessere del popolo libico. Se così fosse, la Francia e la NATO sarebbero in guerra con mezzo mondo, inclusi esse stesse, per quello che fanno ai civili in Afghanistan. La storia del rapporto di Gheddafi con l’occidente, e gli Stati Uniti in particolare, è roba da pulp fiction. Nel 1969 la CIA, sotto il neoeletto presidente Nixon, l’aiutò a rovesciare il fantoccio degli inglesi re Idris, dal nuovo regno petrolifero. Scelsero la persona sbagliata. La prima cosa che fece fu di chiudere la base aerea statunitense Wheelus e invitare i sovietici. Così, naturalmente, a tempo debito divenne il ‘Cane Pazzo’ del presidente Reagan e il nostro nemico indicibile. Alla fine stipulò un accordo con l’amministrazione Bush 2 ed è diventato il nostro amico. Tutte le nazioni dell’occidente sono andate a bussare alla sua porta per vendergli tutto ciò che non era vietato, incluse le armi che sono ora impegnati a far saltare in aria. Nel 2007 è stato accolto a Parigi per cinque giorni, ed ebbe anche il permesso di piantare la sua tenda nei giardini dell’Eliseo. Obama si è accompagnato con lui e vi sono foto allegre in cui lui stringe sorridente la mano a Hillary Clinton, nel 2009. Gli italiani con Berlusconi hanno firmato un trattato di amicizia e di fatto si sono scusati con lui e lo hanno risarcito solo tre anni fa, per la feroce guerra coloniale in cui decine di migliaia di libici morirono. Poi, in un batter d’occhio è di nuovo il cane pazzo e riceve un trattamento tipo Iraq.
E’ stato un belligerante (citato erroneamente e in modo selettivo) discorso diretto ai ribelli, che ha dato al presidente francese l’occasione fuggevole di intervenire nella rivolta in Libia, che non ha perso. La sua pretesa di essere preoccupato per la popolazione della Libia e ‘di proteggere la popolazione civile’, mal si rapporta con la relazione del solitamente ben informato quotidiano Canard enchaîné, secondo cui agenti dei servizi segreti francesi sono stati attivi nel fomentare la ribellione in Libia, ben prima dello scoppio delle ostilità. Gheddafi ha elevato il tenore di vita del suo popolo a una delle più alte in Africa, e quindi la tenace ribellione è apparsa come qualcosa di sorprendente. Il “Fratello leader” non era amato da tutto il suo popolo, ma la cosa sembra terribilmente un altro caso di uso occidentale dei servizi segreti per infiammare una situazione, per poi urlare all’aiuto dei vigili del fuoco militari, nel caos che inevitabilmente ne deriva. Ad un livello molto profondo,  Sarkozy agisce in qualità di sobillatore per conto di Obama, o di qualche altro elemento dei circoli governativi degli Stati Uniti? Comunque sia, Sarkozy ha colto l’attimo fuggente e, attraverso il mezzo poco ortodosso dell’intellettuale Bernard Henri-Lévi, ha incontrato e poi concesso ai ribelli di Bengasi il riconoscimento diplomatico. La Risoluzione 1973 è stata poi codificata attraverso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che autorizzava la no-fly zone per proteggere la popolazione civile e chiedeva un cessate il fuoco.  In particolare Brasile, India, Cina, Russia e Germania si sono astenuti – una grossa fetta dell’opinione internazionale.
Solo nove giorni dopo l’iniziativa francese di Sarkozy si era trasformata in un vero e proprio attacco aereo della NATO in Libia, con l’obiettivo dichiarato della difesa della popolazione civile, della libera circolazione degli aiuti umanitari e del rientro forzato dell’esercito libico in caserma. Hanno fatto seguito alcuni tentativi, piuttosto rozzi, di assassinare Gheddafi, che hanno provocato la morte di uno dei figli e di altri membri della famiglia. Non è passato molto tempo prima che i leader della NATO e il presidente Sarkozy, parlassero dell’inevitabilità del cambio di regime. Tutte le altre considerazioni, a parte il ‘tornare in caserma’ dell’esercito libico e il cambio di regime, condite dai tentativi di omicidio, sembrano andare molto al di là di un ‘cessate il fuoco e proteggere i civili’, come il governo russo non ha tardato a sottolineare. Ora ad esso si sono aggiunti il Sud Africa e altri paesi dell’Unione Africana.  Va crescendo la brutta consapevolezza che i colonialisti siano tornati per una vendetta, mentre un vero e proprio, anche se eccentrico, alleato e sostenitore finanziario viene linciato e perduto per sempre. Nel frattempo, gran parte dei media francesi almeno mette sfacciatamente avanti l’idea che il cambio di regime sia stata la missione originale delle Nazioni Unite.
Il primo problema di Gheddafi è che la Libia è un Paese in una grande posizione strategica e con deboli difese, una piccola popolazione seduta in cima a enormi e assai ambite riserve di petrolio e di gas. Da quando  rovesciò re Idris nel 1969, come focoso giovane ufficiale dell’esercito nazionalista e socialista, ha sconvolto molti popoli e Paesi, perfino definendo i monarchi del Golfo arabo ‘un pugno di donne grasse corrotte’. E’ sopravvissuto ai tentativi occidentali di spodestarlo e, una volta almeno, nel 1986, di ucciderlo. Non ha esitato a restituire tali complimenti con attacchi terroristici. Inoltre, sembrerebbe essere stato deliberatamente incolpato di certi atti di terrorismo, per i quali non era responsabile. Il suo isolamento è aumentato per la sua ostilità ai fondamentalisti islamici. Inoltre, ha usato la sua ricchezza petrolifera per finanziare l’Unione Africana, a scapito dell’Unione per il Mediterraneo, d’ispirazione della NATO, di Sarkozy e degli USA dei neo-con, e l’ha incoraggiata ad essere il più indipendente possibile dall’occidente. Gran parte delle ingenti somme di denaro sequestrate dalle nazioni occidentali, durante la guerra, aveva lo scopo di finanziarne le iniziative in Africa. Ha anche finanziato un sistema telefonico satellitare africano indipendente, con l’obiettivo di ridurre il costo delle telefonate in Africa, le più alte al mondo. Questo è presumibilmente costato alle imprese europee 500 milioni di euro all’anno di ricavi. Ha preso in considerazione la nazionalizzazione dell’industria del petrolio e rinegoziato i contratti. Forse la cosa peggiore di tutto ciò che ha proposto era una nuova valuta pan-africana basata sull’oro, e aver minacciato di chiedere il pagamento del petrolio con esso, piuttosto che col dollaro. Questo avrebbe seriamente messo in imbarazzo il già traballante regime del dollaro degli Stati Uniti, ma anche la moneta nella ex Africa Occidentale Francese, il franco CFA legato al franco francese.
Gli Stati Uniti, per usare un eufemismo, non tollerano facilmente i piccoli Paesi provocatori ed hanno la memoria lunga. Non vi preoccupate della popolazione civile, il trattamento della NATO dispensato alla Libia, a Gheddafi e alla sua famiglia è un terribile avvertimento ad altri potenziali leader dallo spirito indipendente che avessero idee di eccessiva indipendenza in futuro. Non c’è dubbio che i falchi della guerra di Washington non hanno dimenticato gli anni della sfida e della cacciata da Wheelus, nel 1969. Se tutto va bene per la NATO, l”amor proprio’ degli Stati Uniti sarà vendicato e il colonnello scomodo sostituito da un governo più compiacente su petrolio e valuta, à la Arabia Saudita. Più mortale di tutti per il turbolento colonnello, i suoi due nemici di piombo, Sarkozy e Obama, affronteranno aspre elezioni il prossimo anno. Alla testa di una coalizione traballante, Cameron in Gran Bretagna potrebbe affrontarle in qualsiasi momento. Ora che la battaglia è iniziata, per tutto questo il “Fratello leader” deve aspettarsi un trattamento completo. Non sarebbe auspicabile che gli elettori abbiano l’idea che i loro leader siano stati presi in giro, ancora una volta, dall’astuto libico. Allo stesso tempo, la domanda che ci si pone è se l’esplosione improvvisa della primavera araba, così a lungo spietatamente ed efficacemente soppressa con il pieno appoggio occidentale, sia essenzialmente un tentativo di Obama, attraverso la sua vasta organizzazione dei servizi segreti, di migliorare le sue probabilità elettorali davanti a dei sempre più critici elettori democratici, liquidando i vecchi e imbarazzanti dittatori alleati, mantenendo allo stesso tempo, naturalmente, il telecontrollo politico? Lo sforzo determinato ad eliminare Gheddafi si adatterebbe a questo modello. Come dimostrerebbe il fatto che i servizi segreti francesi sono stati chiaramente colti completamente di sorpresa dal primo focolaio in Tunisia. Per inciso, il leader libico non è aiutato dal fatto che sia il segretario generale dell’ONU, Ban Ki Moon, che il procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno-Ocampo, cercano di essere ri-nominati nel 2012, e sono quindi particolarmente esposti alle pressioni di essere ‘utili’.
Ma perché una tale evidente, improvvisa e potenzialmente imbarazzante inversione a U occidentale? Un più graduale e sottile cambio di marcia avrebbe certamente esposto il cinismo occidentale meno brutalmente ad una sempre più scettica opinione pubblica internazionale non-NATO, e persino nella NATO. Potrebbe essere che la motivazione di Sarkozy per l’attivazione di questo colpo di Stato militare e diplomatico sia nata quando ha avuto l’acuta consapevolezza dell’opportunità unica di rovesciare Gheddafi, ma combinata con la consapevolezza, altrettanta acuta, che uno tsunami finanziario potrebbe gravemente compromettere la capacità degli Stati Uniti e della NATO di portare a termine tali acrobazie politico-militari in futuro, nel cui frattempo, l’astuto leader libico avrebbe potuto mettersi in una posizione in cui sarebbe stato troppo forte per essere abbattuto. I punti di vista avanzati dal dr. Ron Paul e il recente voto della Camera dei Rappresentanti statunitense contro la guerra libica, sembrano sostenere questa idea. Più in generale, Sarkozy come istigatore di tutto ciò resta nell’ombra davanti all’ancora militarmente onnipotenti Stati Uniti, cosa importante per le imprese e gli interessi diplomatici francesi nel mondo. Inoltre, ognuno ha ormai dimenticato le imbarazzanti prestazioni tunisine del suo governo e le dimissioni per il fiasco della ministra degli esteri Alliot-Marie. La Francia si sbarazza di una fastidiosa influenza in France-Afrique. Infine, a rischio di sembrare una nota cinica, se dopo tutto questo perde le elezioni presidenziali nel 2012, potrebbe sistemarsi come un Blair dai profitti multi-milionari, tanto simpatico ai neo-con e agli uomini d’affari negli Stati Uniti da poter anche subentrare all’ex-Primo Ministro britannico come inviato di pace in Medio Oriente, o anche vincere il premio Nobel per la Pace.
Robert Harneis è un giornalista politico di Strasburgo
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Robert Harneis - 24/06/2011
fonte: https://aurorasito.wordpress.com

Chavez sulle crisi provocate in Siria e in Libia, le Corporations, Le Banche e il Nuovo Imperialism.
Conferenza stampa del 8 ottobre 2012

fonte: 
http://youtu.be/njcXY3foSgE

 

 


 


06/03/15

LA MIGLIORE PROPAGANDA E’ LA VITTORIA

Islamic State





Nonostante le tante chiacchiere sulla minaccia globale portata dallo Stato Islamico la guerra all’organizzazione jihadista continua ad essere blanda e inconcludente sotto tutti i punti di vista.
Dopo aver impiegato centinaia di migliaia di militari in Iraq, Afghanistan e in tante missioni di stabilizzazione, per fare la guerra al califfo Abu Bakr al-Baghdadi l’Occidente non riesce a mettere insieme più di qualche migliaio di istruttori e consiglieri militari da tenere ben lontani dalla prima linea e qualche decina di aerei da combattimento  che in sei mesi hanno effettuato lo stesso numero di sortite che durante la campagna aerea del Kosovo del 1999 si registrava in meno di una settimana.
Sul terreno infatti i risultati sono ridicoli se si considera la potenza militare degli Stati membri della Coalizione.
Non è un caso che gli iracheni abbiano lanciato la terza offensiva per riprendere Tikrit impegnando soprattutto milizie sciite e consiglieri iraniani (pasdaran) e senza neppure avvisare Washington di cui a Baghdad si fidano ormai in pochi.

Il mondo continua a inorridire per le esecuzioni sommarie compiute dagli uomini dell’IS, per i sequestri e le stragi di cristiani o per lo scempio delle vestigia di antiche civiltà ma non facciamo nulla per fermarli.
Il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha definito nei giorni scorsi “inaccettabili” rapimenti e uccisioni di cristiani in Siria ma se fossero davvero “inaccettabili” faremmo qualcosa per impedirli o per far pagare un caro prezzo al Califfato. Invece ci si limita a dire che sono “inaccettabili” per poi accettarli senza fare nulla.
Contro lo Stato Islamico l’Occidente intero sta facendo la figura della pecora.  Dall’agosto scorso, quando si costituì la Coalizione per combattere un nemico che ci stava quasi simpatico finché si limitava ad attaccare il “tiranno” siriano Bashar Assad, sono stati effettuati pochi  raid aerei e non è stato conseguito nessun successo strategico mentre l’IS allarga le sue operazioni al Sahel, alla Libia, al Libano esportando il suo logo in tutto il mondo islamico forte del grandioso successo conseguito e giustamente sbandierato: il Califfato combatte contro il mondo intero da oltre sei mesi e sta vincendo.
Può permettersi addirittura il lusso di fare propaganda nelle lingue dei “crociati” per sobillare immigrati islamici e convertiti residenti in Europa. Diciamo quasi ogni giorno che gli uomini dell’IS sono bravissimi nella propaganda ma in realtà siamo noi incapaci di contrastarla con un messaggio altrettanto forte e vincente.

 

Nella guerra della propaganda e della percezione non siamo riusciti a elaborare una strategia (nonostante gli specialisti americani delle Operazioni Psicologiche del Pentagono ci lavorino da mesi) in grado di contrastare quella dell’IS con messaggi chiari e vincenti.
La differenza è che loro agiscono  mentre noi chiacchieriamo. Loro hanno un modello, uno “stile di vita” da esportare, noi invece non abbiamo il coraggio e gli attributi per difendere e imporre il nostro.
Loro prendono schiavi e sequestrano infedeli come si faceva mille anni or sono e se non sei in grado di pagare un riscatto vieni ucciso.

 

Noi  non abbiamo il coraggio neppure di imporre il rispetto delle nostre leggi agli immigrati né di chiudere le frontiere ai clandestini.
Loro puntano su sangue e guerra per galvanizzare il loro pubblico  (islamico) e terrorizzarci. Ci riescono bene perché dopo decenni di cultura della pace, peacekeeping, peace support operations e linguaggio politicamente corretto l’opinione pubblica occidentale ha ormai rimosso dal suo vocabolario parole quali combattere, uccidere, guerra, conquistare, vincere.
Facciamo persino fatica a capire la causa del Califfato basata sull’imposizione di valori culturali e religiosi, che noi aborriamo soprattutto perché abbiamo perso di vista i nostri.

 

Loro combattono per imporre un mondo orribile che noi evidentemente non detestiamo abbastanza da muovergli guerra per davvero. Pur di ucciderci e conquistarci sono pronti a morire nel jihad mentre noi siamo pronti a tutto pur di non dover combattere. Loro hanno un progetto politico e militare da perseguire nel tempo, noi tiriamo a campare con l’orizzonte delle nostre leadership limitato alle prossime elezioni. Loro sono dei mostri, noi dei conigli.
Il vero problema non è la loro propaganda ma l’assenza della nostra, l’incapacità dell’Occidente di esibire e propugnare un modello culturale e sociale vincente, la nostra codardia di fronte alla morte subita e inferta.
In Italia alcuni media hanno persino deciso di autocensurarsi rifiutandosi di mostrare i truci video dell’IS come se non guardandoli cessassero di esistere mentre sappiamo benissimo che chi vorrà vederli continuerà a poterlo fare on line. Sarebbe comprensibile che qualche governo occidentale in affanno chiedesse ai media di non dare spazio alla propaganda del Califfo ma che siano i media stessi a censurarsi suscita perplessità.

 

Facciamo gli struzzi, mettiamo la testa sotto la sabbia, guardiamo i reality  invece dei video del Califfato ma questo non renderà più credibili i primi nè meno veri i secondi.
La nostra opinione pubblica è terrorizzata dall’IS  perché non vede risposte concrete da parte delle leadership occidentali, né sul piano bellico né sul fronte interno.
Di fatto non abbiano attuato nessuna deterrenza contro minacce e aggressioni, neppure dopo che numerosi rapporti d’intelligence ci hanno avvisato delle dimensioni del problema. Invece di chiudere moschee e incarcerare o espellere migliaia di islamisti radicali presenti in Europa continuiamo a tollerare chi ci odia e attende la buona occasione per colpirci.

 

In Danimarca ai “foreign fighters” che rientrano dal jihad in Siria vengono pagati persino gli studi universitari nell’ambito di programmi di recupero che la dicono lunga su quanto l’Occidente si sia rammollito.
Un sondaggio della BBC presso la popolazione  musulmana britannica fotografa un diffuso  sostegno popolare ai jihadisti e alla loro causa mentre in Italia lo studio di Michele Groppi sul radicalismo islamico pubblicato dal CEMISS non ha avuto nessuna eco benché dipinga un quadro  dir poco impressionante circa la presenza di jihadisti e loro fiancheggiatori.
Del resto della ventina di Paesi che hanno inviato aerei nella Coalizione l’Italia è l’unico a non autorizzare i piloti a bombardare l’IS in Iraq.

 

Benché direttamente minacciati dai jihadisti in Libia non solo non aiutiamo gli egiziani a spazzare via l’IS da Derna e dintorni ma continuiamo ad accogliere migliaia di clandestini ogni settimana pur sapendo che così facendo arricchiamo i terroristi islamici che con quel denaro ci fanno la guerra.
Due settimane or sono scafisti/miliziani/terroristi hanno sparato a una  motovedetta italiana che soccorreva clandestini senza incontrare alcuna resistenza da parte dell’equipaggio ma soprattutto (cosa grave) senza nessuna successiva reazione o rappresaglia militare italiana.
Aspetto gravissimo che conferma al nemico la nostra debolezza  incoraggiando così nuove aggressioni. Immaginate che effetto avrebbe un video dell’IS che riprendesse una motovedetta italiana catturata dai miliziani. Eppure di fatto Roma è belligerante contro l’IS dall’agosto scorso quando iniziò ad armare i curdi: bombardare direttamente il Califfato o annientare miliziani e scafisti non cambierebbe l’esposizione della Penisola al rischio di attentati.

 

Il vero contrasto al Califfato, anche in termini di propaganda, lo si fa con i fatti non con le chiacchiere. In Occidente si continua a dire che non bisogna chiamare “Stato” il Califfato per non riconoscerlo come tale ma di fatto lo è: ha persino un’amministrazione pubblica e scolastica, batte moneta ed è grande quanto la Gran Bretagna. Chiamarlo in un altro modo lo renderà meno Stato?
Se dopo l’attacco alla nostra motovedetta la Difesa avesse reso noto un video con una fregata della Marina che affonda a cannonate  l’imbarcazione dei miliziani o un UAV  Predator che individua gli aggressori e un Tornado che con una bomba di precisione li fa esplodere avremmo fatto passare il messaggio che chi attacca gli italiani muore.
Certo in qualche  sagrestia e circoli radical chic qualche anima bella avrebbe storto il naso ma se siamo in guerra allora “à la guerre comme à la guerre” senza badare troppo a chi vorrebbe farci combattere con le regole della briscola.

 

Evidentemente non è il caso di schierare migliaia di soldati in Libia senza un piano né solide alleanze ma azioni mirate contro i jihadisti a Derna o Sirte, protezione dei terminal energetici sulla costa libica e respingimenti assistiti dei clandestini sono tutte operazioni alla portata delle nostre forze armate e che risponderebbero pienamente ai nostri interessi nazionali.
Sia in termini concreti che di percezione è impellente dimostrare che lo Stato Islamico non vincerà e chi lo segue verrà annientato.
Un’esigenza pressante anche per evitare che la propaganda dell’IS (vincente a causa della nostra debolezza) trasformi le strade delle nostre città in campi di battaglia .
Se per ogni esecuzione sommaria la Coalizione avesse raso al suolo una città controllata dallo Stato Islamico a cominciare dalla “capitale” Raqqa il califfo nero sarebbe già stato rovesciato, magari le stesse tribù sunnite irachene e siriane che lo hanno sostenuto finora lo avrebbero fucilato e poi impiccato a testa in giù.

 

Nel 2006 il generale David Petraeus convinse le tribù sunnite a schierarsi contro al-Qaeda non certo con i fiori o impiegando i jet da combattimento solo per la ricognizione ma dimostrando loro che “la tribù più forte è quella degli al-ameriki” come disse un comandante tribale nella provincia di al-Anbar aderendo ai cosiddetti “Comitati del Risveglio.
Del resto nel 1943-45 noi italiani accogliemmo come liberatori gli anglo-americani che certo non avevano risparmiato le bombe sulle nostre città. Inutile farsi illusioni:  in guerra, ieri come oggi, la migliore propaganda è la vittoria.

Foto: Stato Islamico, US DoD, Reuters, Aeronautica Militare, TMNews

di Gianandrea Gaiani - 5 marzo 2015
fonte: http://www.analisidifesa.it


Gianandrea GaianiGiornalista nato nel 1963 a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Attualmente collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Corriere del Ticino e con il settimanale Panorama sul sito del quale cura il blog “War Games”. Dal febbraio 2000 è direttore responsabile di Analisi Difesa. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

CASO MARO' - '' 8 Marzo, a Imola corteo di solidarietà per i Marò Latorre e Girone ''





Un corteo di solidarietà per i Marò Latorre e Girone, detenuti in India da tre anni, a causa di una vicenda ancora tutta da chiarire. 

Il Comitato pro fucilieri del San Marco, il gruppo nazionale Leone San Marco invitano tutti i cittadini a partecipare al corteo che partirà alle 10 da piazzale Marabini (zona stazione) e si concluderà in Piazza Matteotti.

Domenica 8 Marzo
Corteo di solidarietà’ a Imola (Bologna)
Partenza da Piazzale Marabini (Stazione FS) a Piazza Matteotti

Tre anni e tre governi e la vergognosa vicenda tutta Italiana dei Fucilieri della Marina Militare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone ingiustamente accusati e detenuti in India, resta irrisolta nelle mani di una “diplomazia tranquilla”
Noi non godiamo di questa''serenità''!
Chiediamo alle Istituzioni di farsi garanti a tutela dei nostri Militari in missione all’estero a cui è stato negato il diritto alla Libertà.
Uno Stato che non protegge i propri Figli non può definirsi tale.
Il Comitato pro Fucilieri del San Marco - Il Gruppo Nazionale Leone San Marco Sez Emilia-Romagna-Marche-Abruzzo invitano tutti i Cittadini a partecipare al Corteo. 

Per Max e Salvo

IMMIGRAZIONE - "A mani nude contro gli scafisti armati di mitra"

 

La rabbia della Guardia costiera: Rischiamo la vita, vogliamo lo status di Forza di Polizia

Lampedusa, sbarco immigrati clandestini dalla Tunisia.

Pomeriggio del primo febbraio, Porto Empedocle. Il comandante della Capitaneria, Massimo Di Marco, viene aggredito nel piazzale dopo il sequestro di un peschereccio. Mentre sul posto accorrono agenti e carabinieri, chiamati dal personale, Di Marco è trasferito al pronto soccorso dell’ospedale «San Giovanni di Dio» di Agrigento per le escoriazioni riportate. Lui e i suoi uomini erano disarmati. Mattina del 15 febbraio, 50 miglia dalle coste libiche. Gli uomini della Guardia costiera a bordo di una motovedetta «classe 300» stanno soccorrendo 130 migranti alla deriva su un gommone. Improvvisamente, un piccolo ma veloce motoscafo si avvicina e uno degli occupanti spara un paio di raffiche di kalashikov a pelo d’acqua, a pochi metri dalla motovedetta. Gli scafisti rivogliono il gommone e minacciano con i mitra i militari che, anche in questo caso, sono del tutto inermi: non hanno neppure la Beretta calibro 9 d’ordinanza. Nelle missioni SAR (acronimo inglese per ricerca e soccorso), infatti, sono quasi sempre privi di armamento.
Due episodi che, di fronte al crescente afflusso di immigrati dal Nordafrica e alle minacce dell’Isis di sbarcare a Lampedusa per conquistare l’Italia, suscitano una comprensibile preoccupazione. Soprattutto negli uomini che combattono in prima linea l’ormai quotidiana battaglia nel Canale di Sicilia. Per questo il Cocer della Guardia Costiera chiede che ai militari del Corpo venga concesso lo status di Forza di Polizia e, ovviamente, il relativo armamento (e addestramento). «Il Comando Generale ha cercato di dare una risposta e negli anni 2008/2010 con l’ammiraglio Pollastrini, che disciplinò con una circolare l’uso delle armi di reparto, ma a determinate condizioni e in casi circoscritti - spiega il maresciallo Antonello Ciavarelli, delegato del Cocer - Tale circolare al personale non basta più». Lo stesso ministro delle Infrastrutture, sottolinea Ciavarelli, ha ammesso che «il rischio è elevato». Per questo, «facendosi portavoce delle preoccupazioni del personale - continua il maresciallo - è stato votato all’unanimità un documento» per vedere «riconosciuto lo status di Polizia». A tale scopo è stata chiesta un’audizione alle competenti commissioni di Camera e Senato e al ministro Lupi. Inoltre, la Guardia costiera controlla 8.000 chilometri di coste e i suoi 10.000 uomini potrebbero riempire i vuoti di organico delle forze dell’ordine (-18.000 unità). Che cosa sarebbe successo, infine, se il 15 febbraio i militari fossero stati feriti o sequestrati?

Maurizio Gallo- 5 MARZO 2015
fonte: http://www.iltempo.it

PERCHE’ L’ITALIA E’ PERSA?

 

Mentre stanno andando in onda  cori festanti per la possibile crescita del PIL dell’Italia del primo trimestre, che, secondo l’Istat, sarà di appena lo 0.1% (con un intervallo che va da -0,1% a +0.3%), noi ci portiamo un po’ avanti e cerchiamo di capire perché è assai difficile immaginare un lieto fine per l’Italia.
Eppure, assumere un atteggiamento più pragmatico dovrebbe essere caratteristica imprescindibile di ogni governante, soprattutto  se questa performance (?) giunge dopo 20 trimestri di crescita negativa su 28 (7 anni) e dopo che l’italia ha perso almeno 330 miliardi di PIL, senza considerare tutti gli altri dati che sentenziano senza mezzi termini il livello di distruzione prodotta dalla crisi.
 
 
Che esistano fattori che inducano a pensare ad un miglioramento dell’attività economica, è fuori da ogni dubbio. L’euro debole che favorisce le esportazioni, il prezzo del petrolio sceso del 50% e le manovre espansive della Bce, sono elementi che, gioco forza, dovranno necessariamente tradursi in qualche beneficio per l’Italia. E sicuramente sarà così. Ma questo potrebbe non bastare, soprattutto in ottica futura, quando le condizioni si faranno meno favorevoli.
 
Per spiegarlo, partiamo con un semplice disegnino, che già basterebbe a smorzare i toni di esultanza, ampiamente infondati.
 
 
Che si vede? Si vede una cosa molto semplice, ossia che dalla fine della recessione del 2009 (terminata nel II trim. 2009) tutte le economie si sono riprese: tutte, tranne l’Italia che nel frattempo ha conosciuto altri  tre anni (abbondanti) di profonda recessione dalla quale stenta ancora a riemergere.
Magari si potrà discutere sulla qualità della crescita di quelle economie che hanno superato la crisi del 2009, ma non sul fatto che siano cresciute.
La ripresa intervenuta in quelle aree, per larga parte, ha consentito all’Italia di mantenersi a galla (ma anche no) per via delle esportazioni, che hanno avuto un ruolo fondamentale nella tenuta dell’Italia e che, in un certo qual modo, hanno compensato (almeno in parte) la caduta dei consumi e degli investimenti interni.
A dire il vero, che l’Italia esprima livelli di crescita significativamente più ridotti rispetto ad altri paesi, non è un fatto nuovo e nemmeno recente.
Prediamo un’altro grafico che conoscete già.
 
 
Qui, l’orizzonte si allunga. fino al 1980.
Si osserva che l’Italia, almeno fin dalla  metà degli anni 90, ha registrato delle performance sempre più distanti da quelle delle altre economie (che sono cresciute), e la situazione si è aggravata significativamente dopo il 2000, diventando disperata dopo la recessione del 2009. Da ciò concludiamo che l’Italia, almeno negli ultimi 20 anni, ha mostrato una capacità di crescita assai limitata rispetto alle altre economie e la situazione è andata via via aggravandosi fino ad arrivare ai giorni nostri. Detta in altre parole, possiamo aggiungere che l’Italia, almeno negli ultimi due decenni abbondanti, ha dimostrato una cronica impossibilita/incapacità di crescita, che si è tradotta in livelli di Pil talvolta stagnanti e, negli ultimi anni, addirittura in forte diminuzione.Il grafico che segue ne esprime l’evidenza, aggravata dal debito pubblico in forte ascesa dal 2008, a fronte di livelli di crescita quasi stagnanti o addirittura negativi negli ultimi anni.

Ora, dicevamo che la favorevole congiuntura internazionale degli ultimi anni ha offerto un prezioso contributo alle esportazioni, consentendo all’Italia di non precipitare del tutto. In una economia, come quella italiana, che cresce solo se al traino di altre economie (e sotto questo aspetto, la posizione di vulnerabilità dell’Italia si è ulteriormente aggravata) la domanda esterna  costituisce elemento cruciale che,  soprattutto negli ultimi anni, ha consentito di colmare almeno in parte la caduta dei consumi e degli investimenti privati.
Ma questa medaglia, come tutte le altre, ha anche il suo rovescio. Ossia, che l’eventuale rallentamento dell’attività economica estera (sopratutto se forte) rischierebbe imprimere un duro colpo all’Italia, stante la posizione di estrema fragilità che si protrarrà ancora per un lungo periodo di tempo. 
Detta in altre parole, possiamo dire che le altre economie si trovano in una fase di ciclo economico assai più avanzata rispetto all’Italia. Non vi è dubbio che quando queste economie rallenteranno l’espansione o, peggio, precipiteranno in recessione, l’Italia sarà costretta a pagarne un prezzo altissimo per via della fragilità e per via del fatto che, quando accadrà, con ogni probabilità, si troverà ancora a farei conti con l’ultima crisi che è ben lontana dal considerarsi risolta. A quel punto, è assai difficile immaginare che l’Italia possa trovarsi nella condizione di arginare una forte riduzione dell’attività estera, magari per via di maggiori consumi interni o maggiori investimenti. 
La realtà è che l’Italia, da questa crisi, ha subito un durissimo colpo e una parte certamente non marginale del tessuto produttivo è andata distrutta. Il quale tessuto produttivo, per potersi rigenerare e ricreare, presuppone periodi temporali dilatati rispetto a quelli a disposizione dell’Italia e, soprattutto, presuppone che vengano rimossi tutti i fattori che ne hanno determinato la scomparsa e la distruzione. Non mi sembra che il quadro di riferimento abbia subito significativi cambiamenti, né che possa essere modificato nei tempi solleciti richiesti dalla gravità della situazione italiana.
Certo, come ha scritto in questi pixel il prof Orsi, l’Italia potrà essere “tenuta a galla” artificialmente (dalla Bce) per un periodo di tempo piuttosto lungo, ma non indefinitamente, perché nel frattempo l’economia reale continuerà a deteriorarsi e il rapporto debito/Pil continuerà ad aumentare.

Post di Paolo Cardena’ di Vincitori e Vinti
fonte: http://scenarieconomici.it

05/03/15

CASO MARO' - Terranova, il sindaco espone gigantografie dei Marò sul municipio

 



Liberiamo Salvatore Girone e Massimiliano Latorre detenuti in India illegalmente. L’Italia non può aspettare oltre! – È l’appello, con tanto di provocazione, del Sindaco di Terranova da Sibari Luigi Lirangi che da qualche giorno ha disposto l’esposizione, sulle pareti della Casa comunale, di due gigantografie raffiguranti i Marò che da ormai oltre tre anni sono letteralmente in stato di sequestro – così dice il Primo cittadino – dello Stato indiano. Da qui l’invito a tutti i colleghi Sindaci del territorio, alle Istituzioni provinciali e regionali calabresi ad attuare questo simbolico gesto di protesta per sensibilizzare il Governo affinché, attraverso una proficua e risolutiva attività diplomatica, provveda al rimpatrio dei militari.
Dallo scorso mercoledì 18 febbraio, a tre anni esatti dall’arresto dei due fanti di marina del Battaglione San Marco, la sede municipale del Comune sibarita, “fregiata” delle immagini di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, è diventata un monumento allo spirito patriottico italiano. E il sindaco Lirangi grida giustizia!
Dal mio piccolo comune – dichiara il Primo cittadino di Terranova da Sibari – è partita un’iniziativa che speriamo possa essere sposata da tutti i comuni a dalle istituzioni calabresi. Insieme alle bandiere dell’Italia e dell’Unione europea abbiamo esposto le immagini gigantografiche dei due Marò. Una provocazione che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica e il Governo su quella che, giorno dopo giorno, continua a rivelarsi una vicenda assurda e grottesca, con due cittadini italiani da tre anni praticamente ostaggi delle autorità indiane. In realtà, la detenzione di Latorre e Girone ancora oggi risulta ingiustificata perché priva di un reale capo d’accusa,rivelandosi quindi – scandisce e ribadisce Lirangiillegale. Ecco perché chiediamo allo Stato italiano di fare leva sui diritti fondamentali e su quanto stabilito dalla Convenzione ONU sul diritto del Mare di Montego Bay del 1982 – conclude il Sindaco – per riportare a casa i due militari.
La richiesta di adesione all’iniziativa è stata inoltrata nei giorni scorsi dal Comune di Terranova da Sibari a tutti i Comuni della Calabria, ai presidenti delle Province calabresi e al Governatore della Regione Calabria, Mario Oliverio.


Un consiglio ad Alfano: legga con noi il Corano


Alfano legga con noi il Corano: capirebbe la falsità profonda dei Fratelli Musulmani


Il primo dicembre 2005, dopo un incontro a quattr'occhi con Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli, l'allora capo di governo era sul punto di conferirmi la carica di «ministro per l'Identità nazionale, cittadinanza, integrazione e cooperazione allo sviluppo», creando il nuovo dicastero «senza portafoglio» in seno alla Presidenza del Consiglio




Si oppose l'allora ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, che non volle rinunciare al potere politico, alle poltrone da distribuire, alle risorse da gestire e alla visibilità mediatica che conferisce il controllo dell'Immigrazione. La storia ricorderà probabilmente Pisanu per l'inaffidabilità e l'ingratitudine dimostrata nei confronti di Berlusconi. Sicuramente lo ricorderà per aver legittimato gli estremisti islamici dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), precisando lui stesso che sono l'emanazione dei Fratelli musulmani, in cambio dell'illusione che avrebbero combattuto al nostro fianco contro i terroristi islamici.
La svolta di Pisanu fu affidata a Radio Vaticana il 7 febbraio 2006. Interrogato sulla presenza di Nour Dachan, il presidente dell'Ucoii, in seno alla «Consulta per l'islam italiano», da lui costituita, Pisanu rispose: «Io ho guardato alla realtà odierna dell'Ucoii e ho prestato attenzione alle posizioni di grande apertura al dialogo, di ferma condanna del terrorismo che l'Ucoii ha assunto negli ultimi tempi in Italia. Debbo peraltro sottolineare che queste posizioni corrispondono ad una evoluzione positiva del movimento dei Fratelli musulmani nel mondo: questa evoluzione deve essere assecondata».
In realtà Pisanu si era limitato a obbedire all'ordine impartito dal presidente americano George Bush, che d'intesa con il premier britannico Tony Blair aveva offerto ai Fratelli musulmani un accordo strategico: lo sdoganamento politico in cambio della collaborazione a sconfiggere Al Qaida di Bin Laden.
Ebbene, dieci anni dopo, dobbiamo prendere atto del totale fallimento di quella strategia. Eppure, un altro ministro dell'Interno che, al pari di Pisanu, non solo non sarà ricordato per la gratitudine nei confronti di Berlusconi, ma sarà certamente ricordato per l'ostinazione a perpetuare, costi quel che costi, l'errore storico di immaginare che si possano sconfiggere i tagliagole islamici alleandosi con i taglialingue islamici. La svolta di Alfano è stata esplicitata, guarda caso dopo la sua recente visita alla Casa Bianca, dove ha partecipato al Vertice internazionale (17-19 febbraio), denominato «Contrasto dell'estremismo violento», dove guarda caso non compaiono né la parola «terrorismo» né la parola «islam». E guarda caso Alfano era accompagnato da un unico rappresentante del Parlamento italiano, il giovanissimo deputato del Partito democratico Khalid Chaouki, inesperto di politica estera ma musulmano.
Tornato da Washington, Alfano ha subito riesumato una sorta di «Consulta per l'islam d'Italia», nonostante sia stata interrotta da Amato nel 2008 per il rifiuto dell'Ucoii di sottoscrivere la «Carta dei valori», poi trasformata da Maroni in «Comitato per l'islam italiano» con l'esclusione dell'Ucoii. Ebbene, nella nuova Consulta di Alfano figurano ben 7 membri dell'Ucoii.
E guarda caso, subito dopo la svolta di Alfano, il Qatar, che è il principale finanziatore dei Fratelli musulmani, ha investito circa 2 miliardi di euro per comprarsi i grattacieli dell'Expo a Milano situati a Porta Nuova. E guarda caso, contemporaneamente, il premier Renzi ha frenato sulla partecipazione militare dell'Italia in Libia, nonostante le esplicite minacce dell'Isis, puntando su una impossibile conciliazione tra il governo libico riconosciuto internazionalmente che ha sede a Tobruk e i Fratelli musulmani libici che controllano Tripoli. In definitiva gli ordini di Barack Hussein Obama, la cui amministrazione è pesantemente infiltrata dai Fratelli musulmani, impongono all'Italia di accodarsi alla strategia della Turchia di Erdogan, principale sponsor politico dei Fratelli musulmani ma anche alleato occulto dei terroristi dell'Isis, anziché sostenere l'Egitto del laico Al Sisi che è seriamente determinato a sconfiggere sia l'Isis sia i Fratelli musulmani.
Ad Alfano non ci resta che regalargli una copia del «Corano spiegato da Magdi Cristiano Allam», di prossima uscita in allegato con Il Giornale , raccomandandogli di leggersi la voce «Dissimulazione», dove si cita il versetto «Chi rinnega Dio dopo aver creduto in lui si perderà, a meno che sia costretto a rinnegarlo ma in cuor suo resta saldo nella fede» (16, 106). Significa che i Fratelli Musulmani possono accettare la tregua con il nemico, ma mai e poi mai la pace. Lo capirà Alfano?


fonte: il giornale.it

04/03/15

IMMIGRAZIONE - ''Ora l'Europa rinnega il politicamente corretto''

L’ultima strage del mare ha spinto i burocrati dell’Ue a uscire dalle righe. Vedremo quanto a lungo...



Toh, l’Europa si è accorta che l’immigrazione incontrollata è diventata un’emergenza. Non c’era bisogno di prendere il binocolo per capirlo. 



Eppure, da oltre un anno la miopia di Bruxelles ha permesso e incoraggiato quest’invasione di disperati, caratterizzata troppo spesso da tragedie evitabili.
L’ultima strage del mare ha spinto i burocrati dell’Ue a uscire dalle righe e a rinnegare (vedremo quanto a lungo) il politicamente corretto. L’apripista è stato ieri il vice presidente della Commissione Franz Timmermans, il quale ha affermato senza mezzi termini che l'Unione europea deve cooperare anche con i regimi dittatoriali per fronteggiare il fenomeno dell'immigrazione, contrastare i trafficanti e proteggere meglio i propri confini. “Il dibattito è stato abbastanza acceso - ha ammesso Timmermans durante la conferenza stampa congiunta con il commissario all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos -. Queste tragedie nel Mediterraneo rafforzano il sentimento di urgenza”. “Non dobbiamo essere ingenui – ha affermato dal canto suo Avramopulos -.
Il fatto che cooperiamo nell'ambito dei processi di Khartoum e Rabat... con dei regimi dittatoriali non significa che li legittimiamo. Noi non offriamo alcuna legittimità democratica e politica a questi regimi, ma dobbiamo cooperare laddove abbiamo deciso di lottare contro il traffico di esseri umani”. Finita l’ipocrisia, finalmente. Dire che è musica per le nostre orecchie ci sembra eccessivo, ma vogliamo ricordare agli smemorati di Bruxelles che l’Italia, prima che l’Europa rincorresse la Francia di Sarkozy nella guerra alla Libia, aveva degli accordi di cooperazione proprio con Gheddafi. Nessuno dimentica che con l’ex regime libico quei porti della Cirenaica e della Tripolitania, da cui oggi partono senza sosta le carrette del mare, erano off limits per i trafficanti di uomini. Anche un bambino avrebbe capito che, senza un interlocutore, anche se impresentabile, sarebbe ripartita l’invasione. Certo, anche il governo Renzi ha dato il suo salutare contributo con la missione Mare Nostrum. Il risultato? Un’ondata record d’immigrati irregolari: nel 2014 sono stati oltre 170mila. E sono solo i numeri ufficiali. Ora da Bruxelles ci dicono che c’è un’emergenza, che è meglio trattare con i regimi dittatoriali, insomma, che era meglio prima. I burocrati europei hanno scoperto l’acqua calda. E noi dobbiamo pure pagarli.

fonte: http://www.ilgiornale.it

FORZE DELL'ORDINE - '' 3MILA EURO. ECCO QUANTO VALE PER 3 CRIMINALI, LA VITA DI UN APPARTENENTE ALLE FORZE DELL’ORDINE ''



Tremila euro. Ecco quanto vale, nella mente di tre criminali, la vita di un Appartenente alle Forze dell’Ordine. E purtroppo sappiamo che anche per altri il nostro sacrificio non vale molto di più.


Certamente per tutti quelli che non comprendono l’assoluta necessità di profondere il massimo dell’impegno e dell’investimento per garantire all’intero Comparto la maggiore funzionalità con il minimo rischio per gli Operatori. La cosa è provata, dal momento che ancora troppe falle e troppe carenze che invece sarebbero facilmente risolvibili non sono al primo posto nell’agenda di Politica e Istituzioni. E, intanto, giornalmente i Tutori della sicurezza continuano a pagare un prezzo altissimo per svolgere il loro dovere, un prezzo rispetto al quale la squallida offerta di 3.000 euro, fatta solo per guadagnarsi uno sconticino di pena, è un’offesa intollerabile. Un prezzo che può trovare un vago senso di compensazione solo e unicamente se la legge sarà applicata in maniera seria, reale e concreta, e se chi ha commesso un reato sapendo bene di stare attentando alla vita di un collega pagherà fino in fondo il suo debito in galera”.
E’ questo il commento di Franco Maccari, Segretario Generale del Sindacato Indipendente di Polizia, a proposito delle indiscrezioni giunte da Castelfranco, in provincia di Treviso, dove, secondo notizie non confermate né smentite dal diretto interessato, tre banditi albanesi avrebbero offerto 3.000 euro di risarcimento al Brigadiere Maurizio Biasini, investito durante la trappola tesa loro dai carabinieri dieci giorni fa sotto un condominio di Treviso.


“Ma in un’occasione come questa – aggiunge Maccari – non possiamo che rilevare, invece, quanto lontana dalle reali esigenze degli Appartenenti alle Forze dell’Ordine sia la mentalità sempre più diffusa che non solo non ci riconosce la dovuta tutela, ma anzi va nella direzione di affievolire e neutralizzare quella minima che ancora ci spetta. Come altro dovrebbe intendersi, ad esempio, il progetto di depenalizzare i reati contro i pubblici ufficiali? O gli interminabili tempi per dotarci di strumenti e protocolli operativi che ci garantiscano un maggiore spettro di difesa? O, ancora, il silenzio assoluto rispetto alla necessità impellente di sbloccare assunzioni e turn-over perché le gigantesche carenze di organico vengano colmate ed il roboante proposito, invece, di tagliare e spazzare via innumerevoli presidi di Polizia dislocati sul territorio?”.

“E la lista delle storture che riguardano la gestione del Comparto è ancora lunga – conclude il Segretario Generale del Coisp -, e si aggiunge e accresce la sofferenza e allo svilimento di tutti gli Operatori che quotidianamente finiscono all’ospedale e dei colleghi che assistono impotenti”.

3 marzo 2015
fonte: http://www.infodifesa.it

NICOLA CALIPARI 4 MARZO 2005 - 4 MARZO 2015 __ "Ecco la verità su Calipari a dieci anni dall'uccisione"


L'ex direttore Sismi ricostruisce i fatti e replica alla vedova del dirigente ucciso durante la liberazione della Sgrena in Irak: "Fu lei a rifiutare il sostegno Usa"


Roma - «Siamo in tre, siamo in macchina e stiamo rientrando», sono le ultime parole pronunciate da Nicola Calipari. All'altro capo del telefono c'è il direttore del Sismi Nicolò Pollari. Giuliana Sgrena è libera. 




Ma quel 4 marzo 2005, esattamente dieci anni fa, qualcosa va storto: la Toyota Corolla che dovrebbe condurre all'aeroporto Calipari, l'agente Carpani e la giornalista del Manifesto finisce nel mirino del fuoco alleato. Fuoco americano.
Generale Pollari, la morte di Calipari è rimasta senza colpevole.
«Calipari è stato un fedele servitore dello Stato che ha sacrificato la propria vita per il Paese. Quella sera a Bagdad, in un posto di blocco americano non segnalato, un soldato Usa sparò e Calipari fu colpito a morte. Il processo ha riconosciuto l'immunità funzionale in capo al militare e l'assenza di giurisdizione italiana. È la supremazia della legge».
La commissione d'inchiesta Italia-Usa ha prodotto due relazioni. Secondo quella italiana l'auto si muoveva a velocità moderata, con i fari accesi e la luce di cortesia accesa.
«Ho voluto con tutte le mie forze quella commissione. Esiste un'articolata e documentata inchiesta guidata dal generale Campregher e dal diplomatico Ragaglini. In essa sono riportati fatti mai smentiti. Nella relazione americana si parla di regole d'ingaggio non violate dai soldati americani ma i block point non hanno regole d'ingaggio. Ciò detto, non convengo su alcuna tesi complottistica».
Nel libro Il mese più lungo (Marsilio, 2015) dell'ex direttore del Manifesto Gabriele Polo, la vedova Rosa Calipari, oggi deputata Pd, parla di una direzione del Sismi «ambigua che agiva machiavellicamente su due linee strategiche opposte e alla fine contrapposte, un gioco che costerà la vita a Nicola».
«Ho rispetto per lei e per il suo dolore».
Le due linee sarebbero quella del poliziotto Calipari e del carabiniere Marco Mancini: il primo a favore della trattativa invisa agli americani; il secondo favorevole al blitz.
«Il libro tradisce una scarsissima conoscenza dei fatti. Entrambi erano titolati a occuparsi di quel dossier essendo Mancini direttore della divisione che si occupa di controterrorismo, controspionaggio e criminalità organizzata transnazionale; e Calipari direttore della Ricerca».
A leggere il libro sembra che Calipari fosse l'unico, o il principale, referente del Sismi in Irak.
«In Irak agivano almeno tre articolazioni del servizio. Ciascuna seguiva uno o più percorsi operativi. Nel caso della Sgrena vi erano una ventina di percorsi paralleli. La nostra forza era data dalle reti di intelligence di cui nessuno era monopolista esclusivo. Si è sempre rivelato vincente il lavoro d'equipe che ha portato all'arresto e alla condanna da parte della giustizia irachena dei sequestratori, tra gli altri, delle “due Simone”, di Florence Aubenas e della Sgrena».
Abbiamo pagato per ciascuna delle rapite italiane?
«Le modalità di liberazione sono coperte dal segreto di Stato. Deve essere chiaro però che quella sera nessuno di noi, neanche Calipari, aveva la certezza di essere a un passo dal rilascio. Quello era uno degli “n” tentativi messi in campo. Mi permetta di aggiungere che il primo video della Sgrena fu individuato grazie a una fonte araba che avevo messo in contatto con Calipari. Il secondo video fu recuperato tramite la rete di Mancini».
Il libro racconta che, appresa la notizia della morte, lei impedì ai «calipariani» di andare a Bagdad e mandò soltanto Mancini.
«I “calipariani” non sono mai esistiti. Calipari e Mancini erano amici, io stesso ho cenato con loro a casa di Mancini e so che i due si vedevano spesso in un ristorante siciliano della Capitale. Probabilmente erano competitor professionali. Dopo l'incidente gli americani negavano l'accesso a chiunque. Mancini riuscì a superare le resistenze, entrò nell'ospedale militare e fotografò di nascosto il cadavere del collega».
La vedova racconta che Calipari le avrebbe riferito una sua confidenza: «Mancini me lo ha imposto la politica».
«Mancini era al Sismi dal 1984 ed era una risorsa importante nello scacchiere mediorientale. Io sono arrivato alla fine del 2001. Al Sismi invece ho portato Calipari che me ne ha fatto calorosa richiesta dichiarandosi insoddisfatto della propria posizione nella polizia. L'ho inquadrato come vicedirettore di divisione e l'ho poi promosso direttore».
Per bocca della moglie, si apprende che nel caso Abu Omar il marito temeva che uomini della sua divisione non si fossero limitati a pedinamenti e rapporti sull'imam egiziano. È la vicenda per la quale lei è stato assolto dopo dieci anni.
«Ribadisco che io e il Sismi da me diretto, e quindi tutti gli imputati, siamo estranei alla vicenda. Se la notizia è vera, siamo in presenza di una notizia di reato da riferire all'autorità giudiziaria».
C'è stata in questi anni qualche compensazione da parte americana?
«Portai io stesso l'ambasciatore americano Sembler a casa della signora Calipari. Lui le offrì ogni forma di sostegno ma la signora rifiutò mentre accettò, a mia conoscenza, la somma raccolta dal quotidiano Libero ».
Dicono che lei abbia contribuito alla candidatura di lei nelle liste del Pd.
«Ho curato, nei limiti delle mie possibilità, ogni aspetto di carriera e di impiego relativo a Calipari e ai suoi familiari».
Scarsa riconoscenza?
«Non faccio mai nulla con l'aspettativa della riconoscenza altrui».


Annalisa Chirico -  03/03/2015
fonte: http://www.ilgiornale.it


01/03/15

Fenomenologia del Califfato, l’Islam che non vuole confini



Le spiegazioni a fenomeni di emulazione del modello Stato Islamico in altri Paesi sono da rintracciare nelle peculiarità delle società arabo-musulmane, tra ingiustizie, povertà, età della popolazione e cultura


ISIS_Iraq



Se ascoltassimo bene le parole dei salafiti di Tunisi, degli islamisti di Bengasi, della Fratellanza Musulmana nel Sinai, dei miliziani del Califfato siro-iracheno, dei nigeriani di Boko Haram o anche degli adepti della Jemaah Islamiah in Indonesia, comprenderemmo meglio come e perché, secondo loro, l’Islam non ha confini. Il che, tradotto per l’Occidente, significa che quell’Islam, di cui poco sappiamo, non riconosce e non accetta le frontiere statali.

È questo il punto-chiave, la base di partenza per analizzare le recenti vicende che hanno modificato – e in certi casi sconvolto – il panorama geopolitico di una parte di mondo, che sino a ieri si rifaceva ancora alle logiche definite lungo il corso del secolo passato.

Pur nelle loro evidenti differenze, questi gruppi appena citati condividono una medesima visione dell’orizzonte sociale e politico al quale – secondo loro – ogni comunità musulmana dovrebbe tendere per essere giusta davanti a Dio, e grazie alla quale si possono giustificare i più barbari comportamenti, dal terrorismo alla guerra.

I tratti comuni del radicalismo islamico
Soprattutto negli ultimi quindici anni, molti degli Stati in cui l’Islam è dominante – e dunque anzitutto Medio Oriente, Nord Africa e Africa subsahariana – hanno conosciuto un’ondata di radicalismo religioso che, pur differentemente declinato, porta dietro di sé alcuni tratti comuni e punti di contatto.

Per chi ha sposato le visioni radicali dell’Islam sunnita, ad esempio, vedere circoscritta la propria fede entro i confini stabiliti senza troppa cognizione di causa da potenze dominatrici straniere e subire un modello istituzionale imposto dall’Occidente non soltanto è sbagliato, ma va contro i precetti imposti dalla religione.

Il che, se si considera l’importanza dell’Islam e il suo profondo radicamento nelle società arabo-musulmane, ha portato spesso numerose popolazioni a percepire una crescente insoddisfazione e rabbia tali che spesso – unite a condizioni di povertà, sottosviluppo e sottomissione – si sono poi tradotte in sollevazioni popolari o in vere e proprie rivoluzioni.

Abbattere le frontiere del Novecento
Prima di biasimare chi vede nella lotta contro gli Stati moderni e le loro istituzioni una giusta causa, dobbiamo ammettere che quelle linee di confine disegnate tanto dagli Accordi Sykes-Picot quanto dai Paesi vincitori delle guerre del Novecento, sono state tracciate contro la volontà delle popolazioni locali e senza una chiara comprensione delle prerogative etniche delle comunità che si andavano a dividere.

Per i Touareg libici o i berberi del Mali, ad esempio, i punti di riferimento sono ancora oggi le oasi e non certo le capitali o le frontiere disegnate sulle mappe tracciando una riga in verticale o in orizzontale, senza sapere che nel deserto non c’è modo di segnare un confine. Il frutto di quelle spartizioni, insomma, lo raccogliamo oggi. È anche così – oltre ai meccanismi del disagio economico, che incide ben più della mancanza di diritti – che nascono fenomeni eversivi, scontri etnici e violenze, rivolti anzitutto all’interno delle comunità di appartenenza. Un fatto non certo nuovo o estraneo al mondo islamico.


I giovani, target del Califfato
Il Califfato si presenta come il mezzo per cancellare i confini imposti dal colonialismo europeo e creare un nuovo mondo panislamico, inteso come la prosecuzione delle volontà di Maometto stesso. L’imposizione di una forma estremizzata della legge islamica (Sharia) è allora necessaria ai loro occhi così come la violenza si giustifica con l’obbligato morale di abbattere gli Stati arabi moderni.

L’immaturità delle società islamiche e dei loro protagonisti politici fa il resto. L’arretratezza tecnologica ed economica però spiegano solo in parte l’incertezza politica di queste regioni, mentre concorre moltissimo anche la giovane età della popolazione. Come noto, in molti Paesi arabo-musulmani l’età media è intorno ai vent’anni e i tassi di crescita sono tra i più alti al mondo, mentre la popolazione over 65 spesso non raggiunge il 15% del totale. La partecipazione dei giovani alla politica è dunque altissima, ma altrettanta è l’inesperienza e la radicalità.

Anche su queste basi si fonda il successo del modello estremista del Califfato, che ha puntato tutto sull’istruzione dei giovani, dalla cultura all’addestramento militare. Pur ripresentando un modello antico, il Califfato viene così percepito come qualcosa di nuovo e diverso. Ed è anche in questo modo che le spregevoli azioni dei miliziani dello Stato Islamico riescono a far presa su parte delle nuove generazioni musulmane. Una parte certo minoritaria, ma non per questo meno pericolosa. Basti pensare a cosa sono riusciti a combinare trentamila soldati in un Paese di oltre trenta milioni di abitanti come l’Iraq.

Da qui, discendono lo spirito di emulazione e il proliferare di bandiere nere. Un prodotto, quello dello Stato Islamico, che non ha bisogno di passaporto e che è facilmente esportabile in ogni luogo dove siano presenti quelle condizioni economiche, sociali e statistiche sopra descritte.

Il modello dello Stato Islamico
Queste società, alla ricerca di forme di stato e di governo adeguate alla propria fisionomia, hanno di fronte un lungo percorso che l’Europa stessa ha dovuto trovare non senza guerre e inutili spargimenti di sangue.

Di fronte al vuoto istituzionale e all’incertezza sociali diffuse soprattutto in Africa e Medio Oriente, lo Stato Islamico ha dunque sufficiente terreno fertile per attecchire e per tentare di sostituirsi alle istituzioni che lo hanno preceduto, anche grazie a una buona amministrazione del territorio, funzionale ad allargare e a radicare il consenso. Questo produce come per gemmazione un franchising del terrore che, pur non avendo connessioni dirette tra i vari nuclei e focolai, viene percepito come un unico soggetto e replicato con facilità in molte parti del mondo islamico.

Come frenare questa eco di morte che si riverbera fino a lambire Roma e Parigi? Sinora l’Occidente non ha trovato risposte adeguate al fenomeno. Tuttavia, anziché limitarsi a giudicare, un buon inizio potrebbe essere una maggiore capacità di ascoltare e conoscere.

di Luciano Tirinnanzi - 1 marzo 2015
fonte:  http://www.lookoutnews.it

L'Isis abbandona Derna. Ma la Libia è terra di nessuno. Piattaforme energetiche a rischio: l'intervento della Marina.

 Libia, navi italiane in azione

"Stiamo addestrando le nostre navi e i nostri uomini, solo questo. La nostra attività non ha nulla a che fare con altri scenari" 

L’ammiraglio Pierpaolo Ribuffo è il comandante del Gruppo navale impegnato in "Mare aperto", l’esercitazione che prende il via dopo lo stop di Mare Nostrum.

Risponde così quando gli si chiede che connessioni vi siano tra questa attività addestrativa e la crisi libica. "Certo, la presenza delle navi in mare significa anche sicurezza, deterrenza e dissuasione", aggiunge l’ammiraglio, mutuando il ragionamento del nuovo capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano. "Ma questo è normale: è come quando si vedono i carabinieri pattugliare le nostre strade". Eppure, anche se quello avviato venerdì al largo della Libia non è un piano di intervento militare, gli assomiglia molto.
Gli uomini dello Stato islamico che occupavano da tempo la città di Derna, in Cirenaica, l'avrebbero abbandonata improvvisamente ritirandosi in località imprecisate. Le fonti di intelligence che ne parlano non sono state in grado di spiegare il motivo di questi movimenti. Quel che è certo è che la Libia è un vero inferno. Terra di nessuno dove le milizie islamiste, non solo quelle fedeli al califfo Abu Bakr Al Baghdadi, terrorizzano e ammazzano la popolazione locale e minacciano le piattaforme petrolifere dell'Eni. Venerdì scorso la Marina Militare ha avviato le prime manovre navali nel Mediterraneo. I vertici dell’esercito fanno trapelare che le navi in azione sono già tre: il San Giorgio, salpato da Brindisi e ora in rada alla Maddalena dopo una sosta a La Spezia, il Duilio e il Bergamini, un cacciatorpediniere e una fregata, salpate da Taranto e ora in navigazione nel Tirreno. Ma, a breve, potrebbero arrivare a quattro. Durata stimata dell’esercitazione: "Sette-dieci giorni - afferma l’ammiraglio Ribuffo - anche se ancora non c’è certezza".
Mare Aperto è la prima esercitazione "maggiore" che la Marina Militare svolge dopo circa un anno di fermo dopo il grande impegno, sia economico che di uomini e di mezzi, legato all’operazione Mare Nostrum. "Ora che questo impegno è finito, possiamo riprendere le nostre normali attività addestrative e non sapete quanto ce n’è bisogno - spiega il generale Graziano - dopo un anno di stop riprendere un’attività del genere può destare interesse e fare rumore, ma noi esercitazioni così le abbiamo sempre fatte". Mare Aperto è un’esercitazione ad ampio spettro. Come spiega Ribuffo, gli ambiti addestrativi vanno dalla sicurezza marittima alla difesa aerea e antisommergibile, al contrasto delle attività illegali in mare, in cui si addestrano anche gli incursori di Marina, gli uomini del reggimento San Marco e gli elicotteri imbarcati. Secondo indiscrezioni riportate dalla Stampa, le navi si posizioneranno a ridosso dalle acque internazionali per monitorare la piattaforma offshore di Sabratha che si trova a un'ottantina di chilometri dalle spiagge libiche. Se venisse colpita salterebbe il rifornimento al terminal di Mellitah che triangola con il gasdotto dell’Eni Greenstream. In caso di un attacco militare il personale posto a difesa del gasdotto potrebbe, tuttavia, non bastare. È già successo a metà febbraio quando vennero presi di mira i giacimenti di Mesla e di el-Sarir.

fonte: http://www.ilgiornale.it