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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

26/12/14

Che ci fa l’Italia in Libano?

La missione UNIFIL a guida italiana avrebbe bisogno di essere ripensata per andare incontro al nuovo scenario della guerra in Medio Oriente

Lebanese soldier waves as Italian armoured personnel carriers, part of UNIFIL, arrive in southern Lebanese port city of Tyre


“Una terra dagli equilibri fragili”. Così il ministro della Difesa italiano, Roberta Pinotti, aveva definito il Libano in occasione dell’avvicendamento del comando UNIFIL lo scorso luglio, quando il Generale Paolo Serra passava il testimone al Generale Luciano Portolano, in un raro ma fiero caso di passaggio di consegne tra italiani. In quell’occasione, il ministro aveva elogiato la “lunga e delicata” missione di pace nella Terra dei Cedri – dove l’Italia è impegnata ininterrottamente dal 1978 – definendola un “modello operativo” per imparzialità nella mediazione, capacità di cooperazione tra le forze armate e il governo libanese e, ancora, per sensibilità umana e ricerca di dialogo.

Caratteristiche che indiscutibilmente si potrebbero applicare al nostro impegno militare in Libano, se non fosse che uno dei suoi obiettivi fondamentali – monitorare l’attività di Hezbollah (il “Partito di Dio” e movimento armato sciita libanese) e impedirne il riarmo – lasci alquanto a desiderare. Un dubbio sull’efficacia della missione sorge, infatti, quando si viene a sapere che cellule di Hezbollah operano da tempo ben oltre i confini nazionali. Dal 2013 è noto il coinvolgimento delle milizie sciite del Partito di Dio in terra siriana e, più di recente, anche in Iraq contro lo spauracchio dello Stato Islamico, organizzazione sunnita che minaccia l’espansione nel Levante. Una jihad nella jihad, dunque, che evidenzia sin troppo bene come l’operatività di Hezbollah sia tutto fuorché contenuta. Ovviamente, non solo a causa delle inefficienze dei no- stri soldati.

Se a questo si sommano le minacce che il leader del Partito, Hassan Nasrallah, non ha smesso di lanciare contro Israele – l’ultima durante un raduno sciita a Beirut in novembre, in occasione della festività dell’Ashura, quando ha dichiarato di essere in possesso di altri razzi che facilmente potrebbero colpire la “Palestina occupata” (leggasi Israele, ndr) – questo la dice lunga sui risultati effettivi di una missione che pure sarebbe il fiore all’occhiello italiano, insieme all’Afghanistan.

Il ruolo dell’Italia

La Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) nasce con le Risoluzioni ONU 425 e 426, in risposta all’intervento armato israeliano in Libano del 1978. Il mandato viene rivisto a più riprese (nel 1982 e nel 2000) e infine ampliato con la Risoluzione 1701 del 2006, a seguito dell’intervento militare israeliano in territorio libanese. La missione, a guida italiana, consta attualmente di un contingente militare internazionale di 10.319 unità, di cui 1.100 italiani, e quasi un migliaio di civili. Le vittime tra il personale sinora sono state 306.

“Per quanto riguarda il Libano – spiega a Lookout News Vincenzo Camporini, Generale dell’aeronautica Militare e già Capo di stato Maggiore della difesa – UNIFIL è certamente una missione di grande peso e prestigio che l’Italia ha sempre guidato in maniera efficace. Se la situazione in questo Paese sinora non è implosa è certamente anche per merito dei caschi blu guidati dall’Italia”.

 http://www.lookoutnews.it - 24 dicembre 2014


La missione UNIFIL a guida italiana constadi 10.319 unità. 
I nostri soldati sono 1.100…..

 Tra gli obiettivi del mandato UNIFIL è esplicitamente citato che il riarmo debba essere monitorato “tra il fiume Litani e la Blue Line” (la linea di confine con Israele) il che, se inteso letteralmente, esula la missione dei caschi blu da ogni responsabilità relativamente alla rinnovata attività di Hezbollah.

“L’Italia – sottolinea però Paolo Messa, giornalista e fondatore della testata Formiche - si conferma un partner importante della comunità internazionale sia nell’ambito delle missioni della NATO che nel quadro delle iniziative realizzate sotto l’egida delle Nazioni Unite. Lo dimostra il ruolo di primo piano svolto in Libano. Non sempre però il nostro Paese è promotore di interventi in grado di favorire maggiormente i nostri interessi geopolitici e strategici”.

Il riferimento di Messa rimanda principalmente a quanto sta accadendo in Libia. Considerato quello che sta accadendo a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste, non sarebbe forse il caso di rivedere nel 2015 (per l’ennesima volta, ma con più cognizione di causa) il mandato della missione UNIFIL, vista la fragilità di contesti che interessano in maniera molto più diretta l’Italia?

di Marta Pranzetti
Dal magazine Lookout News n. 13 – novembre 2014

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