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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

01/01/15

L’Ucraina spinge per entrare nella Nato e la Russia riscrive la Dottrina militare: si torna indietro di vent’anni


nato poroshenko grande

Il 29 dicembre, il presidente Petro Poroshenko ha firmato la legge, approvata il precedente 23 dal Parlamento di Kiev, con la quale l’Ucraina abbandona formalmente il suo status di neutralità e cioè di non adesione ad alcuna alleanza militare. Con quella legge si afferma invece l’esplicito desiderio di far parte della Nato.
Quasi in contemporanea il presidente russo Vladimir Putin presentava la nuova Dottrina Militare Russa con la quale si denuncia essere la Nato un “pericolo maggiore” per la propria sicurezza. In particolare, si denuncia come una minaccia l’espansione militare dell’Alleanza Transatlantica verso i confini russi, il dispiegamento e lo sviluppo di sistemi missilistici strategici, l’incremento della dottrina del “global strike” e lo sviluppo, in Occidente, di sistemi d’arma convenzionale ad alta precisione. La dottrina identifica anche principali minacce interne, ispirate da forze straniere con l’intento di destabilizzare il Paese e di attentare, attraverso propaganda antirussa e antipatriottica, alla sovranità e all’integrità territoriale della Russia. Nelle ventitré pagine della strategia difensiva di Mosca non si menzionano esplicitamente eventi (passati in Italia in sostanza sotto silenzio) quali il fatto che lo scorso gennaio aerei F16 polacchi abbiano partecipato a esercitazioni nucleari della Nato, ma è evidente che la cosa non era passata inosservata. Era, infatti, la prima volta che anche gli aerei polacchi erano coinvolti in piani di attacco nucleare della Nato essendo stati, fino ad allora, esclusi in ossequio alla dottrina dei “tre no” che affermava non avere la Nato” nessuna intenzione, nessun progetto e nessuna ragione per estendere la presenza di armi nucleari sul territorio dei nuovi Paesi associati” (ex Patto di Varsavia).
Balza agli occhi che I due accadimenti insieme, la decisione ucraina di voler entrare nella Nato e la nuova Dottrina militare russa, rappresentano di per sé un passo indietro di almeno vent’anni nei rapporti tra l’”Orso russo” e l’Occidente e ci riportano a una sfida che sembrava oramai superata.
E’ vero che né da parte russa né da quella americana si ha oggi l’intenzione di scatenare una vera guerra, così come l’eventuale ingresso di Kiev nell’Alleanza (parole dello stesso Poroshenko) va immaginata realizzarsi non prima dei prossimi quattro-cinque anni. Ed è pure vero che, nonostante le ultime negoziazioni tenute a Minsk in merito al problema ucraino siano fallite nella sostanza, la tregua sembra tenere e un nuovo incontro che si spera più risolutivo è già previsto ad Astana per il 15 gennaio.
Purtroppo, nonostante sia noto che la politica internazionale è fatta anche di bluff e di bracci di ferro conseguenti, l’esperienza storica ci conferma che, spesso, gli eventi si autoalimentano e le situazioni possono sfuggire di mano anche contro la volontà dei “giocatori”.
I problemi politici ed economici interni di Obama e di Putin potrebbero sia costituire un deterrente all’ulteriore escalation del confronto sia, invece, spingerli ad accentuare il braccio di ferro, con conseguenze imprevedibili. Non a caso, l’estensione di sanzioni contro quattro nuovi esponenti della nomenclatura russa volute dagli americani ha spinto il 30 dicembre il ministero degli Esteri di Mosca ad affermare che tale azione potrebbe “minare la cooperazione dei due Paesi sui dossier siriano, del nucleare iraniano e di altre crisi internazionali”.
Negli Stati Uniti Obama è impegnato in una nuova lotta con il Partito Repubblicano, ormai dominato dagli ultraconservatori del tea party, ed è alla ricerca di un incremento di popolarità per salvare il salvabile della sua presidenza. Da parte sua Putin, aggredito da una crisi che mette a rischio il consenso popolare ottenuto dopo l’annessione della Crimea, deve dimostrare a quelli che nel suo entourage hanno cominciato a dubitare di lui di essere sempre forte e di saper padroneggiare la situazione.
Spettatrice e complice imbelle resta l’Europa, la quale obbedisce a esigenze non sue appiattendosi su posizioni che marginalizzano, anche in modo aggressivo, gli ormai storici rapporti con la Russia. Le sanzioni, che sicuramente hanno contribuito, assieme al vertiginoso calo del prezzo del petrolio, ad accentuare le difficoltà economiche di Mosca cominciano però a manifestare nefaste conseguenze anche su quelle numerose aziende, soprattutto tedesche e italiane, che proprio nel mercato russo avevano trovato importanti sbocchi. Fin dove si vuole arrivare? E per quali interessi?
Chi gode di questa situazione sono solo alcuni Paesi terzi e in modo particolare la Cina (anch’essa, tuttavia, vittima di un momento economicamente non felice), che vede nell’incremento di ostilità tra i due maggiori contendenti, Usa e Russia, l’opportunità di ricavare per sé benefici geopolitici e un più facile approvvigionamento di quelle materie prime di cui ha un irrinunciabile bisogno.
E’ ormai lontano, se non altro psicologicamente, il momento in cui una Clinton, fresca di nomina e rappresentante del neoeletto Obama, schiacciava a Mosca il tasto del famoso “reset” lasciando credere a tutto il mondo che la politica aggressiva dei “Neocon” fosse stata definitivamente superata.
Oggi, visto l’inizio del nuovo anno, non ci resta che sperare nel ritorno di un qualche nuovo Kissinger che sappia cosa sia il “realismo politico”, identifichi quali siano i veri interessi di ciascuno e sappia agire di conseguenza.

 di Dario Rivolta *- 1 gennaio 2015

Rivolta dario 

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali

fonte: http://www.notiziegeopolitiche.net

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