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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

28/12/14

Roma: (ci risiamo) Piazza Venezia sarà asfaltata. E Marino vende i sampietrini per pagare le spese


Se, nella nostra quotidiana frenetica corsa alla ricerca del tempo perduto, ci fermassimo, tra un passo e l’altro, ad osservare per un istante cosa stiamo calpestando, potremmo scoprire che una parte della storia, della cultura e della tecnologia romana sta letteralmente sotto ai nostri piedi.
Conoscere il sampietrino romano significa non solo imparare a conoscerne la tecnologia, ma anche, e soprattutto, riconoscere nei suoi riflessi la stessa città di Roma, la sua storia ed il suo territorio.
Ma di tutto questo all'Homo Ridens, nato a Genova da madre svizzera e padre siciliano di Acireale, non gliene pò fregà de meno.
I Romani, quelli veri, quelli de Roma ...... lo fermino.

In allegato: IL SAMPIETRINO ROMANO LA STORIA, Cosa, Perchè, Come, Dove, Quando ..... a cura dell'Architetto Ludovica Cibin.

e.emme
marino

Sampietrini bye bye, costa troppo mantenerli, sono un’insidia per auto e moto, fanno rimbalzare le gomme e anche il rumore. Via i tradizionali «serci», almeno dalle strade di passaggio.
Il sindaco, scrive il messaggero, ha più volte rilanciato il progetto di confinarli nelle zone pedonali, liberando i percorsi più trafficati dai blocchetti di leucitite a cominciare da via Nazionale. Adesso in Campidoglio è allo studio l’ipotesi di portare l’asfalto anche a piazza Venezia già piuttosto malmessa a nemmeno due anni dall’ultimo restyling.
L’idea innovativa è quella di pagare i lavori con gli stessi sampietrini, considerandoli una risorsa, un bene da vendere. La ditta chiamata a interviene per rinnovare la piazza acquisterebbe in pratica i blocchetti per farne ciò che crede, anche rivenderli come oggetti d’arredo, souvenir.

fonte: http://www.imolaoggi.it - 28 dicembre 2014


IL SAMPIETRINO ROMANO
LA STORIA
Cosa   Perché   Come   Dove   Quando
a cura dell’Architetto Ludovica Cibin, autrice del libro:
“Selciato romano  il sampietrino” Gangemi Editore, Ottobre 2003





Ho voluto pubblicare a mie spese i risultati delle ricerche che ho condotto sul sampietrino per tramandare questa tecnologia, sconosciuta perfino ai romani più attenti, e per svelare ciò che sta sotto ai nostri piedi, un antico tappeto artigianale frutto del ventre della terra e della sapienza dell’uomo.
Questo lavoro è assolutamente inedito, poiché, incredibilmente, il sampietrino romano non era mai stato studiato con metodo scientifico. Con metodo scientifico, quindi, ho incominciato a sondare ogni suo aspetto, materia, lavorazione ed evoluzione storica, fino a fotografarne l’attualità ed ad indagarne le problematiche.
Cosa, perché, come, dove, quando, sono le domande a cui ho cercato di dare risposta.
Dopo due anni di ricerche archivistiche e bibliotecarie, di indagini presso i cantieri stradali e presso le cave di selce attive o dismesse, dopo i chilometri percorsi passeggiando per il centro storico osservando e monitorando le tessiture e le tipologie di selce ancora presenti nel centro storico di Roma, ho raccolto le informazioni rintracciate e mi sono resa conto di quanto il sampietrino romano rispecchi l’identità della città e della società romana. Perciò, ringrazio innanzitutto gli attori principali della pavimentazione romana, i selciatori ed i selciaroli, e tutti coloro che mi hanno fornito documentazioni ed informazioni in merito, poiché mi hanno permesso di scoprire e divulgare questa tecnologia, celata dalla polvere dell’oblio.



Se, nella nostra quotidiana frenetica corsa alla ricerca del tempo perduto, ci fermassimo, tra un passo e l’altro, ad osservare per un istante cosa stiamo calpestando, potremmo scoprire che una parte della storia, della cultura e della tecnologia romana sta letteralmente sotto ai nostri piedi.
Conoscere il sampietrino romano significa non solo imparare a conoscerne la tecnologia, ma anche, e soprattutto, riconoscere nei suoi riflessi la stessa città di Roma, la sua storia ed il suo territorio.
Purtroppo fino a quando non si rischia di perdere ciò che si ama, non lo si apprezza, ed è invece importante capire che il selciato romano non è solo un retaggio, una pesante, goffa eredità del passato: la sua millenaria sopravvivenza, nella nostra storia, è dovuta alle qualità intrinseche del materiale, al suo valore estetico, ed alla capacità di evolversi grazie alla mutazione delle forme dei singoli pezzi subita nei secoli. Infatti i basoli che potete ancora ammirare nelle strade consolari romane, e che vengono apprezzati per la loro bellezza e durevolezza, sono consanguinei dei selci. Questa parentela non è affatto evidente, persino a noi romani.
La pavimentazione in sampietrini ci parla innanzitutto della geologia e della storia del territorio su cui è fondata Roma. Camminiamo su blocchetti di lava lavorata artigianalmente, a mano, pezzo per pezzo. I selci romani sono infatti frammenti di quella lava, effusa dall’antico Vulcano Laziale dei Colli Albani, che è stata spaccata dai selciatori in pezzi di varie forme e dimensioni e disposta dai selciaroli sulle sedi stradali romane. La forma e le dimensioni degli elementi sono variati nei secoli, così come sono evolute le disposizioni dei singoli elementi nella sede stradale, ma la materia, è, ed è sempre stata, la vicina pietra lavica dei Colli Albani. La vicinanza della città con il Vulcano Laziale è stata fondamentale per l’edilizia romana in senso ancora più ampio: la città è stata edificata con i prodotti piroclastici (tufi e pozzolane) e con il magma delle colate laviche effuse durante le fasi eruttive del vulcano. La colata storicamente più importante ed estesa è la cosiddetta “colata di Capo di Bove”: giunge fino alla tomba di Cecilia Metella, a 3 Km. da Porta S. Sebastiano. E’ percorsa per un lungo tratto dalla via Appia Antica, ed è stata particolarmente importante per la tecnologia stradale romana fino alla prima metà del XX sec. Le storiche cave di selce, localizzate proprio su questa lingua di lava sono però state attive da sempre: provengono da qui i basoli che costituiscono il manto stradale della vicina via Appia Antica.
Perché gli elementi che formano la pavimentazione romana in selce vengono chiamati genericamente sampietrini?
Leggenda metropolitana vuole che la prima pavimentazione con piccoli elementi regolari sia stata realizzata alla fine del XVII sec. in piazza S. Pietro; tutti gli elementi dal taglio standardizzato vennero quindi definiti, popolarmente ed in via del tutto generica, sampietrini. Occorre ricordare, però, che il sampietrino corrisponde, in gergo tecnico, al piccolo elemento utilizzato tradizionalmente per i marciapiedi. Il blocchetto di selce più comune, presente nelle strade romane, dalla forma troncopiramidale, si definisce invece quadruccio. Altri elementi dalle forme regolari presero forma dalle mani dei selciatori: la guida, la mezza guida ecc...
La pavimentazione in selce, a Roma, esiste dall’epoca Repubblicana ed Imperiale, da quando si incominciò a pavimentare le strade più importanti con pezzi di forma pentagonale e di grandi dimensioni (i succitati basoli), per proseguire  in epoca Medioevale e Rinascimentale con elementi più piccoli di forma irregolare. Il periodo dell’Illuminismo ha introdotto una pavimentazione formata da elementi in selce dalla forma regolare, “standardizzata”, con l’uso di blocchetti dalle dimensioni prefissate e con la creazione dei tipi.
La tradizionale disposizione dei blocchetti è la cosiddetta spina: gli elementi di selce - principalmente i quadrucci- vengono disposti a 45° rispetto all'asse viario. Ideata per contrastare le spinte dovute al transito dei veicoli trasmettendole verso i margini della carreggiata, fu l'unica ad essere usata fino al XX sec. allorché venne introdotta anche la sistemazione ad archi contrastanti. La varietà dei tagli dei singoli pezzi e la ricchezza delle tessiture degli elementi in selce si possono ancora osservare passeggiando per le strade romane.
Questi termini potrebbero sembrare solo simpatiche, pittoresche definizioni del nostro piccolo mondo antico... al contrario, proprio perché li calpestiamo sbadatamente ogni giorno, sono invece straordinariamente attuali.
In questi anni, come in passato, la riqualificazione delle piazze e delle strade romane scatena animatissime discussioni, in particolare sull’uso di questo o quel materiale per la pavimentazione stradale. Non è una diatriba moderna. Già nel Rinascimento, ad esempio, il popolo e gli studiosi si divisero tra l’ammattonatura o la selciatura delle strade romane. Per un breve periodo venne persino proibito di eseguire pavimentazioni stradali in selce, ed i trasgressori venivano puniti con sanzioni pecuniarie e... corporali. Nonostante ciò, la selce cominciò a dominare incontrastata, sia per l'economicità dei lavori, sia perché presentava una maggior durevolezza e resistenza al transito dei veicoli.
Nei primi anni del XX sec. la sperimentazione di nuovi materiali portò all’introduzione di nuovi tipi di pavimentazioni stradali in pietra (ad esempio, in granito ed in porfido), ma la selce risultò ancora una volta il materiale più adatto.
Ci troviamo oggi di fronte al momento più critico, per il tradizionale selciato romano. Si è innescato, in questi decenni, un meccanismo vizioso dovuto a diversi fattori, primo fra tutti il progressivo calo della richiesta di nuovi selci presso le cave laziali e la conseguente scomparsa della figura professionale del selciatore (colui che, sul fronte lavico, spaccava la lava a colpi di mazza). Di questo meccanismo portiamo le conseguenze oggi, poiché, anche se negli ultimi anni si nota un generale, rinnovato interesse verso il recupero della tradizionale pavimentazione romana, risulta difficile, a causa della mancanza di ricambio generazionale, rintracciare il know-how professionale del selciatore, necessario al suo ripristino. Per il recupero delle professioni di selciatore e di selciarolo è indispensabile riconoscerle e valorizzarle come artigianali, se non artistiche: creare un sampietrino, una guida, un quadruccio,  significa conoscere e sentire le pulsazioni della materia, disporre questi sulla sede stradale equivale a tessere un mosaico di lava.
Questo mosaico è frutto del ventre della terra e della sapienza dell’uomo. Sapienza che ha saputo coniugare esigenze funzionali (lo smaltimento delle acque) e strutturali, con l’estetica.
Le disposizioni dei selci sulle sedi stradali non sono state frutto della bizzarria dei Maestri di strada: ogni disegno era soluzione d’ingegno. Optare per un profilo stradale a culla o a schiena, associare il tipo di allettamento alle diverse tipologie di selci era un saper fare a regola d’arte che veniva tramandato ed affinato nei secoli, relazionandosi sempre con l’ambito urbano.
I gioielli architettonici ed urbanistici di Roma si posano visivamente su questo mosaico, prezioso ed antico, sottovalutato e sconosciuto, che rappresenta la faccia dell’urbe a sviluppo orizzontale: si relaziona inconsciamente con l’immagine della città eterna,  valorizzandone i contenuti storici e semantici. Il “colloquio” tra la pavimentazione stradale e gli edifici, tra l’orizzontale ed il verticale, è sempre stato ricercato perché sinonimo di armonia ed equilibrio architettonico. Allora, perché non proteggerla amorevolmente, con manutenzioni a regola d’arte ed interventi filologici, come già avviene per le infinite sfaccettature della faccia verticale della città?
Per valorizzare nella progettazione questo patrimonio storico, tecnologico e sociale, e garantirne il futuro, con dovuta attenzione ai vincoli che la modernità impone (superamento delle barriere architettoniche, abbattimento delle vibrazioni, ecc.) è necessario recuperare la sapienza degli antichi mestieri di selciatore e selciarolo, reinserire nel processo produttivo delle cave di selce attualmente attive il taglio di nuovi elementi con modalità e geometrie tradizionali, e, in primis, avere l’umiltà, innanzitutto di osservare, poi di capire, ciò che ci è stato tramandato dalla storia... che calpestiamo distrattamente ogni giorno.

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