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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

12/11/16

Il voto per Trump e le sue lezioni




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L’elezione di Donald Trump è certamente peculiare; deve molto alla cultura politica statunitense, ma contiene elementi che possono essere generalizzati nei Paesi sviluppati europei, perché si trovano ad affrontare i mali della “globalizzazione”. Dopo discussioni con politologi e sociologi statunitensi, il cui lavoro sarà pubblicato nelle prossime settimane, possiamo riassumere questi elementi generalizzati.
I. Rilevanza delle “aree periferiche”.
Il problema è noto e descritto nel lavoro di Christophe Guilly [1]. Ma si trova anche nelle mappe sui risultati del voto. In effetti, la carta più diffusa è quella sul voto nei singoli Stati.

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Ma se guardiamo la mappa dei risultati nelle “contee” (equivalenti alle provincie), si osserva un netto contrasto tra grandi città “globalizzate” e resto del Paese.


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questa opposizione che appare rilevante nel voto per Trump.
II. L’importanza del “voto” a Sanders sul risultato finale.
Un altro problema è il voto degli elettori democratici che hanno sostenuto Bernie Sanders fino alla primarie democratiche, e che furono esclusi dai brogli, va detto il nome, di Hillary Clinton. Sono in corso studi sulle “contee” in cui il voto alle primarie democratiche era prevalentemente pro-Sanders. Essi mostrano che alcuni potenziali elettori di Bernie Sanders non hanno votato l’8 novembre (dal 25% al 40% a seconda della località) e un’altra parte ha preferito votare Trump (12-18% nelle contee in cui la popolarità di Sanders era più forte). Questi casi sono in linea coi risultati nazionali che dimostrano che il 9% degli elettori ‘democratici’ (che votarono alle primarie per un democratico o nel 2012 per Barack Obama, o erano registrati come “democratici”) ha votato per Trump mentre solo il 7% dei “repubblicani” ha votato per Clinton. Questi elementi consentono di confermare l’elevato astensionismo nelle elezioni del 2016, e vi danno anche un senso. Questa astensione era in parte politica, una scelta deliberata degli elettori che hanno corso il rischio di vedere eleggere Trump poiché non potevano sostenere la candidata dell’oligarchia.
III. Una ridistribuzione delle carte politiche.
Si vede anche che il voto a Trump quale voto “bianco” razzista, non ha molto a che fare con la realtà. Ma vi è un risultato importante che può essere generalizzato. I disastri della “globalizzazione” hanno indotto una parte dell’elettorato a rispondere al ricatto dell’élite, “o noi o il caos”, scegliendo il candidato “antiélite” o “antisistema” sia passivamente (astenendosi) che attivamente (votandolo). Questo fenomeno è ancora più forte dato che il candidato “antisistema” s’è astenuto da dichiarazioni che potevano alienargli questi elettori. Nei discorsi locali, laddove Trump ha emesso i commenti più scandalosi, il fenomeno è ridotto. Laddove si concentra sugli attacchi a istituzioni e banche, il fenomeno è più importante. La coerenza del discorso del candidato “antisistema” è quindi importante per spezzare il meccanismo del rigetto, ma richiede anche un discorso non provocatorio. La reazione di Bernie Sanders all’elezione di Trump a questo punto è molto interessante. In un post sul sito del Senato degli Stati Uniti [2], si afferma:
Mercoledì 9 novembre 2016
Burlington, VT, 9 novembre. il senatore degli Stati Uniti Bernie Sanders (I-Vt) ha rilasciato la seguente dichiarazione, dopo l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti: “Donald Trump ha sfruttato la rabbia di una classe media in declino, stanca della dirigenza economica, politica e mediatica. La gente è stanca di lavorare più ore per salari più bassi, di vedere i lavori meglio retribuiti andare in Cina e altri Paesi dal basso salario, i miliardari non pagare le tasse federali sul reddito, stanca di non permettersi il college per i figli, mentre i ricchi diventano ancor più ricchi. Laddove Trump persegua seriamente politiche che migliorino la vita delle famiglie lavoratrici di questo Paese, io e altri progressisti siamo disposti a collaborare. Se perseguisse politiche razziste, sessiste, xenofobe e anti-ambientali, ci opporremo con forza”. Questo messaggio non nega solo le importanti differenze di posizione, ma spiega anche che “laddove Trump sia serio sulle politiche per le famiglie dei lavoratori“, i progressisti statunitensi sono disposti a collaborare.

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Guilly C., La Francia periferica: come le classi sono state sacrificate, Parigi, Flammarion 2014
[2] Sanders
Traduzione di Alessandro Lattanzio

di Jacques Sapir - 10 novembre 2016
fonte: https://aurorasito.wordpress.com/

Mario Giordano: “gli italiani non sono razzisti. Sono stanchi”





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Incontrare Mario Giordano, direttore del TG4, da lui totalmente rinnovato tanto da aver ripreso smalto, leggerezza e credibilità, non è sicuramente cosa da poco. Il Direttore rappresenta la comunicazione a tutto tondo. Carta stampata, libri, televisione, web… Una carriera in costante mutamento che ha sempre tenuto conto della necessità della gente comune di conoscere la verità. Quella che spesso viene rivestita dell’abito chiassosamente variopinto dell’impressione e del giudizio personale.

Direttore, quanti italiani La contattano quotidianamente sperando di trovare tramite Lei la soluzione ai propri problemi?
“Tanti, tantissimi. E questo è un problema serio: quando la Tv o un giornale diventano l’unica speranza per la risoluzione di un dramma vuol dire che le istituzioni hanno fallito”

Quanto è OFF, oggi, dare voce alla piazza piuttosto che alle tribune abbondantemente popolate di presunti vip televisivi?
“E’ molto off. E proprio per questo mi piace farlo”

C’è stata mai un’occasione nella quale Mario Giordano sia stato OFF? Se sì, quale?
“Mi sento sempre un po’ off. E anche un po’ off limits. Però se essere on significa partecipare alla Leopolda, beh, preferisco essere off”

L’Italia sta cambiando volto, divenendo forzatamente multietnica e, di conseguenza, multi culturale. Come cambia l’informazione quando deve soddisfare così tante esigenze?
“L’informazione è nell’occhio del ciclone di mille trasformazioni: tecnologiche, economiche, strategiche, culturali. Però io credo che la questione del multiculturalismo non riguardi tanto il mondo dell’informazione, ma il mondo in sé.  Cioè la nostra civiltà. E dobbiamo chiederci se anziché di fronte all’integrazione non siamo di fronte a un’invasione, se anziché costruire una società multietnica stiamo distruggendo le nostre radici…”


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Scegliere l’Italia e gli Italiani sembra sia diventato   sinonimo di razzismo e xenofobia. Il contrario non sarebbe una resa incondizionata all’invasione?
“Oggi si usa l’espressione “razzista” (ma anche xenofobo, demagogo, populista, etc) quanto mai a sproposito. L’Italia non è un Paese razzista, gli italiani non sono razzisti. Si fanno semplicemente alcune domande che io ritengo legittime. Ogni buon padre di famiglia, del resto, prima di invitare a cena sconosciuti, pensa a sfamare i suoi figli, no? E perché invece lo Stato italiano non lo fa?”

E se un giorno una classe politica a maggioranza non italiana riuscisse a cambiare totalmente la Costituzione, dove andrebbero a finire gli ultimi secoli di indipendenza e lotta per la democrazia?
“Credo che quello che ha raccontato Houellebecq in Sottomissione possa trasformarsi in una tragica realtà”

Amare l’Italia sta diventando OFF?
“Se ci pensa lo è sempre stato. Non è un caso che i più ferventi sostenitori del multiculturalismo e dell’integrazione vengono dall’esperienza degli anni Settanta in cui la parola “Patria” era bandita e censurata (insieme a Dio e famiglia, altre due radici della nostra civiltà che stiamo progressivamente distruggendo)”

L’Unione Europea sembra aver deluso i sogni, le aspettative, i progetti di tutti i suoi popoli. C’è chi ne è già uscito, chi lo spera, chi si sta organizzando per farlo. Lei si sente ancora cittadino europeo?
“Non mi sono mai sentito europeo.  Sulla costruzione dell’Europa è stato sbagliato tutto in modo ormai, io ritengo, irrimediabile. L’unica soluzione è tornare indietro”

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Il premier e il governo stanno cominciando a prendere le distanze dalla politica europea sull’immigrazione. Si tratta di una manovra politica, prereferendaria, oppure di una presa d’atto del collasso di tutto il sistema d’accoglienza?
“Si cerca di scaricare altrove anche le proprie colpe. Per mesi e mesi a ogni nostra osservazione ci rispondevano: “Ci penserà l’Europa…”. Ma non era difficile immaginare quello che sarebbe successo”

Da pochissimo tempo è iniziata per Lei una nuova avventura editoriale, la collaborazione con Maurizio Belpietro sul neonato quotidiano La Verità. Cos’è la verità e quanto vale?
“La verità è una ricerca quotidiana. Vale la vita”
Conclusioni finali…

“Una conclusione ha senso solo se è un inizio”
(fonte)

di Mario Giordano

"Elezione Trump" .. Marco Tarchi: "Chi ha votato per Trump aveva motivi concreti per farlo"


Il politologo sulle motivazioni che hanno portato al triofo di The Donald. L'inattendibilità dei sondaggi, il ruolo "ricattatorio" dei media. E l'Italia? «Anche Renzi sta giocando la carta populista»

 

                                                         Foto di repertorio



Populisti sì, ma mica scemi. Gli elettori che hanno votato Donald Trump «avevano motivi concreti, e non solo impulsi emotivi, per reclamare un cambio di rotta e affidarsi ad un uomo estraneo alla politica». Per Marco Tarchi, politologo all’Università di Firenze e uno dei massimi esperti di populismi, quello americano è stato un voto mosso non solo dalla passione, ma anche dalla ragione. Alle spalle del nuovo presidente si è unito un elettorato che in pochi avevano individuato. E che «i media e gli intellettuali hanno cercato in tutti i modi di stigmatizzare e intimidire». Ottenendo il risultato opposto a quello sperato. Anche da noi può succedere qualcosa di simile? Per Tarchi è Beppe Grillo che più si avvicina al messaggio complessivo di Trump. Ma in vista del referendum persino Renzi «sta giocando la carta dello stile populista». Cercare una copia italiana del nuovo inquilino della Casa Bianca, in ogni caso, può essere fuorviante. «La mentalità populista può presentarsi in forme politiche molto diverse - continua - Anche Bernie Sanders ne esprimeva alcune caratteristiche».
Professore, la vittoria elettorale di Donald Trump può essere considerata una vittoria del populismo? Fin dalle prime ore molti analisti hanno parlato della reazione degli “sconfitti” contro le élites, di un messaggio anti establishment.
Sì, l’analisi mi sembra corretta, anche se i fattori che hanno portato a questo risultato inatteso sono molteplici. Gli argomenti e lo stile populisti della campagna di Trump hanno certamente contribuito in misura sostanziale.
È sbagliato inquadrare il risultato delle presidenziali Usa attraverso il confronto Democratici-Repubblicani? Lo stesso Grand Old Party non ha mai nascosto più di un dubbio sulla candidatura di Trump.
Più che sbagliato, sarebbe insufficiente. Non c’è dubbio che la fedeltà partitica degli elettori ha avuto, su entrambi i versanti, il suo peso, ma l’elemento aggiuntivo vincente è venuto da votanti indipendenti, in forte crescita (non va trascurato che il candidato libertario ha ottenuto il 3,2% e la candidata verde l’1,1%: ulteriori piccoli ma significativi segnali di crepe nel bipartitismo), che non avrebbero probabilmente sostenuto un candidato dell’establishment, di cui i vertici repubblicani fanno parte a pieno titolo. C’è da immaginarsi che costoro, da sempre diffidenti od ostili verso Trump, non mancheranno di creargli ostacoli nei due rami del parlamento se vedranno proposte politiche che non li soddisfano. La disciplina di partito dei parlamentari, negli Stati uniti, è estremamente limitata. Si risponde, semmai, agli elettori – e in primis ai grandi elettori, cioè ai finanziatori della propria campagna – del collegio in cui si è si è stati eletti.
Nel suo primo discorso Trump si è rivolto ai “dimenticati". È questo il suo bacino di voti? Chi è più sensibile ai richiami del populismo americano? Nelle analisi post elettorali si citano gli arrabbiati d’America, i bianchi, i disoccupati, le classi medie impoverite, i perdenti della globalizzazione...
Sono tutte analisi “a spanne”, perché i dati di sondaggio sono, al momento, scarsi – e, come sempre accade ad onta di quanto pensano taluni analisti, da prendere con le molle. Tuttavia, tutti i gruppi sociali che Lei cita paiono aver contribuito al risultato. E poiché si tratta di categorie eterogenee, si può ipotizzare che a tenerle insieme nella decisione di voto siano stati più uno stato d’animo che richieste settoriali. Anche se ciò non significa affatto, come qualcuno sostiene, che il voto per Trump sia stato mosso solo dalla passione e non anche dalla ragione. I “dimenticati” avevano motivi concreti, e non solo impulsi emotivi, per reclamare un cambio di rotta e affidarsi ad un uomo estraneo alla politica di professione.
È un elettorato che si vergogna anche un po' della propria scelta? Nei sondaggi molti sostenitori di Trump hanno preferito non esprimersi per paura di essere giudicati. E questo ha reso più difficile prevedere il risultato elettorale.
È più corretto dire che è un elettorato che i media e gli intellettuali hanno cercato in tutti i modi, con una campagna martellante, di stigmatizzare e intimidire. Ciò spiega il desiderio di non esporre le proprie “deplorevoli” – o meglio, deplorate – intenzioni a chi li chiamava al telefono per sapere come avrebbero votato. Si ha un bel dire che i sondaggi garantiscono l’anonimato; chi vi è sottoposto sa che i sondaggisti dispongono del suo numero di telefono; sarà anche stato selezionato a caso, ma la diffidenza è radicata. Molti anni fa un’eccellente studiosa tedesca, Elizabeth Noël-Neumann, individuò questo fenomeno come un dato cruciale per le indagine d’opinione e lo inquadrò nella teoria della “spirale del silenzio”, di cui evidentemente non tutti gli addetti ai lavori hanno compreso la portata.
«Gli elettori di Trump? Si tratta di categorie eterogenee, si può ipotizzare che a tenerle insieme nella decisione di voto siano stati più uno stato d’animo che richieste settoriali. Anche se ciò non significa affatto, come qualcuno sostiene, che il voto per Trump sia stato mosso solo dalla passione e non anche dalla ragione. I “dimenticati” avevano motivi concreti, e non solo impulsi emotivi, per reclamare un cambio di rotta e affidarsi ad un uomo estraneo alla politica di professione»
Lei si batte perché il fenomeno populista sia studiato senza accezioni negative. È difficile non notare come nella campagna elettorale americana il fenomeno Trump sia stato criticato e denigrato dai principali media. Paradossalmente questo può aver aiutato la corsa del nuovo presidente?
È probabile, perché l’insofferenza nei confronti dei dettami della “correttezza politica” è oggi visibilmente in crescita in molti paesi. Chi coltiva, ad esempio, un’immagine negativa dei flussi migratori è investito da una comunicazione pubblica che vuole convincerlo di essere un razzista o quantomeno uno xenofobo, viene descritto come uno stupido senza cuore in balia della propaganda di malvagi imprenditori della paura e si sente trattato come un essere ignobile. Questo modo di comportarsi dei media mainstream, che non esitano ad utilizzare un ricatto della compassione e della commozione che fa il paio con il ricatto della paura e dell’insicurezza di certi populisti, spesso ottiene un risultato opposto a quello sperato e rende sistematica l’ostilità del telespettatore verso chi pretende di impartirgli di continuo lezioni di civismo.
Adesso la vittoria di Trump può dare nuova consapevolezza alle forze populiste e anti-élite mondiali? Il successore di Obama può diventare un punto di riferimento?
Psicologicamente, potrebbe “scongelare” un certo numero di elettori che preferiscono le proteste, e le proteste dei movimenti populisti, alle opinioni e ai comportamenti dei loro avversari, ma che finora temevano di varcare la soglia della rispettabilità votandoli (e, soprattutto, facendo sapere, o anche solo sospettare, di averli votati). Politicamente, il discorso è più complicato, perché ogni populista guarda in primo luogo, o solamente, al proprio popolo, e Trump è statunitense, quindi ha in vista l’interesse dei suoi connazionali; ciò significa che alcune sue mosse potrebbero andare in una direzione contraria agli interessi di paesi europei. E questo dispiacerebbe certamente a un populista francese, olandese o italiano. Solo il tempo ci dirà come andranno le cose su questo versante. Anche perché, sin qui, il tallone d’Achille del populismo è stata proprio la sua capacità di governo di situazioni complesse, perché i populisti hanno una visione iper-semplificata della realtà e faticano a superare gli ostacoli posti da ambienti a loro ostili, come i poteri finanziari, i burocrati e gli intellettuali. I risultati ottenuti da Trump potrebbero ribadire o ribaltare la regola.
«Se dovessi dire chi è più affine al messaggio complessivo di Trump, direi Grillo. Ma se parliamo del M5S le cose stanno diversamente. Anche la Lega di Salvini non si presenta come una copia conforme del fenomeno Trump, pur ricalcandone vari aspetti. Non va mai dimenticato che la mentalità populista può presentarsi in forme politiche molto diverse e attecchire, in dosi più o meno massicce, in ambiti diversi. Del resto, anche Bernie Sanders ne esprimeva alcune caratteristiche»
C’è un filo conduttore che lega il voto in Gran Bretagna per l’uscita dall’Europa e l’affermazione di Trump alla Casa Bianca? Quale sarà la prossima tappa, magari il referendum italiano?
Sicuramente c’è: le preoccupazioni in materia di sicurezza – economica e psicologica – e la voglia di affermare le proprie specificità nei modi di vita nei confronti dell’irruzione di atteggiamenti e stili ispirati al cosmopolitismo globalista hanno pesato molto in entrambi i casi. Il caso del referendum italiano è, in questo senso, anomalo, perché Renzi, che pure agli occhi di molti è in tutto e per tutto un rappresentante tipico dell’establishment, timoroso di questa sua immagine, sta giocando la carta dello stile populista per diminuire l’efficacia delle argomentazioni avversarie: le tirate contro l’inefficienza e l’immobilismo burocratico dell’Unione europea, l’irrisione verso i “professoroni” che non condividono la riforma, l’enfasi sul “tagliare i costi della politica” sono tutti elementi di questa sua strategia.
In Italia chi ha celebrato la vittoria di Trump sono stati soprattutto Cinque Stelle e leghisti, le principali realtà populiste del nostro Paese. Ma chi dei due è più affine al messaggio del presidente Usa? Entrambi si accreditano come una forza anti sistema, ma solo Salvini condivide con Trump le spinte nazionaliste anti immigrazione.
Lei sa che io da anni distinguo il discorso pubblico di Beppe Grillo, che considero populista a pieni carati, da quello del Movimento Cinque stelle, che ne segue solo in parte le coordinate. Se dovessi dire chi è più affine al messaggio complessivo di Trump, direi Grillo (e difatti è stato lui a proporre il paragone con il suo “vaffa”), ma se parliamo del M5S, che cerca di muoversi sul sottile filo di un equilibrio instabile delle posizioni dei suoi esponenti di vertice e intermedi e quindi non se la sente di seguire il fondatore su temi come quelli dell’immigrazione e del multiculturalismo, le cose stanno diversamente. Anche la Lega di Salvini, peraltro, non si presenta come una copia conforme del fenomeno Trump, pur ricalcandone vari aspetti. Non va mai dimenticato che la mentalità populista può presentarsi in forme politiche molto diverse e attecchire, in dosi più o meno massicce, in ambiti diversi. Del resto, anche Bernie Sanders ne esprimeva alcune caratteristiche, e, come ha fatto notare un populista di sinistra francese qual è Jean-Luc Mélanchon, forse, se fosse stato il candidato dei democratici contro Trump, avrebbe fatto meglio dell’icona dei “poteri forti” Hillary Clinton.


11/11/16

We the People ... “Noi il popolo”; così inizia la più bella Costituzione del mondo, quella che i Padri Fondatori della nazione americana vollero scrivere per fondare l’atto di leale sovranità e “fissare i benefici della libertà a noi stessi e ai nostri posteri”.



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WE THE PEOPLE
“Noi il popolo”; così inizia la più bella Costituzione del mondo, quella che i Padri Fondatori della nazione americana vollero scrivere per fondare l’atto di leale sovranità e  “fissare i benefici della libertà a noi stessi e ai nostri posteri”.
Mai, come in queste ore, quel “We the People” è attuale, perché il popolo (americano) ha saputo sconfiggere l’élite che si era impossessata dell’America, i manipolatori della verità che abitano i media, i lupi di Wall Street, gli intellettuali ipocriti, l’arroganza spocchiosa di una minoranza storica che si crede da sempre “antropologicamente superiore”, il sarcasmo degli imbelli pieni d’intolleranza, il politically correct stomachevole che costruisce la cultura del vittimismo della minoranza. Prima ancora che Trump, ha vinto la volontà popolare, quell’America profonda che ha fatto sprofondare l’America di cristallo; “the shy Trump voter”, l’elettore timido di Trump, un fantasma per sondaggisti e intellettuali, ma alla fine più vero di loro.
“The Silent Majority” è scritto sui cartelli che alzano i sostenitori di Trump. Come a dire: voi state sopra i vostri troni di parole, di slogan, di teoremi, di vuoto, di salotti esclusivi ed escludenti. Noi siamo nella vita di tutti i giorni, nella crisi dell’America, nella povertà che cresce, nella middle class che scompare, nei conflitti sociali, nella paura per quel domani che voi ci avete scippato. Voi state nel vostro mondo virtuale, noi stiamo in quello reale perché… “we the people”, noi siamo il popolo!

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THANK YOU CLINT EASTWOOD
Grazie America, io non ho molto da vivere ma so che questi ultimi anni saranno grandi; non posso ringraziarti abbastanza Presidente Trump”. Così ha scritto su Twitter, l’85enne Clint Eastwood uno dei più straordinari testimoni del nostro tempo. Libertario anarchico, da sempre schierato a destra contro il conformismo di Hollywood e dello star system, Eastwood non ha avuto paura di sfidare il disprezzo dei suoi colleghi, la volgarità isterica di quel mondo finto e corrotto, i “pompini” di Madonna, la violenza verbale di Robert De Niro, il razzismo (quello vero!) che trasuda nella parole e nei comportamenti dell’intellighenzia impegnata, del circo Barnum degli artisti miliardari con il cuore a sinistra e il portafoglio rigorosamente a destra.
Il giorno prima delle elezioni il cuore impavido di Eastwood ha scritto: Dal mio ranch, io riesco a sentire l’esercito di Trump marciare verso le urne. Suoni vittoriosi!” Preveggente. Thank you Clint.
DEPLORABLES
Dite a Matteo Renzi di tradurre ad Hillary la parola “Ciaone”, da parte nostra; perché ad ogni vincitore si contrappone uno sconfitto, e questa volta il peso devastante della sconfitta clintoniana lascerà il segno nella storia americana. È la fine di una dinastia politica, quella dei Clinton, con poche luci e molte, troppe ombre; perché con lei ha perso l’arroganza cinica di un potere che si credeva imbattibile, un sistema corrotto e criminale che l’America ha rigettato.
Su questo blog per mesi abbiamo spiegato quale pericolo avrebbe rappresentato per l’America e per il mondo, la Clinton Presidente. Abbiamo raccontato le sue responsabilità nella guerra in Libia e nel conflitto ucraino; le sue complicità criminali quando è stata Segretario di Stato; i suoi rapporti ambigui con la Cia, la sua politica estera guerrafondaia. Abbiamo raccontato il sistema di potere (e di ricchezza) costruito con suo marito Bill, i rapporti torbidi con il sistema finanziario e con i regimi tirannici del Golfo che appoggiano il terrorismo internazionale e finanziano la sua Fondazione.
La signora Clinton esce di scena con giusto disonore; quel “branco di miserabili (deplorables)”, come lei ha chiamato i sostenitori di Donald Trump, l’hanno costretta alla resa e alla fuga. Quei miserabili rappresentano la parte del popolo americano che i Clinton non hanno mai capito e sempre disprezzato. Thank you deplorables.

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AGAIN GREAT?
E ora parliamo di lui, del vincitore contro tutto e tutti: Donald Trump è di fronte alla prova della storia e dovrà dimostrare se è solo un fenomeno passeggero o un degno Presidente degli Stati Uniti d’America.
Lui eredita un’America in piena crisi, nonostante le fanfare narrative del mainstream. Obama, il premio Nobel della Pace, ha trascinato gli Usa in guerre impossibili, screditando prestigio internazionale, credibilità e seminando di bombe umanitarie le speranze di popoli e nazioni, aiutando il terorrismo a crescere invece che sconfiggerlo (come abbiamo dimostrato, numeri alla mano, qui)
Il primo Presidente nero lascia un paese in cui sono esplosi conflitti razziali che non si vedevano da 40 anni, divisioni sociali, con un debito pubblico di 20 miliardi di dollari, oltre il 100% del Pil (era meno della metà quello lasciato da Bush).
“Make America Great Again”, facciamo di nuovo grande l’America, ha urlato Trump. In lui echeggia la tradizione realista del conservatorismo americano anche se di conservatore lui non ha nulla. L’America non può essere faro del mondo se prima non torna ad essere faro per se stessa. In fondo è questa la sua visione. Basta pensarsi gendarmi del mondo se non si ha più la forza economica per farlo; basta continuare ad alimentare crisi internazionali e guerre se poi non si è capaci di costruire la pace. Chissà se sarà il più improbabile Presidente americano a cambiare dal profondo l’America.
Certo è che la sua vittoria è la vittoria del “We the People” contro ogni élite; una lezione per gli europei. Per questo “Thank you America”.

di Gianpaolo Rossi - 9 novembre 2016

10/11/16

IMMIGRAZIONE: NON RIUSCIAMO A FERMARE NEPPURE I GOMMONI CINESI DIRETTI AI TRAFFICANTI



Nei giorni scorsi il sito Formiche.net ha pubblicato un illuminante articolo di Pietro Di Michele che riprendeva le dichiarazioni dell’ammiraglio di divisione, Enrico Credendino, comandante della missione EunavFor Med, durante un’audizione informale alle commissioni Esteri e Difesa del Parlamento.
“I gommoni vengono dalla Cina: noi sappiamo benissimo da dove vengono, chi li fabbrica, che strada fanno, vanno in Turchia, poi a Malta, poi in Libia.
“Purtroppo – ha aggiunto Credendino – essendo un commercio legale, non c’è modo di bloccare l’arrivo dei gommoni in Libia.

 

Bisognerebbe convincere la Cina a non dare più questi gommoni fatiscenti alla Libia, non è semplice, non c’è modo di bloccarli. L’unica cosa che possiamo fare è, quando arrivano in Libia e sono nelle mani dei trafficanti distruggerli”.
Ma per colpire i gommoni sulla costa e nelle acque territoriali libiche l’operazione Eunavfor Med dovrebbe essere autorizzata dall’Onu o dal governo libico, quello evanescente di Fayez al-Sarraj che non controlla un bel nulla e che si basa sul consenso di tribù e milizie che si arricchiscono col traffico di esseri umani.

 

“L’ideale sarebbe riuscire a evitare che arrivino”  ha auspicato l’ammiraglio.
“Tutti sanno da dove arrivano e a cosa servano, sono fatti per fare un solo viaggio e si vede, la gomma è di scarsa qualità, non hanno il fondo, quindi è evidente che lo scopo è solo quello, ma non c’è nessun mezzo, purtroppo, per evitare che arrivino in Libia”.
Cina a parte però l’Italia e l’Europa potrebbero almeno tentare di fare pressioni su Turchia e Malta perché fermino i carichi di gommoni quando sono in transito sul loro territorio.

 

Oppure, visto che disponiamo di reparti di forze speciali considerati tra i migliori del mondo (tra l’altro già presenti in Libia e sulle navi del dispositivo Mare Sicuro), non dovrebbe essere difficile individuare i cargo che trasportano i gommoni ai trafficanti e intercettarli per distruggerne il carico senza provocare danni a navi ed equipaggi.
Del resto se il commercio dei gommoni è legale nulla vieta che, alla luce del sole, le navi militari italiane ed europee ispezionino i cargo diretti in Libia (anche con la motivazione di verificare eventuali forniture illecite di armi come previsto dai nuovi compiti assegnati recentemente a Eunavfor Med) requisendo e distruggendo i gommoni per ragioni di sicurezza nazionale.

 

Decisioni che ovviamente non possono essere assunte dagli ammiragli ma dai vertici politici, innanzitutto a Roma e poi a Bruxelles.
Anche perchè se le flotte Ue e italiana non sono in grado nemmeno di fermare le consegne dei gommoni cinesi agli scafisti tanto vale ritirarle nei porti e sostituire le navi militari con più economici traghetti e varare ufficialmente l’Operazione “Svuota l’Africa” per portare nel Belpaese 1,2 miliardi di abitanti del Continente Nero.
Se in Italia vi fosse davvero la volontà di fermare o quanto meno scoraggiare l’immigrazione clandestina il Parlamento avrebbe già approvato una legge ad hoc contro chi si rivolge alle organizzazioni criminali per emigrare illegalmente.
Legge che sarebbe auspicabile venisse recepita dalla Ue ma che invece sta per essere licenziata dal Parlamento di Canberra, in Australia.

 

A rafforzamento giuridico della posizione australiana sui flussi migratori illegali basata sul noto slogan “No way”, il governo australiano si appresta a negare a vita visto, permesso di soggiorno o asilo a chiunque abbia tentato o tenti di entrare nel paese illegalmente.
Il premier Malcolm Turnbull (nella foto a sinistra) ha annunciato che la proposta di legge verrà presentata a breve in Parlamento e che si tratta di una misura necessaria perchè passi il “messaggio risoluto e inequivocabile” che gli immigrati clandestini non avranno alcuna possibilità di venire accolti in Australia.

 

“Si tratta di una battaglia tra il popolo australiano, rappresentato dal suo governo, e le organizzazioni criminali di trafficanti di esseri umani – ha aggiunto Turnbull ammonendo che – non bisognerebbe sottovalutare l’entità della minaccia.
Questi trafficanti sono i peggiori criminali e fanno affari multimiliardari”.
Canberra ha adottato da tempo una politica molto dura respingendo i barconi individuati verso le coste dei Paesi di provenienza e inviando i clandestini che riescono ad arrivare sul territorio nazionale nei centri istituiti sulle isole di Manus (Papua Nuova Guinea) e Nauru, in attesa di una risposta sulla loro richiesta di asilo che, se accolta, accorderà loro il permesso di soggiorno in quelle isole, non in Australia.
L’intesa raggiunta da Canberra con questi Stati del Pacifico prevede aiuti economici in cambio della disponibilità a ospitare i campi che accolgono gli immigrati illegali.

 

La nuova legge riguarderà anche quanti sono in queste isole dal 19 luglio del 2013 e quanti arriveranno in futuro, ma non includerà i minori.
Di fatto la stessa misura che da tempo propone Analisi Difesa, da abbinare a espulsioni dei clandestini giunti illegalmente in questi anni e ai respingimenti assistiti sulle coste libiche di coloro che arrivano oggi in Italia arricchendo i trafficanti.
Sempre che a Roma vogliano davvero fermare i flussi di immigrati clandestini.
Sospetto più che legittimo perché se sulla sponda africana del Mediterraneo l’immigrazione illegale consente ai trafficanti 6 miliardi annui di incassi (lo dice Europol), sulla sponda italiana il business dell’assistenza ammonta a 4 miliardi annui che finiscono per lo più nelle tasche di enti cattolici e cooperative legate all’area della sinistra, che messi insieme rappresentano una bella fetta del panorama politico nazionale.

Foto: Australia.gov, AFP, EPA, Twitter e Marina Militare

di Gianandrea Gaiani - 3 novembre 2016
fonte: http://www.analisidifesa.it