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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

19/11/16

De Luca più Crozza di Crozza


de luca


Mentre tutta la stampa ancora chiacchiera del caso Bindi-De Luca, e di quest’ultimo che cede e porge le sue scuse alla presidente della commissione antimafia, il Fatto quotidiano sfodera l’arma letale: una registrazione audio davvero incredibile, “rubata” a un De Luca in piena forma, più Crozza di Crozza.
E’ una riunione di trecento “intimi” del governatore, tutti amministratori campani, un incontro a porte chiuse che si è svolto, secondo il Fatto, il 15 novembre. Il governatore va subito al sodo: “In questo momento abbiamo un’interlocuzione privilegiata con il governo. Poi vi piace Renzi, non vi piace Renzi,a me non me ne fotte un cazzo (…). Abbiamo fatto una chiacchierata con Renzi. Gli abbiamo chiesto 270 milioni di euro per Bagnoli e ce li ha dati. Altri 50 e ce li ha dati. Mezzo miliardo per la Terra dei fuochi e ha detto sì: lui era terrorizzato per la reazione della Lega ma alla fine ce l’ha dato, nonostante la Ragioneria e De Vincenti. Abbiamo promesse di finanziamenti per Caserta, Pompei, Ercolano, Paestum. Sono arrivati fiumi di soldi”. E snocciola ancora: 2 miliardi e 700 milioni per il Patto per la Campania, altri 308 per Napoli, ancora 600 sempre per Napoli.
E allora, qual è il problema? Renzi è generoso, come è suo diritto, nei confronti di una regione del Sud, cosa c’è di strano? Che il governatore sia un suo sostenitore non è motivo sufficiente per pensare male. Ma il resto della registrazione spiega tutto: De Luca chiede ai suoi una mobilitazione straordinaria per il sì, illustrando il suo concetto di democrazia: “l’idea che ogni cittadino deve avere la sua rappresentanza è un’imbecillità”.

Un altro seguace di Napolitano, che ha affermato, dopo l’elezione di Trump, di nutrire ormai dubbi sul suffragio universale. I politici di sinistra pare che, se non sognano i bei tempi dei carrarmati sovietici, disprezzano cordialmente il popolo e pensano di “accattarselo” con le mancette elettorali. E qui arriva il meglio della registrazione, l’invito a muoversi scientificamente, per gruppi organizzati, battendo cassa (cioè voti a favore della riforma) presso imprese, sanità, e tutto quello su cui si riesce a mettere le mani, secondo il metodo più collaudato al Sud, le clientele. “Prendiamo Franco Alfieri, notoriamente clientelare”, spiega De Luca ai suoi seguaci. Alfieri è il chiacchierato sindaco di Agropoli. “Come sa fare lui la clientela lo sappiamo. Una clientela organizzata, scientifica, razionale come Cristo comanda.”

A questo punto De Luca si sdilinquisce, sospira di piacere: “Che cosa bella!” Poi, dopo l’elogio della clientela, così sincero e uscito dal cuore che commuove, si riprende e continua: “Ecco, l’impegno di Alfieri sarà di portare a votare la metà dei suoi concittadini, 4mila persone su 8mila. Li voglio vedere in blocco, armati, con le bandiere, andare alle urne a votare il Sì. Franco, vedi tu come Madonna devi fare, offri una frittura di pesce, portali sulle barche, sugli yacht, fai come cazzo vuoi tu, ma non venire qui con un voto in meno di quelli che hai promesso”. Linguaggio un po’ rozzo ma concetti limpidi.

Direbbe Crozza: “Le ho portate io, le mance elettorali e le clientele in Campania!”


di Eugenia Roccella -  19 Novembre 2016
fonte: https://www.loccidentale.it





ITALIA: MACELLERIA DI BAMBINI E ADOLESCENTI PER ESPIANTO DI ORGANI



 
di Gianni Lannes
Va in onda l'orrore: ecco l'ultimo tabù tricolore. Traffico di organi umani minori, strappati a bimbi, fanciulli e ragazze, nonché omertà istituzionale a copertura della criminalità mafiosa. Nel belpaese, da anni, contrariamente alle rassicurazioni ufficiali, insospettabili mediciespiantano organi a bambini e adolescenti, in cliniche private del Settentrione. In questi ospedali dell’orrore situati nelle regioni del Nord Italia, chi ha bisogno di organi nuovi (fegato, reni, cornee, cuore) paga grandi cifre ed evita le liste di attesa. Sono migliaia e migliaia i minori spariti da noi ogni anno per alimentare questo commercio di carne umana. Perché il governo dell’ineletto Renzi tace? Perché l’Italia non ha ratificato la convenzione europea contro il traffico di organi umani? C’è un giudice almeno a Berlino o bisogna sperare in quello divino? In qualità di esseri umani, noi adulti, abbiamo il dovere morale, l'imperativo etico di far arrestare questo crimine contro un'umanità inerme.
 
fonte -  http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2016/11/italia-macelleria-di-bambini-e.html#links
-  http://veraitalia.blogspot.it/2016/11/italia-macelleria-di-bambini-e.html

18/11/16

Militari in piazza e latinos a casa loro


 


L’esercito in piazza a tutela dell’ordine pubblico è stato un vecchio cavallo di battaglia della destra che adesso, dopo i fatti di sangue di via Padova, ha trovato un nuovo cavalcatore nel neo-sindaco di sinistra di Milano, Giuseppe Sala.
Ma l’esercito in piazza contro la criminalità era un’idea fasulla prima e lo è ancora di più adesso, dopo che l’esperienza ha dimostrato come la presenza di soldati armati agli angoli delle strade serva solo a fornire una tranquillità illusoria ed irreale ai cittadini.
Sala, quindi, sbaglia quando pensa di risolvere con i militari il problema delle bande di “latinos” che infestano alcuni quartieri di Milano. E con lui sbagliano anche coloro i quali, seguendo la vecchia logica della sinistra secondo cui la mancata integrazione è solo colpa della società occidentale capitalistica e razzista, sostengono che solo con grandi interventi di tipo sociale sia possibile creare una realtà multietnica e multiculturale sicura e tranquilla. Per dare lavoro, case ed istruzione agli immigrati che non hanno nessuna delle tre condizioni basilari per una integrazione effettiva ci vogliono risorse al momento inesistenti ed anni ed anni di impegno continuo. Nel frattempo l’insicurezza collettiva cresce e la tendenza delle minoranze etniche disperate a delinquere diventa sempre più forte ed incontenibile.
E allora? L’unica risposta immediata capace di bilanciare l’accoglienza non gestita ed incontrollata è quella della restituzione ai rispettivi Paesi di provenienza degli accolti che delinquono. Questo significa imitare Donald Trump e la sua proposta di espellere gli immigrati clandestini che finiscono nei circuiti criminali? In apparenza è così, ma nella realtà è imitare una pratica già abbondantemente utilizzata durante la presidenza Usa di Barack Obama e che ha portato all’espulsione di oltre due milioni di clandestini condannati per reati comuni.
Se poi si vuole nascondere Obama e scaricare su Trump la responsabilità del progetto, si imiti pure Trump! Chiedere che gli immigrati colpevoli di reati vengano rimandati nei Paesi d’origine non è una misura razzista ma solo di buon senso. E se il buon senso arriva dal nuovo Presidente degli Stati Uniti, ben venga!

di Arturo Diaconale - 18 novembre 2016
fonte: http://www.opinione.it/editoriali/2016/11/18/diaconale_editoriale-18-11.aspx

17/11/16

Caro mondo, adesso veditela tu. Firmato Donald Trump, l’isolazionista


 
Per mantenere le promesse il presidente dovrà concentrarsi sui problemi interni. L’America dopo un secolo rinuncerà al ruolo di poliziotto globale? Ecco chi ci guadagnerebbe. E chi no


Vice president-elect Mike Pence, second from  left, Senate Majority Leader Mitch McConnell, of Kentucky, President-elect Donald Trump, giving a thumbs up, and Milania Trump walk to a meeting on Capitol Hill, Thursday, Nov. 10, 2016 in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)


Se vuole mantenere le promesse di posti di lavoro, salari più dignitosi ed equità sociale fatte alle vittime americane della globalizzazione (operai e classe media) che col loro voto lo hanno portato alla Casa Bianca, Donald Trump dovrà introdurre misure di protezionismo commerciale. Il protezionismo implica, a livello geopolitico, l’isolazionismo. Per potere tornare ad essere grande nei termini sottintesi dallo slogan della campagna elettorale del candidato repubblicano, l’America deve rinunciare ad essere la «nazione indispensabile» (Madeleine Albright) e «l’ultima, la migliore speranza della terra» (Dick Cheney) per occuparsi umilmente dei suoi problemi interni. Non sono parole d’ordine inedite per un presidente americano.
Senza andare tanto in là nel tempo, G. W. Bush e Barack Obama vinsero le presidenziali rispettivamente del 2000 e del 2008 promettendo agli elettori di ridimensionare l’interventismo e le campagne militari dei loro predecessori. Si sa come è andata poi: sotto Bush jr. gli Stati Uniti hanno combattuto due guerre sanguinose e interminabili in Afghanistan e Iraq; Obama ha ritirato le truppe di terra dall’Iraq e parzialmente dall’Afghanistan e ha cercato di esternalizzare la gestione delle crisi agli alleati, ma infine ha inviato l’aviazione, i droni killer e i corpi speciali lungo un arco geografico che va dalla Libia al Pakistan. Per trovare presidenti che hanno praticato l’isolazionismo e il protezionismo con successo bisogna tornare agli anni Venti del secolo scorso, ai repubblicani Harding e Coolidge successori del democratico Harold Wilson che aveva deciso l’entrata dell’America nella Prima Guerra mondiale e fondato la Società delle Nazioni senza però riuscire a convincere il Congresso ad approvare l’adesione degli Stati Uniti alla medesima. Harding e Coolidge presiedettero a un’età dell’oro (in termini di redditi e occupazione) alimentata da isolazionismo, protezionismo, proibizionismo (del consumo di alcolici), limitazione dell’immigrazione che però andò a schiantarsi contro la grande crisi, messa in moto dal crollo della Borsa di New York nel 1929, e la successiva depressione. Dopo di allora, mai nessun presidente è riuscito a praticare coerenti politiche isolazioniste, meno che mai dopo la Seconda Guerra mondiale e l’ascesa degli Stati Uniti al ruolo di paese egemone (per 44 anni in condominio con l’Urss, poi in solitaria) sulla scena internazionale.
Per dare corpo al neo-isolazionismo che ha in mente, prima ancora che con i suoi avversari democratici Trump dovrà probabilmente scontrarsi con il Congresso a maggioranza repubblicana e forse non solo con quello. Istruttiva la vicenda delle posizioni contraddittorie del ticket presidenziale repubblicano nei riguardi della crisi siriana. Nel dibattito tv dei candidati vicepresidenti, Mike Pence (repubblicano) si è espresso come avrebbe potuto fare un portavoce di Hillary Clinton: ha proposto l’istituzione di una no-fly zone in Siria sorvegliata dall’aviazione americana, risposte di forza alle provocazioni russe e attacchi punitivi con approvazione Onu contro obiettivi militari del regime di Assad se i bombardamenti dei governativi sui quartieri di Aleppo in mano ai ribelli dovessero continuare. Cinque giorni dopo Trump lo ha smentito su tutta la linea. La linea di Trump grosso modo è: prima occupiamoci dell’Isis, solo sconfitta l’Isis ci occuperemo di trovare un successore ad Assad, possibilmente d’accordo coi russi.
Oltre al mainstream del partito repubblicano, a sabotare le aspirazioni neo-isolazioniste di Trump provvederanno la burocrazia della sua stessa amministrazione, la comunità dell’intelligence e gli apparati militari. Ci sarà sicuramente molta differenza fra quello che il nuovo presidente dice di voler fare, quello che vuole veramente fare, quello che potrà fare e quello che riuscirà a fare. Doverosamente premesso ciò, si intuisce che il disimpegno americano dal ruolo guida nel mondo come lo immagina Trump dovrebbe muoversi lungo due direttrici: la responsabilizzazione in termini finanziari e politici dei vecchi alleati, la mano tesa verso vecchi nemici per la definizione di accordi di stabilizzazione di aree di crisi.

L’arte di fare affari
Dovendo fare una lista degli Stati e quasi-Stati che trarranno vantaggio dall’ascesa alla presidenza del miliardario americano e di quelli che invece avranno difficoltà, metteremmo nel primo elenco la Russia, Israele, il governo di Damasco, la fazione libica di Bengasi, l’Egitto, i curdi e la Turchia; nel secondo elenco, decisamente più lungo, il Messico, la Cina ma anche i paesi dell’area che chiedono all’America di essere protetti dalla Cina e dalla Corea del Nord (e cioè Corea del Sud, Giappone e Australia), l’Iran ma anche l’Arabia Saudita, Cuba, i paesi baltici e scandinavi, l’Ucraina, i paesi della Nato con una spesa militare troppo modesta. Con tutti comunque procederà nello stesso modo, attingendo verosimilmente a quella che è la “bibbia” del trumpismo: il suo libro The Art of the Deal, cioè “l’arte di concludere un affare”. Trump è intenzionato a stringere nuovi accordi e a riscrivere accordi esistenti che secondo lui e gli elettori che lo hanno votato non rispondono agli interessi del cittadino americano, ma delle élite contro cui lui si è battuto.
In testa alla lista dei paesi con cui il nuovo presidente vorrebbe concludere quello che il Financial Times definisce un “grand bargain” c’è la Russia di Putin. Col presidente russo Trump sembra essere d’accordo sul fatto che la distensione, la sicurezza, la pace e quindi la cooperazione economica e gli scambi commerciali che ne conseguirebbero hanno bisogno della definizione delle rispettive sfere d’influenza degli Stati Uniti e della Russia, e poi della garanzia reciproca che saranno rispettate. Nuove Yalta in Europa orientale e in Medio Oriente permetterebbero di liberare risorse per le politiche interne americane, risparmiando sulle spese militari e sulle sovvenzioni di bilancio ai paesi attraverso i quali si combatte la nuova Guerra fredda per interposta persona: Ucraina, ribelli siriani, eccetera. I paesi europei dovrebbero essere lieti di questa prospettiva, che implicherebbe la cancellazione delle sanzioni reciproche con la Russia e minori esborsi verso i paesi del Partenariato orientale. Ma solo in parte, perché Trump ha ripetuto decine di volte che l’America manterrà i patti solo coi paesi europei membri della Nato che contribuiscono con una spesa militare pari ad almeno il 2 per cento del proprio Pil (impegno ribadito più volte in sede di summit Nato). Attualmente adempiono al criterio solo Regno Unito, Polonia, Grecia ed Estonia.

Il cruccio dell’Arabia Saudita
Il riavvicinamento con la Russia implica un riavvicinamento con gli alleati di Mosca, ma non con tutti. Il primo capo di Stato arabo che ha fatto i complimenti a Trump per la sua elezione è stato l’egiziano Abd Al-Fattah al-Sisi. Da molto tempo l’Egitto post-Morsi si barcamena fra Arabia Saudita e Russia, paesi da sempre avversari sul piano delle alleanze geopolitiche: Riyadh ha pompato miliardi di dollari nell’economia egiziana, esausta per le agitazioni politiche del periodo 2011-2013 e per la fuga dei turisti a causa dei ripetuti attacchi terroristici, in funzione anti-Fratelli Musulmani, comune nemico del generale al-Sisi e della famiglia reale Saud.
L’uomo forte del Cairo ha incassato e ha resistito ai tentativi sauditi di trascinare militarmente l’Egitto nei mattatoi siriano e yemenita, nel mentre che sul fronte libico giocava un ruolo autonomo, appoggiando il generale Haftar di Bengasi contro le milizie islamiste e contro il governo di Tripoli. Quando gli Stati Uniti e l’Europa hanno spostato le loro fiches su Tripoli, Haftar ha invocato il sostegno russo, che è prontamente arrivato e che ha contribuito a stringere ancora di più i rapporti dell’Egitto con la Russia, mentre quelli del Cairo con l’Arabia Saudita si sono logorati nella stessa misura. Ora Washington potrebbe tornare a sostenere Haftar, in passato uomo della Cia, ritrovandosi allineata coi suoi sponsor egiziani e russi.
Non è questo l’unico cruccio dell’Arabia Saudita: Riyadh si accingeva a imporre all’Opec di tagliare la produzione di petrolio per far risalire il prezzo del greggio, ma dovrà pensarci due volte ora che è salito al potere un presidente che si è dato per obiettivo l’indipendenza energetica americana, da ottenere anche aumentando la produzione locale di shale oil oggi in crisi a causa del prezzo del barile troppo basso. Donald Trump taglierà le tasse sullo shale oil per riavviare la produzione, con gran danno dei paesi Opec.

Il vero scontro sarà con la Cina
Anche l’Iran ha poco da ridere, e non solo perché il prezzo del petrolio non salirà quanto sperava: Trump ha dichiarato che rivedrà l’accordo concluso da Barack Obama con Teheran sul nucleare, perché con esso gli Stati Uniti hanno concesso troppo e ottenuto troppo poco. Israele sentitamente ringrazia.
Sul piano degli accordi da rinegoziare, più preoccupati dell’Iran sono il Messico e la Cina. Non è un caso che il peso abbia perduto il 13 per cento del suo valore all’indomani del voto americano: il problema non sono tanto le minacce folkloristiche circa la costruzione di una muraglia di 3 mila chilometri lungo il confine fra i due stati per impedire gli attraversamenti di migranti clandestini o le minacce altrettanto irrealistiche di espellere 11 milioni di residenti stranieri latinoamericani irregolari; il problema è che Trump vuole denunciare il Nafta, il trattato di libera circolazione delle merci fra Stati Uniti, Messico e Canada, e lo farà quasi certamente, così come farà saltare il Partenariato Trans-Pacifico, il Trattato di libero scambio fra America e paesi dell’Asia e dell’Oceania fortemente voluto da Obama.
Ma il vero scontro di titani lo vedremo con la Cina: Trump ha definito l’ammissione di Pechino al Wto «il più grande furto di posti di lavoro della storia», e minaccia di istituire dazi a raffica sulle merci cinesi (in barba alle regole del Wto) se la Cina non accetterà di rinegoziare gli accordi commerciali. Riuscirà l’imprevisto vincitore delle presidenziali americane a piegare la volontà del più grande paese comunista del mondo? Dal punto di vista economico-finanziario, i due contendenti sanno già che carte giocare: a vantaggio degli Stati Uniti c’è il fatto che le esportazioni cinesi in America sono il triplo per valore di quelle americane in Cina (497,8 miliardi di dollari contro 161,6); a vantaggio di Pechino c’è il fatto che detiene 1.185 miliardi di dollari del debito pubblico statunitense (che ammonta in tutto a 19 mila miliardi).

Foto: Ansa/Ap

novembre 17, 2016 Rodolfo Casadei
fonte: http://www.tempi.it 

LA PERSECUZIONE INFINITA


 persecuzione



La Fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre ha presentato nella sede della Stampa estera la XIII edizione del Rapporto sulla libertà religiosa. Un dossier da cui emerge un quadro globale sempre più drammatico, non solo per i cristiani.
Il perché lo abbiamo chiesto al direttore di Acs Italia, Alessandro Monteduro.
“Per anni abbiamo avuto la percezione che la persecuzione religiosa fosse figlia di un’azione riconducibile allo Stato. Quanto avvenuto nel XX Secolo, con l’ateismo di stato, è lì a dimostrarlo. Oggi quello che accade in Corea del Nord è diretta conseguenza di quel pensiero politico: è lì che registriamo la situazione peggiore, non è tollerato alcun gruppo che non adori la famiglia “regnante”. Registriamo uccisioni, detenzioni, lavori forzati, anche se non abbiamo dati ufficiali. Possiamo raccontare alcuni episodi come quello di un reverendo condannato ai lavori forzati a vita perché accusato di sovversione per aver esercitato il suo ministero o quello di una donna condannata a morte con l’accusa di aver diffuso alcune Bibbie. Ma la novità (che non è uno scoop ma il racconto di quello che è accaduto nell’ultimo biennio in quei 23 Paesi nei quali e ai quali c’è maggior attenzione perché teatro delle persecuzioni più feroci) è che in 12 di questi Paesi la violenza contro le minoranze religiose è messa in atto da organizzazioni fondamentaliste iper-estremiste o ultra-radicali”. 

Per esempio?
“Prendiamo il caso del Nord della Nigeria, dove opera il gruppo terrorista di Boko Haram, che peraltro sconfina anche in Camerun. La Nigeria è una federazione di 36 Stati: in 12 di essi è stata introdotta la sharia e Boko Haram punta a imporla in tutto il Paese. Oppure la ben nota situazione di Iraq e Siria: qual è il fine dell’iperestremismo dell’Isis? Partendo da un credo religioso, e solo in apparenza è un paradosso, è cancellare qualsiasi altro gruppo non conforme al loro credo. Rispetto alle persecuzioni di matrice statale il risultato è sempre lo stesso ma abbiamo voluto mettere in evidenza le differenti modalità”.

Com’è complessivamente la situazione rispetto al passato?
“E’ indubbiamente peggiorata, proprio per la ferocia delle ramificazioni tentacolari di questo radicalismo. Possiamo dire che un Paese su 5 nel mondo ne è stato colpito: basti pensare a quello che è accaduto in Francia, in Belgio o in Turchia”.

Nessun segnale positivo?
“In alcune realtà c’è stato un lieve miglioramento e nel Rapporto l’abbiamo voluto evidenziare proprio per rappresentare la speranza di un cambiamento. Penso all’Egitto, dove una recente normativa rende meno complicata, meno burocraticizzata la costruzione di luoghi di preghiera. O al fatto che il presidente Al Sisi abbia partecipato alla Messa di Natale dei copti. Sono piccoli segnali, che non significano certo che la realtà è molto migliorata ma sono pur sempre qualcosa”.

E la situazione in Cina? Si parla di possibili accordi con il Vaticano…
“Non sono un attore politico e non sta a me giudicare l’attività diplomatica della S. Sede. Io mi limito a raccontare la realtà dei fatti, e non so se questo crea difficoltà al dialogo. Tuttavia le condizioni delle minoranze religiose in Cina versano in una condizione drammatica. Cito un solo esempio: nella provincia di Zhejiang una modifica regolamentare introdotta nel 2014 ha stabilito che le chiese non possano essere più alte di una certa quota e che a loro volta le croci non possano essere più alte di un decimo dell’altezza dell’edificio. Ebbene, solo per questo sono state rimosse, o meglio abbattute, 2000 tra chiese e croci”.
I numeri dicono che delle 196 nazioni esaminate nel Rapporto 38 sono quelle che versano nella situazione più difficile. Di queste, 23 subiscono le persecuzioni più efferate: 12 da parte dello Stato e 11 da gruppi militanti radicali. Gli altri 15 Paesi si collocano nell’area tra la discriminazione e la persecuzione. Sette sono, infine, i Paesi per i quali è difficile perfino immaginare una classificazione, e dunque quelli in cui la libertà religiosa è in maggiore pericolo: Arabia Saudita, Iraq, Siria, Afghanistan, Somalia, Nord Nigeria e Corea del Nord, autentica “maglia nera” di questa triste graduatoria.
La presentazione è stata introdotta dal presidente di Acs Italia, Alfredo Mantovano, secondo il quale “il Rapporto è uno strumento per sostenere le comunità perseguitate attraverso i progetti”. A moderare l’incontro il Direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio. Il “Rapporto ACS serve per dare “una sveglia” sul tema della persecuzione – ha detto – Ogni giorno, con il mio lavoro constato quanto le tragedie che si ripetono con ciclicità e insistenza nel mondo non vengono considerati notizie solo perché non hanno fine”.
E’ intervenuto anche il presidente internazionale di Acs, il cardinale Mauro Piacenza, il quale ha affermato che “la libertà religiosa deve essere tutelata in ogni ordinamento giuridico; in particolare, le moderne democrazie non debbono fondarsi sul relativismo, bensì sul rispetto della libertà religiosa, che deve essere riscoperta nel foro pubblico” perché “la libertà religiosa è la madre di tutte le libertà”, in quanto “affonda le radici nella stessa persona umana, costitutivamente aperta al mistero”.
Giuliano Amato, giudice della Corte Costituzione, ha affermato dal canto suo che mentre “permane la persecuzione di Stato, se ne aggiunge anche un’altra, con un fondamento più ampio”. Il dittatore nordcoreano è “un caso di follia che fa vittime, ma il vero problema è l’attuale fondamentalismo religioso – ha proseguito l’ex premier – E alla radice del fondamentalismo c’è la laicizzazione estrema che intende sradicare la religione, e che genera una reazione identitaria; comprimere la religione determina una distorsione del sentimento religioso.”. Amato ha concluso dichiarando che “si possono fare guai anche con la “laïcité francese”, perché può favorire la reazione fondamentalista”.
Toccante la testimonianza di monsignor Jacques Behnan Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi (Siria). “La sharia nega la libertà di coscienza” ha detto, ribadendo che “in Siria non c’è libertà per i cristiani” e questo soprattutto perché in quella nazione, storicamente terra di invasioni, “l’Islam è politico. Daesh non è solo anticristiano, è anti-tutti quelli che non sono Daesh. La Chiesa di Roma fa tutto ciò che può per aiutarci” ha proseguito il vescovo, che considera molto importante la prossima imposizione della berretta cardinalizia a monsignor Mario Zenari e la decisione del Papa di lasciarlo come nunzio apostolico in Siria.