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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

07/11/16

Marina di #ardea cambierà look: richiesti oltre 1milione e 600mila euro per “waterfront”

Orakian: "Quello approvato dalla giunta è un progetto organico capace di affrontare tutte le principali criticità del lungomare"


E’ con una richiesta di finanziamento per 1.650.000 euro che il Comune di Ardea vuole cambiare il “look” della sua marina. Come? Con videosorveglianza, una pista ciclabile, accessi al mare con palchi e zone pedonali e persino un’area di seduta fatta a rete di corda. Il progetto è contenuto in una proposta approvata dalla giunta comunale e inoltrata alla Regione Lazio nell’ambito delle proposte per il piano di intervento straordinario per la valorizzazione del lungomare regionale. L’intervento coinvolge un’area di 2.200 metri del lungomare degli ardeatini, da via Firenze a via Belluno. Alcuni dei lavori portanti sono la realizzazione di una pista ciclabile adiacente all’attuale marciapiede e la totale modifica di alcuni degli accessi al mare.
Ognuno di loro avrà una particolare destinazione proprio per fare in modo che l’accesso alla spiaggia sia il più possibile fruibile. Uno di questi accessi è destinato ad essere un piccolo palco per eventi con una discesa a gradoni. Un altro elemento di novità è anche una scalinata con discesa in rete di corda che c’è da aspettarsi come possa diventare una attrattiva soprattutto per i più giovani. Il progetto prevede anche il rifacimento dei parcheggi del lungomare tra cui quello di un’area dedicata alla sosta – di 118 metri quadrati – all’altezza del civico 103 di lungomare degli ardeatini. Inoltre, per far rallentare le auto, verranno realizzati 15 attraversamenti pedonali con dossi artificiali colorati.
“Quello approvato dalla giunta è un progetto organico capace di affrontare tutte le principali criticità del lungomare e di Marina di Ardea nel suo complesso – ha spiegato l’assessore ai Lavori Pubblici, Massimiliano Orakian – Così, puntiamo sull’attrattività turistica e alla maggior vivibilità del territorio. Saranno presenti anche una rete wifi, alcuni punti per il bike sharing e una colonnina con un defibrillatore. Confidiamo ora nella Regione Lazio e nella sua possibilità di accettare il progetto che per Ardea è un segnale importante: da qui può passare un nuovo percorso per il suo rilancio”.

“Grazie a questo progetto diamo una risposta a Marina di Ardea – ha spiegato il sindaco di Ardea Luca Di Fiori – Affrontiamo, oltre all’emergenza sicurezza con le videocamere, anche una serie di questioni sociali per aumentarne la vivibilità. E’ progetto innovativo ed ecosostenibile che trasformerà, modernizzerà, metterà in sicurezza l’intera area. Ciò andrà a inserirsi all’opera, già in parte realizzata, per il tratto a sud del lungomare degli ardeatini nell’area di Castrum Inuii. Rientra tutto ciò nella programmazione e nello sviluppo che da sempre vogliamo dare al nostro litorale, al turismo e alle nostre aree archeologiche”.

di Redazione - 02 novembre 2016
fonte: http://www.ilfaroonline.it 
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Bene .. Bello !!! ..  ma non viene minimamente sfiorato il più grande problema di quell'area, un complesso edilizio, innominabile (giusto per adeguarsi), causa di ogni tipo di degrado elevato alla massima potenza ... da quello urbano a quello igienico sanitario passando per una serie di "cosucce" attinenti l'ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini.
Problema che, se non definitivamente risolto,  mai consentirà di garantire in quell'area attrattiva turistica, sicurezza e vivibilità.

06/11/16

Noi, la crisi, l’euro. Una strada senza uscita


L’inesorabile declino dell’Italia spiegato in termini semplici da uno che aveva visto il declino arrivare. La lezione dell’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio




Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
La gente che non trova lavoro. Le banche piene di “sofferenze”. Le imprese che restano senza soldi. La meglio gioventù che scappa all’estero a cercar fortuna. In una situazione del genere, per l’italiano moderatamente informato, ovvero moderatamente ignorante, soprattutto di economia, è difficile capire perché il governo sia costretto ad attorcigliarsi per settimane in una rissa con i controllori europei a causa di uno zerovirgolauno per cento di deficit/Pil inserito nella manovra. O perché siamo tenuti a strangolare il nostro caro, celebratissimo accenno di microscopica ripresa per onorare oscuri parametri stabiliti chissà come in un ufficio di Bruxelles. Un buon appiglio può offrirlo un libricino stampato proprio in questi giorni in Trentino. Si tratta del testo integrale della lectio magistralis tenuta l’anno scorso dall’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio a Trento nell’ambito di una serie di eventi in occasione del centenario della Grande Guerra. Un quadro dell’economia europea e italiana dipinto con tratti chiari anche ai profani della materia, sebbene non proprio tranquillizzanti. Sono cose che quelli del mestiere hanno sotto gli occhi da anni, ma Fazio ha il merito di districarle in maniera comprensibile a tutti.
La lezione dell’11 settembre 2015 a Trento è stata per Fazio la prima uscita pubblica dopo le vicende che undici anni fa portarono alle sue sofferte dimissioni da re del credito italiano. Nel frattempo molto dell’onore perduto gli è stato restituito, anche perché i campioni della finanza internazionale che aveva osato sfidare nel nome dell’“italianità delle banche” si sono rivelati dei colossali fallimenti. Ma se Fazio ha deciso di rompere il silenzio non è per prendersi una rivincita sul bel mondo che lo aveva ribattezzato con disprezzo “lo stregone di Alvito”. Piuttosto sembra davvero preoccupato per il costante declino dell’Italia e per la sua incapacità di ripigliarsi. L’estate scorsa ha tenuto una conferenza sugli stessi temi anche nella capitale. Chi lo ascolta parlare in questi mesi se ne torna a casa con la sensazione che siamo in un vicolo cieco.
Ci sono un paio di grafici che tormentano i pensieri di Fazio. Li ha mostrati a Trento e a Roma. Li esibisce ogni volta che qualcuno si rivolge a lui per capire in che acque stiamo annaspando. Il primo è nel Bollettino economico della Banca d’Italia e rappresenta l’evoluzione del prodotto interno lordo dell’area dell’euro e dei suoi principali paesi dal 2007, l’anno in cui il mondo è precipitato nella Grande Recessione. Fatto 100 il valore dell’indice per ciascun paese nel 2007, in nove anni l’area euro è passata da 100 a 102 circa, la Francia da 100 a 105, la Germania da 100 a 108. L’Italia è crollata da 100 a 92.
Il secondo grafico è analogo, ma è prodotto dai consiglieri economici della Casa Bianca. Fazio lo ha spulciato dall’Economic Report of the President, che si fa spedire ogni anno dall’America. In questo caso si fa 100 dal 2008. Dunque: in otto anni l’economia degli Stati Uniti è cresciuta a 111 circa; il Regno Unito, che sta fuori dall’euro, è arrivato a 107; la Germania ha fatto poco peggio (106 circa). L’Italia è raggruppata nei famigerati paesi Piigs con Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, che hanno fatto pena: da 100 sono scesi a 93. Quanto all’area euro, tolti Germania e Piigs, è poco oltre il galleggiamento. 

L’urgenza di investire
È chiaro che c’è un problema dell’euro. Un malanno «grave» che Fazio nella sua lezione scompone in due: un problema dell’area in generale, e uno che riguarda in particolare l’Italia e gli altri paesi deboli. E qual è il guaio dell’area dell’euro? Per arrivare alla diagnosi corretta, Fazio parte dai sintomi principali, che sono tre. Il primo sintomo, assolutamente allarmante, è la disoccupazione, il cui tasso in Italia, per esempio, è oggi tra l’11 e il 12 per cento (il complessivo dell’eurozona è intorno al 10), e questo senza contare la schiera dei Neet che non studiano, non lavorano e nemmeno ci provano. Siamo molto oltre il 4 per cento che indica il pieno impiego, cioè una società in salute. Attenzione perché la disoccupazione è «la principale fonte di disuguaglianza sociale e di ancora non completamente espresse conseguenze politiche», ammonisce Fazio.
Secondo sintomo: la deflazione di fatto. La stabilità della moneta, obiettivo principe della Bce, è raggiunta quando l’inflazione è intorno al 2 per cento all’anno, valore che rappresenta l’aumento “normale” dei prezzi dei beni di consumo dovuto a miglioramento della qualità, innovazione eccetera. Attualmente l’inflazione dell’area dell’euro sta tra 0 e 0,5 per cento. Significa che i prezzi calano. È facile intuire perché per Fazio anche questo sia «estremamente grave».
Terzo, nella bilancia dei pagamenti, che è la differenza tra quanto si esporta e quanto si importa, «l’area dell’euro ha un surplus, nei confronti del mondo esterno del 3 per cento del suo Pil», spiega Fazio. Quest’anno, mal contati, saranno 400 miliardi di dollari. In sostanza vuol dire che quel che si produce in Europa ha molti più compratori all’estero che in patria.
Ricapitolando: forte surplus commerciale, deflazione strisciante dei prezzi, alta disoccupazione. Per Fazio la diagnosi è semplice: l’area euro è chiaramente afflitta da carenza di domanda. Di per sé sarebbe semplice anche la terapia, quanto meno agli occhi di un keynesiano come lui: per stimolare la domanda, bisogna restituire alle persone la capacità di domandare. Investire per dare lavoro, aumentare i redditi, creare capacità di spesa. In proposito Fazio effettua un ripescaggio sorprendente: «L’ex ministro greco delle Finanze Varoufakis, che è stato tanto criticato, aveva capito le cose molto meglio degli altri». Proponeva il Varoufakis approvato da Fazio: se invece di puntare su misure finanziarie dalla portata inevitabilmente limitata (il Quantitative Easing, che pure Fazio apprezza), «i 300 miliardi all’anno fossero stati impegnati in progetti di investimento scelti dalla Banca europea degli investimenti e i relativi titoli acquistati dalla banche centrali nazionali, avremmo un immediato, notevole sollievo della situazione economica».

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Un surplus che fa danni
Secondo Fazio «il piano che aveva ideato Juncker di investimenti per 300 miliardi l’anno era la soluzione giusta». Peccato che sia stata la stessa Commissione a sgonfiarlo, ritenendo di non avere a disposizione abbastanza «denaro fresco». Fazio non lo dice, ma sembra pensare a questo quando se la prende con un certo modo di «ragionare da contabili, non tenendo conto delle più elementari nozioni di macroeconomia». «Non bisogna ragionare, come si fa in Europa, come se i soldi fossero già in cassa», ha detto a Trento. «In un’economia dove c’è disoccupazione, il risparmio lo formano gli investimenti. Effettuando gli investimenti aumenta il reddito e si forma il nuovo necessario risparmio». Di nuovo, il problema è lampante e la soluzione sarebbe semplice. «L’area dell’euro soffre problemi gravi di disoccupazione. La domanda globale è insufficiente. I riflessi sociali sono evidenti, seguiranno purtroppo riflessi anche politici. I surplus della bilancia dei pagamenti di alcuni paesi dovrebbero essere impiegati in investimenti reali, non finanziari, in patria o in altri paesi dell’area».
A fare pendere la bilancia commerciale dell’area euro dalla parte delle esportazioni, notoriamente, è (con l’Olanda) quasi solo la Germania. Grazie alle sue invidiabili doti manifatturiere, ma anche grazie a noi. «Il fatto più straordinario è che la Germania, proprio per l’aumento di competitività che inizia nel 2000, ha un surplus come quello della Cina». Un successo «dovuto al fatto che ha un’industria particolarmente efficiente. Ma gode grazie all’euro di un cambio favorevole in quanto altri paesi, tra i quali l’Italia, la Spagna, la Grecia, anche la Francia, di fatto abbassano il valore del cambio. Un paese che ha un surplus della bilancia dei pagamenti dovrebbe reinvestirlo in spesa reale o prestarlo ad altri paesi che hanno un deficit, altrimenti crea deflazione nel sistema di cui è parte».
Invece, a fare i conti con il nostro deficit dobbiamo pensarci da soli (tasse e austerity) mentre in Germania si ammucchiano soldi in cassaforte (con i casi Deutsche Bank, per altro) e si fanno grandi spese in giro per il mondo (vedi, per dire, l’acquisto di Monsanto da parte di Bayer: quasi 60 miliardi di euro).
Naturalmente non è “tutta colpa della Germania”. Come detto, nel problema dell’euro c’è una componente che riguarda i Piigs e l’Italia. Si chiama gap di competitività. Per spiegarlo Fazio usa il costo del lavoro per unità di prodotto (Clup). Il numerino che – si intuisce facilmente – bisogna abbassare per battere la concorrenza. «Il Clup aumenta in Italia tra 2000 e 2003 del 9,9 per cento; in Germania dell’1,7, in Francia dell’1,5. Sapete che Germania e Francia sono i nostri maggiori partner e competitori sul mercato internazionale dei prodotti industriali. In tre anni abbiamo perso 8 punti di competitività. (…) La produzione industriale in Italia tra il 2000 e il 2004 scende del 2,8 per cento, in Germania sale del 3, in Francia del 2; nell’Europa dei 12 cresce del 3». L’ex governatore della Banca d’Italia è uno a cui piace prendere i dati ufficiali e rifarsi i calcoli in proprio. La lezione di Trento è piena di cifre che mostrano come nel corso degli anni dell’euro l’Italia abbia perso in competitività nei confronti della Germania molti punti percentuali. Decine di punti. 

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Nascita di un dogma
Costo del lavoro alto, moneta forte: le imprese entrano in crisi e cominciano a chiudere o a fallire, la gente perde il lavoro, calano i consumi, le banche vanno in sofferenza e riducono il credito. Ecco la recessione. È il nostro ritratto attuale. Fazio lo aveva visto delinearsi vent’anni fa, nel 1997. Nella lectio ricorda che all’epoca, convocato dal Parlamento per spiegare la sua esitazione rispetto al tanto atteso ingresso dell’Italia nell’euro, aveva detto: «Sentite, noi entriamo, ma il problema è come restare nell’euro. Quando si perde la manovra del cambio, si dovrebbe riacquistare una flessibilità del costo del lavoro e della finanza pubblica che ci permetta di rimanere competitivi».
Si sperava che sarebbe bastato rinchiudere l’Italia in un ambiente “severo” per costringerla a razionalizzare l’economia, contenere i salari e potenziare la produzione, ma la precedente esperienza dello Sme (Sistema monetario europeo) aveva già frustrato simili auspici. Gli operai italiani, insomma, pretendevano le paghe dei colleghi della Volkswagen, ma senza saper fare le Volkswagen. Perciò, aveva detto Fazio in Parlamento, entrando nell’euro avremo una moneta stabile ma non ci saranno le riforme “obbligate”, piuttosto «avremo una sorta di bradisismo. Sapete cos’è il bradisismo? È il terreno che si abbassa sotto il livello del mare gradualmente, come avviene a Pozzuoli. Ogni anno perderemo qualcosa in termini di crescita rispetto agli altri paesi». È il fenomeno perfettamente raffigurato dai grafici di cui sopra.
E adesso? Senza poter svalutare la moneta, come può l’Italia rimontare sulla supercompetitiva Germania? O si massacrano i salari, ma i punti da recuperare sono decine (benvenuta Grecia), oppure «si debbono fare le riforme», e certo «non sarà la riforma del Senato a ridurre il costo del lavoro, punctum dolens dell’Italia per uscire da questo stallo». Quando dice riforme Fazio intende svolte vere, dettate dalla coscienza della gravità della situazione. «Avremmo, per esempio, da imparare dalla Germania circa la partecipazione dei sindacati nell’indirizzo e gestione delle imprese». A governare l’economia, ricorda l’ex governatore, dovrebbe essere la legge del mercato ma anche la sympathy di Adam Smith, «l’amicizia civile che è unità d’intenti (…). Non si può vivere di sola concorrenza e tanto meno di lotta di classe». E chi ha orecchie per intendere intenda.
Un’altra cosa che Fazio tiene a sottolineare è che davvero «historia magistra vitae». Chi lo ha sentito parlare ultimamente, lo ha ascoltato ripetere instancabilmente la storia del marco tedesco. Indispensabile da un lato per comprendere le ragioni dell’ossessione della Germania per la stabilità della moneta, il dogma dell’Europa a trazione teutonica che sta contribuendo ad affondare l’Italia. Ma assai utile anche per segnalare che una piaga come la disoccupazione dovrebbe essere la priorità numero uno di tutti i governi, dal momento che queste cose hanno «conseguenze politiche», appunto. In questi anni di tensioni con la Germania, proprio per spiegare le ragioni della rigidità monetaria di Berlino, si rievocano spesso le scene sconvolgenti della Grande Inflazione nella Repubblica di Weimar, conseguenza della sconfitta del paese nella Prima Guerra mondiale e delle assurdamente esose riparazioni imposte dai vincitori.
«Si raccontano gli aneddoti, sono veri, degli avventori che si sedevano al bar per prendere il caffè; quando si alzavano il prezzo era raddoppiato». E poi i lavoratori che andavano «a riscuotere gli stipendi con le carriole», il pane a 428 miliardi di marchi al chilo, le banconote da 100 mila miliardi… Meno frequente imbattersi in racconti chiari quanto quello di Fazio a riguardo della successiva reazione della Germania. Dopo la creazione, nel 1924, del nuovo marco da mille miliardi del vecchio conio, «la politica economica tedesca si è ispirata al concetto che (…) bisognava mantenere stabile la moneta a qualunque costo, anche a prezzo di ripercussioni temporaneamente dannose per l’economia», ricostruisce l’ex governatore. È la psicologia che guida la Germania (e l’Europa) ancora oggi: «Quando sentite il ministro Schäuble…». 

Bruxelles vs Keynes
Ma la lezione di storia non è finita. La politica ossessivamente deflazionistica della Germania, continua Fazio, «si prolunga nel corso di tutti gli anni Venti». Così, nel 1929, agli effetti della Grande Crisi, «si aggiunge la deflazione in Germania. (…) Si comincia a parlare di politiche di tipo keynesiano, di effettuazione di lavori pubblici per far fronte alla disoccupazione, enormemente aumentata. Non se ne fa nulla per timore dell’inflazione. Si insiste nella deflazione». Ed è un disastro: «Nel 1932 si parla in Germania di quasi sei milioni di disoccupati, erano soltanto ottocentomila nel 1928». Cosa sia successo in seguito è abbastanza noto, a proposito di «conseguenze politiche».
Il 20 ottobre «l’influente viceministro tedesco delle Finanze Jens Spahn» si è vantato con Repubblica perché oggi «la Germania è prospera come non mai» e ha detto che l’Italia deve smetterla di lamentarsi del rigore e di chiedere investimenti: «Noi, in Germania, vogliamo riuscire a fare entrambe le cose. Un bilancio in ordine e investimenti per il futuro. Non sono cose in contraddizione tra di loro». Vero. Ma è vero anche, nota Fazio nella lezione, che «nel 2007 il rapporto tra debito pubblico e Pil era nel nostro paese pari a 103, è arrivato a 137 a seguito delle politiche di aumento dell’imposizione fiscale suggerite dalla Commissione europea. O è sbagliata la diagnosi o è sbagliata la medicina, ma se è sbagliata la diagnosi, la cura è sicuramente controproducente».
Per una economia sciancata come la nostra secondo l’ex governatore non c’è alternativa. «L’unico modo di ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil è stimolare la crescita dell’economia». Altrimenti resteremo intrappolati nel vicolo cieco di una decrescita molto infelice.
Come aprirsi finalmente un varco? Fazio conosce bene le tortuosità della politica nazionale ed europea e non vuole offrire soluzioni prêt-à-porter. Ma mentre a Bruxelles si preparano a scatenare un inferno sull’Italia per uno 0,1 per cento di deficit in più infilato di rapina nella manovra, Fazio, da buon keynesiano, non riesce a smettere di pensare ai suoi grafici, e al fatto che dopo la crisi del 2007 gli Stati Uniti hanno pompato nell’economia 3.200 miliardi di dollari, ovvero più del 20 per cento del Pil, come ha ricordato a Roma. In pratica «sono rientrati tutti: il Pil è cresciuto dell’11 per cento».
Foto Ansa

novembre 2, 2016 Pietro Piccinini


05/11/16

La demagogia del Masaniello toscano

 

   


 
Intervenendo al Politecnico di Milano sul tema caldo della prevenzione contro i rischi sismici, il Premier Matteo Renzi ha sparato a mitraglia sulla croce rossa targata Europa.
“È impensabile che nel nome della stabilità europea crollino le scuole”, ha tuonato il Masaniello fiorentino. Una frase densa di demagogia e propaganda che si rivolge chiaramente alla pancia più sprovveduta del Paese di Pulcinella. In particolare, il grande comunicatore di Rignano sull’Arno continua a voler accreditare presso l’opinione pubblica il seguente concetto: i soldi per ammodernare l’Italia, compresa la ricostruzione e la messa in sicurezza degli edifici interessati dal terremoto, ci sono a iosa; solo che l’Europa matrigna ci impedisce di utilizzarli secondo le nostre necessità. Ovviamente si tratta di una colossale balla spaziale la quale, invero, viene da tempo raccontata anche da buona parte dell’opposizione.
In realtà, la cronica mancanza di fondi per qualunque forma di miglioramento infrastrutturale è da sempre una nostra, italianissima caratteristica negativa. Essa, in breve, rappresenta plasticamente lo storico squilibrio sistemico generato da una crescente propensione della sfera politica a usare gran parte del colossale bilancio pubblico nella cosiddetta spesa corrente. Spesa corrente che genera molto consenso elettorale, lasciando le briciole per tutto il resto. Ed è chiaro che se l’idea, sfruttata in modo spregiudicato dal Governo dei rottamatori, è quella di prendere i voti attraverso corposi “investimenti” a pioggia nei settori elettoralmente più sensibili - pensioni, pubblico impiego, lavoro dipendente sindacalmente organizzato - mi sembra poi evidente che alla fine della fiera i quattrini per costruire strade, ponti, ferrovie e per le varie emergenze sismiche non li possiamo pretendere dall’Europa. La stessa Europa che da tempo non ci chiede solo di tagliare una spesa pubblica mostruosa, ma soprattutto di riqualificarla proprio in favore di quegli essenziali investimenti pubblici in infrastrutture che sono da molto tempo ridotti ai minimi termini.
Dunque, egregio presidente del Consiglio, anziché elargire a pioggia bonus, mancette e quattordicesime a chi non ne ha un urgente bisogno, sarebbe il caso di smetterla con la facile demagogia e spiegare al Paese reale che senza una profonda revisione della spesa dovremmo continuare a convivere con le scuole pubbliche scalcinate, i viadotti che crollano e con gli asini della politica che volano.

di Claudio Romiti - 05 novembre 2016

02/11/16

#ILPEGGIORPAPA


Mercoledì 2 novembre 2016 – Commemorazione dei Defunti – a casa, a Taurianova

benedetto-xvi-natale-stanco 

(Il Santo Padre Benedetto XVI e il Santo Vangelo)

E così, mentre, a Norcia, il cuore del Cattolicesimo si sbriciola e sprofonda nella più nera ed infernale delle disperazioni; mentre a testimoniare la nostra Fede incrollabile in Gesù Cristo restano, in ginocchio su una piazza annientata dal terremoto, cinque coraggiosissime monache ed un santo frate; mentre le più alte testimonianze della bimillenaria arte cristiana giacciono ferite a morte sotto cumuli di macerie di tutto il Centro Italia, Francesco non Francesco, il più controverso dei papi degli ultimi cento anni, rende omaggio al peggiore dei traditori della Fede. Quel Lutero, che beffeggiò Chiesa e popolo di Dio per espandere il proprio ego smisurato anche fra le sacre Pagine di Vangelo.

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(Bergoglio)


Francesco non Francesco. Scelto dai cardinali nel silenzio dello Spirito Santo. Papa luterano. Papa maomettano. Papa lontano anni luce dal mistico Predecessore, quel Benedetto XVI che, lui sì, rispettoso e devoto a San Benedetto, Patrono d’Europa, Gli dedicò il proprio pontificato.
Francesco non Francesco. Papa gigione, disagevolmente in tonaca bianca, che mina, e chissà perché, due millenni di Cristianesimo e altrettanti di Cattolicesimo, giocando a sparigliare le certezze e, soprattutto, a ridicolizzare i dogmi.

Francesco non Francesco. Papa globe-trotter, dalla facile sparata microfonata, fra le poltroncine del comodo aereo papale. Prima sui gay e i divorziati (che pensavano, stupidamente, di essere stati finalmente accolti dalla sua Chiesa reinterpretata); poi sui clandestini – delinquenti e non – e i maomettani (che, invece SONO accolti, eccome, anche se dietro lauto compenso); oggi, sui protestanti, che risulterebbero essere nel giusto, considerato il panegirico su Lutero pronunciato dal papampero durante un’omelia in Svezia. Domani, chissà, magari sul maligno. Tanto, fra ciò che dice lui quando svirgola e ciò che il suo plotoncino di cardinali gli consente di attuare nel concreto, c’è il triangolo delle Bermude.

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(Gita fuori porta)

Francesco non Francesco. Che si presenta al mondo come il papa della porta accanto, ma, in realtà, la sua porta criselefantina resta la più chiusa della Terra. E del Santo di Assisi non ha – sembra superfluo dirlo – alcuna virtù!

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 (A porte chiuse)

Un bluff? Chissà!
Un dubbio mi resta: è più papa lui – un po’ gaucho, un po’ don Camillo, – o Papa Ratzinger, oggi più che mai simbolo di un’Europa che ha necessità di risorgere e recuperare quella centralità nella pratica della Fede Cristiana? Io, per non sbagliare, scelgo il Papa Benedetto. Amen.

#frameeme 

di Nino Spirlì - 2 novembre 2016

30/10/16

MARO' / Enrica Lexie - INDIA: Tony Capuozzo : “La storia dei Marò? È la storia di un fallimento italiano”






L’Aquila
– La rassegna giunta alla 4° edizione  “Volta la Carta” “-libri e non solo a L’Aquila – presidente Valeria Valeri,  nasce per dare  spazio alla cultura e alla condivisione artistica, a da questa iniziativa prende il via la Fiera dell’Editoria Indipendente. Tre giornate di incontri con importanti personaggi  da Toni Capuozzo a Giancarlo Governi, da Giuliana Sgrena a Alessandro Vanoli e poi ancora  Ermal Meta, Fabio Stassi e tanti altri.

La presenza del noto giornalista  Toni Capuozzo porta alla ribalta, con la presentazione del suo libro “Il segreto dei Marò”,  l’assurda storia dei  due ufficiali della Marina Italiana.

“E’ una storia che non è finita, temo che sarà una storia infinita. Questa vicenda è sminuita dal fatto che i due uomini sono tornati a casa.”  Così iniziano le sue osservazioni “C’è in corso un giudizio arbitrale all’Aia il tribunale internazionale.  Per  due anni  discuteranno non su chi ha ucciso quei poveri pescatori , ma bensì su chi abbia il diritto di fare il processo,  se toccherà a Roma o a Dheli. Conoscendo le carte,  lavorando sui fatti ,sono convinto che non arriveranno mai ad un processo perché  se lo facessero i nostri due ufficiali non potrebbero che essere assolti, perché è così evidente la manipolazione delle prove”.

Le parole  di Capuozzo  puntano a far comprendere ancor meglio l’assurdità di questa “storia di malagiustizia internazionale” (come citato sulla fascetta del libro) da far pensare che  sul banco degli imputati, almeno quello morale, a salire dovrebbero essere l’India e l’Italia e non certo i due ufficiali.




Capuozzo  conosce da 13 anni Massimiliano Latorre, avendolo  avuto  come scorta per un reportage giornalistico in zona di guerra. “ Di lui ho  conosciuto  il carattere, la professionalità,  una persona prudente seria che non corre con la mano all’arma o che possa sparare su due pescatori innocenti . Massimiliano Latorre e  Salvatore Girone non lanceranno mai accuse perché  sono due militari con il senso dell’appartenenza , l’orgoglio di portare la divisa che non ne farà mai dei grandi  accusatori e lo stesso orgoglio, lo stesso  senso del dovere, non li farà mai  rei confessi di qualcosa  che non hanno commesso”

Accende i riflettori sulla vicenda  “Questa storia è una fotografia impietosa dell’Italia. Ci raccontano  che stiamo bene, che stiamo uscendo dalla crisi, che andiamo verso l’1% della crescita del PIL, e poi vedi che l’Alitalia è ormai degli Emirati ,  vedi che se ne vanno centomila giovani in un anno. Il sogno, ai miei tempi, per un giovane era andare a Roma o Milano, ora è o Londra o Berlino, e le nostra città sono diventate delle provincie, ma l’Italia è diventata tutta una provincia.  Quanto ha contato I’ Italia nel panorama internazionale di questa storia?  si è visto che un paese come l’India, con un economia che cresce a ritmo che noi ci sogniamo e che conta molto, ma molto più di noi nei rapporti con la Russia e gli Stati Uniti, si è potuto permettere di fare il bello e il cattivo tempo con un paese, il nostro,  che è rimasto con il cappello in mano,  che non ha mai avuto il coraggio di dire “Sono innocenti” e che ha cercato di fare, nella migliore tradizione italiana, la determinazione che tutto si risolve a tarallucci e vino “tanto tutto si sistema, figurati se li  fucilano” .

Nelle parole di Capuozzo nulla è stato  lasciato ad intendere,  come  è   costume del giornalista che si è sempre fatto apprezzare per la capacità di andare diritto al punto.  Così chi ha voluto intendere ha inteso  quanto sia elevato l’interesse italiano  della propria economia  con la fabbricazione delle armi.  Diventa assurdo  illudersi che si possa vivere   esportando solo parmigiano reggiano e vino,  e  per quanto possa essere deprecabile e discutibile,  se qualcuno deve fabbricare armi allora è meglio che lo faccia l’ Italia, dando  occupazione.

“Nella guerra non ci sono solo le armi,  l’arma più fetente è l’uomo”  asserisce  Capuozzo
“Provo rabbia per quello che successo ai nostri due ufficiali,  persone semplici che non si son mai riprese. Avere un ictus, a 47 anni, è figlio del tormento.- continua – Quest’estate mi ha detto Massimiliano con entusiasmo,  che tornava  in servizio avendo esaurito il periodo di malattie. Gli ho detto che lo avrebbero messo  in un ufficio a timbrare carte, lo avrebbero controllato in ogni spostamento  con chi andava a prendere il caffè o in mensa,  perché è diventato indigesto. Se fossi un comandante sarei imbarazzato ad  averlo in caserma perché è un monumento al fallimento dello Stato. Sarà  uno di quelli per cui la Fornero non vale. Fra quattro  anni gli daranno una bella fuori uscita,  andrà  in pensione, e gli faranno firmare un  impegno a non scrivere le sue memorie. “
 “La politica è una malattia, a me non frega niente, a me interessano ai fatti”.  Ha affermato Capuozzo  . “Il giornalismo italiano è molto conformista. Son quasi tutti  convinti che se non sei di sinistra non sei un bravo giornalista. Io non ambisco ad essere sopra preferisco essere sotto, io alzo la voce per chi no ha voce .”

La considerazione devastante che deriva dalle tante affermazioni esposte da Toni Capuozzo è pensare come possa il Governo  riuscire a risolvere i tanti problemi che affliggono l’Italia, dalla disoccupazione alla immigrazione se con fatti e prove indiscutibili non è riuscito  a far fronte ad una situazione di per sé  facile.

“Ci raccontano come ai bambini una favola bella così ti viene il sonno e poi vai a dormire. Ma questa è una favola brutta. I fatti lo dimostrano. Il legale dell’armatore “ F.lli Amato di Napoli,” per la mia  similitudine con Schettino del capitano della nave “Enrica Lexie”,  a testimonianza che non era stato il suo volere consegnarsi alla giustizia indiana, mi trasmette  tutte le comunicazioni intercorse tra la “Lexie”  e la guardia costiera indiana. Su ogni rapporto  ben in evidenza orario e data delle trasmissioni.  Emergono delle clamorose incongruenze sui  tempi delle segnalazioni  degli avvenimenti. Non dimentichiamo che in quel momento in India c’è una campagna elettorale tesissima dove il leader di maggioranza è  Sonia Ghandi alla quale l’opposizione non ha mai perdonato le sue origini italiane. E’ una storia dove la politica indiana si è buttato a capofitto. Li  hanno avuti  a  disposizione per 3 anni e mezzo. Non hanno fatto loro alcun processo perché sapevano di non avere prove e quelle in possesso erano fasulle.”

“Sono in Italia non per merito del Governo italiano ma perché c’è un governo in India molto più pragmatico che in qualche modo doveva risolvere  la storia senza sbugiardare la propria magistratura,   la mia idea è che andrà avanti così. Fra due anni al momento della scelta fanno quello che avrebbero dovuto fare quattro anni fa:  Italia e India due paesi con una storica amicizia decidono di porre fine ad un terminabile contenzioso legale che tiene aperte solo delle ferite. A calmare le acque un risarcimento alle famiglie dei pescatori .Ho la soddisfazione di aver scritto queste cose e non ho avuto nemmeno una lettera dal Direttore, neanche una querela, perché sanno benissimo  che mi sono mosso sui fatti e i fatti non possono essere smentiti.”  

Una delle evidenti prove menzionate da  Capuozzo riguardano  il calibro dei proiettili  estratti al primo esame autoptico: erano stati dichiarati essere 7,62  ma bordo della Lexie erano in dotazione solo quelli  calibro 5,56. Dopo una settimana una perizia smentisce e dice che i proiettili nel corpo dei due marinai erano  5,56.

“Perché tu Italia non hai mai protestato. Se lo so io che sono il signor nessuno, tu Ministro degli Esteri perché sei stato zitto. Di fronte a queste evidentissime violazioni perché hai fatto arrestare due militari in divisa su una nave? perché tu Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e tu Presidente della Repubblica Sergio Mattarella li ricevi al Quirinale, anche tu presidente Renzi , fate festa quando torna Girone?, se avessi un militare che ha ucciso due pescatori innocenti non l’ applaudo,  non  lo accetto al Quirinale con il tappetino rosso  e i fotografi , paventando anche l’idea di farli presenziare il due giugno . Forse se li ricevi  vuol dire che sai che sono innocenti.”
Con amarezza Toni Capuozzo ha dichiarato che questa è una storia che il giornalismo ha evitato,  l’intera classe politica è stata silente “oggi non  è  politica, sono poltrone.”

Alla domanda del giornalista Roberto Ciuffini, moderatore dell’incontro, sul caso Regeni, così ha risposto : “ “Se l’Italia che chiede verità su Giulio Regeni è la stessa che ha difeso i due marò,  addio verità.”