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12/03/17

Jihadismo in Europa: il fenomeno del single-actor terrorism



jihadismo-europa-terrorismo




Quando ci si accosta al fenomeno del jihadismo in Europa [1], ci si imbatte frequentemente in espressioni come “lupi solitari”, “solo terrorism”, o “leaderless resistance”, sintagmi che, specialmente negli ultimi anni, sono stati impiegati sempre più diffusamente. Tuttavia, a questa proliferazione lessicale è troppo spesso corrisposto un approccio disorganico e semplicistico, che finisce per assimilare realtà che, nei fatti, non risultano sovrapponibili o, ancora, che vedono tali neologismi come categorie passe-partout. A livello complessivo – e dunque trascurando, almeno per il momento, le peculiarità di ogni singola espressione – è possibile affermare che queste nuove concettualizzazioni fanno riferimento a svariati aspetti del jihadismo occidentale, emersi negli ultimi anni: da un lato il numero di terroristi coinvolti in un attentato (pianificato e/o eseguito); dall’altro la natura “decentralizzata” dell’operazione terroristica [2].
In questa ottica, l’ideal-tipo dell’attentato “centralizzato” (ossia emanazione diretta della leadership) eseguito da un gruppo di jihadisti non è l’unico modello esistente; al contrario, gli attacchi possono essere perpetrati anche da un singolo individuo, sostanzialmente autonomo dal gruppo di riferimento. Secondo uno studio di Petter Nesser, il “single-actor terrorism” (terrorismo a base individuale, cioè che coinvolge un singolo militante) tra il 2001 e il 2007 rappresentava il 12% dei casi di terrorismo jihadista in Europa Occidentale; nell’intervallo tra gli anni 2008 e 2013, la proporzione ha raggiunto il 38%, segnalando quindi un sensibile aumento [3]. Infine, nel lasso temporale tra il 2014 e il 2016, il single-actor terrorism ha di fatto eguagliato (se non superato lievemente) il jihadismo a base gruppale – anche se, come si vedrà, non sempre sussiste un cleavage netto tra le due realtà [4].


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Attentati in Europa – Fonte: Perspectives on Terrorism
 
 
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Fonte: Perspectives on Terrorism


Una griglia interpretativa – Come si evince dai dati appena riportati, il single-actor terrorism è divenuto un fenomeno vieppiù significativo, soprattutto a partire dal 2008 [5]. Ciò è ascrivibile a svariate ragioni, strettamente connesse; nella fattispecie, può essere letto come un meccanismo di adattamento a un mutato contesto operativo – un assestamento di carattere “pragmatico”, che si è inscritto però in una ben precisa cornice dottrinale. Da una parte, tradizionalmente la decentralizzazione (avente come apice il terrorismo a base individuale) scaturisce dalle operazioni antiterroristiche che bersagliano le formazioni militanti e le loro reti – nel caso in esame, gli attacchi statunitensi ai danni del core di al-Qaeda in teatri come quello afghano-pachistano (in primis l’impiego di droni per colpire i quadri del movimento e i campi di addestramento). Dall’altra parte, queste limitazioni sul versante operativo sono state costeggiate da un’enfasi sull’ideologia del jihad decentralizzato: innanzitutto, è stata recuperata l’architettura teorica di Abu Musab al-Suri, stratega jihadista che, già in precedenza, aveva postulato la necessità di un nuovo paradigma jihadista – incentrato sull’autonomia delle singole cellule, disconnesse dalla leadership centrale [6]. Naturalmente, sul piano speculativo, non si trattava della sola istanza di “decentralizzazione”: una strategia simile era propugnata dalla rivista Inspire (pubblicata da al-Qaeda nella Penisola Arabica, AQAP) e dal suo ideologo di punta Anwar al-Awlaki. Parimenti, si segnalavano altresì gli appelli al jihad individuale di Osama bin Laden e di Abu Yahya al-Libi, nonché le idee di Abu Jihad al-Masri, autore del testo How to fight alone, divulgato nei forum dei militanti [7]. Un altro fattore che, con ogni probabilità, ha favorito la propagazione osmotica del single-actor terrorism, poi, è stato l’effetto emulativo, una spiegazione che, d’altronde, non riguarda solo i movimenti jihadisti o le operazioni a base individuale, bensì i movimenti terroristici intesi in senso lato [8].
Il riconoscimento delle spinte verso decentralizzazione, ad ogni modo, non deve suggerire una visione polarizzante, ossia una contrapposizione irriducibile tra operazioni terroristiche “centralizzate” e “indipendenti”. Al contrario, a livello empirico si riscontra un panorama poliedrico, raffigurabile come uno spettro continuo: tra i due estremi (operazioni pianificate e controllate integralmente dalla leadership, vis à vis casi di totale indipendenza del terrorista) si possono realizzare infinite possibilità combinatorie [9]. Sono proprio gli elementi che si collocano presso questo secondo estremo del continuum – e che dunque si contraddistinguono per una spiccata indipendenza operativa – a essere definiti “lupi solitari” (lone wolves). Se la tassonomia del “lupo solitario” intende attestare il carattere autonomo dell’operazione terroristica pianificata da un militante, d’altro canto non mancano alcuni punti di criticità. Il primo, indubbiamente, è l’aspetto determinativo, poiché si rilevano varie definizioni del concetto di lone wolf, più o meno restrittive a seconda dei casi. In un saggio del 2011, Raffaele Pantucci li definisce come «individuals pursuing Islamist terrorist goals alone, either driven by personal reasons or their belief that they are part of an ideological group» [10], distinguendo diverse tipologie a seconda del grado di interazione con la galassia militante: ad esempio vi sono i loners, lupi solitari stricto sensu, privi di qualsivoglia contatto con altri jihadisti; poi, esistono militanti che intrattengono una qualche interazione (seppur vaga o lasca) con i membri dell’organizzazione terroristica di riferimento e i lone attackers, che – pur attaccando solitariamente – sono chiaramente connessi con un gruppo jihadista. Lo studio include anche i gruppi di lupi solitari (lone wolf packs), nuclei isolati formati da più di un individuo, ma che non possiedono connessioni con le reti jihadiste [11].
Queste osservazioni sul variegato microcosmo dei lupi solitari portano al riconoscimento di una seconda criticità: tra il fenomeno dei lupi solitari e il solo-actor terrorism non esiste una relazione biunivoca. Da un lato, come appena visto, possono esservi dei cluster di lupi solitari (e quindi l’azione non è propriamente “solitaria”, anche se slegata da una rete jihadista); dall’altro, un militante che opera su base individuale può intrattenere legami anche cospicui con una data organizzazione terroristica. In quest’ultimo caso, l’azione del militante può essere di tipo top-down – qualora siano i quadri della formazione jihadista ad averlo “arruolato” e a guidarlo – oppure di tipo bottom-up, circostanza in cui è l’aspirante terrorista stesso ad adoperarsi per stabilire una connessione con il gruppo. Questa griglia fornisce una chiave di lettura per apprezzare la complessità del fenomeno e per orientarvisi, ma, naturalmente, non è da intendersi in senso rigido ed esclusivo, poiché spesso si possono verificare situazioni ibride, in cui la distinzione tra operazioni top-down e bottom-up è sfuocata [12].

La complessità sottesa dal single-actor terrorism: alcuni esempi nel teatro europeo – Nello studio degli attentati pianificati e/o eseguiti, la sottostima degli eventuali legami (tenui ovvero più solidi) tra un militante o una cellula e la più ampia galassia jihadista è un rischio sempre presente – e che, di fatto, può tradursi in distorsioni analitiche. All’indomani degli attacchi di Madrid e di Londra, rispettivamente nel 2004 e nel 2005, si è parlato diffusamente di terrorismo homegrown, sottolineando non semplicemente il carattere autogeno della minaccia, ma anche (e soprattutto) la sua presunta indipendenza operativa dal nucleo qaedista. Tuttavia, con il prosieguo delle indagini, è emerso un differente quadro, dipinto con efficacia da Fernando Reinares e da Bruce Hoffman: lungi dall’essere degli episodi di “auto-radicalizzazione”, avulsi dai reticoli jihadisti, le operazioni erano frutto di un’interazione massiccia con i quadri di al-Qaeda [13]. A titolo illustrativo, si consideri che Mohammed Siddiq Khan e Shehzad Tanweer, due degli attentatori di Londra, erano stati reclutati da Rashid Rauf (figura chiave di al-Qaeda e mente di numerosi attentati in quegli anni) e si erano addestrati in “Af-Pak”, dove avevano incontrato vari personaggi di spicco del gruppo [14].
Tale rischio è forse ancor più evidente nel caso del single-actor terrorism – qualora si proponga, in via aprioristica, un’equazione surrettizia tra terrorismo a base individuale e lupi solitari. In un numero significativo di casi, in effetti, l’apparente indipendenza dell’attentatore è stata invalidata dal proseguimento delle indagini – che hanno consentito di appurare le connessioni (di vario tipo) tra il singolo e un più vasto network. L’apposizione prematura dell’etichetta di lone wolf – quasi si trattasse di una categoria universale – finirebbe pertanto per ostacolare la comprensione delle reti jihadiste che puntellano gli attentatori [15]. Focalizzandosi sugli ultimi anni, è possibile individuare numerosi esempi di attacchi apparentemente “solitari” e, solo a una successiva disamina, rivelatisi parte integrante di una rete più organica, talvolta esito di una pianificazione top-down. Nel maggio del 2014, il militante franco-algerino Mehdi Nemmouche, armato di kalashnikov, ha compiuto un’irruzione nel Museo ebraico di Bruxelles, provocando quattro vittime; a dispetto delle supposizioni iniziali, le indagini hanno rivelato significative connessioni tra il militante e IS: Nemmouche si era addestrato in Siria ed era stato reclutato da Abdelhamid Abaaoud, attentatore di Parigi e figura cardinale dell’EMNI – l’unità speciale di DAESH che supervisiona le operazioni esterne e che è stata fino alla sua morte nell’agosto 2016 alle dirette dipendenze di Abu Muhammad al-Adnani, portavoce del Califfo e “Ministro della Propaganda” [16]. Similmente, Ayoub el-Khazzani, l’uomo di origine marocchina e responsabile di un attacco (fallito) sul treno ad alta velocità che collega Amsterdam e Parigi, avvenuto nell’agosto del 2015, in apparenza un lone wolf, celava in realtà legami evidenti con IS, poiché – come Nemmouche – era stato inviato da Abaaoud [17]. Pertanto, ciò che, a prima vista, poteva apparire come uno sconnesso insieme di attacchi isolati, al più ispirati da IS, si è rivelato in seguito il frutto di un’accurata pianificazione top-down, funzionale del resto a una strategia di “diversione”: nelle intenzioni di DAESH, infatti, tali operazioni avrebbero dovuto distogliere l’attenzione dalla preparazione di attentati su scala maggiore (come quelli del novembre 2015, a Parigi) [18].
Inoltre, esaminando altre operazioni e progetti terroristici, sono emersi differenti tipi di interazione con l’organizzazione madre – ossia una supervisione degli attacchi in via remota, con uno scambio elettronico di istruzioni. La dinamica è evidente in alcuni dei più recenti casi: in quello di Würzburg e quello di Ansbach del luglio 2016, in cui è stato appurato che gli attentatori (rispettivamente Riaz Khan Ahmadzai e Mohammed Daleel) hanno ricevuto istruzioni elettroniche da alcuni militanti situati in Medio Oriente [19]. In differenti casi di attacchi (anche sventati) in Francia, poi, è emerso il ruolo del jihadista Rachid Kassim, che – inter alia – era in contatto con Adel Kermiche e Abdel Malik Petitjean, responsabili dell’attacco presso la chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, sempre nel luglio del 2016, in cui ha trovato la morte Padre Jacques Hamel [20]. I campioni illustrati offrono un’idea della varietà di connessioni che possono instaurarsi tra i singoli militanti (anche quando agiscono in piccoli cluster come nel caso di Kermiche e Petitjean) e l’organizzazione terroristica di riferimento – talora più vaghi, talora cristallizzati in modo più solido. Naturalmente, esistono altresì alcuni episodi che, almeno per ora, sembrano rispecchiare l’ideal-tipo del lupo solitario inteso come loner, ossia che agisce in totale autonomia: esemplificativo è il caso di Roshonara Choudry, che nel 2010 ha accoltellato il politico britannico Stephen Timms [21], o di Tarek Belgacem, che nel gennaio del 2016 ha tentato di fare irruzione in una stazione di polizia parigina [22].

Osservazioni conclusive e accenno al caso statunitense – I casi concreti cui si è fatto riferimento non intendono cartografare metodicamente le operazioni jihadiste in Europa occidentale – un’ambizione che va al di là degli obiettivi di questa analisi. Tuttavia, il richiamo di tali accadimenti mira a fornire una panoramica della complessità di fenomeni quali i lupi solitari e il terrorismo a base individuale. La vasta gamma di tipologie di interazione tra singoli militanti e i network strutturati – che si traduce in uno scenario policromo e composito e che vede, comunque, l’innegabile incremento del single-actor terrorism – mal si attaglia a modelli riduzionisti [23]. In questa sede, accanto ad alcune considerazioni di carattere generale, ci si è concentrati sullo scenario dell’Europa Occidentale; a titolo conclusivo, però, è interessante proporre qualche spunto di riflessione in riferimento alla situazione statunitense.
Anche negli Stati Uniti, negli anni successivi al 2001, si è assistito a un processo di “decentralizzazione”: a livello complessivo, i piani terroristici legati al core di al-Qaeda e, in particolare a Khalid Sheikh Mohammed (MSK), di natura esterna, sono stati progressivamente surrogati da operazioni in genere meno ambiziose, nonché di carattere homegrown. Ciò, naturalmente, indica una tendenza generale e non intende sottacere il perdurare di qualche piano a carattere esterno (come il fallito attacco sul volo da Amsterdam a Detroit nel 2009), né affermare la totale indipendenza delle operazioni terroristiche o negare le possibilità di connessione tra i militanti locali e il gruppo jihadista di riferimento [24].
Secondo Lorenzo Vidino, a uno sguardo d’insieme, la scena jihadista statunitense appare più decentralizzata e ridotta, nonché meno “professionale” rispetto a quella europea [25]. Nel periodo successivo all’11 settembre, sino al 2011, vi sono stati 32 piani di attacco terroristico di tipo homegrown, il 69% dei quali a base individuale [26]. La minaccia del single-actor terrorism, dunque, si dimostra estremamente significativo nel caso americano; tuttavia, come già notato in riferimento al teatro europeo, non sempre la chiave di lettura del lone wolf rappresenta lo strumento di analisi più adeguato – e pertanto non è da accettare meccanicamente. Il fenomeno è certamente esistente ed esemplificato da casi come Abdulhakim Muhammad, che nel 2009 ha attaccato l’ufficio di reclutamento militare a Little Rock [27]; tuttavia, la categorizzazione del “lupo solitario” non è estendibile erga omnes: considerando i piani terroristici di matrice jihadista dal gennaio del 1993 al febbraio del 2016, si nota che solamente in 9 episodi il militante ha agito in completa autonomia [28]. Di fronte agli avvenimenti dello scorso anno, tra cui l’attacco di Orlando perpetrato da Omar Mateen, è naturale interrogarsi circa la natura della minaccia. Ancora una volta, tuttavia, l’accoglimento pregiudiziale dell’interpretazione lone wolf risulterebbe intempestiva: solo con la prosecuzione delle indagini e la raccolta di ulteriori elementi probatori sarà possibile verificare la presenza ovvero l’assenza di legami più o meno deboli con reti terroristiche

*Silvia Carenzi è OPI Contributor
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[1] Per una trattazione sistematica del jihadismo in Europa – intesa come analisi diacronica – si veda la monografia P. Nesser, Islamist Terrorism in Europe: A History, Hurst & Company, Londra, 2016.
[2] Più avanti, nell’analisi, ci soffermerà sulle singole espressioni, con particolare attenzione ai “lupi solitari” e al “solo terrorism”. Un altro termine che si riscontra con una certa frequenza è “homegrown”; tuttavia, la tipologia homegrown non sarà l’oggetto centrale della trattazione e verrà menzionata solo tangenzialmente. Questa espressione non indica semplicemente una certa autonomia dal core del gruppo terroristico di riferimento, ma anche la natura “autoctona” della minaccia (ossia la presenza di jihadisti nati e/o cresciuti in paesi occidentali). Per un approfondimento, si veda M. Crone e M. Harrow, Homegrown Terrorism in the West, “Terrorism and Political Violence”, vol. 23, n. 4, 2011.
[3] P. Nesser and A. Stenersen, The Modus Operandi of Jihadi Terrorists in Europe, “Perspectives on Terrorism”, vol. 8, n. 6, 2014, p. 8. Il database di riferimento per il calcolo, naturalmente, non include solo gli attacchi portati a termine, ma anche i piani terroristici sventati. Si noti poi che tra il 1995 e il 2012, su un totale di 105 attacchi e piani di attacco di matrice jihadista in Europa occidentale, solo 15 (il 14%) erano di carattere “individuale”; in particolare, solo 3 casi di single-actor terrorism (su un totale di 15) risalgono al periodo antecedente al 2008: cfr. P. Nesser, Research Note: Single Actor Terrorism: Scope, Characteristics and Explanations, “Perspectives on Terrorism”, vol. 6, n. 6, 2012, pp. 65-66.
[4] P. Nesser, A. Stenersen, and E. Oftedal, Jihadi Terrorism in Europe: The IS-Effect, “Perspectives on Terrorism”, vol. 10, n. 6, 2016, p. 13.
[5] Il 2008, del resto, si caratterizza per la presenza di importanti sviluppi nell’universo jihadista: l’indebolimento del core di al-Qaeda, il rafforzamento dei suoi nodi regionali, nonché la crescente importanza delle piattaforme social come Facebook e Twitter: cfr. P. Nesser and A. Stenersen, The Modus Operandi of Jihadi Terrorists in Europe, cit., pp. 2-3.
[6] P. Nesser, Research Note: Single Actor Terrorism: Scope, Characteristics and Explanations, cit., p. 67 ss.; per un approfondimento su al-Suri, si veda B. Lia, Architect of Global Jihad: The Life of al-Qaida Strategist Abu Mus‘ab al-Suri, Hurst & Company, Londra, 2007. Il libro contiene in appendice anche alcuni brani tratti da The Global Islamic Resistance Call, la maggiore opera di al-Suri.
[7] P. Nesser, Research Note: Single Actor Terrorism: Scope, Characteristics and Explanations, cit., pp. 67 ss.; P. Nesser, A. Stenersen, and E. Oftedal, Jihadi Terrorism in Europe: The IS-Effect, cit., pp. 14-15; E. Bakker and B. de Graaf, Lone Wolves: How to Prevent this Phenomenon?, The International Centre for Counter-Terrorism – The Hague, 2010, p. 3. In particolare, bin Laden ha fatto riferimento al teologo medievale Ibn Taymiyya per giustificare l’assassinio di chi insulta il Profeta Muhammad.
[8] P. Nesser, Research Note: Single Actor Terrorism: Scope, Characteristics and Explanations, cit., p. 69. Ad esempio, gruppi come al-Qaeda hanno mutuato le operazioni suicide da Hezbollah e dalle formazioni palestinesi; Anders Breivik, nella progettazione dell’attacco ad Oslo, si è ispirato alle tattiche qaediste, e così via. Per quanto concerne i fattori catalizzatori del single-actor terrorism, esistono anche altre interpretazioni, che fanno riferimento alle motivazioni psicologiche e sociali. Queste ipotesi si concentrano per esempio sul nesso tra i fenomeni contemporanei di frammentazione sociale (e l’individualizzazione) e l’accelerazione dei processi di radicalizzazione; nondimeno, come sottolineato da P. Nesser, tali spiegazioni presentano vari punti di debolezza (di fronte ai pattern storici del terrorismo a base individuale, inter alia).
[9] F. Reinares, Diez cosas que importa saber sobre la amenaza del terrorismo yihadista en Europa Occidental, Real Instituto Elcano, 29 marzo 2016; L. Vidino, Islamism and the West: Europe as a Battlefield, “Totalitarian Movements and Political Religions”, vol. 10, n. 2, 2009, p. 169.
[10] R. Pantucci, A Typology of Lone Wolves: Preliminary Analysis of Lone Islamist Terrorists, The International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence (ICSR), 2011, p. 9.
[11] Ibid., pp. 13 ss.
[12] P. Nesser, Islamist Terrorism in Europe: A History, cit., pp. 253 ss. I lone wolves si caratterizzano inoltre per la mescolanza di ideologia jihadista e frustrazioni personali; spesso, infatti, si parla di esternalizzazione di frustrazioni individuali: cfr. S. Teich, Trends and Developments in Lone Wolf Terrorism in the Western World: An Analysis of Terrorist Attacks and Attempted Attacks by Islamic Extremists, “International Institute for Counter-Terrorism – IDC Herzliya”, pp. 5 ss.
[13] Per un’analisi dell’attentato di Madrid dell’11 marzo 2004, si veda F. Reinares, The 2004 Madrid Train Bombings in B. Hoffman and F. Reinares (eds.), The Evolution of the Global Terrorist Threat: From 9/11 to Osama bin Laden’s Death, Columbia University Press, New York, 2014 o la monografia F. Reinares, ¡Matadlos!: quién estuvo detrás del 11-M y por qué se atentó en España, Galaxia Gutenberg Barcelona, 2014; per un approfondimento sugli attacchi di Londra del 7 luglio 2005, si veda B. Hoffman, The 7 July 2005 London Bombings  in B. Hoffman and F. Reinares (eds.), The Evolution of the Global Terrorist Threat: From 9/11 to Osama bin Laden’s Death, cit.
[14] Si veda B. Hoffman, The 7 July 2005 London Bombings in B. Hoffman and F. Reinares (eds.), The Evolution of the Global Terrorist Threat: From 9/11 to Osama bin Laden’s Death., cit., pp. 182 ss.
[15] D. Gartenstein-Ross and N. Barr, The Myth of Lone Wolf Terrorism, “Foreign Affairs”, July 26, 2016; cfr. anche Recalibrating the Concept of ‘Lone Wolves’, The Soufan Group, January 18, 2017.
[16] P. Nesser, A. Stenersen, and E. Oftedal, Appendix 1: chronology of jihadi plots in Europe 2014-16; R. Callimachi, How a Secretive Branch of ISIS Built a Global Network of Killers, The New York Times, August 3, 2016; R. Callimachi, How ISIS Built the Machinery of Terror Under Europe’s Gaze, The New York Times, March 29, 2016.
[18] D. Gartenstein-Ross and N. Barr, The Myth of Lone Wolf Terrorism, cit.
[19] P. Nesser, A. Stenersen, and E. Oftedal, Appendix 1: chronology of jihadi plots in Europe 2014-16, cit.; C. Ellis, With a Little Help from my Friends: an Exploration of the Tactical Use of Single-Actor Terrorism by the Islamic State, “Perspectives on Terrorism”, vol. 10, n. 6, 2016, p. 43.
[20] Roland Gauron, Rachid Kassim, le djihadiste qui téléguide les attentats en France, Le Figaro, 11 septembre 2016;   Le djihadiste Rachid Kassim ciblé par une frappe de la coalition en Irak, Le Figaro, 12 février 2017. Kassim è stato probabilmente ucciso da un raid negli scorsi giorni.
[22] P. Nesser, A. Stenersen, and E. Oftedal, Appendix 1: chronology of jihadi plots in Europe 2014-16, cit.; C. Ellis, With a Little Help from my Friends: an Exploration of the Tactical Use of Single-Actor Terrorism by the Islamic State, cit., p. 43.
[23] Ai fini analitici, alcuni modelli particolarmente interessanti – ossia in grado di proiettare differenti gradi di interazione tra militanti e gruppi di riferimento – sono quelli di P. Nesser e T. Hegghammer, quello di D. Gartenstein-Ross e N. Barr e, infine, quello di C. Ellis. Per un approfondimento, si vedano rispettivamente: T. Hegghammer e P. Nesser, Assessing the Islamic State’s Commitment to Attacking the West in Perspectives on Terrorism, vol. 9, n. 4, 2015; D. Gartenstein-Ross and N. Barr, The Myth of Lone Wolf Terrorism, cit.; C. Ellis, With a Little Help from my Friends: an Exploration of the Tactical Use of Single-Actor Terrorism by the Islamic State, cit. Il modello di Nesser e Hegghammer, ad esempio, prevede sei possibili livelli di interazione.
[24] L. Vidino, The Evolution of the Post-9/11 Threat to the U.S. Homeland: From 9/11 to Osama bin Laden’s Death in B. Hoffman and F. Reinares (eds.), The Evolution of the Global Terrorist Threat: From 9/11 to Osama bin Laden’s Death., cit., passim. Sulla tipologia homegrown, si veda la nota [2].
[25] L. Vidino and S. Hughes, Isis in America: From Retweets to Raqqa, “Program on Extremism – The George Washington University”, 2015, p. 3.
[27] D. Gartenstein-Ross, Abdulhakim Mujahid Muhammad (Carlos Bledsoe): A Case Study in Lone Wolf Terrorism, “Jihadology”, December 23, 2013.
[28] Erik Dahl, Margaret Wilson and Martha Crenshaw, Jihadist Plots in the United States Interim Findings Infographic, “National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism – START”.
Photo credit: Daniel Berehulak for The New York Times

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