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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

17/11/16

Dal ministero di Alfano 730mila euro al pensatoio di Fassino e Letta per l’osservatorio sui migranti


Fassino



Diciotto progetti in totale, per un costo complessivo di 5,5 milioni di euro. Il tutto col chiaro fine da una parte di promuovere il “confronto tra le politiche per l’integrazione sviluppare in Italia e in altri Stati membri” e dall’altra di incentivare la “qualificazione dei servizi pubblici a supporto dei cittadini di Paesi terzi”. Insomma, anche così il Viminale cerca di affrontare (e nei limiti risolvere) il problema migranti, intervenendo fattivamente per un fronte e confrontandosi con le politiche altrui sull’altro. Tutto lecito, ci mancherebbe. Tanto che tra i 18 progetti ammessi al finanziamento ne spuntano alcuni encomiabili proposti da Regioni (dal Piemonte alla Campania), Comuni (da Palermo a Isola Capo Rizzuto) e Università (da Roma Tre a quella del Molise fino all’ateneo del Salento). Il secondo dei progetti più finanziati dal Viminale mira a creare un osservatorio sulla “inclusione finanziaria dei migranti”. Un programma di tutto rispetto, dato che costerà al ministero di Angelino Alfano qualcosa come 733mila euro.
A proporlo, però, non è un ateneo, né una Regione, ma un centro studi che conosce molto bene il mondo politico. Parliamo del Cespi, il Centro Studi di Politica Internazionale. Tutto legittimo, per carità. Se non fosse che nel comitato direttivo del pensatoio troviamo non pochi esponenti del mondo politico di primo piano. Qualche esempio? Presto detto: presidente del pensatoio è Piero Fassino. E nel comitato di presidenza spiccano l’ex premier Enrico Letta, il sottosegretario agli Esteri Sandro Gozi, il viceministro della Farnesina Mario Giro. Finita qui? Certo che no. Nel direttivo spuntano altri nomi altisonanti: dall’ex sottosegretario ai tempi di Romano Prodi, Donato Di Santo, fino a Stefano Gori, storico capo del cerimoniale al Quirinale durante i mandati di Pertini, Cossiga, Scalfaro, senza dimenticare Piero Scarpellini, a lungo fedelissimo di Romano Prodi.
Legami d’oro – Insomma, al di là degli indiscussi meriti del centro studi, la presenza di tanti esponenti vicini a questo (e a passati) Governi, non passa inosservata. E non è un caso che, nel corso degli anni, il Cespi ha sempre attinto ai fondi pubblici. Pochi sanno, ad esempio, che il think-tank diretto da Fassino risulta anche “ente internazionalistico” e, come tale, gode dei finanziamenti messi a disposizione dalla Farnesina (per inciso: nel Cespi, come visto prima, siedono diversi uomini del ministero): 123mila euro complessivi nel triennio 2016-2018. Ma non basta. Stando alla relazione depositata a fine 2015 e relativa all’anno 2014, il Cespi riesce ad attirare anche altri fondi. Nel corso di quell’anno il pensatoio ricevette 236mila da enti pubblici, 36mila euro dalla Regione Piemonte, 198mila euro da privati. Ma tra i tanti finanziatori, incuriosisce lo stanziamento di 20mila euro circa disposto dalla Compagnia San Paolo di Torino. Un particolare non da poco considerando che fino a qualche mese fa a nominare due membri del Consiglio Generale della Compagnia di San Paolo era proprio l’amministrazione facete capo a Piero Fassino. Casualità e nulla più.

di Carmine Gazzanni
 
fonte:http://www.lanotiziagiornale.it

REFERENDUM COSTITUZIONALE - "Se è un costituzionalista a dire No "



Intervista a Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale, sui punti centrali della legge Renzi-Boschi e sulle conseguenze nefaste nel Paese


Se è un costituzionalista a dire No


Ansia e inquietudine per l’esito referendario del 4 Dicembre. Ma anche desiderio, ormai, che quella data si avvicini in fretta. Sventato il rinvio, siamo pronti a dare il nostro NO, incompreso o osteggiato da chi non ha letto scientemente la riforma costituzionale, da chi non ne è informato o da chi ha interessi privati. Checché ne dica il Pinocchio fiorentino, abilissimo a ribaltare la realtà dei fatti e a svendere la democrazia e i diritti come fossero aspirapolveri.
Inquieta, ma non sorprende, la sua recente arringa alla Leopolda. Un discorso rabbioso, scorretto, diretto anche ai suoi che l’hanno tradito in casa. Colpisce duro il Premier, a destra e a manca, tentando così di portare a casa la palma della vittoria. Il timore di una sconfitta è personalistico. La débacle cadrebbe sull’uomo, che esprime il potere dei signori della finanza mondiale, come un’affilata lama che lo taglierebbe fuori dalle simpatie di un’Europa riformista e liberista. Non manca, nel suo delirante discorso autoreferenziale, di definire chi voterà No “un’accozzaglia di gente”.
É la classica performance del potente che inizia ad avere paura. Paura di perdere consensi, paura che non siano riconosciute le ragioni della riforma, paura di perdere un potere acquisito svendendo ai Trattati europei e ai poteri finanziari il Paese che governa indegnamente, togliendo e tagliando diritti e fondi, prono com’è all’Europa. Se perderà vuole andare subito a elezioni “Non mi faccio rosolare” dice durante la kermesse piddina. E per fortuna che ha a cuore il Paese. Quanto di deforme c’è nella riforma costituzionale lo conferma Paolo Maddalena, giurista, magistrato, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale

Professor Maddalena, siamo vicinissimi al voto referendario. In ultima analisi, ci può ribadire anzitutto i motivi dell’incostituzionalità di questa riforma? Non avrebbe dovuto essere stata bocciata sul nascere dalla Corte costituzionale, a causa dell’eccessivo intervento di modifica che tocca ben 47 articoli con tematiche diverse. E perché ciò non è avvenuto?
Questa riforma, come ha affermato di recente la ministra Boschi, costituisce un tassello dell’intera politica del Governo Renzi. In sostanza essa serve per dare una legittimazione costituzionale alle varie leggi varate dal Parlamento a favore delle multinazionali e delle banche e contro gli interessi degli Italiani: lo Sblocca Italia, il Jobs Act, la riforma della Scuola e la riforma della Pubblica Amministrazione.
In realtà questa revisione costituzionale, che cambia un terzo della Costituzione vigente, eccede i limiti propri della revisione e richiederebbe un’approvazione da parte di un’assemblea costituente. La cosa più grave è che questa revisione modifica implicitamente lo stesso articolo 138 cost. posto dai Costituenti a garanzia delle modifiche costituzionali.
Mentre detto articolo prevede che la revisione costituzionale debba essere approvata da due Camere di pari rango per due volte ad una distanza non inferiore ai tre mesi, con la modifica costituzionale approvata dal Parlamento una delle due Camere, il Senato, ha un rango inferiore alla Camera dei Deputati, essendo composto non più da Senatori eletti, ma da consigliere regionali e sindaci nominati dai Consigli Regionali. E, d’altro canto, in virtù del ballottaggio la maggioranza dei deputati può essere eletta anche soltanto dal 20% dei votanti e cioè da circa il 10% degli aventi diritto al voto. Ciò consente al Governo e al Parlamento di modificare anche la parte prima della Costituzione, che riguarda i diritti fondamentali, con la rappresentanza di una parte minima del popolo italiano. É proprio quanto vuole la JP Morgan come si legge nel documento dalla stessa pubblicato il 25 maggio 2013.
In proposito è da rilevare che questa incostituzionalità non poteva essere fatta valere dalla Corte Costituzionale in via preventiva, poiché in questa sede, ai sensi dell’art.75 cost. la Corte è tenuta a verificare che la revisione non riguardi leggi tributarie, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Il dato che la revisione riguardi tematiche diverse doveva esser fatta valere dall’ufficio per il referendum presso la Corte di Cassazione e, visto che ciò non è avvenuto, dal Tar Lazio.

Quali fra gli 11 principi fondamentali irriformabili per legge, sono messi in discussione dalla riforma Renzi-Boschi?
Come sopra detto la revisione potenzialmente vìola l’intera Costituzione, compresi gli undici principi fondamentali.
Andando nello specifico, la riforma su quali articoli incide più pesantemente? Verrebbe da pensare all’abolizione del Senato. In realtà leggendo il nuovo articolo 70 si intuisce che il Senato non verrà totalmente eliminato. Sembra un pasticcio incomprensibile
La riforma incide pesantemente sul principio di rappresentanza trasformando il Senato in un organo di nominati e limitando le autonomie locali. D’altro canto, i Senatori essendo eletti dai Consigli regionali dovrebbero rispondere soltanto a questi, mentre al contrario partecipano alla formazione di leggi per tutto il popolo italiano esercitando tale funzione senza vincoli di mandato e, per giunta, con immunità. Si tratta di uno stravolgimento della democrazia parlamentare.
Come avrebbe dovuto, invece, essere riformato il Senato, per consentire l’integrità della dignità parlamentare. In fondo anche Pietro Ingrao era favorevole al monocameralismo, ma di certo non come quello proposto dalla riforma
Non c’era alcuna necessità di riformare il Senato. Chi ritiene necessario il monocameralismo deve comunque tener presente che esso comporta un sistema elettorale assolutamente proporzionale, cosa che non avviene nella situazione attuale.

La modifica per abbreviare l’iter legis, saltando la navetta, appare più che altro una corsia preferenziale per i ddl governativi, rendendo il Parlamento subalterno. A esser malpensanti o a essere obiettivi è stata confezionata per dare più potere al governo. Qual è il suo pensiero?
É falso pensare che la modifica del Senato possa abbreviare i tempi per l’approvazione delle leggi. Basti pensare che in caso di disaccordo tra Camera e Senato la soluzione deve essere trovata dai loro Presidenti e se essi non si mettono d’accordo occorre ricorrere alla Corte Costituzionale, allungando i tempi di almeno un anno.

Renzi, oltre alla carta della semplificazione, per fare approvare la sua riforma si sta giocando anche la carta del risparmio e delle regalie ai cittadini attraverso i bonus alle fasce deboli. Non le sembra una modalità infida e ingannevole, oltretutto legalizzata e diffusa dagli enormi spazi televisivi concessi alla campagna per il Si?
Certamente si tratta di pubblicità ingannevole e si può anche parlare di voto di scambio.

Lei che ne pensa del cambiamento, prospettato come un miracolo italiano e tanto decantato dal Premier?
Non si tratta di cambiare, ma di mantenere una politica di asservimento ai poteri finanziari che dura da oltre 40 anni e che sta trovando la sua conclusione in questa riforma costituzionale e nell’approvazione del trattato transatlantico TTIP e del CETA.

Cosa ne pensa degli interventi oltralpe e oltreoceano, provenienti dagli Usa e dalla J.P. Morgan che stanno potenziando il contenitore del Sì?
Gli interventi d’oltralpe e oltreoceano mirano a distruggere la sovranità del popolo italiano ed a sottoporlo alla sovranità dei mercati, proprio secondo il pensiero neoliberista.

Se vincerà il Sì ci sarà ancora possibilità di salvare la democrazia e i nostri diritti o sarà la fine dello stato di diritto?
La vittoria del Sì distruggerà la democrazia ed instaurerà un regime oligarchico, se non dittatoriale.

L’Europa è nostra nemica o più precisamente è nemica della Costituzione repubblicana, fondata sulla democrazia e sui diritti. Invece del riformismo voluto da Renzi per adeguarsi ai diktat europei, non sarebbe bene uscirne, per riacquistare con il tempo la sovranità popolare, monetaria e l’autonomia di mercato?
Sarebbe bene uscire dall’Euro, ma restare in Europa. Infatti con gli attuali manovratori europei abbiamo perso tutte le nostre industrie e gran parte dei demani e dei territori, abbiamo ridotto la spesa pubblica, abbiamo creato migliaia e migliaia di disoccupati e non abbiamo nessuna possibilità di svolgere una politica economica agricola e industriale. Una moneta unica, come dice Latouche, è la volpe nel pollaio. L’Unione Europea presuppone una parità tra gli Stati membri e non il predominio della Germania. Si tenga presente che l’art.11 cost. dice che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”.

Dall’inquietante ultima arringa di Renzi alla Leopolda cosa se ne può evincere? Renzi cosa teme, oltre a perdere la sua battaglia per promuovere la riforma? Qual è la sua posta in gioco in questo referendum, c’è dell’altro? Si può pensare ad un vincolo con la J.P. Morgan in cui i suoi interessi sono in gioco?
Tutte le leggi del Governo Renzi e la stessa riforma costituzionale seguono le direttive impartite dalla finanza internazionale. Il fatto che Renzi si sia lasciato andare ad insulti affermando che i Comitati del No sono un’accozzaglia di gente, dimostra che non ha altri argomenti e che si sente mancare il terreno sotto i piedi. 

Infine lei pensa che la nostra Costituzione oggi debba essere modificata, se sì in quali parti, o finalmente applicata?
A mio avviso la nostra Costituzione, ponendo al centro la tutela della persona umana ha un carattere, come suol dirsi, “atemporale”. 

di Alba Vastano - 12 novembre 2016
fonte: https://www.lacittafutura.it

16/11/16

Matteo Renzi insulta i sostenitori del “No”



 



Non posso dire: “Non era mai successo”. Ma posso dire che raramente era successo che il Presidente del Consiglio lanciasse insulti così beceri alle opposizioni. Badate bene: non insulti a questo o quel politico avversario, bensì a tutti quelli, politici e no, che avversano lecitamente e virilmente il “disegno deformatore” della sovranità popolare e della democrazia parlamentare che il presidente Renzi, “pro domo sua”, tenta d’imporre ai riluttanti Italiani.
Egli, urlando come un pazzo alla platea dei suoi sostenitori, ci ha definiti “accozzaglia”. Questo infame insulto, che squalifica chi lo ha lanciato, non chi lo ha ricevuto, dimostra il livello di paura che attanaglia il nostro piccolo primo ministro. Secondo “Il principio di Peter”, “la carriera fa salire la gente fino al proprio livello di incompetenza”. Secondo il mio adattamento di tale principio, la carica fortunosamente conquistata ha fatto salire Renzi al proprio livello di maleducazione politica. Possibile che un fiorentino, seppure del contado, non conosca appieno il significato delle parole che usa? Bisogna allora ricordarglielo, prendendolo dal Vocabolario della lingua italiana della Treccani. Accozzaglia: “Turba confusa di persone spregevoli o massa discordante di cose”. Poiché gli oppositori riuniti nel No alla riforma costituzionale non sono “cose”, ne risulta che formano, secondo il volgare e ingiurioso epiteto di Renzi, una “turba confusa di persone spregevoli”. Non so a voi, ma a me questa storia rattrista, non indigna. Vedere il capo del mio governo, perché infatti il governo della Repubblica è anche mio sebbene lo avversi; vedere il primo ministro agitarsi scomposto, con il volto teso, e digrignare i denti contro i suoi oppositori mi ha fatto pena assai. E in questa pena il tarlo della paura si è fatto strada.

È questo l’uomo che sta cercando d’imporre una riforma costituzionale ed elettorale che gli consegnerebbe il bastone del comando, con o senza la maggioranza degli elettori? È questo l’uomo di cui dovremmo fidarci approvandogli una riforma costituzionale ed elettorale che concentra nella sola Camera il potere legislativo ed il controllo parlamentare? È questo l’uomo a cui la legge elettorale assegna la potestà di nominare i deputati che gli daranno la fiducia contro l’opposizione frammentata in minoranze fragili? Mi rattrista profondamente un capo di governo che vuole vincere, ma non sa convincere; apparire forte politicamente, ma mostrandosi debole moralmente; infondere coraggio, incutendo paura; preconizzare un grande futuro, esorcizzando le previsioni e le ragioni avverse. Tuttavia, riesco a sollevarmi dallo stato di tristezza persuadendomi che il presidente Renzi è il Mago Otelma della politica, tanto quanto la ministra Boschi ne è la Wanna Marchi. Sono due impostori politici: l’uno prevede che, se vince il sì, l’albero degli zecchini d’oro comincerà a dare frutti nel Campo dei Miracoli; l’altra spaccia la sua riforma come una panacea contro i peggiori mali che ci affliggono. Al signor Renzi debbo precisare che il Campo dei Miracoli sta a due passi dalla città di Acchiappacitrulli. Alla signorina Boschi devo ricordare che chi propina il sale come farmaco contro il cancro non guarisce ma truffa.

di Pietro Di Muccio de Quattro - 15 novembre 2016

14/11/16

Trump non conoscerà l’Europa ma Juncker non conosce l’America




A proposito del neo-eletto presidente USA Donald Trump, il presidente della Commissione Europea, il lussemburghese Jean Paul Juncker, ha dichiarato: “I think we will waste two years before Mr Trump tours the world he does not know.”
Sono rimasto esterrefatto ed atterrito nel sentire queste parole!!!  Non per il fatto che (secondo Juncker) la più importante superpotenza mondiale sarà a breve nelle mani di un pericoloso incapace, ma nel constatare quanto poco il Presidente della Commissione Europea sappia di tale superpotenza, dei suoi meccanismi politici interni e della sua politica estera.
A scanso di equivoci e per fugare ogni possibile dubbio, premetto che se fossi stato statunitense (quindi sforzandomi di vedere la questione da un’ottica americana) credo che avrei votato per la Clinton. Pur ritenendo discutibili sia la sua performance in qualità di Segretario di Stato (anche se la colpa era a mio avviso più dell’indecisione del suo presidente che sua) sia i suoi “legami” con il mondo islamico, l’avrei però probabilmente votata per le politiche economiche e (alcune) politiche sociali che propugnava e … ebbene  sì, lo ammetto, anche per una questione di stile personale.

 

Messo, quindi in chiaro che non sono un “trumpiano” né della prima ora (erano pochi in realtà) né del “post -8 novembre” (il recente incremento esponenziale dei sostenitori esteri del vincitore mi ricorda quello del numero dei nostri partigiani alla vigilia della liberazione), passiamo alla sostanza dell’affermazione.
È vero! Ha perfettamente ragione Juncker quando dice che occorrerà aspettare due anni prima che il neo- presidente USA faccia il giro dei vari interlocutori mondiali degli USA (purtroppo, per noi, ben più numerosi di quelli dell’UE) e decida che politica fare nei confronti dell’Europa (che non è certo tra le sue priorità).
Verissimo! Peraltro, mi chiedo, non è sempre stato così con i Presidenti USA? Il primo anno del primo mandato presidenziale è sempre stato dominato da totale incertezza in politica estera.

 

A Obama è stato attribuito il Nobel per la Pace “sulla fiducia”, quasi come forma di incoraggiamento, prima che potesse fare alcunché e lascio agli esperti esprimersi in merito alle possibilità che avrebbe avuto di un tale riconoscimento una volta valutati i risultati dei suoi due mandati presidenziali.
Si tratta, peraltro, di una cosa naturale, se si esamina quale sia stato il cursus honorum che i Presidenti USA hanno seguito per giungere alla Casa Bianca. Si vedrà che la maggioranza dei Commander in Chief a stelle e strisce degli ultimi decenni proveniva da esperienze politiche esclusivamente domestiche.
Barack Obama (2009-2016), avvocato specializzato nella difesa dei diritti civili e “community organizer” a Chicago, era stato dal 1997 al 2004 nel Senato dello stato dell’Illinois (stato con poco meno di 13 milioni di abitanti). Senato che ovviamente non tratta problematiche internazionali.  Successivamente, per soli 4 anni (dal 2004 al 2008) è stato membro del Senato Federale a Washington. In verità, non mi sembra un grande back-ground internazionale.

 

Prima di lui, George W. Bush (2001-2008), proveniente dal mondo dell’industria petrolifera (nel CdA della Harken Energy Corporation) e del baseball (comproprietario dei “Texas Rangers”), prima di assumere la presidenza ebbe come unica esperienza politica “personale “ (anche se ovviamente l’esperienza del padre e del nonno potrebbero avergli insegnato qualcosa) quella sicuramente importante di Governatore del Texas dal 1994 al 2000.
Esperienza politica di elevato spessore, considerando anche la rilevanza economica e demografica (quasi 28 milioni di abitanti) di tale stato, ma con nessuna responsabilità di politica estera e di relazioni internazionali!

 

Bill Clinton (1993-2000), professore di legge all’università dell’Arkansas e in seguito Attorney General per l’Arkansas, sarà per ben 12 anni Governatore di quello Stato prima di divenire Presidente.
Si è trattato sicuramente di una notevole esperienza di governo di Stato federato seppure con una popolazione totale di meno di 3 milioni di abitanti, più o meno quanti ne ha il comune di Roma, ma molti meno della nuova città metropolitana governata da Virginia Raggi.
Anche in questo caso, però, senza alcuna responsabilità di politica estera e di relazioni internazionali!
George H. Bush (1989- 92) fu sicuramente un’eccezione. Non solo perché giunse o alla presidenza dopo due mandati da vice presidente che gli dettero la possibilità di installarsi alla Casa Bianca  on una conoscenza eccezionale di tutte le problematiche mondiali e dei singoli interlocutori che contavano, ma anche in relazione alla sua precedente lunga carriera politica (eletto alla Camera dei Rappresentanti  già nel 1966, poi Ambasciatore degli USA all’ONU dal ’71 al ’73 e, persino, Direttore della CIA, sia pure per un solo anno, nel ’76). Ma si trattò, appunto, di un’eccezione!

 

Anche Ronald Reagan (1981-88) giunse alla Casa Bianca con esperienze politiche maturate a livello esclusivamente domestico, come presidente della Screen Actors Guild (il sindacato degli attori USA) e, soprattutto, come Governatore della California per due mandati consecutivi (dal 1967).
Pur essendo la California (ben 38 milioni di abitanti) uno stato politicamente ed economicamente importantissimo e complesso, ancora una volta si trattava di esperienze prive di dimensione internazionale. Se andassimo indietro nel tempo la situazione sostanzialmente non cambierebbe.

 

Gli ultimi presidenti statunitensi molto spesso provenivano da esperienze politiche maturate come governatori di stati federati, con responsabilità che possono essere anche molto importanti, ma non nei confronti del mondo esterno.
In questo contesto, Hillary Clinton sarebbe stata un’eccezione (se fosse stata eletta), come lo sono stati, sicuramente, Eisenhower (per i suoi trascorsi militari e di Comandante NATO) e Nixon, che ne era stato il vice per otto anni ed il già citato Bush senior. Ma si tratta di casi relativamente isolati.

 

Le campagne elettorali negli USA (come in molti altri Paesi) si concentrano su tematiche socio-economiche interne più che sulle relazioni internazionali, che all’americano medio non interessano più di tanto.
Quindi, normalmente, i Presidenti USA quando giungono alla Casa Bianca per la prima volta non sono stati esposti ad esperienze nel settore delle relazioni internazionali analoghe a quelle che, ad esempio, potrebbe aver maturato un capo di governo europeo, che spesso (ma non sempre!) ha avuto precedenti esperienze ministeriali.

 

Sarebbe meglio che così non fosse? Forse sì (a mio avviso, certamente), ma sappiamo che è stato quasi sempre così. C’è regolarmente un periodo di incertezza nelle relazioni internazionali degli USA quando installa un nuovo Presidente (è stato così sia con Bush Junior che con Obama). Non si capisce, pertanto, la sorpresa di Juncker.
Peraltro, nel caso specifico, mi sembra difficile da credere che il “tycoon” Trump , fondatore di un impero finanziario che opera su scala globale non conosca il mondo o lo conosca meno, ad esempio, di un Governatore dell’Arkansas!
È vero che un politico in servizio permanente effettivo, come Juncker, potrebbe non considerare valida questa esperienza imprenditoriale. Peraltro, è con gli USA di Trump che la Ue (come anche l’Italia) dovrà sapersi interfacciare e dovrà (purtroppo) accettare di buon grado di non essere tra le priorità della nuova presidenza.

 

Peraltro, l’UE non era una priorità neanche per la Presidenza Obama. Presidenza che nel settore economico ha inseguito il sogno di un “ipotetico G2” USA – Cina e che in quello della sicurezza è stata caratterizzata a un continuo tergiversare e da un’indecisione che hanno danneggiato, tra gli altri, anche i Paesi europei.
Indecisione e susseguirsi di mezze misure adottate in relazione all’Afghanistan, al contrasto al terrorismo di matrice islamica, alle crisi che travagliano il mondo arabo, ecc.  Tentennamenti che potrebbero ricordare quella di alcun principi europei (penso all’Amleto shakespeariano e al Carlo Alberto nostrano, ad esempio).

 

D’altronde, il programma politico di Obama non era concentrato sul ruolo geopolitico degli USA, bensì sulla soluzione dei problemi sociali ed economici interni, ai quali giustamente ha tentato di dedicarsi, percependo come noiose interruzioni tutte le volte che doveva occuparsi di crisi internazionali (si vedano, al riguardo, le dichiarazioni di Stanley McChrystal del giugno 2010 che portarono alla sua immediata rimozione dal comando di ISAF).
ome evidenziato da molti commentatori, la presidenza Trump potrebbe anche essere foriera di  non trascurabili possibilità per l’Europa.

 

In campo economico se gli USA adotteranno una politica più protezionistica, in campo geo-politico stemperando i toni del confronto con la Russia di Putin, costringendoci a rivedere e aggiornare la NATO e a considerare quali competenze in materia di difesa e sicurezza potrebbero essere attribuite ad un’eventuale “associazione” di Paesi che dovrebbe necessariamente essere più ristretta e coesa dell’odierna UE.
Ovviamente se noi europei sapremo capire il nuovo contesto e sfruttarlo con visione strategica. Questo, però è un discorso molto più ampio che richiederebbe ulteriori approfondimenti.
Torniamo, invece alle dichiarazioni del Presidente della Commissione EU. Potrà essere vero che Trump non conosca “il mondo” (o che, come sembrava intendere Juncker, lo conosca ancora meno dei suoi predecessori quando sono entrati in carica). Lo vedremo nei prossimi mesi. Di certo, però, già ora sappiamo che “il mondo” non sembra conoscerlo Juncker e questo, come europeo, mi preoccupa molto più!

Foto: Casa Bianca, AP, CNBC, Euronews e Reuters.

di Antonio Li Gobbi - 14 novembre 2016

Antonio Li Gobbi

Antonio Li Gobbi

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

13/11/16

VITTORIA TRUMP ..... " Ma studiatevi il voto, fighetti radical-chic! "

 

silent 


BILE E PING-PONG
Schiumano ancora rabbia e livore da una parte all’altra dell’Oceano. La loro bile rimbalza come una pallina di ping-pong. Li vedi attoniti o furiosi, li leggi confusi e incazzati. Non sanno darsi una ragione, loro che pretendono di avere sempre ragione.
Annientati non da Trump ma dalla loro stessa arroganza; dalla stupidità travestita da sapienza; dalla convinzione di essere, di diritto, sempre dalla parte giusta della storia; e quando la storia li smentisce, è la storia a stare dalla parte sbagliata.
Avete capito di chi parlo: di loro, sempre loro, i fighetti radical-chic, gli elitari liberal come si auto-definiscono in America.
Secondo molti intellettuali di quelli che contano, l’America che ha votato Trump è “quella cafona, tracotante e ignorante che non legge giornali né libri” (Saviano); è quella “deprimente, bigotta, ignorante e maniaca delle armi” (Michele Serra) è quella del nonno di Gramellini che oggi “come tanti elettori di Trump, non si vergognerebbe affatto di avere studiato poco”.
Ma se loro che hanno studiato e non sono ignoranti, avessero studiato il voto capirebbero più delle ignoranti banalità che scrivono. Proviamo a farlo noi per loro.

GLI IGNORANTI DI TRUMP
È vero, gli elettori americani con titolo di studio basso hanno preferito Donald Trump di 8 punti rispetto alla Clinton; mentre tra quelli con laurea la Clinton ha superato Trump di 9 punti. Il problema è che nel 2008 quegli stessi elettori “ignoranti” per la metà votarono Obama e nessuno si permise di dire che Obama aveva preso il voto degli “ignoranti”.
L’ipocrisia del fighetto radical-chic è questa: se non sei istruito e voti a sinistra sei un cittadino in cerca di riscatto sociale; se cinque anni dopo sei ancora non istruito ma, schifato dalla sinistra, decidi di votare a destra diventi “un ignorante, cafone”.

dati 

TRUMP IL RAZZISTA!
Secondo la vulgata Trump era il candidato razzista per eccellenza; così è stato dipinto dai media americani ed europei. Per questo uno si sarebbe aspettato che il voto delle minoranze minacciate dal ritorno del Ku Klux Klan andasse tutto per la Clinton, tanto più che l’elettorato nero e quello ispanico sono storicamente appannaggio dei Democratici.
Eppure non è andata così; tutte le analisi dicono che Trump ha preso tra i neri più voti di qualsiasi candidato repubblicano precedente.
Quindi il fatto che la Clinton abbia guadagnato l’80% dell’elettorato “black”, è in realtà una sconfitta rispetto ai voti presi non solo da Obama (primo Presidente nero della storia) ma persino da Al Gore nel 2000 contro Bush.
Il voto “bianco” di Trump è praticamente uguale a quello preso dal Gop nel 2008.
Al contrario il voto ispanico migliora nettamente rispetto ai voti che i repubblicani raccolsero ai tempi di Romney. Cosa che “sorprende” persino il clintoniano Washington Post, considerando le polemiche innescate contro l’immigrazione clandestina messicana.


fedi 

TRUMP IL BIGOTTO ISLAMOFOBO!
Se si confrontano i voti tra i fedeli delle diverse religioni presenti in America (analisi preliminare di Pew Research) la sorpresa è ancora più grande.
Tra i Protestanti e gli Evangelici il voto raccolto da Trump è lo stesso raccolto dagli altri candidati repubblicani (con un leggero aumento rispetto a Mc Cain nel 2008).
Ma Trump ha aumentato nettamente il voto tra i Cattolici (52% rispetto al 48% di Romney e il 45% di Mc Cain) arrivando alle percentuali di Bush quando il voto cattolico americano si spostò nettamente a destra.
Ha perso voti tra gli ebrei (la potente lobby americana si è schierata compatta con la Clinton), ma, incredibile, Trump è il candidato repubblicano ad aver preso più voti tra i fedeli delle “Altre religioni” (Islam, Buddhismo e Induismo). Strano per uno che viene dipinto come islamofobo ed espressione del bigotto mondo WASP.

TRUMP IL SESSISTA
Volgare misogino per i media, Trump il sessista ha raccolto il voto delle donne in linea con i suoi predecessori repubblicani ed in scia con il tradizionale voto americano. Il 52% delle donne ha sostenuto la Clinton contro il 42% che ha sostenuto Trump; più o meno lo stesso vantaggio democratico che si è manifestato nel 2012 e nel 2008.
Il problema semmai è il contrario: perché le donne non hanno votato in massa quella che poteva essere il primo Presidente americano donna? Fallimento della retorica di genere con cui la sinistra ha inondato i media.

FIGHETTI E PIAGNONI
Noi non sappiamo come sarà l’America di Trump; magari un fallimento, come è stata quella di Obama incensata per anni dai soliti fighetti di cui sopra. Magari Trump scenderà a patti con quel sistema che ha detto di voler combattere e quindi saremo da capo a dodici.
Ma il voto a Donald Trump è qualcosa di molto più complesso; i fighetti radical-chic, a nanna nelle loro culle dondolanti circondati dai carillon dell’autocompiacimento, dimostrano di non capire nulla non solo dell’America ma di come sta cambiando l’Occidente; poi quando il rumore del mondo li sveglia, iniziano ad inondare di strazianti “nghe nghe” giornali e televisioni e la trasformazione da fighetto radical-chic a piagnone snob si compie definitivamente.
Non un titolo di studio ma l’ostinazione a non riconoscere la realtà è il vero tratto dell’ignorante. Vero Saviano, Serra e Gramellini?

di Gianpaolo Rossi - 12 novembre 2016