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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

02/01/15

Libia: il “nostro” petrolio brucia e Roma perde tempo



firefighters-work-to-put-out-the-fire-of-a-storage-oil-tank-at-the-port-of-es-sider-in-ras-lanuf-december-29-2014-reutersstringer da Libero Quotidiano del 31 dicembre

Il “nostro” petrolio brucia sulla coste della Cirenaica ma Roma prende (o perde) tempo costringendo le autorità libiche a rivolgersi altrove. Un bombardamento dei ribelli islamici del Fronte “Alba della Libia” ha incendiato il giorno di Natale parte dei depositi del terminal di Sidra, il più importante porto petrolifero libico, scatenando un rogo che sta provocando un disastro economico e ambientale senza precedenti nel Mediterraneo.
Il rischio è che vengano bruciati i 6,2 milioni di barili di greggio privando di importanti risorse finanziarie il governo di Tobruk (dove ieri un kamikaze ha ferito 18 persone di fronte al parlamento) l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale a guidare la Libia e che ha bisogno dei proventi del petrolio per sostenere la guerra contro I ribelli islamisti appoggiati da Turchia e Qatar.



Questi tentano da due settimane di occupare il complesso di terminal petroliferi di Sidra e Ras Lanuf soffrendo severe perdite (ieri un loro elicottero è stato abbattuto dai governativi) e potrebbero aver deciso di distruggere il greggio che non riescono a strappare al nemico.
“Uno dei tre depositi ancora avvolto dalle fiamme è fuori controllo dopo che è esploso causando la fusione della struttura dalle quale sono uscite lave altamente infiammabili che si sono diffuse nel perimetro dei 19 depositi che contengono 6,2 milioni di barili di greggio” ha spiegato lunedì un tecnico di “al-Waha”, la società che gestisce il terminal di Sidra aggiungendo che “c’è un rischio reale della propagazione delle fiamme a tutti i silos”.



“L’incendio è in corso in tre depositi” ha detto il portavoce dell’unità per le operazioni militari nella cosiddetta “zona della mezzaluna petrolifera”, Ali al Hassi, il quale citato dalla tv al-Arabiya ha sottolineato che “le squadre lavorano senza l’aiuto” dei Canadair di Paesi stranieri.
Un riferimento chiaro all’Italia a cui il governo di Tobruk ha chiesto con urgenza l’intervento degli aerei antincendio della Protezione Civile che, rifornendosi d’acqua in mare di fronte ai depositi di greggio in fiamme, avrebbero potuto sedare rapidamente le fiamme.
Roma però ha condizionato l’intervento dei mezzi antincendio a un cessate-il-fuoco tra governativi e fronte islamita “Alba della Libia”.



Una pretesa assurda sia perché i tempi lunghi di un negoziato per lo stop alle ostilità mal si adattano all’esigenza di domare in fretta le fiamme  che bruciano miliardi di dollari, sia perché è facile intuire che se i ribelli hanno bombardato il terminal con l’obiettivo di incendiare il greggio non hanno nessun motivo per negoziare un cessate il fuoco che consenta ai governativi di domare le fiamme.
Il governo Renzi continua quindi favorire indirettamente le milizie islamiste negando ogni tipo di aiuto al governo legittimo libico.
Prima ha detto no agli aiuti militari nascondendosi dietro l’alibi di voler favorire i negoziati di pace proposti senza successo dall’ONU (posizione ribadita ieri dal Ministro degli esteri, Paolo Gentiloni) e ora nega addirittura l’intervento “umanitario” degli aerei antiincendio per proteggere un petrolio che è anche “nostro” considerato che viene esportato per lo più in Italia ed estratto in gran parte dall’ENI le cui azioni hanno sofferto nei giorni scorsi anche a causa della situazione in Libia.



Il sospetto è che il “tradimento” di Roma nei confronti della lotta agli islamisti condotta dal  legittimo governo libico dipenda in realtà dalle spregiudicate pressioni del Qatar, che non ha mai esitato certo a far valere il peso dei suoi investimenti miliardari in Italia e in Europa fin dalla guerra contro Gheddafi nel 2011.
Impossibile infatti non  notare che nessun Paese Occidentale sta aiutando il governo legittimo di Tobruk, sostenuto da egiziani, russi, sauditi ed emiratini.
Secondo quanto ha reso noto la compagnia petrolifera statale libica National Oil Company (Noc), l’incendio ha mandato in fumo finora un milione e 200 mila barili di petrolio, pari a quasi 4 giorni dell’attuale produzione pari a circa 300 mila barili contro 1,6 milioni prodotti giornalmente durante il regime di Muammar Gheddafi.
Di fronte ai dinieghi di Roma il governo libico ha affidato a una società statunitense non meglio precisata un contratto da 6 milioni di dollari che prevede lo spegnimento dell’incendio entro 5 giorni dall’intervento delle squadre di tecnici specializzati. Società americane furono protagoniste nel 1991 degli interventi che permisero di spegnere i numerosi pozzi kuwaitiani incendiati dalle truppe irachene in ritirata.

Foto Reuters e APYV

di Gianandrea Gaiani - 2 gennaio 2015
fonte: http://www.analisidifesa.it

MARÓ 2015, TERZO ANNO DI UNA GRANDE VERGOGNA PER L'ITALIA!





Il Governo Renzi, stando alle notizie provenienti dall'India, nell'autocensura imposta invece in Italia, prosegue presunte trattative "riservate" nella speranza di risolvere una controversia con l'India decisamente aggravatasi da quando Renzi si é insediato a Palazzo Chigi. La "brillante" proposta formulata dal Governo dopo che lo stesso Presidente Renzi ha da mesi, come da lui stesso annunciato, preso in mano direttamente la questione anticipando che l'avrebbe onorevolmente risolta in tempi brevi. Renzi si é certamente avvalso dei preziosi suggerimenti di un team di eminenti funzionari e giuristi guidato,come reso noto con enfasi lo scorso luglio dall'allora Ministro Mogherini, dal grande giurista britannico Sir Daniel Betlehem, ben noto per aver difeso - e perso - la causa contro Israele sulla barriera di separazione in Cisgiordania. La proposta italiana, ancora secondo le fonti indiane,consisterebbe nel più totale "appecoronamento" -mi si passi eccezionalmente il termine - della storia diplomatica italiana, dopo il Trattato di Osimo degli anni '70,voluto dal PCI in piena Guerra Fredda. In questo senso il Presidente Renzi potrebbe ben rivendicare un DNA derivato da una tradizione refrattaria ai valori della Sovranità, dell'identità nazionale, dell'antipatia viscerale verso chi veste un'uniforme. L'incredibile profferta del Governo Renzi al Governo Modi prevederebbe:

1.scuse ufficiali dell'Italia all'India, per un crimine mai commesso; imputato dall'India a soldati italiani senza nessuna prova; asserito dalla giustizia indiana senza aver mai neppure concluso le indagini, o anche solo avviato un processo sul quale in ogni caso l'India non ha alcun diritto di giudicare ai sensi delle vigenti Convenzioni internazionali (UNCLOS);

2.pagamento di una cospicua somma di denaro (ovviamente del contribuente, non di chi ha elaborato la bizzarra profferta) ai famigliari delle povere vittime, a prescindere da qualsiasi previo accertamento di responsabilità sull'incidente;

3.la "concessione" dell'India all'Italia di processare Latorre e Girone sul suolo nazionale.

Per la millesima volta moltissimi di noi continuano a chiedersi quale sia questa formidabile "Ragion di Stato" che dovrebbe permettere tutto -rinunce di sovranità, ammissioni di colpe inesistenti, pagamenti sottobanco- nella soluzione della controversia con l'India; tutto tranne l'unica via dettata dal più elementare buon senso, dalla esistenza di precise procedure perfettamente applicabili al caso Marò, dalla disponibilità espressa da autorevoli Istituzioni internazionali che si sono persino offerte di aiutare l'Italia senza che il Governo Renzi si sia neppur preoccupato di rispondere, o di attivarle come, i Ministri Mogherini, Pinotti, Gentiloni, nonché Vice Ministri e Sottosegretari vari vanno pubblicamente promettendo da diciotto mesi. Parlo della Croce Rossa Internazionale, dell'Alto Commissariato ONU per i Diritti dell'Uomo, dell'Arbitrato Obbligatorio Unclos, del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Quali motivi incatenano in ginocchio l'Italia dinanzi all'India? Nessuno ce la spiega. Interessi economici? Influenze del malaffare? Sudditanze "psicologiche"di chi,in posizioni di responsabilità dovrebbe studiare meglio come si tratta e si negozia seriamente a livello internazionale, nella consapevolezza della propria dignità nazionale e dei propri diritti, senza pensare che tutto può sempre essere risolto con trovate estemporanee, al ribasso, facendo leva su pagamenti o concessioni, dietro fitte coltri di nebbia. Molti hanno mostrato sorpresa per il fatto che i Marò fossero assenti dal discorso di fine Anno del Capo dello Stato. Ma forse anche questo rispondeva alla "consegna del silenzio". Su questo tema ,Vi segnalo questa mia intervista radiofonica alla Radio di Stato Australiana "SBS" -in italiano- http://www.sbs.com.au/…/3822…/t/Italian-marines-fate-unclear


di Giulio Terzi - 2 gennaio 2015
fonte: https://www.facebook.com/ambasciatoregiulioterzi?fref=nf

01/01/15

L’Ucraina spinge per entrare nella Nato e la Russia riscrive la Dottrina militare: si torna indietro di vent’anni


nato poroshenko grande

Il 29 dicembre, il presidente Petro Poroshenko ha firmato la legge, approvata il precedente 23 dal Parlamento di Kiev, con la quale l’Ucraina abbandona formalmente il suo status di neutralità e cioè di non adesione ad alcuna alleanza militare. Con quella legge si afferma invece l’esplicito desiderio di far parte della Nato.
Quasi in contemporanea il presidente russo Vladimir Putin presentava la nuova Dottrina Militare Russa con la quale si denuncia essere la Nato un “pericolo maggiore” per la propria sicurezza. In particolare, si denuncia come una minaccia l’espansione militare dell’Alleanza Transatlantica verso i confini russi, il dispiegamento e lo sviluppo di sistemi missilistici strategici, l’incremento della dottrina del “global strike” e lo sviluppo, in Occidente, di sistemi d’arma convenzionale ad alta precisione. La dottrina identifica anche principali minacce interne, ispirate da forze straniere con l’intento di destabilizzare il Paese e di attentare, attraverso propaganda antirussa e antipatriottica, alla sovranità e all’integrità territoriale della Russia. Nelle ventitré pagine della strategia difensiva di Mosca non si menzionano esplicitamente eventi (passati in Italia in sostanza sotto silenzio) quali il fatto che lo scorso gennaio aerei F16 polacchi abbiano partecipato a esercitazioni nucleari della Nato, ma è evidente che la cosa non era passata inosservata. Era, infatti, la prima volta che anche gli aerei polacchi erano coinvolti in piani di attacco nucleare della Nato essendo stati, fino ad allora, esclusi in ossequio alla dottrina dei “tre no” che affermava non avere la Nato” nessuna intenzione, nessun progetto e nessuna ragione per estendere la presenza di armi nucleari sul territorio dei nuovi Paesi associati” (ex Patto di Varsavia).
Balza agli occhi che I due accadimenti insieme, la decisione ucraina di voler entrare nella Nato e la nuova Dottrina militare russa, rappresentano di per sé un passo indietro di almeno vent’anni nei rapporti tra l’”Orso russo” e l’Occidente e ci riportano a una sfida che sembrava oramai superata.
E’ vero che né da parte russa né da quella americana si ha oggi l’intenzione di scatenare una vera guerra, così come l’eventuale ingresso di Kiev nell’Alleanza (parole dello stesso Poroshenko) va immaginata realizzarsi non prima dei prossimi quattro-cinque anni. Ed è pure vero che, nonostante le ultime negoziazioni tenute a Minsk in merito al problema ucraino siano fallite nella sostanza, la tregua sembra tenere e un nuovo incontro che si spera più risolutivo è già previsto ad Astana per il 15 gennaio.
Purtroppo, nonostante sia noto che la politica internazionale è fatta anche di bluff e di bracci di ferro conseguenti, l’esperienza storica ci conferma che, spesso, gli eventi si autoalimentano e le situazioni possono sfuggire di mano anche contro la volontà dei “giocatori”.
I problemi politici ed economici interni di Obama e di Putin potrebbero sia costituire un deterrente all’ulteriore escalation del confronto sia, invece, spingerli ad accentuare il braccio di ferro, con conseguenze imprevedibili. Non a caso, l’estensione di sanzioni contro quattro nuovi esponenti della nomenclatura russa volute dagli americani ha spinto il 30 dicembre il ministero degli Esteri di Mosca ad affermare che tale azione potrebbe “minare la cooperazione dei due Paesi sui dossier siriano, del nucleare iraniano e di altre crisi internazionali”.
Negli Stati Uniti Obama è impegnato in una nuova lotta con il Partito Repubblicano, ormai dominato dagli ultraconservatori del tea party, ed è alla ricerca di un incremento di popolarità per salvare il salvabile della sua presidenza. Da parte sua Putin, aggredito da una crisi che mette a rischio il consenso popolare ottenuto dopo l’annessione della Crimea, deve dimostrare a quelli che nel suo entourage hanno cominciato a dubitare di lui di essere sempre forte e di saper padroneggiare la situazione.
Spettatrice e complice imbelle resta l’Europa, la quale obbedisce a esigenze non sue appiattendosi su posizioni che marginalizzano, anche in modo aggressivo, gli ormai storici rapporti con la Russia. Le sanzioni, che sicuramente hanno contribuito, assieme al vertiginoso calo del prezzo del petrolio, ad accentuare le difficoltà economiche di Mosca cominciano però a manifestare nefaste conseguenze anche su quelle numerose aziende, soprattutto tedesche e italiane, che proprio nel mercato russo avevano trovato importanti sbocchi. Fin dove si vuole arrivare? E per quali interessi?
Chi gode di questa situazione sono solo alcuni Paesi terzi e in modo particolare la Cina (anch’essa, tuttavia, vittima di un momento economicamente non felice), che vede nell’incremento di ostilità tra i due maggiori contendenti, Usa e Russia, l’opportunità di ricavare per sé benefici geopolitici e un più facile approvvigionamento di quelle materie prime di cui ha un irrinunciabile bisogno.
E’ ormai lontano, se non altro psicologicamente, il momento in cui una Clinton, fresca di nomina e rappresentante del neoeletto Obama, schiacciava a Mosca il tasto del famoso “reset” lasciando credere a tutto il mondo che la politica aggressiva dei “Neocon” fosse stata definitivamente superata.
Oggi, visto l’inizio del nuovo anno, non ci resta che sperare nel ritorno di un qualche nuovo Kissinger che sappia cosa sia il “realismo politico”, identifichi quali siano i veri interessi di ciascuno e sappia agire di conseguenza.

 di Dario Rivolta *- 1 gennaio 2015

Rivolta dario 

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali

fonte: http://www.notiziegeopolitiche.net

VUOI SAPERE CHI CONTROLLA LA STAMPA? CHI DECIDE CHE COSA LEGGERAI DOMANI SUL GIORNALE? ECCO LA LISTA







IL CORRIERE DELLA SERA:
appartiene al gruppo internazionale Mediagroup, è quotato in Borsa e controlla altri giornali e riviste popolari come “Il Mondo” “L’Europeo” “Oggi” “Visto” “Novella” “Max”. Nel suo Consiglio di Amministrazione ci sono personaggi indissolubilmente legati all’elite finanziaria internazionale e ai suoi circoli mondialisti come John Elkan (Gruppo Bilderberg), presidente di FIAT e di Exor (la holding finanziaria della famiglia Agnelli); Carlo Pesenti, consigliere di Italcementi, Unicredit, Italmobiliare e Mediobanca; Berardino Libonati, consigliere di Telecom Italia e Pirelli; Diego Della Valle, possessore del 4% di Banca Nazionale del Lavoro, consigliere di Tod’s e Generali Assicurazioni, ex dirigente della Fiorentina coinvolto nello scandalo di Calciopoli; Renato Pagliaro, consigliere di Telecom Italia, Pirelli e Mediobanca.

LA REPUBBLICA: è il quotidiano del Gruppo l’Espresso di Carlo de Benedetti (Gruppo Bilderberg) ex amministratore delegato FIAT, banchiere ex vicepresidente del Banco Ambrosiano. Nel consiglio di amministrazione del Gruppo l’Espresso siedono Sergio Erede, amministratore di Luxottica e Carlo Secchi ex Rettore della Bocconi e amministratore di Mediaset.
IL GIORNALE: edito dal Gruppo Mondadori è il quotidiano della Famiglia Berlusconi.

LA STAMPA: è il quotidiano torinese della Famiglia Agnelli (Club Bilderberg)

IL MESSAGGERO di Roma, IL MATTINO di Napoli, IL GAZZETTINO di Venezia e IL NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA sono quotidiani editi dalla Caltagirone Editori (Club Bilderberg) di proprietà della Famiglia Caltagirone (Grandi Opere,, cementifici, immobili). Francesco Gaetano Caltagirone, anche noto come Franco (Roma, 2 marzo 1943), è un imprenditore italiano, a capo di uno dei più importanti gruppi industriali italiani, con un fatturato globale di circa 1,7 miliardi di euro e oltre 5.600 dipendenti; le sue ricchezze ammontano a circa 2,6 miliardi di dollari, questo fece di lui nel 2008 il decimo uomo più ricco d’Italia e il 446° uomo più ricco del mondo. Siedono nel consiglio di amministrazione di Caltagirone Editore Azzurra Caltagirone, moglie dell’Onorevole Pier Ferdinando Casini e Francesco Gaetano Caltagirone, consigliere di Monte dei Paschi di Siena e di Generali Assicurazioni.


IL RESTO DEL CARLINO di Bologna, LA NAZIONE di Firenze e IL GIORNO di Milano appartengono alla Poligrafici Editorile, collegata a Telecom Italia, Generali Assicurazioni e alla Premafin di della famiglia Ligresti. Salvatore Ligresti è stato membro del consiglio di amministrazione di Unicredit, è presidente onorario di Fondiaria Sai, gruppo assicurativo torinese quotato sulla Borsa di Milano e controllato dalla famiglia Ligresti; è coinvolto nei più rilevanti interventi urbanistici di Milano (Expo, Fiera e Garibaldi-Repubblica), di Firenze (Castello e Manifattura Tabacchi) e di Torino.

LIBERO (l’aggressiva testata di destra) e IL RIFORMISTA (quotidiano timidamente di sinistra) hanno lo stesso editore Giampaolo Angelucci proprietario di un impero fatto di cliniche e strutture sanitarie, fra cui l’Ospedale San Raffaele di Roma, condannato agli arresti domiciliari per falso e truffa ai danni delle ASL

L’UNITA’: il quotidiano fondato da Gramsci e attualmente vicino al principale partito della sinistra italiana , il PD, ha come editore Nuova Iniziativa Editoriale S.p.A. il cui azionista principale è Renato Soru, presidente e amministratore delegato della compagnia di servizi internet Tiscali Italia S.p.A. Renato Soru è apparso nella lista edita da “Forbes” come uno degli uomini più ricchi del mondo con un capitale stimato in 4 miliardi di dollari nel 2001. Negli ultimi anni la sua compagnia ha rilevato sei compagnie telefoniche in Germania, Francia, Svizzera, Belgio e Repubblica Ceca.

IL SOLE 24 ORE: ha nel suo consiglio di amministrazione Luigi Abete, Membro del Comitato Esecutivo dell’Aspen Institute Italia e presidente della Banca Nazionale del Lavoro; fa anche parte del consiglio di amministrazione della Carlo Erba Farmitalia; il fratello di Giancarlo Abete (Presidente della Figc) è consigliere della Tod’s di Diego Della Valle.

Tutte le aziende citate sono direttamente collegate fra di loro: grande finanza, banche, assicurazioni, telecomunicazioni, cementifici, costruzioni, farmaceutica, acciaierie, pneumatici, moda.
Mentre nelle dittature il popolo è sempre consapevole di essere oppresso e l’ordine deve necessariamente essere mantenuto con la forza, nei regimi dove vige la “democrazia rappresentativa” il sistema sociale è stabile poiché il controllo sull’informazione e sul consenso avviene in maniera occulta, proprio per lasciar credere alla popolazione di vivere in un mondo libero.
Sappiamo quindi da decenni che i media sono tutti intestati a partiti politici e loro familiari, attingono notizie da una unica fonte l’ANSA, fondata da Henry Kissinger, membro del Gruppo Bilderberg.
Riporto un elenco dei giornali associati all’Ansa:
  • L’Adige
  • Alto Adige
  • L’Arena
  • Avvenire
  • Bresciaoggi
  • Il Centro
  • Corriere della Sera
  • Corriere dello Sport
  • Il Corriere Mercantile
  • L’Eco di Bergamo
  • La Gazzetta del Mezzogiorno
  • Gazzetta del Sud
  • La Gazzetta dello Sport
  • Gazzetta di Mantova
  • Nuova Gazzetta di Modena
  • La Nuova Ferrara
  • Gazzetta di Parma
  • Gazzetta di Reggio
  • Il Gazzettino
  • Il Giornale
  • Giornale di Brescia
  • Giornale di Sicilia
  • Il Giornale di Vicenza
  • Il Giorno
  • Libertà
  • Il Mattino
  • Il Mattino di Padova
  • Il Messaggero
  • Messaggero Veneto
  • La Nazione
  • Il Piccolo
  • La Prealpina
  • La Provincia
  • La Provincia (di Cremona)
  • La Provincia Pavese
  • Il Resto del Carlino
  • La Sicilia
  • Il Secolo XIX
  • Il Sole-24 Ore
  • La Stampa
  • Il Tempo
  • Il Tirreno
  • Trentino
  • La Tribuna di Treviso
  • La Repubblica
  • La Nuova Sardegna
  • L’Unione Sarda
  • L’Unità
  • La Nuova Venezia
Allora che ne dite? Se tutti o quasi, i giornali italiani propongono le notizie provenienti da un organo governato ad arte per pilotare l’informazione, quale differenza di opinione volete che ci sia nelle notizie? Se la Stampa italiana si abbevera e rumina le stesse notizie dalla stessa fonte, quale pluralità di opinioni e di notizie volete che esca?

informarexresistere.fr - 31 DICEMBRE 2014

2015, come superare la tempesta perfetta

Analisi comparata dell’andamento e delle prospettive per le economie mondiali. Dall’Italia al resto del mondo, l’anno che verrà stabilirà il ruolo e il peso di ciascuno per il prossimo decennio

A board displaying currency exchange rates is reflected in a shop window in central Moscow


“…Non cambia niente, non c’è niente di nuovo. È la stessa vecchia, tetra atmosfera di crisi, la sensazione che non possa peggiorare ancora molto senza che qualcosa ceda. Ma non cede niente. Si moltiplicano soltanto i luoghi comuni: la rovina, il crollo, la nave dello stato che affonda, il punto di non ritorno, l’equilibrio precario, l’edificio pericolante, il tempo che scorre inesorabile…”. Questo non è un editoriale dell’anno in corso pronunciato da un economista o un intellettuale, ma un testo scritto nel 1788 estratto da La storia segreta della rivoluzione (Hilary Mantel, Fazi 2014), che racconta il periodo della Rivoluzione Francese.

La fine del 2014 è stata caratterizzata da due eventi di segno opposto. “Todos somos americanos” ha affermato il presidente americano Barack Obama annunciando la storica richiesta al Congresso di mettere fine all’embargo (el bloqueo) verso Cuba, in vigore da oltre cinquantacinque anni. “Il muro di Berlino è crollato, ma si costruiscono nuovi muri nonostante i nostri tentativi di collaborare. L’espansione della NATO non è forse un muro, un muro virtuale?” ha affermato il presidente russo Vladimir Putin nella conferenza di fine anno a proposito delle sanzioni imposte dagli USA e dall’UE alla Russia dopo la crisi Ucraina. La profonda incertezza che caratterizza gli scenari internazionali, nell’era della globalizzazione, rischia di condizionare in modo importante le possibilità di ripresa economica dell’Italia nel 2015.

I dati macroeconomici dell’eurozona sono desolanti e descrivono un continente in stagnazione, in cui l’eventualità della deflazione è sempre più vicina. Nel terzo trimestre il PIL medio è cresciuto del +0,2%, era stato del +0,1% nel secondo trimestre, mentre la formazione di capitale si è ridotta del -0,1%. La produzione industriale a ottobre è cresciuta rispetto a settembre mediamente del +0,1%, l’occupazione nel terzo trimestre è cresciuta in media del +0,2%, era cresciuta del +0,3% nel secondo trimestre, e il tasso medio di disoccupazione è all’11,5%. Il reddito medio in agricoltura si è ridotto con picchi del -15% in Belgio, il costo del lavoro medio, misurato su base annuale, è sceso del -1,3% e l’inflazione media si è attestata al +0,3% annuo. Infine, la bilancia degli scambi dei beni con il resto del mondo ha registrato in ottobre un saldo positivo di +24 miliardi, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

I mali dell’economia italiana

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In Italia il quadro macroeconomico è più grave. Il PIL si è ridotto nel terzo trimestre del -0,5% ed è previsto un sostanziale prolungamento al quarto trimestre della stagnazione (variazione del PIL compresa tra -0,2% e +0,2%), il che porta la stima della variazione del PIL nell’anno a -0,3%. Quindi, siamo nel terzo anno consecutivo di recessione: -2,4% (2012), -1,9% (2013) e -0,3% (stimato 2014). La produzione industriale si è ridotta del -3% su base annua, segnalando la sostanziale debolezza del settore manifatturiero, mentre nell’industria delle costruzioni, considerata il volano della ripresa economica, si è registrato un calo della produzione del -4,3%.

Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il record del 13,2% (43,3% tasso di disoccupazione giovanile), con un calo di oltre 50.000 occupati tra settembre e ottobre. Il tasso d’inflazione mensile a novembre è stato del -0,2%, il che porta la stima annuale del tasso d’inflazione al +0,2%. Il saldo attivo commerciale nei primi dieci mesi dell’anno è stato di +33,6 miliardi (+70,4 miliardi al netto della bolletta energetica), con un aumento del +2,9% delle esportazioni, in particolare per la crescita delle vendite verso i mercati dell’UE (+4,7%). Ma nel mese di ottobre si è evidenziata una dinamica divergente nelle vendite estere: +1,8% quelle diretto verso i Paesi dell’UE, -1,2% quelle dirette verso i Paesi extra-UE.

Il Documento di Economia e Finanza approvato dal parlamento prima della pausa natalizia ha confermato la strategia del governo del premier Matteo Renzi di voler riavviare la crescita attraverso un sostegno diretto e indiretto alla domanda privata (consumi e investimenti). Ma la profondità della crisi rende difficile il realizzarsi di una significativa inversione della congiuntura recessione-deflazione. I consumi in Italia sono crollati ai livelli del 1999 (813 miliardi), con una riduzione di 66,5 miliardi rispetto al 2007, mentre gli investimenti hanno fatto segnare un ulteriore calo del 2,3% nel 2014, principalmente nella spesa in macchinari e attrezzature e quella nei beni della proprietà intellettuale, cioè nei principali fattori di accumulazione del capitale.

La ricchezza finanziaria netta delle famiglie ha raggiunto i 4.000 miliardi, a testimonianza di generali aspettative negative sul ciclo economico. Ipotecano la ripresa, infatti, gli antichi e ben noti mali dell’economia italiana: scarsa capitalizzazione delle imprese, scarsa qualità del management, scarsa innovazione tecnologica di qualità, scarsa penetrazione dell’IT nelle imprese, scarsa produttività dei fattori, scarsa attenzione al capitale immateriale, scarsa lotta contro la rendita che si appropria di gran parte della ricchezza prodotta dal Paese e, infine, scarsa capacità di immaginare una qualsiasi forma di politica industriale.

Questa l’eredità di decenni di svalutazioni competitive che si somma alla più profonda crisi economica e finanziaria dal dopoguerra (la crescita dell’economia mondiale è attesa del +3,3% nel 2014, ben lontana dal +5,2% di prima della crisi dei mutui subprime). Anche il repentino dimezzamento del prezzo del petrolio che ha raggiunto i 59 dollari al barile – e che in tempi normali sarebbe salutato come un evento favorevole soprattutto per le economie di trasformazione ed energivore come quella italiana – rischia di rappresentare un ulteriore freno alla ripresa per le conseguenze sulla bilancia dei pagamenti di gran parte dei Paesi produttori che, come la Russia, sono anche partner commerciali dell’Italia (-16% le esportazioni verso Mosca su base annua a ottobre).

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan:“
Ma il 2015 potrebbe essere l’anno della svolta”…..
   
Le economie avanzate mostrano gradi diversi di ripresa e le stime danno una crescita media del +1,8%, dovuta in massima parte all’ottima performance dell’economia statunitense e del Regno Unito, che contano per il 12% dei flussi di scambio mondiali dell’Italia come la sola Francia.

Le economie asiatiche e pacifiche sono attese a una crescita del +5,5%, come lo scorso anno, ma il loro peso nelle esportazioni globali italiane è molto basso (1,5% per il Giappone, 0,8% per l’India e 2,5% per la Cina). Inoltre, pesano sulle loro prospettive economiche la crisi dell’Abenomics e il ri-orientamento verso una crescita della domanda interna dell’economia cinese.

In America Latina è attesa una crescita decimale (0,7%), quando non una vera recessione come in Argentina e Venezuela. Il Nord Africa e il Medio Oriente, condizionati dalla caduta dei prezzi del petrolio e del gas e dalle guerre, sono attesi a una crescita attorno al 2%. Troppo poco per sperare in un’esplosione delle esportazioni, capace di rivitalizzare l’economia italiana.

Le dense nubi che avvolgono il Bel Paese prefigurano allora l’eventualità di una tempesta perfetta dagli esiti economici e sociali imprevedibili. Il problema della crescita economica mondiale è l’eurozona, ma senza un deciso cambio di prospettiva e di politiche economiche nell’UE non si ha nessuna ripresa economica. Il 2015 sarà l’anno della verità per l’Italia, ma anche per l’euro e la stessa Unione Europea. Incrociamo le dita e speriamo che prevalga il buon senso sulla rigidità delle regole arbitrarie e dei trattati.

www.lookoutnews.i - 1 gennaio 2015