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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.
Ci
sono anche appalti concessi durante la Giunta di Ignazio Marino, tra
quelli finiti all’attenzione della Procura della Repubblica di Roma,
nell’inchiesta su Mafia Capitale. Con un ordine d’esibizione documenti
carabinieri del Ros e Nucleo di polizia tributaria della Guardia di
finanza hanno bussato in Campidoglio. L’obiettivo: acquisire tutte le
documentazioni idonee a supportare l’ipotesi investigativa dei
magistrati, secondo cui le cooperative di Salvatore Buzzi, braccio
imprenditoriale del boss Massimo Carminati, hanno fatto man bassa di
appalti con l’Amministrazione capitolina.
E non è un caso se tra le carte
sequestrate a dicembre scorso ci sono numerose fatture che riportano
pagamenti ottenuti nel 2014 dalle coop «mafiose» da alcuni Municipi,
come il XIX. C’è da dire che i documenti riguardano per la maggior parte
appalti già finiti sotto inchiesta e noti, come la manutenzione di
villa Borghese e i trasferimenti di Rom dal capo di Tor de Cenci a
Castel Romano, gestito proprio dalla cooperativa «29giugno» di Buzzi.
Insomma, si tratta di atti che riguardano la Giunta di Gianni Alemanno,
già indagato nel procedimento per associazione mafiosa, e alcuni della
Giunta Marino. C’è da dire che l’indagine ha, finora, dimostrato la
presunta manipolazione di una decina di gare d’appalto.
Ma nel mirino ci sono tutte le 97
commesse assegnate sotto la giunta Alemanno, indagato per associazione
mafiosa. E, probabilmente, non è un caso che a destare stupore ci siano
alcuni appalti milionari assegnati in un solo giorno. L’11 settembre
2008 la Buzzi-Carminati «corporation» trovano l’Eldorado dei lavori
pubblici: la «29 giugno» si aggiudica 3 appalti del valore di 2 milioni
126mila 800 euro, la «FormulaSociale onlus» due da 423mila 268 euro e la
«Eriche29» altrettanti da 116mila 727 euro. In un solo giorno le
cooperative riconducibili a Mafia Capitale hanno incassato dalla
Pubblica amministrazione ben 2 milioni 659mila 795 euro. Ma come è stata
possibile questa ascesa imprenditoriale?
Lo racconta lo stesso Buzzi nelle
intercettazioni contenute nell’incartamento giudiziario. L’uomo ne parla
il 17 novembre 2013 con Alessandra Garrone, sua stretta collaboratrice.
Fanno riferimento al 1994-95, «forse a quei tempi – dice Buzzi –
c’avevo più tempo…c’avevo meno cazzi…questo è il problema (…) non c’era
Formula Ambiente…non c’era Eriches», «solo “29 giugno”», dice la donna,
«non c’era niente ribadisce Buzzi – e quindi quali problemi c’avevo?
C’avevamo il vento a favore, c’era Rutelli…davvero tu ce pensi…c’avevamo
Rutelli, la Depetris assessore…all’Ama stavamo na favola». «Va bè –
dice la donna – nel 1995 quanto fatturava? Nel 1999 fatturava otto, nove
milioni delle vecchie lire…». E il confronto con il contesto attuale?
Per Buzzi non c’è dubbio: «Due a cinquantasei (ride) de che stiamo a
parlà…stamo due a cinquantasei». Ed effettivamente, stando anche
soltanto al fatturato registrato tra il 2007 e il 2012, risulta un
aumento del 98,29%, con un aumento del patrimonio netto, dal 2004 al
2012, pari al +147,71% che in euro segnano un passaggio da 3 milioni
689mila a 9 milioni 140mila 589 euro.
I sindacati di Polizia: a Fiumicino mancano auto e giubbotti antiproiettile. Di notte solo 25 agenti
(Cristophe Simon/AFP/Getty Images)
Quattro
piste, 355 banchi check-in, 110 gate, 125 piazzole per gli aeromobili.
Ma soprattutto 36,3 milioni di passeggeri nel 2013. Il “Leonardo Da
Vinci” è il primo aeroporto italiano e il settimo d’Europa. Una “città”
le cui dimensioni sono paragonabili a quelle di Cagliari, una superficie
complessiva pari a 1600 ettari e 250mila metri quadri di aerostazioni.
Hub di Alitalia, snodo strategico per i voli intercontinentali e cuore
del trasporto aereo italiano verso il mondo. Da qui si va in America e
in Israele, in Africa e nei paesi arabi. «Ma se non siamo in grado di
dotare gli operatori di polizia di giubbotti antiproiettile e
attrezzature idonee non riusciremo mai a garantire standard di sicurezza
europei». Saturno Carbone è il segretario romano del Siulp, la sigla
sindacale più rappresentativa della Polizia di Stato.
Dopo la strage di Parigi l’allerta terrorismo ha coinvolto
migliaia di obiettivi sensibili in giro per l’Italia. Mentre il
ministro dell’Interno Angelino Alfano ripete che «abbiamo un livello di
allerta altissimo», nei telegiornali scorrono le immagini degli agenti
in piazza San Pietro coi giubbotti antiproiettile o i fucili puntati
negli scali aeroportuali. Dietro il galateo del racconto mediatico,
però, i sindacati della Polizia denunciano le criticità di un sistema
che non sarebbe esattamente a prova di bomba. «In Italia - spiega
Carbone a Linkiesta - abbiamo sottovalutato l’aspetto della
sicurezza, che non viene vissuto come un servizio ai cittadini ma solo
come una spesa, non come un investimento per la crescita ma come un
costo».
Il “Leonardo da Vinci” non fa eccezione, luogo cruciale in un momento in cui foreign fighters
e sospetti jihadisti circolano indisturbati tra le capitali europee. Le
forze dell’ordine vivono la pressione dell’innalzamento dei dispositivi
di sicurezza da conciliare con criticità strutturali. «I tagli ci hanno
flagellato». Non si possono fare miracoli dall’oggi al domani. A
Fiumicino «mancano uomini, giubbotti antiproiettile, divise adeguate e
soprattutto automobili. Gli armamenti sono all’annozero e per garantire i
servizi di sicurezza quotidiani dobbiamo ricorrere agli straordinari,
che però sono stati tagliati». Ma allora gli agenti coi fucili che si
vedono nelle immagini di repertorio? «Sono tiratori scelti e sono
pochi». Addirittura gli operatori della squadra Laser, l’unità speciale
di sicurezza antiterrorismo, «non hanno il giubbotto antiproiettile
sottocamicia e sono ancora più esposti al pericolo».
Cinquecento telecamere vigilano sull’aeroporto sotto la
regia delle sale operative di Adr, la società che gestisce lo scalo.
Negli ultimi giorni il sistema ha dovuto affrontare il falso allarme bomba su un volo diretto a Vienna e una procedura antiterrorismo scattata a causa di un cittadino pakistano diretto a Londra con il passaporto falso.
Massima allerta, rischio psicosi. Al “Leonardo Da Vinci” lo stress
degli agenti è palpabile, «c’è estrema preoccupazione». Pochi e mal
equipaggiati, devono controllare un’area vastissima: solo i quattro
terminal passeggeri si estendono su una superficie di 350mila metri
quadrati, dove ogni giorno transitano almeno 120mila persone. E nelle
ore notturne, raccontano dallo scalo, «non si arriva a 30 poliziotti».
Dal “Leonardo da Vinci” alla Capitale corrono 28
chilometri. Ma a sentire il segretario del Siulp, la musica non cambia.
«In questo momento Roma e il suo aeroporto sono molto vulnerabili».
Centinaia gli obiettivi sensibili, gran parte nel centro storico. Il
rischio è ovunque. «Un plauso al prefetto che ha chiesto l’invio di
altri 500 uomini in città, ma dobbiamo tener presente che se
l’impostazione del sistema di sicurezza resta quella di oggi non ne
basteranno nemmeno 5mila in più. Non possiamo pensare solo ad aumentare
il numero di agenti ogni volta che si presenti un’emergenza. Serve un
progetto di coordinamento strutturale tra tutte le forze dell’ordine,
compresa la Polizia Municipale. Bisogna ottimizzare le risorse sul
territorio per controllarlo meglio, creare una sala operativa unica. Che
sia reale, non virtuale».
Così, prosegue Carbone, si eviterebbero le duplicazioni e
gli squilibri di oggi «come le decine di auto di diversi corpi di
polizia dispiegate nel centro storico solo perché “ognuno” deve farsi
vedere». Con la conseguenza che molte aree, magari periferiche,
rischiano di rimanere sguarnite. Il caso di scuola lo offre il
Commissariato Casilino che, racconta Carbone, «ha una giurisdizione su
un territorio più esteso dell’intera città di Napoli». Siamo nella
periferia est della Capitale, una zona che comprende quartieri difficili
come Tor Bella Monaca e nuove borgate come Ponte di Nona. «Negli ultimi
anni è aumentata la popolazione ma sono diminuiti i poliziotti, da 120 a
80. La notte, se va bene, il Commissariato ha due volanti». L’allerta
terrorismo può dormire sonni tranquilli.
In quanto chiamato in causa, mi sembra doveroso rispondere a quanto
pubblicato da Matteo Miavaldi (link nel primo commento) in relazione
all'articolo – nel quale preciso di non aver avuto alcun ruolo - apparso
in data odierna su Oggi a firma di Chiara Giannini.
Tralasciando l'abituale tono di supponenza che traspare fin dalle prime
righe, preferisco concentrarmi su alcune delle affermazioni più
significative di Miavaldi:
1) 'La mail non era inedita.'
Sicuramente la mail era ben conosciuta a Toni Capuozzo, a Luigi Di
Stefano ed a me in quanto parte di una serie di comunicazioni intercorse
tra la nave Enrica Lexie, le autorità di controllo italiane e le
autorità di controllo indiane che ha permesso a me e Toni Capuozzo di
ricostruire quanto avvenuto il 15 Febbraio 2012 al largo delle coste del
Kerala ed escludere che la nave Enrica Lexie ed il peschereccio St.
Anthony si fossero mai incrociati. Dopo aver ricostruito gli orari dei
diversi avvenimenti accaduti quel giorno, l'insieme di tali
comunicazioni le abbiamo trasmessa a Luigi Di Stefano affinché fossero
incluse nell'Analisi Tecnica dell'incidente da lui curata. Nella
realizzazione dei primi servizi televisivi da parte di Toni Capuozzo e
mia abbiamo preferito concentrarci sulla mail scambiata tra l'Enrica
Lexie e la Guardia Costiera Indiana a nostro avviso più significativa in
quanto rivelatrice della manipolazione degli orari compiuta dalla
Guardia Costiera stessa. In conclusione, la mail pubblicata da Oggi era
sicuramente conosciuta, ma non mi risulta che fosse stata finora
pubblicata. Quindi, poiché i termini 'conosciuta' ed 'inedita' hanno
significati ben diversi, non posso, per quanto mi riguarda, smentire
Chiara Giannini che l'ha, probabilmente a ragione, ritenuta inedita.
2) 'Freddy non ha sempre raccontato che gli spari colpirono il peschereccio alle 21:30.'
E' vero. L'ha raccontato in televisione con un poliziotto al suo
fianco in occasione della sua prima intervista rilasciata a caldo la
sera stessa dell'incidente prima che le manipolazioni, che avrebbero poi
contraddistinto le indagini da parte della polizia del Kerala, gli
facessero cambiare (più volte) la versione. La prima versione di Freddy
e la sua versione finale stanno tra loro come la notte ed il giorno,
proprio come rispettivamente gli orari 21.30 e 16.00 (orario in cui la
Lexie ha denunciato di aver subito e respinto l'attacco pirata). E solo
Miavaldi può pensare che una persona possa passare a descrivere con
doviziosià di dettagli un incidente collocandolo prima di notte e poi di
giorno senza che sorgano dubbi sull'attendibilità del testimone stesso
(e della polizia che tali testimonianze raccoglie).
3) 'Se il
peschereccio si fosse trovato nei pressi dell'incidente denunciato
dall'Olympic Flair intorno alle 21.30 avrebbe dovuto dirigersi verso
Kochi e non verso Neendakara.'
Miavaldi sa benissimo che nessuno
conosce con precisione la posizione dell'Olympic Flair in quanto la nave
greca si muoveva in modo 'invisibile' ai radar. L'unica informazione
fornita dall'Olympic Flair stessa nel suo rapporto è che si trovava
'approssimativamente 12 Miglia Ovest-Sud-Ovest dal porto di Kochi', cioè
in direzione di Neendakara, dove il peschereccio con le vittime
arriverà alle 23.15. Se la posizione dell'Olympic Flair al largo delle
coste del Kerala non è conosciuta con precisione, lo è invece quella
dell'Enrica Lexie. Quindi Miavaldi potrebbe facilmente calcolare che se
l'incidente del St. Anthony fosse davvero occorso intorno alle 16.00
durante l'incontro con l'Enrica Lexie il St. Anthony avrebbe dovuto
arrivare a Neendakara con molto anticipo rispetto all'orario effettivo
d'arrivo.
4) 'In merito all'attendibilità del Times of India.'
Non è l'attendibilità del Times of India qui in discussione. Quello
che invece ha fatto sorridere me e Toni Capuozzo è l'aver ricevuto da
Miavaldi l'istantanea dello stesso articolo del Times of India in cui
una prima volta il primo commento di un lettore è quello di un certo
Alwyn che scrive alle 23.36. Ed una volta fatta presente la 'patacca' a
Miavaldi ricevere una seconda istantanea dello stesso articolo con il
commento di un certo Kalyug (USA) alle 8.55pm.
Trasformare in eroi personaggi come Greta e Vanessa, vezzo radical chic che può incitare altri a imitarle
Per
la collega del Manifesto Giuliana Sgrena costataci (oltre a svariati
milioni) la vita di uno dei nostri migliori agenti dei servizi segreti
«La generosità e l'altruismo» di Greta e Vanessa «sono un segno di
distinzione dentro un mondo sempre più indifferente...».
Per la
presidente della Camera, Laura Boldrini, sono state protagoniste «di
qualcosa di nobile anche se in un ambiente complesso». Per l'icona
radical chic, Roberto Saviano, «Greta e Vanessa non erano e non sono
dalla parte dei terroristi, ma dalla parte del pane». E se l'Italia «non
riesce a mostrare solidarietà verso due ragazze sequestrate rischia di
essere un Paese fallito, che fa vincere il livore, la rabbia,
l'idiozia».
Insomma siamo alle solite. Fedeli all'ottusità di chi
negli anni '70 sognava di farsi liberare dai Khmer Rossi cambogiani o
dai vietcong le anime belle della sinistra di oggi tentano di
trasformare in eroine Vanessa Marzullo e Greta Ramelli. Ovviamente ai
nostri amici di sinistra delle due ragazzine frega ben poco. Come frega
ben poco di un'opinione pubblica seccata di aver regalato qualche
milione di dollari a dei terroristi pronti a colpirci nelle nostre
città. Quel che più interessa ai «compa-cachemire» è avvalorare la
giustezza delle proprie scelte. Anche di fronte alla più evidente
dimostrazione del contrario. Dal 2011 inseguono le falene di un Islam
democratico e inneggiano alla lotta dei jihadisti siriani contro il
regime di Damasco. Greta e Vanessa avvolte nelle bandiere della
cosiddetta «rivoluzione» siriana, ispirate dal sogno di aiutare bambini e
combattenti non sono altro che le figliocce di questi pessimi maestri.
Non a caso dietro a loro, all'interno di Horryaty, l'organizzazione
fondata per portare aiuti in Siria, c'è Robert Anderville un fabbro in
keffiah che a 46 anni posta su Facebook frasi del tipo «Allam, Ferrara,
Pacifici e Di Segni. Poker di merde» o «un giorno pagherete tutto merde
sioniste». Difendere le due sciagurate è insomma un obbligo ideologico
per chi ha contribuito a fomentare le loro illusioni. Per chi ha
continuato a difendere carnefici e terroristi della jihad anche quando
la loro vera identità, celata sotto la maschera di combattenti
democratici, era stata ampiamente svelata. Da questo punto di vista il
caso delle due «cooperanti» è un cristallino esempio delle silenziose e
colpevoli ipocrisie della sinistra.
Quando Greta e Vanessa partono
affidandosi ai propri aguzzini la comunità internazionale ha da tempo
capito chi siano i combattenti del «Free Syrian Army» a cui le due
sognano di donare kit di pronto soccorso. Già il 20 marzo 2012, due anni
prima della loro partenza, Human Rights Watchs, un organizzazione non
certo sospettabile di politiche pro Assad ha accusato la coalizione
ribelle di mettere a segno rapimenti, esecuzioni sommarie e torture. E
una commissione d'inchiesta sponsorizzata dall'Onu ne ha denunciato i
crimini di guerra. Nel maggio 2013 Abu Sakkar comandante delle «Brigate
Farouq» - una delle formazioni che fanno capo all'Fsa - si è fatto
filmare mentre divorava il cuore di un soldato governativo. E qualche
mese prima della partenza di Greta e Vanessa molti comandanti dell'Fsa
hanno ammesso di lavorare al fianco di Jabat Al Nusra, l'organizzazione
alqaidista che ne rivendicherà il rapimento.
Ma la sinistra
nostrana di fronte al crollo dei propri idoli preferisce anche stavolta
non vedere e non sapere. Preferisce che Greta, Vanessa, e migliaia di
illusi come loro, continuino a cullarsi in quegli ideali sbagliati. Ma
ora non paga fa anche peggio. Difendendo la loro immagine di moderne
eroine soffia sulla dabbenaggine di altri che al pari di loro potrebbero
sognarsi di partire. Nuovi «eroi» per i quali la maggioranza degli
italiani - liquidati da Saviano come simboli di un «paese fallito» -
dovranno tornare a pagare.
Gian Micalessin - 2o gennaio 2015fonte: http://www.ilgiornale.it
Il 14 gennaio 2015 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione in cui si chiede il rimpatrio dei due fucilieri. Chi ha a cuore questa vicenda, chi l'ha seguita fin dal suo inizio, e sa cosa è veramente accaduto, dovrebbe esserne felice, finalmente da una sede internazionale un concreto appoggio, un avvenimento positivo. Peccato che mentre si chiede, ... anzi no !!, si auspica la competenza giuridizionale sul caso all'Italia o ad un arbitrato internazionale, lo stesso Parlamento, prima che questo avvenga, "giudichi" ed emetta "sentenza"... dando per accertato che dalla petroliera si sia sparato contro il peschereccio St. Antony, che questi spari abbiano provocato le vittime, e che i due accusati sono stati identificati come colpevoli.
Al diavolo anche la presunzione d'innocenza, il principio giuridico secondo il quale un "imputato" è considerato non colpevole sino a che non sia provato il contrario, e Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non sono nemmeno imputati visto che dopo circa tre anni l'India non è stata ancora capace di presentare un capo d'imputazione, nemmeno uno straccio di prova. Sono due militari italiani catturati, e tenuti sotto sequestro, da un paese straniero, con una Italia consenziente che ha scelto di trattare, fin dall'inizio, i due Fucilieri come colpevoli, che in seguito non ha voluto abbracciare le evidentissime "ragioni dell'innocenza", e fare retromarcia. Un passo indietro che avrebbe chiamato in causa troppi attori, tra politici e militari, di questa vergognosa farsa ? .... ed allora meglio continuare a fare le tre scimmiette dando adito ai noti anti-militaristi di gettare fango su due servitori dello Stato al grido di : Assassini !
e.emme - 19 gennaio 2015
_____________________
RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO SUL CASO DEI DUE MARO' ITALIANI ANALISI DEL VOTO
- Se il Presidente della Republica li riceve al Quirinale in occasione del permesso natalizio del 2012;
-
se il C.te in seconda testimonia che l'imbarcazione che aveva attaccato
l'Enrica Lexie non era assolutamente il Saint Antony, sul quale
peraltro le tracce dei proiettili ricevuti hanno una traiettoria
orizzontale e non obliqua;
- se Girone, nel corso della video conferenza del 2 giugno 2014, chiede con voce forte, decisa, a tratti vibrante che venga riconosciuta la loro innocenza;
-
se Latorre chiede ai giornalisti che seguono alcuni politici in gita a
New Delhi di raccontare la verità e di ascoltare quanto testimonia il
C.te Noviello;
- e se
dopo circa tre anni l'India non è stata ancora in grado di presentare un
capo di imputazione, nemmeno uno straccio di prova, la risposta può
essere solo una:
" DIMOSTRANO L'INNOCENZA DEI DUE FUCILIERI DI MARINA"
Non
può meravigliare quindi se dopo circa tre anni l'India non sia stata in
grado di collaborare con la Procura di Roma che aveva richiesto gli
atti sull’omicidio dei due pescatori indiani, avvenuto a febbraio 2012,
tanto che la stessa Procura si è vista costretta ad archiviare
l'inchiesta romana.
Quello che meraviglia, e non poco, è invece il
timido e sottomesso atteggiamento di ben tre governi italiani, di
quattro Ministri degli Esteri e dei vertici delle FF.AA .... un
incomprensibile immobilismo.
Si discute ancora di
internazionalizzazione, di UNCLOS, di regole di ingaggio, di competenza
giurisdizionale (indiana o italiana), di diritto internazionale, di
quell'arbitrato internazionale sempre invocato, annunciato, ritenuto
indispensabile e mai partito ............. ma non si abbracciano e
mai si sono volute abbracciare con decisione, convinzione e
determinazione, pur in presenza di evidenti incongruenze, le " ragioni
dell'innocenza " tanto evidenti nell'Analisi Tecnica del perito
Luigi Di Stefano o nel servizio di Toni Capuozzo con Stefano Tronconi,
che evidenzia anche come il C.te del Saint Antony, Freddy Bosco, avesse
dichiarato al suo rientro in porto di aver subito l'incidente, nel quale
avevano perso la vita due pescatori del suo equipaggio, alle ore 21.30,
mentre l'Enrica Lexie aveva respinto l'attacco di presunti pirati alle
ore 16.30. Già in quell'occasione le autorità italiane avrebbero dovuto
pretendere l'immediato rilascio dei due fucilieri.
Si sarebbe potuto tener conto che, fin dal
24 febbraio 2012, risultava aperto dinanzi al Tribunale ordinario di
Roma il procedimento penale n. 463/2012 nei confronti dei due fucilieri
di marina, indagati per il delitto di omicidio volontario ex articolo
575 cod. pen. e poteva essere ordinata, già in occasione della
presenza dei marò in Italia per la licenza “natalizia” , la misura del
divieto di espatrio, il che avrebbe consentito di accertare, davanti al
giudice italiano competente e con tutte le garanzie costituzionali, le
eventuali condotte illecite addebitabili ai due marò."
"Inoltre,
essendo i nostri fucilieri imputati di omicidio volontario ed essendo
prevista nell’ordinamento indiano anche la pena di morte, la loro riconsegna
si poneva in contrasto assoluto con il combinato disposto degli articoli
25 e 27 della Costituzione, dal cui coordinamento discende il divieto
di estradizione (o consegna) del cittadino verso uno Stato il cui
ordinamento ammetta come sanzione, per il reato per il quale si procede,
della pena capitale, che invece è vietata in Italia, oltre alla
compressione inammissibile del nucleo insopprimibile dei diritti
fondamentali garantiti nel nostro Stato, nell’ambito dei quali è
sicuramente rinvenibile il diritto alla vita. Risultano altresì violati,
in relazione al medesimo diritto, l’articolo 2 della CEDU (Convenzione europea dei diritti dell'uomo) nonché il protocollo n. 6 alla CEDU concernente l’abolizione della pena di morte. " Queste motivazioni si potevano far valere a sostegno della revoca dell’impegno preso.
E
che dire quando, in esecuzione di una ordinanza, il Ministero
dell’Interno indiano ha allertato la polizia di frontiera, portuale e
aeroportuale, per impedire l’eventuale partenza dell’ambasciatore
Mancini, in flagrante violazione del diritto diplomatico
consuetudinario, quale codificato dalla convenzione di Vienna del 1961.
Vale la pena richiamare anche l’art. 29 della CVRD (Convenzione di
Vienna sulle relazioni diplomatiche) che, conformemente alla risalente
norma consuetudinaria internazionale sulla “sacertà degli ambasciatori”,
sancisce che “la persona dell’agente diplomatico è inviolabile. Egli
non può essere sottoposto ad alcuna forma di arresto o detenzione. Lo
Stato accreditatario lo tratta con il massimo rispetto che gli è dovuto,
e adotta tutte le misure idonee per impedire qualsiasi attentato alla
sua persona, alla sua libertà ed alla sua dignità”.
Sono
stati molteplici gli errori compiuti da parte italiana, ad iniziare dal
primo, la madre di tutti, al quale in sede di una auspicabile quanto
doverosa commissione di inchiesta bisognerà dare delle risposte, quello
di far invertire la rotta alla Enrica Lexie consentendo che entrasse
nelle acque territoriali indiane e nel porto di kochi, un errore
madornale e ingiustificabile al quale fece seguito, di fatto, la
consegna di due Sottufficiali della Marina Militare italiana ad uno
Stato straniero. Sono passati circa tre anni nei quali l'India ha
potuto esercitare la sua prepotenza, il disprezzo per il diritto
internazionale e per le norme consuetudinarie, .... una costante presa
per i fondelli grazie ad un atteggiamento italiano mai fermo, privo di
azioni veramente incisive e concludenti, che ha risposto alla strategia
indiana dei rinvii con quella degli annunci ad orologeria.
Chi ha
seguito i fatti, da quel maledetto 15 febbraio, conosce bene
l'evoluzione di questa assurda vicenda, e in attesa che finisca vale la
pena ricordarne qui di seguito qualcuno, per non dimenticare .. anche se sarà
impossibile. Una "Farsa", una “Caporetto” diplomatica, politica e
giudiziaria del terzo millennio. Spesso, dopo la sconfitta può
giungere la vittoria e questo è l'augurio, per Massimiliano e
Salvatore, per le loro famiglie, per il prestigio internazionale
dell’Italia.
e.emme - 25 novembre 2014
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Marò, chiesta seconda rogatoria all'India. Perizia sulle foto a bordo dell'Enrica Lexie
La Procura della Repubblica di Roma ha inoltrato una seconda
rogatoria internazionale all'India per avere accesso alle prove
dell'omicidio dei due pescatori indiani ad opera dei due marò,
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Lo rivelano fonti
investigative, le quali hanno disposto per il prossimo 28 marzo una
perizia in contraddittorio. Il perito del procuratore aggiunto Giancarlo
Capaldo incontrerà i consulenti dei due marò per analizzare le immagini
scattate da una macchina fotografica della nave italiana. Si tratta di
scatti compiuti nei momenti precedenti e successivi a quando i marò
spararono. Consulenza, inoltre, sarà compiuta sui computer della nave,
sui quali ci sono gli scambi di email avvenuti con l'armatore e le
autorità italiane. Infine la Procura intende continuare l'interrogatorio
di Girone, uno dei due marò.
di Ivan Cimmarusti - 20 marzo 2013
fonte: http://www.ilsole24ore.com
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SILENZIO DA NEW DELHI
Marò, verso l'archiviazione l'inchiesta romana
La procura getta la spugna: «Dall’India nessun contributo»
5 agosto 2014
L’inchiesta della Procura di Roma sui marò Massimiliano Latorre e
Salvatore Girone va verso l’archiviazione. I magistrati capitolini non
possono verificare la veridicità delle dichiarazioni di innocenza
rilasciate dai due fucilieri a marzo 2013, in quanto le autorità di New
Delhi, stranamente, hanno sempre snobbato le richieste di atti
sull’omicidio dei due pescatori indiani avvenuto a febbraio 2012.
Si chiude così il procedimento alla Procura ordinaria, in cui i
militari risultano indagati per il reato di omicidio volontario. Resta,
dunque, il giallo su come sono andati realmente i fatti, quando dalla
nave Enrica Lexie furono esplosi i proiettili verso l’imbarcazione
scambiata per un battello di pirati. Le autorità indiane si tengono
stretti gli incartamenti investigativi, non consentendo all’Italia di
verificare le accuse. Tuttavia, Latorre e Girone restano sotto
procedimento della Procura militare, che ha iscritto entrambi per i
reati di «violata consegna» e «dispersione di oggetti di armamento
militare». L’inchiesta è del procuratore militare Marco De Paolinis, il
quale intende verificare se l’uso delle armi da parte dei due marò si
stato corretto per quanto riguarda le regole d’ingaggio e le
disposizioni che regolano il servizio di protezione a bordo dei
mercantili. La dispersione di armamento militare, invece, riguarda le
ipotizzate sventagliate di fucile che sarebbero state sparate dai due
marò verso la barca dei pescatori indiani.
La Procura ordinaria, invece, è pronta a chiedere l’archiviazione. Il
procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, dopo aver raccolto le
dichiarazione dei due marò, si è dovuto fermare. La mancanza degli atti
investigativi indiani, infatti, non ha consentito di analizzare le
dichiarazioni di Latorre e Girone, così da accertare eventuali reati.
Per il momento, i due fucilieri restano in India. Ma dalla Procura di
Busto Arsizio giunge l’archiviazione dell’inchiesta Finmeccanica sulla
corruzione per la vendita di 12 elicotteri Agusta all’India. La chiusura
di un procedimento penale che potrebbe segnare un punto a favore di
Latorre e Girone. I rapporti tra l’Italia e il sub continente indiano
erano arroventati anche dalle accuse di corruzione rivolte dai giudici
lombardi ad alcuni esponenti di vertice della nomenclatura indiana -
accuse arrivate proprio quando la suprema corte indiana doveva decidere
sulla possibilità di condanna a morte dei due fucilieri di marina - dopo
l’archiviazione del caso le cose potrebbero, questo l’auspicio,
cambiare in meglio. Negli atti del procedimento infatti risultavano
numerosi pezzi da 90 del governo indiano: Sonia Gandhi e il suo
segretario politico Ahmed Patel, il premier Manmonah Singh, i ministri
Veerapa Moily all’Economia e Oscar Ferandes ai Trasporti, il governatore
del Bengala M.K. Narayana e il capo delle ferrovie indiane Vinay Singh.
Nomi pesanti che avevano alzato la tensione nei rapporti tra i due
paesi e che avrebbero potuto riversarsi proprio sulla testa di Girone e
Latorre. Ora però la Procura, con il provvedimento di archiviazione, ha
riconosciuto, da un lato, l’estraneità di Finmeccanica rispetto alla
presunta corruzione e, dall’altro, che Finmeccanica, sin dal 2003, ha
adottato - e, costantemente aggiornato - un modello di organizzazione,
gestione e controllo idoneo a prevenire reati della stessa specie di
quello contestato, rivolgendo grande attenzione anche agli aspetti di
compliance, al fine di garantire adeguati standard di correttezza ed
eticità.
Ma se da una parte, la caduta delle accuse giudiziarie contro i vertici
indiani potrebbero avere reso meno pesante la situazione dei due
fucilieri di marina, dall’altra sono ancora tanti gli intoppi che
ritardano la conclusione della vicenda. Sull’intricato giallo legato
alla morte dei due pescatori indiani è intervenuto anche il Capitano di
fregata Antonio Colombo, rappresentante del Cocer della Marina Militare,
che in un’intervista rilasciata alla radio di Stato australiana si è
scagliato contro l’immobilismo del governo italiano rispetto alla sorte
dei due militari: «La cosa che non mi piace è che non ho ancora sentito
una volta Renzi, la Mogherini. Non parlano di questi ragazzi! Ma perché
non parlano? Li ignorano. Vogliono fare in modo che la cosa cada nel
dimenticatoio? Io non lo capisco, e non lo dico da militare ma da
italiano».
di Ivan Cimmarusti- 5 agosto 2014
fonte: http://www.iltempo.it
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Marò: per la Procura italiana sono
innocenti. Archiviato il fascicolo, e adesso?
di Luigi Di Stefano
La recentissima
decisione della Procura di Roma di archiviare il fascicolo a suo tempo
aperto a carico dei due Fucilieri di Marina trattenuti in India con
l’accusa di aver ucciso due pescatori, cambia completamente il quadro
della situazione dal punto di vista giudiziario: in Italia non sono più
accusati di nulla.
Il Procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo
arriva a questa decisione prendendo atto che rispetto alle dichiarazioni
di innocenza dei due accusati da parte degli inquirenti indiani non è
stato trasmesso, a fronte di due richieste della magistratura italiana,
nessun documento processuale a sostegno della ipotesi di colpevolezza.
In sostanza le autorità indiane “non rispondono” alla magistratura
italiana, un gesto sicuramente offensivo e che ha pochissimi precedenti.
Ma
di fatto in questo modo le autorità indiane certificano la loro
impotenza a produrre elementi di prova, o anche semplicemente indiziari
di valenza processuali, a sostegno delle accuse contro i due militari
italiani. E come ho scritto anche recentemente non le producono perché
non le hanno, e se non le hanno sanno anche che i due sono innocenti,
come gli elementi di conoscenza che ormai abbiamo sulla vicenda indicano
con sicurezza da almeno un anno.
Non c’è più ragione alcuna per tenere riservati elementi che potrebbero
mettere la parola fine all’intera vicenda: se la magistratura si è
chiamata fuori faremo noi. L’altro punto è che ora, di fronte alla
impotenza indiana a fornire elementi di riscontro alle accuse, potremo
essere maggiormente incisivi, sia sui media internazionali sia in sede
istituzionale italiana e europea, a far conoscere “Le ragioni
dell’innocenza” e sostenere una richiesta di Commissione di inchiesta in
sede europea sul comportamento delle autorità indiane. La
decisione della magistratura è quindi una presa d’atto importante, che
dal punto di vista della conoscenza dei fatti dovrebbe produrre un
effetto immediato e determinante: non esiste più il segreto istruttorio
su alcuni elementi importanti, in particolare le registrazioni radar
della petroliera Enrica Lexie. Ho chiesto di esaminare le registrazioni
radar il 3/7/2013 senza avere risposta, ma ora non c’è più motivo di
tenere quei dati riservati, e quindi rinnoverò la richiesta alla luce
del provvedimento di archiviazione.
Infine, e questo lo valuterò
nei prossimi giorni con l’avvocato, presentare una querela contro Mr.
Freddy Bosco + ignoti per aver falsamente accusato i due militari
italiani dei tragici fatti con false testimonianze, omissioni,
distruzione di reperti giudiziari, formazione di falsi scenari, etc. Gli
elementi che abbiamo per sostenere una accusa del genere sono ormai
imponenti. E li useremo tutti.
MARO' LO SFOGO DI GIRONE «Abbiamo obbedito agli ordini e mantenuto la parola che ci era stata chiesta e continuiamo a mantenere. Ma siamo ancora qui»
02 06 2014
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Il comandante in seconda della Lexie: ''Non sono stati i marò a colpire i pescatori''
12 marzo 2013
L'attacco
respinto dalla Enrica Lexie avviene alle 4.30 pm, il padrone del Saint
Antony al suo rientro in porto dichiara ad una emittente locale ( Video di Venad
News) di aver subito l'attacco nel quale sono stati uccisi due suoi
pescatori alle 9.30 pm.
«Erano le 9 e 30 della sera. Ho sentito un grande rumore. Mi sono svegliato e ho visto Julas che perdeva sangue dal naso e dalle orecchie. Ho gridato. Ho svegliato gli altri. Anche loro urlavano. Quando ci hanno sentito, dalla nave hanno cominciato a spararci addosso. Era nera in alto e rossa alla base». Freddy Bosco è appena sceso su un molo a Neendakara. Parla a una selva di microfoni. Vicino a lui c’è un poliziotto. Un cronista, sorpreso, lo interrompe. «L’incidente — obietta — è avvenuto prima delle 17!». Bosco insiste: «Erano le 9 e 30 di sera».
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I Marò sono innocenti, ecco perchè: di Toni Capuozzo TG5 del 1 luglio 2013