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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

06/12/19

ARDEA .. Lido delle Salzare, una vergogna infinita ( con aggiornamento 8 febbraio 2020 / 20 marzo 2020 )




ARDEA (Roma) - Tor San Lorenzo

Un servizio di CAN10/Ostia del 26 marzo 2019 sull'ennesimo sopralluogo di un nucleo della Guardia Nazionale Ambientale volto a denunciare l'estremo degrado e l'evidente emergenza igienico sanitaria riscontrata presso il complesso immobiliare "Lido delle Salzare".
Complesso oggetto di numerosi atti giudiziari , dichiarato abusivo, da abbattere come da sentenze passate in giudicato del TAR del Lazio prima e del Consiglio di Stato dopo,  e allo stato proprietà del Comune di Ardea.

Troppo lungo sarebbe ora narrarne tutta la storia, che abbraccia un ventennio,  ben conosciuta dagli abitanti di Ardea e Tor San Lorenzo, dagli organi di informazione locali, e da molti altri che fanno finta di non sapere.


      foto di repertorio, aprile 2019




L'articolo/video parla erroneamente di nuova discarica, ma quel che si vede, e non è tutto, è una vergona che va avanti da anni senza che nessuno intervenga radicalmente, il più assoluto menefreghismo per il concreto pericolo di contrarre malattie importanti a danno di chi vive in  quegli appartamenti e per chi soggiorna, soprattutto nel periodo estivo, nelle immediante vicinanze del complesso in questione.




Dopo il 26 marzo 2019 è accaduto qualcosa ? Assolutamente no !! i rifiuti di ogni genere e provenienza aumentano giorno dopo giorno senza nessun intervento da parte delle istituzioni locali, tantomeno da parte di chi, come la Procura della Repubblica, il NOE, la ASL, la Polizia Locale e le Forze dell'Ordine, è stato più volte sollecitato ad intervenire con segnalazioni ed esposti.

Restiamo in attesa
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Aggiornamento - 8 febbraio 2020


Allo stato nulla è cambiato, nessun intevento, mentre il degrado ambientale, l'emergenza igienico sanitaria ed il pericolo per la salute pubblica sono sempre più presenti.

Di seguito foto del febbraio 2020 che si pubblicano per gentile concessione del geometra Luigi Centore.  

Se per qualsiasi motivo tutti questi rifiuti dovessero andare a fuoco, le coseguenze per l'ambiente e i residenti sarebbero disastrose.






  








 


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Aggiornamento - 20 marzo 2020

Nulla è cambiato, ancora nessun intervento,  mentre la già enorme quantità di rifiuti continua ad aumentare così come il degrado ambientale, l'emergenza igienico sanitaria ed il pericolo per la salute pubblica sempre più incombente.

In verità qualcosa è cambiato, è accaduto quello che si temeva e che già era stato in qualche modo preannunciato nel precedente aggiornamento dell'8 febbraio 2020 ( rpt "Se per qualsiasi motivo tutti questi rifiuti dovessero andare a fuoco, le coseguenze per l'ambiente e i residenti sarebbero disastrose").

* " Un violento incendio si è sviluppato intorno alle 20 del 18 marzo. Ad andare a fuoco una gran quantità di rifiuti abbandonati a lato della palazzina "D"


Incendio


Il fumo e l’odore acre hanno infastidito le famiglie che abitano nelle palazzine confinanti e nello stesso complesso. La segnalazione dell’incendio è arrivata anche al sindaco Mario Savarese, che ha provveduto a girare l’allarme al Comandante della Polizia Locale di Ardea Sergio Ierace. Sono stati avvisati anche i Carabinieri della Tenenza di Ardea, che si sono recati immediatamente sul posto coordinati dal comandante Ten. Antonio Calabrese "




* "Altro incendio il 19 marzo, questa volta ad andare a fuoco sono stati i rifiuti di ogni genere accatastati nel sottoscala della palazzina D. Aria irrespirabile, e fumo nero che ha invaso i palazzi intorno e il Consorzio “Sabbie d’Oro”. Questo avvenimento non è nuovo ai residenti della zona, che da anni continuano ad avanzare richieste per porre fine alla situazione di abusivismo, delinquenza e degrado in cui versa il territorio.
Sono ancora da accertare le dinamiche dell’incendio. Sul posto sono intervenuti tempestivamente i Vigili del Fuoco del Distaccamento di Pomezia e i Carabinieri della Tenenza di Ardea "























Adesso c'è il timore che venga dato fuoco anche alla gran quantità di rifiuti abbandonati alle spalle della palazzina "D" e della "E". 
Dopo questi ultimi episodi si confida in qualche intervento delle istituzioni comunali preposte al controllo del territorio e alla tutela della sicurezza urbana e della salute pubblica.

Restiamo in attesa


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e.emme

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26/11/19

Perché la riforma del Mes è un disastro per l’Italia



Ora Gualtieri dice che va tutto bene, ma la riforma del Meccanismo europeo di stabilità inciderà pesantemente sui nostri conti

conte gualtieri manovra

Adesso Banca d’Italia e il vice direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica fanno marcia indietro, e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (Pd) dichiara che tutto va bene, che la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in dirittura d’arrivo non modifica le condizioni per l’accesso al prestito da parte dei paesi dell’eurozona e non obbliga chi ne fa richiesta alla ristrutturazione del debito (traduzione: a non rimborsare in tutto o in parte i titoli di Stato ai detentori piccoli e grandi per ridurre l’indebitamento pubblico).

Settimana scorsa

Ma non era così settimana scorsa e quella precedente, quando prima Giancarlo Galli (già deputato Pd e capo economista di Confindustria prima di diventare vice direttore dell’Osservatorio sui conti) in audizione presso le Commissioni riunite V e XIV della Camera dei Deputati e poi il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco in occasione di un seminario sull’unione monetaria lanciavano l’allarme sui contenuti della riforma del Mes, il Fondo salva-stati creato dai paesi dell’Eurozona nel 2011 per intervenire in casi di crisi finanziarie dei paesi partecipanti.

Un colpo di pistola

Galli l’ha definita «un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori, una sorta di bail-in applicato a milioni di risparmiatori». L’economista ed ex parlamentare aveva esordito nella sua audizione dichiarando «la riforma del Mes contiene elementi di criticità per l’Italia abbastanza forti». Aveva poi spiegato che è un’entità esterna al perimetro delle istituzioni europee, creato con un trattato ad hoc, e che quindi non risponde al Parlamento Europeo. Che la riforma sposterà l’asse del potere economico nell’eurozona dalla Commissione Europea al Mes, che diventerebbe il vero “Fondo Monetario Europeo”, a immagine del Fondo Monetario Internazionale (Fmi).

La precondizione per chiedere aiuti

E che la criticità è la seguente:
«Nella riforma che viene proposta emerge in modo implicito ma abbastanza chiaro l’idea che un paese che chiede aiuto al Mes debba ristrutturare preventivamente il proprio debito pubblico nel caso in cui non sia ritenuto sostenibile dallo stesso Mes. La novità sta nell’idea che la ristrutturazione diventi una precondizione pressoché automatica per ottenere gli aiuti. Questa idea che si debba stabilire una regola che obblighi alla ristrutturazione un paese che chiede accesso ai fondi del Mes e abbia un debito giudicato insostenibile è stata espressa in modo molto esplicito e ripetutamente da esponenti come il governatore della Bundesbank Jens Weidmann. (…) Si danno gli aiuti, ma li si condizionano alla ristrutturazione del debito, il che dovrebbe evitare quel “rischio morale” che ha spinto alcuni paesi a non fare gli aggiustamenti necessari».

A chi dare gli aiuti

Galli ha citato la dichiarazione franco-tedesca di Mesenberg, che afferma che gli aiuti del Mes vanno dati solo dopo un’analisi della sostenibilità del debito del paese che ne fa richiesta, e ha espresso la sua preoccupazione per la riaffermazione del concetto di “private sector involvement” nelle azioni di aggiustamento, una perifrasi per indicare che potranno non essere ripagati titoli di Stato detenuti dai privati.
«Ho l’impressione che le clausole single limb (sistema per facilitare le ristrutturazioni di titoli – ndr) siano introdotte avendo in mente l’Italia e dando al mercato un segnale negativo sull’Italia».

Una calamità immensa

Nella situazione italiana, dove il 70 per cento del debito è detenuto da soggetti residenti in Italia,
«la ristrutturazione sarebbe una calamità immensa, con distruzione di risparmio, fallimento di banche, disoccupazione, impoverimento della popolazione. Una ristrutturazione sarebbe un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori, una sorta di bail-in di massa applicato a milioni di risparmiatori innocenti».
«Azioni o parole che possano ingenerare nei mercati anche solo il timore di una ristrutturazione o di un default vanno considerati un pericolo per l’Italia e per gli italiani. Per questo motivo noi ci preoccupiamo delle proposte di revisione del trattato Mes».

Una spirale perversa

Parole simili a quelle che di lì a poco avrebbe pronunciato Ignazio Visco:
«I piccoli ed incerti benefici di una ristrutturazione del debito», avrebbe detto sabato 16 novembre, «devono essere bilanciati con il rischio enorme che il semplice annuncio di una sua ristrutturazione possa innescare una spirale perversa di aspettative di default, le quali potrebbero rilevarsi autoavveranti».

Fondo ammazza stati

Insomma, gli interventi di autorevoli economisti venivano a confermare quello che l’opposizione di centrodestra andava dicendo coi toni esagitati del dibattito politico, definendo il Mes in gestazione «Fondo ammazza stati» (Matteo Salvini), «nuova eurofollia» (Giorgia Meloni), un evento così traumatico che richiederà «burro e vaselina» (Claudio Borghi), un’iniziativa tedesca che causerebbe «gravi danni al sistema bancario italiano» (Renato Brunetta). Nel suo blog Luciano Barra Caracciolo, sottosegretario agli Affari europei nel primo governo Conte, scrive:
«La riforma del Mes impone una scelta, obbligata e senza alternative, tra ristrutturazione del debito pubblico o definitiva ristrutturazione sociale italiana, cioè uno sconvolgimento ordinamentale e dunque costituzionale».

Si rimangiano tutto

Sono passati pochi giorni e sia Bankitalia che Galli si sono rimangiati buona parte delle loro affermazioni. Visco non avrebbe «messo in guardia» dalla riforma, ma solo «espresso cautela». Galli adesso dice che le sue parole sono state strumentalizzate, e che nonostante i problemi che la riforma presenta per l’Italia,
«i nostri negoziatori sono riusciti a espungere ciò che era nelle intenzioni chiaramente espresse da molti esponenti dell’establishment del Nord Europa e cioè la ristrutturazione automatica e preventiva del debito dei paesi che si rivolgessero al Mes per assistenza: la ristrutturazione non è automatica, perché dipende dall’esito dell’analisi di sostenibilità del debito».

La riforma in sintesi

La ristrutturazione non è automatica? Andiamo a vedere cosa prevede in sintesi la riforma. Le condizioni per i prestiti, se la riforma dovesse essere confermata nella forma attuale, sarebbero le seguenti: 1) non essere in procedura d’infrazione; 2) vantare un deficit inferiore al 3 per cento da almeno due anni; 3) avere un rapporto deficit/Pil sotto il 60 per cento (o, almeno, aver sperimentato una riduzione di quest’ultimo di almeno 1/20 negli ultimi due anni).

Default di Bot e Cct

Chiaramente l’Italia non rientra nel punto 3: il nostro rapporto debito/Pil è del 134,8 per cento e non lo stiamo riducendo di 6,5 punti percentuali ogni due anni. Dunque la realtà è questa: se l’Italia, che ha versato al Mes 14,3 miliardi di euro che sono serviti per aiutare Cipro, Grecia, Spagna e Irlanda, dovesse avere bisogno in un futuro prossimo di un prestito del Mes, non potrebbe ottenerlo a meno che non intervenga selvaggiamente per rendere sostenibile il proprio debito agli occhi dei tecnici del Mes, cioè dichiarando un default su parte dei Bot, Cct, ecc. Coi nostri soldi stiamo aiutando mezza Europa, ma non potremo nemmeno averli indietro per aiutare noi stessi. Se prima non decapitiamo i nostri risparmiatori.


23/10/19

Il governicchio del caos



Il governicchio del caosCome era inevitabile che accadesse, un governicchio tenuto insieme dalla necessità di evitare il voto anticipato non poteva che impantanarsi tra gli impervi ostacoli della Legge di Bilancio. Ciò è quanto sostiene l’autorevole Stefano Folli il quale, pur non trovando in questo particolari novità rispetto al passato, sottolinea: “Non è la prima volta che un governo di coalizione boccheggia davanti agli scogli della legge di bilancio, come insegna la storia della Prima e un po' anche della cosiddetta Seconda Repubblica… Tuttavia è la prima volta che un Esecutivo appena nato – meno di due mesi fa – risulta essere così sfilacciato, privo di qualsiasi collante politico, non diciamo di un'idea condivisa del futuro. È il suo vizio d'origine, essendo nato unicamente per evitare le elezioni guadagnando tempo”.

Ecco, la stringata enunciazione di Folli fotografa in modo piuttosto esauriente la precaria condizione che sta vivendo l’attuale maggioranza, nella quale tende a predominare una crescente confusione, se non un vero e proprio caos, che prima o poi sfocerà in una inevitabile crisi politica.

In particolare, nel caso di un andamento ancor più sfavorevole della nostra già disastrata economia, con gli inevitabile contraccolpi sullo spread, il formidabile collante dell’autoconservazione parlamentare non potrà più bastare per tenere insieme forze politiche così distanti. D’altro canto, nel mondo globalizzato già in parecchi intravedono l’arrivo di una crisi economica, favorita dalla guerra doganale in atto, la quale avrebbe per l’Italia dei debiti e delle tasse ripercussioni catastrofiche. In tal senso se l’Esecutivo giallo-rosso avesse realmente inteso proteggere, almeno nei limiti del possibile, il Paese nell’eventualità di uno scenario di grave congiuntura internazionale, avrebbe dovuto prioritariamente intervenire con l’accetta sui due insensati provvedimenti adottati dal primo Governo Conte, ovvero Quota 100 e Reddito di cittadinanza. Avrebbe dovuto, inoltre, rimettere in discussione l’altrettanto insensata, dal momento che anche in questo frangente si è fatto ampio ricorso al deficit, politica dei bonus, con quello degli 80 euro in testa, fortemente voluta da Matteo Renzi.

Invece si è seguita la vecchia linea che ha fin qui caratterizzato praticamente tutti i Governi degli ultimi cinquant’anni: tenere in piedi le precedenti leggi di spesa, raschiando il fondo del barile dei conti pubblici nel disperato tentativo di aggiungerne altre. E tutto questo da sacrificare sull’altare supremo del consenso, mascherato con il solito e oramai logoro campionario di buone intenzioni con cui lastricare l’inevitabile inferno che ci attende. Da qui discende il sempre più indigesto fritto misto di una manovra caratterizzata da misure altrettanto insensate rispetto a quelle che non si è avuto il coraggio di modificare. Misure che impongono nuove tasse e nuove coercizioni, come l’assurda battaglia contro l’uso del contante, e che contengono ulteriori elementi di terrorismo fiscale, in ossequio alla vocazione forcaiola dei grillini, soprattutto ai danni dei nuovi kulaki, cioè la grande platea dei lavoratori indipendenti di questo disgraziatissimo Paese.



13/10/19

Metti un Volpi nel pollaio Copasir

Metti un Volpi nel pollaio CopasirNella guerra degli spioni alla quale tutta la politica partecipa, la Lega di Matteo Salvini mette a segno un colpo decisivo: la nomina di un proprio rappresentante alla presidenza del Copasir, il Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. Si tratta del deputato Raffaele Volpi che succede al “dem” Lorenzo Guerini, nel frattempo diventato ministro della Difesa. Col cambio della maggioranza, la presidenza del Copasir sarebbe comunque toccata a un rappresentante delle opposizioni. Ed è stato il leghista a spuntarla con 6 voti su dieci. Poi, tre schede bianche e un voto al deputato Elio Vito.

La sua vittoria va di traverso ai Cinque Stelle i quali pur di sbarrare la strada a un uomo di Salvini hanno tentato un accordo con Forza Italia per convogliare i voti sul forzista della Commissione, Elio Vito. Questa volta però l’asse con il Partito Democratico non ha funzionato. I “dem” si sono acconciati ad appoggiare il leghista probabilmente perché neanche a loro dispiace che da qualche parte in Parlamento vi sia qualcuno in grado di tenere sulla corda il premier Giuseppe Conte. Già, perché l’ex avvocato del popolo oggi migliore amico di se stesso, da qualche tempo si è montato la testa. Il rapporto privilegiato con Donald Trump lo ha mandato su di giri. Le sue dichiarazioni lambiscono il delirio lucido, come quella di dirsi nella relationship con l’Amministrazione americana più duro di Bettino Craxi a Sigonella. Un paragone bugiardo e inelegante per autopromuoversi.

Fu Beppe Grillo a dargli dell’elevato e lui ha cominciato a comportarsi da tale. Ma in politica l’autoesaltazione non funziona quasi mai. I sostenitori, in casa grillina, cominciano a stufarsi di essere trattati dal premier come Kleenex. Vorrebbero contare nelle scelte di governo e non sentirsi scavalcati da un arrogante “ghe pensi mi” che sulla bocca di un foggiano suona strano. Sul fronte Pd e renziano di “Italia Viva” la priorità resta quella di stare al Governo, ma non necessariamente di tenersi Giuseppe Conte. E allora perché non lasciare che ci pensi la Lega a cuocere a fuoco lento l’avvocato arrembante sulla graticola del Copasir? Per questo speciale barbecue non poteva essere scelto cuoco più adeguato.

L’onorevole Raffaele Volpi è il campione del “democristianesimo” realizzato al tempo dei tweet. Uno di basso profilo, poco incline ai riflettori e ancor meno a rispondere alle domande dei giornalisti. Il curriculum è quello del burocrate. Diplomato geometra, una carriera da funzionario di partito. Una storia parlamentare relativamente lunga (nel 2008 la sua prima volta alla Camera) e senza particolari picchi di notorietà. Al Governo una sola volta, nel 2018, da Sottosegretario alla Difesa. Insomma, una vita in grigio che, associata all’aspetto piuttosto bonario da nonno intento a portare al mattino i nipotini a scuola, potrebbe ingenerare qualche dubbio sull’adeguatezza al ruolo, difficilissimo, di presidente della Commissione che controlla gli apparati di Sicurezza del Paese. Ma l’apparenza inganna. Volpi è il classico mastino che quando addenta la preda non la molla. Uomo-macchina, abituato a muoversi al riparo dalle luci della ribalta, è l’uomo a cui Salvini ha affidato la conquista del Sud. È lui che ha chiamato a raccolta i vecchi arnesi della destra post-almirantiana e finiana, non sempre di adamantina illibatezza e con qualche inciampo giudiziario di troppo nel curriculum, per rimetterli in circolazione dopo una gigantesca cosmesi. E per questa operazione-nostalgia è stato premiato dal Segretario federale in persona che lo ha nominato, lo scorso luglio, proconsole della Lega in Campania, ufficialmente coordinatore regionale per vigilare sugli irrequieti neo-leghisti campani.

Volpi ha il fiuto del cane da tartufi per cui, c’è da scommettere, affronterà il confronto con il Presidente del Consiglio sulla questione, spinosa, degli incontri segreti con il ministro delle Giustizia statunitense William Barr e della sua collaborazione con gli 007 americani alla ricerca di prove del presunto complotto dei Democratici Usa per incastrare Donald Trump, prendendola alla lontana. Non è un velocista, ma un passista. Da spalatore non si accontenterà delle chiacchiere argute che vorrà propinargli il presidente del Consiglio, ma vorrà scavare. Potrebbe voler sentire tutti quelli del Dis, dal capo operativo Gennaro Vecchione, all’ultimo usciere della sede romana. Poi toccherà a quelli delle strutture Aise e Aisi. E con tutti proverà a instaurare un feeling, basato sulla reciproca utilità nel più classico spirito del do-ut-des. Volpi non è tipo da lasciare nessuno a bocca asciutta, ma neppure di restare lui a pancia vuota. Lavorerà ai fianchi i suoi interlocutori fino a quando non avrà ottenuto ciò che vuole sapere. Il che non è affatto una buona notizia per Conte.

Se il premier pensava di giocarsi anche quelli del Copasir come si è girato e rigirato i suoi sprovveduti grillini, si prepari a cambiare tattica. Non se la caverà raccontando ai Commissari che, da garante di tutti, avrebbe coperto le malefatte compiute dai suoi predecessori a Palazzo Chigi, in particolare quelle di un sempre più nervoso Matteo Renzi che minaccia fuoco e fiamme contro chi provi a incastrarlo con l’affaire Russiagate. Non faccia conto sull’aiuto del presidente Trump. Visto come “The Donald” usa e getta persone e gruppi dopo essersene servito, come volta le spalle agli alleati per fare gli interessi americani e della sua Amministrazione, Conte non provi a rifare lo scherzetto dell’Affidavit dello scorso agosto, per intenderci quello di “Giuseppi... A very talented man who will hopefully remain Prime Minister!” passato alla storia nel novero delle stranezze dell’uomo della Casa Bianca. Certi coup de théâtre riescono una volta sola. E non se la caverà neppure tirando in ballo il Quirinale. È vero che nei mesi scorsi vi è stata una forte moral suasion del Colle per tenerlo sullo scranno di Palazzo Chigi. Ciò però non implica che il presidente Sergio Mattarella se lo sia caricato nello stato di famiglia. Il problema del Quirinale era di avere un Governo in linea con l’asse di potere franco-germanico in Europa.

Da quando Beppe Grillo, padrone del Movimento Cinque Stelle, ha deciso di trasferirne il possesso, con un comodato d’uso non si capisce quanto gratuito, ai “Dem”, il rischio di un ritorno anticipato alle urne, con vittoria scontata della destra egemonizzata dalla Lega, è stato temporaneamente scongiurato. Quindi, se il premier dovesse essere silurato se ne farebbe un altro. Come si dice: morto (politicamente) il re, viva il re!

22/09/19

Quel surreale silenzio sulle insinuazioni di Salvini contro Conte, e le domande da fargli


O Salvini sa bene di cosa parla, e allora presto tornerà sull’argomento, o ha sparato alla cieca, e fingerà di non averlo mai detto. In ciascuno dei due casi prima o poi qualcuno gliene chiederà conto, di quel metodo insinuante e di quel merito inquietante

(open.online) – C’è qualcosa di surreale nella densa cortina di silenzio che ha accompagnato quasi ovunque le parole di Matteo Salvini nei confronti di Giuseppe Conte. Eppure sono lì, tuttora davanti ai nostri occhi, nella loro pesante brutalità: «Conte? Ha tradito gli Italiani per salvare la sua poltrona, ha qualcosa del suo passato da nascondere?» .
Parole distillate e soppesate, non pronunciate a caldo nel mercato milanese che ieri mattina il leader leghista aveva visitato, tra applausi e fischi, o in una delle quotidiane dirette Facebook. Sedici parole che compongono una nota che gli addetti stampa di Salvini hanno inviato ai giornalisti alle 12.45 di ieri. Richiesti di precisare come si inquadrasse quella domanda retorica, rispondevano in tempo reale si trattava di una nota a commento di quel che aveva appena detto Conte alla festa di Atreju.
Il premier non aveva detto in realtà molto di più che nei giorni scorsi circa il cambio della maggioranza. Aveva semmai affermato che la Lega si è trovata completamente isolata in Europa, perché gli alleati sovranisti dell’Est, l’ungherese Orban e il polacco Kaczynski, si sono ben guardati dal rompere col partito popolare europeo e con la Von der Leyen. Non piacevole per Salvini, ma fattualmente vero.
Eppure è arrivata quella nota di commento. Ora, essa sarebbe stata durissima anche se l’avesse scritta e diffusa l’ultimo eletto della Lega. Ma se a firmarla è l’ex vicepremier di Conte…
Il sospetto che insinua Salvini è grave e greve: che Giuseppe Conte sia stato costretto a «tradire gli italiani» (ma in realtà a buttar fuori dal governo i leghisti) per la necessità di rimanere a Palazzo Chigi. E non per poltronismo, o per brama di potere, ma per continuare a tenere nascosto «qualcosa del suo passato».
Veleno puro, per dirla tutta. L’ombra di un qualche segreto inconfessabile, e per ciò stesso torbido e degradante. Impressiona che ad avanzare un simile sospetto, ai fini di una battaglia di potere, sia il leader più popolare del Paese. Accentua la gravità della cosa il fatto che Salvini sia stato fino a un mese fa il ministro dell’Interno, cioè il capo politico delle strutture di controllo del Paese.
Ma stupisce e sconcerta anche che, di fronte a una allusione così brutale, che il presidente del Consiglio sia sotto ricatto o abbia cambiato il corso della vicenda politica per nascondere un segreto, la reazione generale sia stato il silenzio, il far finta di non aver letto. Nessuna risposta, neanche la più scontata, straparla perché è stato battuto, o la più sarcastica, l’insuccesso gli ha dato alla testa, come disse di sé Ennio Flaiano. «Non aprite quella porta» pare che si siano detti l’un l’altro tutti i protagonisti. Della politica, ma anche del giornalismo.
Siamo giovani e non vogliamo fare i fenomeni, ma dalla logica non si scappa: o Salvini sa bene di cosa parla, e allora presto tornerà sull’argomento, o ha sparato alla cieca, e fingerà di non averlo mai detto. In ciascuno dei due casi prima o poi qualcuno gliene chiederà conto, di quel metodo insinuante e di quel merito inquietante. Intanto ci proviamo noi: senatore Salvini, cosa sa o sospetta? E pensa che si possa reclamare, con una mano, la parola al popolo, e con l’altra alimentare i veleni di palazzo?

Pubblicato su  
fonte: https://infosannio.wordpress.com/2019/09/22/quel-surreale-silenzio-sulle-insinuazioni-di-salvini-contro-conte-e-le-domande-da-fargli/