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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

14/11/17

VILLIPENDIO ALLA NAZIONE







Furibondo per l'indignazione che provo, ho immediatamente provveduto a scrivere questa mail sull'apposito sito del Quirinale che ne ha accusato la ricezione : 

" Egregio Sig.Presidente, un "rapper" di nome Justin Owusu ha osato cantare e ballare sulle sacre tombe dei nostri Caduti al Sacrario di Redipuglia. Capisco che la sinistra, che sempre comunista è, possa non avere nessun senso della Patria, ma ho il diritto di pretendere che venga rispettato il sentimento più profondo degli Italiani per bene degni di questo nome. Le chiedo formalmente, specificando che questa mail verrà pubblicata sui social dove conto quasi 4.000 contatti e oltre 350 gruppi in alcuni con più di 90.000 membri, di provvedere a far incriminare non solo quel volgare individuo per vilipendio alla Nazione ma anche tutti coloro che hanno in qualsiasi modo consentito che questo odioso crimine venisse perpetrato. E' ovvio che ove Lei non adempia a quello che è un Suo preciso dovere commetterebbe a sua volta Alto tradimento, queste cose non possono e non devono essere consentite...mai! "

" Questo è quanto e adesso lo ripeterò ovunque mi sia possibile farlo! ! "


Eppure dovrebbero governare


Eppure dovrebbero governareIn realtà la maggioranza dovrebbe pensare al Paese, al governo dei problemi collettivi, a varare una legge di stabilità seria e concreta. Invece pensa a dare spettacolo, quello al quale tutti assistiamo da settimane, anzi da mesi, anzi per dirla tutta da un anno. Da quando cioè, dopo la batosta sul Referendum costituzionale, anziché portarci al voto, ci hanno obbligati al Governo Gentiloni. Il terzo Esecutivo non eletto, il terzo premier non scelto dagli italiani, la terza maggioranza trasformista, rabberciata in Parlamento, pur di tirare avanti.
Se la gente aveva qualche dubbio sulla capacità del centrosinistra, più gli alfaniani e i verdiniani, di governare il Paese, se lo è tolto. Come se non fossero bastati tre anni con Matteo Renzi per dissipare risorse, per riempire l’Italia di immigrati sconosciuti e perdere l’occasione della politica accomodante di Mario Draghi. In buona sostanza, serviva la ciliegina sulla torta dello spettacolo che può offrire il centrosinistra al Governo e puntualmente la ciliegina è arrivata. Liti, insolenze, tranelli, accuse, ultimatum, rotture e ulteriori prese in giro alla gente, che di ben altro avrebbe bisogno. Per farla breve, era esattamente ciò che serviva al Paese nell’ultimo anno di legislatura per chiudere in bellezza.
Eppure, parlano di successi, di benessere ritrovato e di un’Italia fuori dal tunnel della crisi e dei guai. Roba da non credere. La realtà è che, a fronte di una crescita del Pil, che è solo congiunturale per merito della Bce, il disastro del Paese è rimasto intatto. Tutto è tale e quale a prima, a parte qualche provvedimento elettorale e una legge di stabilità che si annuncia ideale per tirare la volata al voto di primavera. Questo ha dimostrato il centrosinistra; questo sta dimostrando con lo spettacolo al quale assistiamo. Non c’è italiano, crediamo, che non si renda conto di quanto Governo e maggioranza stiano pensando ai fatti loro, agli interessi di bottega e a come tornare in Parlamento.
Come se non bastasse, nella legge di stabilità si sono trovati e si stanno trovando soldi solo in funzione del consenso, piuttosto che delle necessità. Assunzioni statali, aumenti al settore pubblico, qualche bonus di favore; insomma, tutto ciò che veramente serve al Paese per ripartire. Raramente nella storia repubblicana si è assistito a un fine legislatura tanto teatrale quanto negativo. Per non parlare dello Ius soli che, ove fosse approvato, ci darebbe il colpo di grazia.
Hanno fallito, questa è l’unica verità. Il centrosinistra con l’aiuto di qualche drappello eletto nel centrodestra e passato dall’altra parte ha buttato alle ortiche lo straordinario lavoro della Bce. Infatti, siamo tra gli ultimi posti in Europa per crescita, sviluppo, occupazione, giustizia, sanità, previdenza e fisco. Altro che successi e vittorie. Facciano pure e provino ancora a suggestionarci con effluvi di polvere di stelle. Il sipario sta calando e la primavera è vicina, molto vicina.

12/11/17

L’Italia crepa, ma il problema sono ancora i fascisti. Facciamo “Piazza pulita” delle banalità.

Mentre tutto muore, qui, in questo letamaio di omertosi, di accontentati, di scesi a compromessi e mai risaliti; di nani che proiettano ombre di giganti, di corrotti e arrestati, indagati, e poveracci che si scannano davanti alla porta rotta di un ufficio di periferia per avere una casa popolare, mentre una partita Iva un figlio, in quest’unica, misera esistenza, se lo sogna, qualcuno sfata il mito e salva il mondo, e lo fa in diretta tv, su La7: durante il fascismo, è provato da alcune ricerche fatte ad hoc, i treni NON partivano in orario, ma soprattutto, non si poteva lasciare le chiavi di casa sulla porta. Perché quel millantato senso di sicurezza, nell’Italia del Ventennio, era solo un’illusione.
Succede davvero, a Piazza Pulita, il programma di approfondimento condotto da Corrado Formigli.
Come se non bastasse, eccolo. Ecco il pullulare patetico e orizzontale, piatto come la banalità di chi non ha argomenti, da oltre quarant’anni. Svastiche, celtiche, tatuaggi, leggi razziali. Fascismo, fascisti e shoah. E poi la gara tra chi è più fascista tra Casa Pound e Forza Nuova. E ancora, poveri pazzi, razzi sparati addosso allo schermo di qualche milione di italiani che nel dubbio della propria evanescenza sociale, della propria inconsistenza, domattina avrà un motivo in più per essere incolonnato in marcia verso il tempo perso, della ripetizione, della rassicurante conformità. Il tempo perso di un Paese lasciato marcire nel Mediterraneo, galleggiare, come merda, come in un Gange di morti. Incolonnato, quel milione di italiani, verso l’unico pensare, l’unico guardare, l’unico sentire. Verso le certezze di regime, trasmesse non da attivisti di un centro sociale, non dai fantasmi del Partito Comunista Italiano, né dai suoi figli: ma dalla televisione e da un programma di libera visione.
Simone Di Stefano, vice presidente di Casa Pound, invitato da Formigli a Piazza Pulita per discutere di politica, del suo movimento, dei risultati elettorali e soprattutto della questione “Spada/vicinanza a Casa Pound”, così fortemente al centro delle cronache degli ultimi giorni. Di Stefano, al suo fianco Alessandro Giuli, direttore di Tempi.it, di fronte il plotone d’esecuzione. Tre astri che guideranno questa terra disgraziata lontano da se stessa, col vociare del gossip, con l’insistenza del trinariciuto 2.0: Wladimiro Guadagno, David Parenzo, e Alan Friedman.
Un assurdo momento di televisione, così assurdo da non crederci.
Così assente e fuorviante, così anacronistico, fuori tempo e fuori luogo da evocare il suono stridulo e lontano della plastica che ricopriva i divani della zia tirchia. Una coltre di molecole fuse, densa e opaca, che come cataratta si frappone tra gli occhi di chi pratica il politicamente corretto a livello olimpico, e una visione di maturità intellettuale, che si intravede, senza speranza, così sfocata ed effimera, da portare alla cecità del preconfezionato ad arte, che porta, ancora oggi, a parlare in televisione di tatuaggi con la svastica come massimo problema d’Italia. Che porta ad invitare il leader di un movimento non allineato alla vomitevole conformità, all’istituzione ideologica odierna, ed incalzarlo continuamente, fino a processarlo, per provare a costringerlo ad ammettere con la forza della diretta che sì, Roberto Spada è così tanto dei “suoi”, che se guardi bene, risulta pure tra i fondatori di Casa Pound, magari. Pur non c’entrando nulla, per davvero, con Casa Pound. Che porta ad invitare il leader di un movimento che “non sia di sinistra”, concedergli pochissimo spazio per replicare alle critiche e mandare, in sottofondo, il video di alcuni disadattati che negano l’esistenza dei campi di sterminio, si ammantano di svastiche, cimeli, pupazzi e cazzi strambi fuori moda, trasformando il senso della storia, nel quarto d’ora di ricreazione alle scuole medie.  Proiettandone i video, così da confondere gli spettatori – “questi figuri sono di Casa Pound, di Forza Nuova, sono cani sciolti? Chissenefrega, sono tutti fascisti”, pensò Italo Disperato, l’italiano ammodernato), arrivando fino al ridicolo: sfatare i miti del fascismo.
Quali? Vi chiederete. Beh, quello secondo cui i treni, durante il ventennio, partivano in orario. Ebbene, grazie allo staff infallibile di Piazza Pulita – d’ogni buon gusto, s’intende -, che ha effettuato ricerche mirate, gli italiani, ora, sapranno che i treni “mussoliniani” non partivano in orario.
Stiamo scherzando, vero?
Ributtante, osceno, vergognoso processo alle idee, alle estensione politica e culturale, all’essere oltre la sinistra. Per negare, ancora una volta, che esiste vita oltre la sinistra. Che un’altra mano lava il viso della coscienza di un Paese che a detta dei sacerdoti del progresso è il migliore dei mondi possibili, laddove l’emancipazione, la tolleranza e il rispetto si ergono fieri come conquiste della moderna civiltà.
Nel 2017. Con il Paese in ginocchio, si parla ancora di svastiche, celtiche, tatuaggi, leggi razziali, in tv. Di fascismo. Si parla della gara tra chi è più fascista tra Casa Pound e Forza Nuova.
Un assurdo, adolescenziale, non costruttivo, stereotipato, immaturo attacco (pre)elettorale per nutrire le moltitudini, mantenendole in ambiente controllato, comodo e sicuro, allevandone i difetti perché diventino diritti. Lì dove la credenza è un’illusione, e non sanamente un’assunzione di responsabilità verso un mondo che vuole scolparsi di tutto
Cosa si è visto stasera su Piazza Pulita? La macchina del fango nella più bassa forma, il gioco degli stereotipi, pari solo ai disegni di bimbi di Quarta elementare. Alle forme essenziali ed essenzialmente riconducibili all’estetica della banalità. Senza un minimo di decenza, nessuno ha chiesto come Casa Pound, sfortunata protagonista della serata, intenda tecnicamente realizzare il sogno di un italiano, quello di essere ricordato nelle preghierine serali del proprio Stato pagliaccio, aperto solo nei giorni feriali, a mezzo servizio, quello di potersi elevare verso il lavoro, mantenersi integro, e potersi permettere (PERMETTERE) la dignità di una famiglia.
Nessuno, né Formigli – che incredibilmente, agli occhi di ogni spettatore, anche del meno attento, ha insistito fortemente, per tutta la serata nel tentativo di associare la violenza, in senso lato, e Spada Roberto al movimento della Tartaruga -, né il signor Guadagno, né, tantomeno, i signori Parenzo e Friedman. Al contrario, s’è visto odio. Perché l’Italia continua ancora, maledettamente, a pendere dalle labbra di Ennio Flaiano (o forse, chissà, di Mino Maccari, la paternità è incerta, l’efficacia sempiterna): “in Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”.
Tutto ciò è imbarazzante.
Non è cultura.
Non è giornalismo.
Non è visione, né spontaneismo. Non è mitopoiesi.
Non è democrazia, né tutela dell’espressione.
Tutto ciò terrorizza, al di là di ogni posizione. Terrorizza sapere di correre verso il progresso, col freno a mano della provincialità, che è uno stato della mente, tirato. Perché se questo è il livello del dibattito culturale e politico della televisione italiana, così sfrontato e arrogante, portato avanti da chi pretende di rieducare ogni sistema a noi vicino, sia esso intimo, o civilmente sociale, se a questo antiquariato siamo fermi, non ci si può stupire se non c’è integrazione, se muore la trasgressione, se non serve a nulla la disintegrazione. Se un popolo rompe la fila davanti all’Apple Store per correre dietro ad un Pokemon con il cellulare.
Cosa vedono gli occhi
Voi dite Casa Pound. Voi dite. Ma avessimo intorno una società che fa della virtù e della bellezza la propria opera d’arte, che si dedica il tempo e la vita, che risplende di luce propria, a dimensione d’uomo. Allora una cassetta di frutta consegnata ad una signora povera, sdentata e commossa, che le riaccende il sorriso in un quartiere dormitorio di una grande città dove tutti insieme, vicinissimi, si fa la solitudine, sarebbe nulla. Allora la spesa consegnata ai dimenticati, ai vinti del rione, quella cassetta di frutta, sarebbe abitudine – concordi o no, la direzione è chiara. Afferma Di Stefano: “. Ma in questo mondo di merda. In questa porcile scoperto. Bubboni di inconsistenza. In questo letamaio di omertosi, che è un cancro che galleggia nel Mediterraneo, grande Gange di morti, un leader – Simone Di Stefano ndr -, che accusato il suo movimento di collusione con la mafia, non solo smentisce chiaramente, ma indice una conferenza stampa per tirare in faccia al Paese che schifa anche solo l’idea di essere associato a certi nomi – Spada Roberto ndr -, e rilancia, chiedendo al Parlamento e alla Procura un’indagine, chiedendo di verificare, ai massimi organi della democrazia, se davvero esistano rapporti tra Casa Pound e il clan Spada, è qualcosa di raro. Non ricordo, in questa società che brilla come i denti di un ubriaco, nessuno fare questo. Se non oltre la smentita, la frutta è marcia, in campagna elettorale.
Poi si chiudono gli occhi e si vedono le promesse di Renzi e della Boschi di lasciare la politica; si vedono segreterie politiche spartirsi i piccoli brandelli del niente che rimane di un partito; si vedono cerchi magici indirizzare continuamente e forzatamente le scelte dei movimenti politici sul territorio; si sentono gli “onestà” gridati dal PentaStelle, e la sua metamorfosi in sistema, con indagati un po’ ovunque nel Paese.
E allora dove sono gli altri, i puri, i candidi, i lucidi. Dove sono? Farisei, si sentono puzzare. Continuamente sentirsi cristianucci nell’epoca in cui Cristo s’è fermato ad Eboli, ha preso un aereo ed è andato in America Latina. Dove sono i solidali? A fissare i passanti rotolarsi per terra dal dolore e pensare che non gli toccherà mai. Meglio correre girandosi dall’altra parte. A guardare, intensamente, la pagliuzza nell’occhio dell’altro, ignorando il trave nel proprio. I cristianucci. I farisei.
Gli occhi vedono il 5 Stelle strillare che CasaPound se la fa con (gli) Spada, che però sponsorizza il 5 Stelle e lo ha votato ad Ostia, comune commissariato per mafia sotto reggenza del Pd. Gli occhi vedono l’Italia essere un bel posto se non fosse una fiaba per adulti.
Presi dall’essere italiani a comando, a rispondere al fischio come il cane; a fare tutti la politica, la grandezza dei sistemi, la filosofia da bancone, ci si dimentica, poi, di essere donne e uomini. Donne e uomini del presente. Donne e uomini scriventi la storia. Donne e uomini, non replicanti.
Poi verrà la politica e tecnica. La fuffa, la retorica, le cravatte annodate col Windsor; le raccomandazioni, i palati inutilmente fini, i borghesi in Vespa, spariscono di fronte a ciò, si annichiliscono, piccoli, senza argomenti. E li rimangono, all’ultimo punto di ripristino utile, laddove sono stati settati, perché oltre il dettato, e il dettame, non riescono a vedere, ma riempiono le seggiole di un programma televisivo, prendendosi il lusso di  voler raccontare il nostro tempo, senza capirne le onde, fermi a ciò che è stato. Così come i feudatari che si incastellano, i fiumi di libri, il sushi e le presentazioni per raccontarcela tra di noi. Un’occhiata chic, fugace al culo di quella ballerina-pittrice, amica di casa dell’architetto che ci ha portati qui a deliziarci di Bertold Brecht, o della storia a targhe alterne di Rosario Villari.
Brucia la consistenza di un’alternativa. Brucia come sale nella carne chi accudisce il popolo.
Nulla rimane, se non un segno, piccolo e denso, nel grande libro della storia, come una testimonianza di qualcosa che è stato fatto, un lascito, un esempio, un’eredità. Influire, esserci.
E voi, cari camerieri del sistema, non rimarrete. Se non in qualche paragone sull’impotenza.
Un pensiero, uno sfogo, una riflessione ad alta voce; selvaggia, ma sincera.

da CONTRAEREA il blog di Emanuele Ricucci  
 
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di  Emanuele Ricucci - 10 novembre 2017 

L’Arabia Saudita tappa la bocca all’Occidente con i suoi contratti miliardari di acquisto armi






Il mutismo dell’Occidente davanti all’aggressione saudita allo Yemen suscita inquietudine per il fatto che Rijad si compra anche il silenzio con i contratti miliardari che sottoscrive per acquisto di armi dai paesi occidentali.
Persino il giornale statunitense The Washington Post, in un suo articolo pubblicato il Giovedì, censura il silenzio sorprendente dei paesi occidentali circa le aggressioni del regime saudita allo Yemen, che hanno causato una catastrofe umanitaria nel paese più povero del mondo arabo.
Il giornale indica chiaramente che, mentre l’Organizzazione delle nazioni Unite (ONU), così come le agenzie internazionali di assistenza umanitaria, hanno lanciato allarmi per i crimini del regime saudita nello Yemen (bombardamenti indiscriminati su scuole, ospedali, mercati e abitazioni civili), i responsabili politici in grande maggioranza statunitensi ed europei sono rimasti muti per non incrinare i rapporti con l’Arabia Saudita.
Nelle poche osservazioni fatte da questi paesi, nel corso delle ultime settimane, non si apprezza alcun tono di appoggio al popolo yemenita che soffre la sua peggiore crisi umanitaria in quanto vittima degli attacchi criminali dell’aviazione saudita. Da due settimane, l’allora ministro della difesa britannico, Michael Fallon, ha denunciato presso il Parlamento britannico le critiche verso le esportazioni di armi dell’Arabia Saudita, e ha difeso un contratto di vendita di vari caccia bombardieri britannici alla Monarchia saudita. “Devo ripetere che le critiche verso l’Arabia Saudita in questo Parlamento non sono utili”, ha dichiarato Fallon, secondo lo stesso Washington Post.
Da parte sua il presidente USA, Donald Trump, ha reagito ad un attacco con missili fatto dallo Yemen all’Arabia Saudita ignorando il genocidio di civili yemeniti effettuato da Rijad e limitandosi ad elogiare la vendita di armi ai sauditi, stretti alleati di Washington, ha ossservato il giornale.
Negli ultimi anni, tanto il Regno Unito come gli USA hanno guadagnato più denaro che mai con le vendite di armi all’Arabia Saudita. Gli attivisti delle associazioni umanitarie denunciano che tali accordi miliardari non soltanto corrispondono ad equipaggiamenti militari, ma che presuppongono anche l’accettazione della politica di Rijad, nonostante la sua attitudine guerrafondaia ed il suo appoggio al terrorismo.
La crisi yemenita, che è iniziata nel marzo del 2015 con gli attacchi dell’Arabia saudita e dei suoi alleati nella regione, con l’approvazione degli USA, e senza il permesso delle Nazioni Unite, per riportare al potere l’ex presidente fuggitivo Abdu Rabu Mansur Hadi – fedele alleato di Rijad -, ha determinato la morte di oltre 12.000 civili, secondo i dati di recente froniti dall’ONU (dati per difetto).
Nota: I petroldollari sauditi hanno tappato la bocca ai governati dei paesi occidentali, gli stessi che di frequente “starnazzano” circa le violazioni dei diritti umani che avvengono in paesi che risultano poco inclini ad accettare le ingerenze degli USA e dei loro alleati, come in Siria, in Iran, in Russia, in Venezuela, in Corea del Nord.
Nel caso dello Yemen,  l’ipocrisia dei governanti occidentali, di personaggi come la Theresa May, come Emanuel Macron, come Paolo Gentiloni,  è così evidente che si può “tagliare a fette”.


Fonti: HispanTv   Washington Post
Traduzione e nota: Luciano Lago
Tratto da: controinformazione.info

fonte: https://www.informarexresistere.fr

10/11/17

Marò: dove eravamo rimasti



Marò: dove eravamo rimastiSi riapre dinanzi davanti alla Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja la vicenda dei due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone che l’India ritiene responsabili della morte di due suoi connazionali imbarcati su un natante dedito a presunte attività di pesca, mentre i Gruppi impegnati in loro difesa sostengono la loro totale estraneità all’evento, in quanto l’abbattimento dei due presunti pescatori si è verificata a distanza di tempo, per ammissione videoregistrata del proprietario e comandante del natante bersagliato, oltre che in luogo diverso da quello dove i due nostri militari in servizio antipirateria sulla petroliera Enrica Lexie aprirono un fuoco di dissuasione, dopo le segnalazioni di rito, contro altro natante, diverso – lo ribadiamo – da quello in cui sono periti i due indiani impegnati in presunte attività di pesca, che si allontanò, desistendo da quella che appariva come una rotta di abbordaggio, forse, come a tal punto si potrebbe anche ipotizzare, funzionale alla macchinazione giudiziaria e mediatica a supporto di interessi, legali, ma non per questo legittimi ed etici, connessi con la pirateria di cui abbiamo parlato in un articolo dell’11 gennaio 2013. La differenza temporale tra i due eventi rende plausibile tale ipotesi.
Di questo aspetto sugli interessi nella pirateria, riportato nel citato articolo, ne avevo fatto menzione in una relazione a un convegno sul tema della sovranità svoltosi a Roma sabato 26 maggio 2012, nella quale riportavo la notizia che la società britannica Convoy Escort Programme Ltd. sostenuta e finanziata dai Jardine Lloyd Thompson Group Plc di Londra era prossima ad allestire la prima flotta privata antipirateria. La notizia venne confermata da un lancio Ansa del 6 gennaio 2013, che riporto integralmente: una “marina privata” per combattere i pirati somali che terrorizzano i cargo al largo delle coste africane. Con tanto di navi armate, motovedette e un piccolo esercito di ex comandanti, ufficiali e marinai.
Ovviamente militari, se non altro per il continui avvicendamenti, al contrario di contrattisti ed avventurieri difficili da “ammorbidire”, peggio coinvolgere in giochi spuri di interesse, erano e sono un ostacolo a certi interessi, quindi eliminarli dalla scena con una finalizzata macchinazione, addirittura con la condanna a morte di due malcapitati alla Sacco e Vanzetti, potrebbe essere un movente; la scelta di una nave italiana con a difesa un nucleo militare potrebbe essere stata dettata dalla nostra debolezza nazionale e dalla inconsistenza dei nostri dirigenti, alcuni persino in conflitto di interessi con l’India, come l’evolversi della vicenda nel tempo ha dimostrato.
Al riguardo commentavamo: “Dobbiamo allora parlare di una pirateria di Stato da parte degli indiani? Assolutamente no, ma di cultura fortemente informata ed influenzata dalla pratica delle pirateria certamente si, alla stregua di come da noi non si può, soprattutto in certe regioni, parlare di mafia di Stato, ma di cultura informata ed influenzata dalla mafia con connessioni e legami in vari ambienti definiti, in gergo, dei colletti bianchi, oltre che in quelli politici o del sottobosco politico, in particolare a livello locale”.
Inoltre, le nostre autorità, sensibili ed aperte verso la malversazione indiana, non si sono fatte scrupolo di violare in tema di estradizione – fattispecie che si configura sino dai preliminari di indagine e ancora di più in una riconsegna in barba a tutti i proclamati principi, tanto da negarla per conclamati terroristi che correvano il rischio di condanna a morte nel Paese di estradizione – principi sacri ed inviolabili, sanciti dalla Convenzione europea sui Diritti dell’Uomo, dalla nostra Costituzione e riaffermati, dalla giurisprudenza in materia.
Molto attivi i gruppi spontanei sorti in Rete, tra cui in prima linea il gruppo Facebook “Riportiamo a casa i due militari prigionieri” con esponenti portanti quali l’ingegnere Luigi Di Stefano, la cui analisi tecnica, che ha smontato il fatuo castello manipolativo indiano, il quale rappresenta l’arma strategica a sostegno e difesa dei due militari, e il generale Fernando Termentini che assistito da legali di sua fiducia ha messo, con finalizzati e ben congegnati esposti, con le spalle al muro la stessa magistratura in genere pervasiva, ma questa volta rinunciataria, tanto da non ravvisare pericolo di fuga quando era noto che i due stavano recandosi in aeroporto per venire riconsegnati agli indiani.
La situazione sembrava avviata a soluzione quando, dopo una audizione del Perito Luigi Di Stefano a Bruxelles nella quale confutava le argomentazioni indiane, veniva disposto su ferma presa di posizione europea il rientro in Italia dei due Fucilieri di Marina in attesa della assegnazione di giurisdizione da parte del Tribunale Arbitrale dell’Aja, che dovrebbe decidere entro il prossimo 2018. Il governo di New Delhi ha sostenuto infatti davanti alla Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja che le spetta di poter giudicare i due fucilieri di Marina, che ritiene implicati nella morte di due pescatori indiani al largo delle coste dello stato federato del Kerala.
Una complicazione inattesa; Luigi Di Stefano, come aveva già fatto ottenendo il fascicolo completo da parte di Bruxelles, ha avanzato la stessa richiesta al Tribunale dell’Aja, che ha risposto che i documenti rimarranno secretati sino a dopo la sentenza. Magnifico, un sotterfugio per impedire la difesa dei due militari che sono estranei alla morte dei due indiani deceduti su un natante impegnato in presunte attività di pesca, comunque differente anche a vista e in circostanze di tempo e di luogo non compatibili secondo la documentatissima analisi tecnica di Luigi Di Stefano, che non potrà così confutare l’accusa indiana, con quelle dell’episodio del fuoco di dissuasione da bordo dell’Enrica Lexie.
Il verdetto dovrebbe a tal punto essere che sul caso l’India non può avere giurisdizione alcuna, non solo per motivi giuridici, dove vi è spazio discrezionale, ma perché il fatto non sussiste, come si evince da una lettura critica della documentazione indiana nota perché agli atti a Bruxelles. Solo è che le nostre autorità sono troppo morbide, molto gentili, persino troppo Gentiloni... Sconcertante questo atteggiamento succube e passivo, contro cui i vari gruppi a difesa dei due militari ingiustamente accusati e scaricati dalle nostre autorità, sono già sul piede di guerra. Complessivamente si tratta di alcune centinaia di migliaia di attivisti determinati e motivati.