“Quanto sono diversi i figli adulti di genitori che hanno relazioni
sentimentali con persone dello stesso sesso? I risultati dello studio Le
Strutture della Nuova Famiglia”. È questo il titolo di una della
ricerche scientifiche più violentemente criticate della comunità lgbt,
uscita proprio quando il presidente Barack Obama, prima, e la Corte
Suprema, poi, aprivano al diritto al “matrimonio per tutti”. Il suo
autore,
Mark Regnerus,
professore di Sociologia presso l’Università di Austin, vi ha
affermato che quanti sono cresciuti con due persone dello stesso sesso
sono dalle 25 alle 40 volte più svantaggiati rispetto ai loro coetanei
cresciuti in famiglie composte da genitori di sesso diverso. Secondo il
suo studio, i primi sono tre volte più soggetti alla disoccupazione
(solo il 26 per cento ha un lavoro fisso contro il 60 per cento della
media), sono quattro volte più soggetti a ricevere assistenza pubblica
(il 69 per cento contro il 17 per cento dei casi). E sono molto più
inclini ad essere arrestati, a dichiararsi colpevoli di atti criminali, a
drogarsi, a pensare al suicidio. Insomma, uno studio dalle conclusioni
molto nette che, non a caso, è sempre stato molto contestato dalle
associazioni della galassia arcobaleno.
Ospitato da Generazione Famiglia, Regnerus parlerà insieme a Massimo
Gandolfini ed Ettore Gotti Tedeschi il 22 giugno prossimo alle 18.30,
presso palazzo della Rovere a Roma.
Professore, può parlarci delle differenze fra il suo studio e quelli che sostengono l’opposto?
Prima della mia ricerca esistevano solo piccoli studi su scala locale,
relativi ai bambini ancora in casa. Il mio studio, invece, è stato il
primo a prendere come campione la popolazione nazionale di giovani
adulti, già usciti di casa, e cresciuti con persone dello stesso sesso.
Abbiamo domandato loro quanto il modo in cui sono cresciuti ha influito
sulla loro persona. Abbiamo intervistato singolarmente centinaia di
persone cresciute con due uomini o due donne e abbiamo comparato la loro
situazione con quella di altre persone, sia vissute con un solo
genitore, sia con i genitori separati, con i genitori adottivi oppure
con una madre e un padre sposati. Ci siamo accorti che il tasso di
disoccupazione, di difficoltà psicologiche, di dipendenza dai servizi
sociali erano maggiori nei giovani adulti cresciuti con due persone
dello stesso sesso. Nella maggioranza dei casi si tratta di madre
biologica divorziata e convivente con un’altra donna.
Qual era la sua posizione iniziale in merito ai bambini cresciuti con due persone dello stesso sesso?
Quando ho cominciato non avevo un’opinione precisa in merito, ma ho
cercato di analizzare il più imparzialmente ed esattamente possibile le
varie situazioni per formarmene una. I dati infatti si possono usare
anche per piegarli alla propria visione preconcetta, cosa che ho evitato
di fare. Se, ad esempio, si prendono i risultati relativi a chi è
cresciuto con due uomini e due donne separati e li si unisce a quelli di
chi è cresciuto in un’unione stabile di uomo e donna e poi si compara
questo campione con quello di chi è cresciuto con due persone dello
stesso sesso non ci saranno differenze enormi. Al contrario se, come ho
fatto io, si comparano le coppie dello stesso sesso con quelle di una
famiglia naturale stabile le differenze sono grandi.
Le reazioni alle conclusioni del suo studio sono state violente. Come è cambiata la sua vita?
Caspita… lo si dovrebbe chiedere a mia moglie. La mia carriera era ormai
avviata, stavo per diventare professore associato, ma dopo la
pubblicazione dello studio tutto si è bloccato. Non sono più stato
invitato ai convegni e agli eventi a cui ero solito partecipare. Devo
dire che io stesso, quando mi sono trovato davanti ai risultati, mi sono
preso un colpo e ho capito che la mia vita sarebbe cambiata. È stato
frustrante e, anche se ora mi sono abituato, non è giusto che questo mi
sia accaduto. Purtroppo, però, le persone sono sempre più ossessionate
dalla reputazione, motivo per cui l’ambiente accademico delle scienze
sociali è più viziato che mai.
Lei avrebbe potuto ritrattare. Perché ostinarsi?
Perché è una questione che riguarda l’umanità intera e la sua
salvaguardia. Raccogliere e leggere i dati il più correttamente
possibile è poi lo scopo del mio lavoro. Soprattutto, stare di fronte
alla sofferenza dei bambini cresciuti con due persone dello stesso sesso
e alla serenità di quelli che sono diventati grandi nell’amore stabile
di mamma e papà, mi ha impedito di tacere. Ciò non significa che un
bambino educato da una madre e un padre non avrà mai problemi, ma questa
è l’unica condizione ideale per poterlo crescere sereno. Ogni altro
stato implica comunque delle ferite e delle difficoltà, per quanto si
possano superare.
Alla fine anche l’università per cui lavora si è dovuta arrendere al fatto che la sua ricerca era stata condotta correttamente.
Per questo hanno difeso il mio diritto di parlare. Nel 2012 aprirono
un’inchiesta e alla fine fui dichiarato innocente. Ma nell’ottobre 2014,
in seguito alle continue proteste, l’università ha deciso di riaprire
le indagini. Sono risultato ancora innocente, ma, ancora una volta,
l’unica cosa che hanno fatto è stata quella di difendere il mio diritto
di espressione. Sui contenuti della mia ricerca, invece, non hanno mai
preso posizione. Come tutti, anche le accademie hanno il problema di
piacere al mondo e quindi di non opporsi a chi ha potere.
Qualcuno che l’ha difesa?
Tanti colleghi mi hanno difeso privatamente, pochi lo hanno fatto in
pubblico. Però, dopo la mia ricerca, ne sono uscite altre tre a
confermarla. Su queste non si sono scatenate le stesse ire solo perché
la mia era la prima e, inoltre, aveva tutti dati originali. Gli altri
studi successivi si basano su dati raccolti da altri e, quando è così, è
più facile difendersi.
Perché tanta avversione?
La cultura transgender ha un grande potere economico e quindi di
boicottaggio e ha investito molto nel campo delle scienze sociali.
Assistiamo a sforzi congiunti e coordinati che hanno invaso le accademie
di tutto l’Occidente. Ma sopratutto in America hanno sradicato l’idea
di un bene comune, per cui esiste solo il diritto del singolo ad avere
tutto, che poi alla fine è il diritto del più forte che riesce a imporsi
a discapito degli altri. Il movimento lgbt, contrario al matrimonio,
mira proprio all’atomizzazione dell’individuo, sciolto da qualsiasi
vincolo e limite. Inoltre gli Stati Uniti sono fortemente empiristi: se
una cosa esiste, solo per il fatto che c’è, va accettata e guai a chi si
domanda se sia giusta o sbagliata. È severamente vietato
chiedersi quale tipo di società vogliamo e chi solo mette in discussione
quella che c’è è considerato un violento.
Cosa è successo con la pubblicazione dello studio?
Alcune delle stesse persone che ho intervistato hanno preso coraggio e
hanno cominciato a parlare. Anche se penso che la maggioranza non
riuscirà a farlo pubblicamente, perché è difficile criticare chi,
comunque, ti ha cresciuto. Inoltre, molti di coloro che hanno vissuto
con due donne e due uomini hanno alle spalle anche dei divorzi o
passaggi da una casa all’altra. Difficile separare i piani della
devastazione e imputarla solo a un genitore. In ogni caso, quello che è
certo, a partire dai dati, è che ai figli serve la stabilità di un uomo e
una donna.
Quali sono le sue speranze?
Negli anni Settanta chi criticava il divorzio veniva emarginato, anche
se non esistevano i mezzi diffamatori di oggi, ma poi una volta passata
la legge le cose sono cambiate. Così è per le unioni fra persone dello
stesso sesso: quando ogni norma sarà ormai tarata forse la verità potrà
essere meno ostacolata. Anche se credo che la campagna denigratoria
continuerà finché la morale non sarà sconvolta. E finché le persone come
me non saranno messe a tacere.
Di cosa parlerà al pubblico romano?
Proverò a spiegare quello che sta accadendo negli Stati Uniti e che è
travisato dai media. Spiegherò i contenuti del mio studio e il suo
sviluppo e perché l’unica garanzia per i bambini è il matrimonio
indissolubile fra uomo e donna. Farò capire come mai il vero problema,
ancor prima delle coppie dello stesso sesso, è la mentalità comune
avversa ad ammettere che la famiglia naturale è l’unica condizione
ideale e che il divorzio è sempre un danno. Si preferisce, infatti,
pensare comodamente che ogni scelta sia lecita e senza conseguenze sui
nostri figli. Ecco, il vero problema è qui: finché questo tabù non
cadrà, sarà sempre difficile opporsi alle unioni fra due uomini o due
donne.
Foto da Shutterstock
giugno 20, 2016
Benedetta Frigerio
fonte: http://www.tempi.it