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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

24/02/15

Isis e nazismo, finalmente una parola magica pronunciata: genocidio



nazismo-islamico-isis


Finalmente la parolina magica è stata pronunciata; genocidio. Si signori, e forse è il caso di cominciare ad usare espressioni ancora più forti, ad esempio olocausto. E non venite a raccontarci per l’ennesima volta che questi termini non possono essere utilizzati perché rischierebbero di mettere in ombra o quasi snaturare lo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti.
 
I miliziani dell’Isis, se volete, si stanno rivelando anche peggiori dei nazisti, e questo non significa riabilitare Hitler o le SS, né minimizzare quello che i tedeschi hanno fatto, ma prendere atto che ogni epoca ha i suoi mostri, ha i suoi sonni della ragione, ha i suoi martiri innocenti Il termine genocidio è stato utilizzato a sproposito in occasione della guerra dei Balcani; oggi il Tribunale Internazionale dell’Aja ci ha fatto sapere che fu eccessivo utilizzarlo con riferimento ai massacri compiuti dai serbi nei confronti dei croati prima, dei bosniaci poi, dei kosovari albanesi in seguito; non si trattò in quel caso di genocidio ma di operazioni di guerra, non vi fu un chiaro ed evidente tentativo di “epurazione” o “cancellazione” di popoli o etnie, ma soltanto la volontà da parte di uno Stato, la Serbia, di mantenere il controllo su tutti i paesi dell’ex Jugoslavia.
E i massacri non ci furono solo ed unicamente da una parte, anche i serbi ne furono vittime ad esempio ad opera dei croati. C’è uno Stato, la Turchia, che ancora si ostina a negare il genocidio degli armeni e di tutte le minoranze cristiane compiuto ai tempi dell’Impero ottomano ed in particolare sotto la scellerata gestione dei cosiddetti “giovani turchi”, nonostante sia stato evidente in quel caso il tentativo di epurare le minoranze etniche e religiose.
Oggi finalmente il termine genocidio è entrato anche nel vocabolario internazionale con esplicito riferimento all’Isis e ai massacri compiuti ogni giorno in Iraq, in Siria, in Libia, contro le popolazioni purtroppo cadute sotto il dominio di questi macellai. Le ultime notizie riferiscono di atrocità in atto in un villaggio nelle colline del nord-est della Siria, popolato in maggioranza da cristiani assiro-caldei –siriaci, di uomini presi in ostaggio, donne e bambini tenuti prigionieri e separati dai propri familiari, di una delle più antiche chiese della Siria distrutta, di deportazioni in piena regola, con i prigionieri trasportati come animali, chiusi dentro le gabbie e recintati come bestie in cattività e poi bruciati vivi o crocefissi. Siamo oltre le camere a gas signori, senza dubbio, Hitler sta superando se stesso, sotto altre vesti, altre sembianze, quelle sembianze dietro le quali Pio XII intravedeva il volto di Satana.
E’ giunto il momento di mettere da parte le ipocrisie e parlare il linguaggio della verità, perché non si può restare impiccati al buonismo delle parole. Genocidio è il termine da usare con riferimento alle atrocità compiute dai miliziani dell’Isis in Iraq, in Siria, in Libia, un genocidio sistematico e pianificato con l’obiettivo di cancellare l’identità storica e culturale di popolazioni che da secoli sono radicate in quei luoghi. Se non è genocidio questo a quale altro tipo di atrocità dovrebbe essere applicato questo termine? Per una volta forse siamo d’accordo con Angela Merkel nell’affermare che per fermare un genocidio ogni soluzione diventa giusta pur magari non condividendo al 100% la strategia tedesca di inviare armi ai curdi e a quanti si oppongono al Califfato; armi che potrebbero poi finire nella disponibilità dei terroristi.
Tuttavia di fronte a ciò che sta avvenendo non si può continuare a traccheggiare come sta facendo l’Onu incapace di prendere una decisione chiara sulla Libia, lasciando il governo legittimo riconosciuto dalla comunità internazionale nell’impossibilità di riprendere il controllo della situazione, soccombendo al governo “abusivo” instaurato dai fondamentalisti. E intanto l’Isis avanza fino alle porte dell’Europa, cioè in Italia.
Chissà che finalmente anche con l’utilizzo di termini appropriati, non si cominci a comprendere la naturale portata del pericolo che sta incombendo sul mondo? Perché, sembra strano, eppure si ha come l’impressione che ancora si tenti di ridimensionare l’entità del rischio quasi a far intendere che l’Isis sia quasi una montatura, costruita con i moderni strumenti della tecnologia al punto da mettere in dubbio persino l’autenticità dei video delle stesse cruente esecuzioni. Come se la storia alla fine avesse insegnato poco, o nulla.

Amaerigo Mascarucci - 24 febbraio 2015
fonte: http://www.intelligonews.it

Marò: due vite appese ad un filo






Tic, Tac. Tic, Tac. Inesorabile vola il tempo. Tre lunghi anni trascorsi per i nostri Marò detenuti in India, da quando il 15 febbraio 2012 due pescatori indiani furono uccisi da colpi di arma da fuoco, al largo delle coste del Kerala. Una tela di ragno dentro la quale sono caduti due uomini, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, fucilieri in servizio antipirateria sulla petroliera Enrica Lexie.
Da quel giorno fino ad oggi questa storia continua ad essere controversa per i troppi dubbi che si ripropongono, per come si sono svolti i fatti e la mancanza di accertamento della verità. Per il momento ciò che risulta evidente è la posizione dell'India che vuole "colpevoli" da assicurare alla Giustizia . A nulla sono valse le azioni diplomatiche, la ricostruzione degli avvenimenti per arrivare al processo, che scagionerebbero i due marò dall'accusa di aver sparato sui due pescatori indiani. Intanto è stata rinviata ancora una volta l'udienza al 12 marzo prossimo e il processo sembra una nebulosa per una vicenda opaca che lo diventa sempre più ogni giorno che passa.
Ci eravamo illusi che all'indomani dell'elezione di Federica Mogherini come alto rappresentante dell'Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, avvenuta il primo novembre 2014, qualcosa si sarebbe mosso; che la Ministra degli esteri europei avrebbe impiegata la diplomazia viste le competenze che il ruolo le conferisce. Ed invece Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono due uomini appesi ad un filo, due padri di famiglia che continuano a rimanere prigionieri in un Paese che sembra aver deciso sulla loro sorte. Bisogna poi ricordare che Latorre dovrà rientrare in India dopo un periodo di convalescenza trascorsa in Italia, per un'ischemia cerebrale da cui era stato colpito, mentre Salvatore Girone non ha ottenuto nemmeno il permesso per trascorrere con i suoi cari le vacanze natalizie e chissà se potrà varcare le porte dell'India per il periodo pasquale.
Era l'11 marzo 2013. l'Italia decide che i nostri marò non rientreranno in India, come previsto, il 23 marzo, per palese violazione del diritto internazionale di Nuova Delhi e che urge o una risoluzione per via giudiziaria oppure un arbitrato internazionale. Vani tentativi risoltisi in una bolla di sapone; non solo i fucilieri rientrarono in India ma a tutt'oggi il processo è una chimera.
Ma come mai la politica estera dell'Italia e dell'Unione Europea mostrano cedimenti difronte ad un'India baldanzosa, che mostra i muscoli facendosi scudo della vita di Girone e Latorre. Possono i trattati commerciali, gli accordi di mercato avere la meglio su un caso che si trascina dal lontano 15 febbraio 2012 ? Quando ci sono in ballo le vite di persone che aspettano da troppo tempo di rientrare a casa, sarebbe il caso di far prevalere il senso d'appartenenza, l'orgoglio nazionale ,pretendendo che i fucilieri siano consegnati alle loro famiglie ed ai loro figli.
In fondo Girone e Latorre sono due servitori dello Stato e Renzi, uomo tutto di un pezzo, dovrebbe mostrare capacità e voglia di pretendere la risoluzione di questa tragica vicenda. Ed invece tra riforme, selfie, twitter, il tempo scorre senza sapere cosa ne sarà di due uomini, colpevoli di essere i servitori della Patria.

Antonella Policastrese - 23 febbraio 2015
fonte: http://www.agoravox.it

21/02/15

Nel campo nomadi? Villette di lusso e Suv da 60mila euro

 

Fondi pubblici per mantenere profughi, migranti e rom mentre i pensionati sono costretti a frugare nella spazzatura


L'indignazione corre sul web, ma non solo. Le immagini e il racconto delle anziane italiane che rovistano nei cassonetti dell'umido nel disperato tentativo di portare a casa qualcosa per cena hanno toccato molti milanesi.




Storie di quotidiana solitudine, che indignano ancora di più, dal momento che si tratta di donne abbandonate dalla loro stessa città. Una città forse distratta da altri tipi di emergenza, che vengono da molto lontano, con cui si trova a dover fare i conti. Le immagini del campo rom di via Negrotto, alla periferia nord, dove ieri mattina il segretario della Lega Nord ha effettuato un sopralluogo, parlano di villette abusive con tanto di Suv Audi da 60mila euro parcheggiati davanti. Il confronto è dietro l'angolo.
«Fosse per me i campi rom non ci sarebbero. Campo Rom di via Negrotto. Davanti a una villetta in legno (abusiva) è parcheggiato un “modesto” fuoristrada Audi - scrive Salvini a didascalia delle foto -. Aiutiamoli, poverini, aiutiamoli!». Amministrazione e governo già lo fanno: se nel 2014 la giunta Pisapia non ha stanziato nessun fondo per i rom (dal II semestre 2011 al 2013 sono stati messi a disposizione 817.072 euro), il governo ha sborsato 5,7 milioni di euro per interventi sociali, strutturali e di sicurezza. «Quel campo rom è regolare, è stato voluto decenni fa dalle precedenti amministrazioni - la secca replica del sindaco Pisapia -. A differenza di Salvini visito quel campo senza scorta o Digos, abbiamo investito in sicurezza e quella scuola è sicura».
Sono rimbalzati sulla rete e sulle bacheche gli appelli dei milanesi, privati cittadini e associazioni, per portare aiuti e sostegno ai profughi accampati in stazione Centrale. La Milan col coeur in man sa mobilitarsi, a volte in maniera straordinaria, di fronte alle grandi emergenze. Profughi, per altro, che continuano a sbarcare in Stazione. Secondo quanto reso noto dalla Caritas, in due giorni sono arrivate 300 persone, per la maggior parte siriani (220), che si sommano ai 500 profughi provenienti dall'area sub sahariana accolti tra mercoledì e giovedì a Bresso. Venticinque famiglie sono state accolte a Casa Suraya (Caritas), gli altri sono stati smistati dal Comune nelle altre strutture convenzionate (via Aldini, Corelli, Mambretti, Saponaro-Isonzo).
I numeri dell'emergenza profughi sono piuttosto impressionanti: la convenzione tra Comune e Viminale prevede un costo di 900 euro al mese a persona (vitto e alloggio). Cifra che va moltiplicata per 55mila: i migranti che sono transitati in città da gennaio 2014. Ma la grande questione - spiegano da piazza Scala - è che non esiste una ripartizione sul territorio: su 10 migranti che arrivano in Italia, 7 passano da Milano, che si deve accollare quasi l'intera spesa dell'accoglienza nazionale. «Il Comune paga di tasca sua - attacca Riccardo de Corato, vicepresidente del consiglio comunale (FdI) - le spese per l'integrazione degli stranieri, (oltre 95mila euro), e spese per ”senza fissa dimora“ ed emergenze in Stazione Centrale (88mila euro). Questi soldi di chi sono? lo dica Majorino». «L'Assessore Majorino continua a batti beccare con il Governo, lamentandosi di un problema che la sua stessa giunta ha creato - incalza l'europarlamentare Lara Comi (Fi) - lanciando proclami ideologici sull'accoglienza, e scaricando gli oneri sul privato sociale e sulla città». «La Comi e De Corato sono di una ignoranza imbarazzante. Per la gestione dell'emergenza profughi il Comune non impiega risorse proprie - la replica dell'assessore al Welfare Pierfrancesco Majorino -. Tutte le risorse sono state trasferite dal Ministero dell'Interno».
Ma ammonta solo al 20% la quota che lo Stato rimborsa, con molti mesi di ritardo, a Palazzo Marino per il sostegno dei minori soli non accompagnati, ovvero ragazzini che arrivano principalmente dall'Egitto senza genitori. La legge impone il loro inserimento nelle comunità e l'assistenza fino al compimento dei 18 anni: in questo caso non si tratta solo di dare vitto e alloggio, ma assistenza psicologica e sociale, educazione. In totale le comunità per minori costano tra i 70 e i 90 euro al giorno alle casse di Palazzo Marino. Da gennaio 2014 a oggi i minori sol arrivati in città sono passati 1700 a 2200, il grido di allarme lanciato da Majorino. «Indovina chi paga?» si chiede polemicamente Alessandro Morelli, capogruppo della Lega in Comune.


 Marta Bravi - 21 febbraio 2015
fonte: http://www.ilgiornale.it


Tutti i dettagli dell’asse tra Egitto e Russia in Libia






Mentre nel Mar Nero la flotta russa ha iniziato ieri una complessa esercitazione con missili da crociera, caccia Su-30 e quattro sottomarini, duemila chilometri a sud ovest la partita che Mosca sta giocando con il Cairo si arricchisce di spunti e dettagli. L’asse russo-egiziano, a seguito dell’accordo per la fornitura di armi del marzo 2014, ha un nuovo habitat in Libia, dove il generale Al-Sisi, dopo i 24 caccia Rafale ottenuti da Parigi, può contare sull’apporto diretto di Vladimir Putin.
IL BLOCCO NAVALE
Il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry ha detto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu che quest’ultimo dovrebbe autorizzare un blocco navale nelle acque territoriali libiche. L’obiettivo è evitare la consegna di armi via mare ai radicali islamici che fanno scorribande nel Paese. L’operazione che garantirebbe un blocco navale delle acque territoriali libiche potrebbe essere guidata proprio da Mosca, così come riportato da alcune fonti diplomatiche russe alla Tass. Il ragionamento che si fa a Mosca è che se la Russia in passato ha preso parte attivamente alle operazioni in Somalia, perché oggi non potrebbe fare lo stesso nel Mediterraneo? La motivazione che circola più o meno riservatamente nelle riunioni operative è che gli attacchi aerei contro i terroristi dell’Isis in Libia sono stati effettuati dall’Egitto dopo il caso dei cristiani coopti, per cui la Russia – che del Cairo si considera un ottimo alleato – si metterebbe a disposizione di Al-Sisi.
E a conferma dell’asse tra Russia ed Egitto c’è la notizia diffusa sempre da Tass e ripresa da Formiche.net secondo la quale, “proprio da Mosca, potrebbe arrivare un aiuto decisivo per le sorti della crisi libica e per lo spostamento degli equilibri a favore di Tobruk. Il Cremlino sarebbe disponibile a farsi portavoce alle Nazioni Unite di una revoca dell’embargo sulle armi per il governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale, perché possa avere maggiori chance di imporsi sia sui terroristi, sia su quello parallelo, insediatosi a Tripoli”.
NON E’ LA SIRIA
A chi però eccepisce che Mosca non ha preso parte alla coalizione anti Califfato in Siria, la diplomazia russa replica che si trattava di un’operazione non autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che tra l’altro aveva registrato il no di Damasco. Una scelta che Washington avrebbe fatto “ancora una volta bypassando il Consiglio di sicurezza e il governo siriano”. Per cui, secondo l’agenda che Putin e Al-Sisi avrebbero stilato in occasione del recente incontro al Cairo (il 10 febbraio scorso con il dono al Generale di un esemplare del famoso mitragliatore d’assalto AK47 Kalashnikov), la nuova cooperazione che si è basata sulla fornitura da parte di Mosca di una centrale nucleare che darà energia elettrica al Cairo, è solo un punto di partenza. Che potrebbe essere a breve seguita da mezzi navali russi impiegati direttamente dinanzi alle coste libiche.
MIRE MEDITERRANEE?
Il tema delle mire mediterranee russe è ormai un argomento oggetto di analisi e approfondimenti. Alcuni osservatori fanno notare come di una presenza navale russa nel Mare nostrum si parli ormai da un quinquennio, con l’alta tensione che si è sviluppata nel versante orientale del Mediterraneo lo scorso ottobre quando, in risposta al tentativo illegale della nave turca Barbaras di fare rilievi petroliferi a largo di Cipro, Mosca ha inviato due fregate, Tel Aviv quattro F-16 e Atene addirittura un sommergibile. Come osservato dall’editorialista Guido Salerno Aletta, la Russia, che sembrava definitivamente fuori del Mediterraneo, oggi “tenta di rientrarvi approfittando dei rivolgimenti conseguenti alle primavere arabe e la crisi ucraina l’ha costretta ad accelerare i giochi”. “L’Egitto è solo la quinta casella su cui si muove la Russia, nello scacchiere mediterraneo. La Russia intende dare sostegno politico e militare all’Egitto. Si è messo a punto l’ennesimo tassello della strategia russa, volta a non farsi ridimensionare al rango di potenza regionale asiatica dopo la crisi crimeana. La difesa del regime di Assad è stato il primo, fondamentale, passaggio cruciale per la Russia. Se fosse caduto, la Russia avrebbe dovuto dire addio alla base di Larnaka, l’unica nel Mediterraneo. L’opposizione, in seno all’Onu, a una iniziativa militare giustificata dall’uso di armi chimiche contro la popolazione civile è riuscita a bloccare quello che sembrava un inarrestabile domino: dalla rivoluzione dei gelsomini in Tunisia, alla rivolta di Piazza Tahir al Cairo, alla caduta d Gheddafi, mancava solo Damasco. Ed invece è lì che si è fermata l’onda della primavera araba. Putin, sulla Siria, non ha ceduto. Verso la Turchia – prosegue Salerno Aletta – è stato compiuto il secondo passo di Putin, quando si è recato ad Istanbul per offrire al Premier turco Erdogan l’approdo del South Stream, il gasdotto tanto osteggiato dalla Unione europea, che trasformerebbe la Turchia nel principale hub gasiero del mediterraneo”. Poi c’è Cipro.
ATENE-MOSCA
Senza dimenticare la vicinanza strategica di Mosca ad Atene che, dopo gli anni del governo conservatore Karamanlis, amico personale di Putin, oggi con il Syriza di Alexis Tsipras vanta rapporti particolari con uno degli economisti di punta, Iannis Milios formatosi a Mosca, con il ministro dell’energia Panaghiotis Lafazanis che sta gestendo il delicato dossier petrolifero e con il ministro degli esteri Nikos Kotzias. Quest’ultimo lo scorso 11 febbraio è stato ricevuto in Russia dal suo omologo Lavrov, dopo aver manifestato contrarietà alle sanzioni occidentali contro Mosca il giorno stesso della nascita dell’esecutivo greco.

LA FORNITURA DI ARMI
Esattamente un anno fa erano state gettate le basi dell’asse Mosca-il Cairo in virtù di un massiccio acquisto di armi che l’Egitto aveva fatto dalla Russia. Nelle settimane precedenti i rapporti tra il Generale Al-Sisi e il Ministero della Difesa russa si intensificarono proprio per giungere alla conclusione dell’accordo che riguardò gli elicotteri d’attacco Mi-35 e gli elicotteri multiruolo Mi-17 russi, i caccia MiG-29M/M2, i sistemi SAM anti aerei, i missili antinave, oltre ad armi leggere e munizioni. La lista prese di fatto il posto degli armamenti Usa, ovvero i caccia Lockheed Martin F-16, gli elicotteri d’attacco Boeing AH-64 Apache, i carri armati M1A1 e i missili antinave.
LA STRATEGIA
La decisione di bussare all’arsenale di Mosca giunse dopo la prima firma preliminare a seguito dell’incontro in Russia tra il leader militare egiziano Al Sisi e Putin (febbraio 2014). In precedenza nel mese di novembre 2013 era stato il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov a spianare la strada alla firma al Cairo assieme al ministro della Difesa Serghei Shoigu. Secondo una serie di indiscrezioni apparse sulla stampa e riportate anche dal sito Al Monitor, i contratti sarebbero frutto del finanziamento dell’Arabia Saudita. Passaggio propedeutico fu la decisione di Washington di interrompere il flusso degli aiuti militari all’Egitto, in modo particolare gli elicotteri Apache che l’esercito egiziano avrebbe voluto impiegare nel difficile terreno del Sinai contro l’esercito dell’Isis.
Francesco De Palo - 19 febbraio 2015
fonte: http://www.formiche.net

20/02/15

CASO MARO'__ IL TORTO DI ESSERE INNOCENTI - IL TORTO DI ESSERE MILITARI

 
L'unica luce in questa vicenda squallida e in tutto questo buio é quella degli sguardi fieri di Massimiliano Larorre e Salvatore Girone