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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

09/10/14

Renzi fa il compito a casa e incassa il sì della Merkel







Il premier ottiene i complimenti dell'Europa per il Jobs Act. La cancelliera apre sulle regole di bilancio e sul sistema di cofinanziamento, che induce alcuni Paesi a sforare


È un po' un minuetto. Matteo Renzi sventola al vertice europeo di Milano il Jobs Act, Angela Merkel e l'Europa gli battono le mani. E fanno intuire, fra molti se e altrettanti distinguo, che forse i parametri del rigore, a cominciare da quello che fissa al 3 per cento il deficit, non sono invalicabili. Prove di dialogo, dunque, al capezzale del grande malato chiamato Europa. E una conferenza stampa finale che vede seduti al tavolo 3 grandi: Angela Merkel, Francois Hollande, Matteo Renzi. Più i vertici dell'Europa.
Attenzione: la giornata milanese non è un meeting istituzionale, ma una conferenza informale con 15 capi di Stato e di governo. Un palco voluto e stravoluto da Renzi, per dare un po' di visibilità ala presidenza italiana della Ue. Dunque, si ragiona con una certa disinvoltura, anche perché non è questa la sede adatta per varare misure storiche. La discussione, fra i leader, preceduta da quella fra i ministri del Lavoro, occupa tuto il pomeriggio. Dicono che questa volta l'indisciplinata di turno sia proprio lei, la Cancelliera: si alza e va a parlottare qua e là, senza ascoltare il relatore del momento. Schermaglie. La sostanza è che l'Europa studia, o almeno ci prova e cerca faticosamente una strada in bilico fra rigore e crescita, fra le croci del bilancio e i tentativi di stimolare la domanda interna che langue. I numeri della disoccupazione, in particolare di quella giovanile, sono drammatici. E allora il dibattito per cercare una via d'uscita riprende anche davanti ai cronisti. I giornali italiani avevano scritto che forse la Merkel avrebbe disertato l'appuntamento finale e se ne sarebbe andata prima. Quasi a marcare la freddezza verso Roma. Falso. La Merkel prende la parola e si complimenta con Renzi: «Con il Jobs Act, in discussione al Senato, l'Italia ha adottato un'iniziativa molto importante». Che cosa ci sia dentro il Jobs Act non importa. Almeno oggi. Quel che conta, qui a Milano, in un incontro senza conclusioni, è il titolo: a Roma si mette mano al mercato del lavoro. Anche se poi si vedrà solo alla fine se si tratta di un pasto completo o di un brodino riscaldato. Un Fornero bis. «La disoccupazione - prosegue lei - rimane un grosso problema ancora in Europa, ma abbiamo gettato le basi per costruire qualcosa, per cambiare le cose. Le riforme strutturali ci sono in alcuni Paesi, in Italia c'è il Jobs Act in discussione al Senato e con questo l'Italia ha adottato un'iniziativa molto importante» Concetti importanti, un'apertura di credito, o questa è l'impressione. Parole che vengono fotocopiate da Hollande e dagli altri big, a cominciare dal presidente della Commissione Manuel Barroso. Riflessioni che spingono Renzi a schiaffeggiare la minoranza ostile, asserragliata a Palazzo Madama: «Del Jobs Act si sta parlando al Senato, parlando si fa per dire visto che le reazioni di una parte delle opposizioni sono più sceneggiate che politica. Se ogni volta che presentiamo delle riforme in Senato dobbiamo assistere a queste sceneggiate non è elemento di preoccupazione, a me preoccupa la disoccupazione non l'opposizione». Ecco, Renzi voleva un palcoscenico europeo per sventolare la riforma delle riforme. L'hanno accontentato, anche se nessuno è ancora andato a curiosare dentro il gigantesco uovo di Pasqua, piazzato in Senato.
Poi sui paletti, in particolare su quello del 3 per cento, si procede faticosamente, millimetro dopo millimetro, verso un obiettivo comune. Hollande si barcamena: «Cercheremo di rispettare gli impegni con l'Europa». La Merkel immediatamente lo impicca a quelle parole: «La Francia ha appena detto che rispetterà le regole». Ma poi allenta il nodo: «Dentro in patti ci sono già margini di flessibilità». Incoraggiante. Ancora di più su un tema specifico, quello dei progetti cofinanziati dall'Europa: «Siamo disposti a cambiare le procedure». «Quello che appena detto Angela è molto importante», coglie la palla al volo il premer italiano. Che vede passarsi davanti i miliardi che stanno sulle dita di una mano o poco più. E diventa euforico. Fino a bacchettare la maestra dell'Europa: «Qualcosa non va in Europa, io ho le mie idee sul 3 per cento, del resto la Germania di Schroeder 10 anni fa superò il 3 per cento. Ma l'Italia ha un problema di credibilità e quindi non sforeremo». Il messaggio però è chiaro: riforme in cambio di flessibilità. Uno scambio che vale un bel gruzzolo.

DI REDAZIONE - 9 OTOBRE 2014
fonte: http://www.ilgiornale.it

Alfano: "Con Triton stop a Mare Nostrum". Ma l’Ue non si sostituirà a Italia


Il ministro: "L'Ue presidierà le frontiere esterne". In realtà si tratta di missioni completamente diverse, sia come mandato che come area di copertura


È una sorta di dialogo a distanza tra sordi, una commedia dell’assurdo, una infinita partita di ping pong che va avanti da mesi, senza mai arrivare alla conclusione.




Per l’ennesima volta Angelino Alfano, alla conferenza stampa finale del consiglio dei ministri dell’Interno Ue, annuncia: «Con l’inizio dell’operazione europea Triton si conclude Mare Nostrum».
«Non avremo due linee di difesa delle nostre frontiere», dice il ministro dell’Interno. «É stata accolta la nostra richiesta che l’Ue presidi le frontiere esterne». In realtà si tratta di missioni completamente diverse, sia come mandato che come area di copertura. Non a caso soltanto due giorni fa Cecilia Malmstrom, Commissario Ue agli Affari Interni, aveva piantato l’ennesimo paletto. «È chiaro che l’operazione Triton non sostituirà Mare Nostrum. Il futuro di Mare Nostrum rimane in ogni caso una decisione italiana». E non era stata certo la prima volta, visto che andando a ritroso la commissaria svedese era stata costretta a ripetere lo stesso concetto il 5 settembre; il 3 settembre; il 9 luglio e il 30 giugno di quest’anno. Un infinito gioco di annunci italiani e sconfessioni europee che dimostra come l’annunciata volontà di chiudere l’operazione Mare Nostrum a ottobre non dipende dall’Unione Europea ma è una scelta che spetta unicamente al governo Renzi.


L’Ue ha comunicato in maniera chiara che non potrà mai mettere in campo una operazione di quel tipo, né potrà sostenerla finanziariamente. Tanto più che di recente è filtrato sulla stampa italiana un rapporto di Frontex che mette sotto accusa l’impostazione stessa di Mare Nostrum. Il motivo? La presenza delle navi italiane vicino la costa libica incoraggia i migranti e gli scafisti che sanno di poter contare su questo appoggio. Un approccio critico che oggi è stato messo nero su bianco dal ministro dell’Interno tedesco. «Guardiamo con preoccupazione ai flussi migratori, ed è una questione che ha a che fare con l’Europa. Mare Nostrum è stato uno strumento di emergenza e si è trasformato in un ponte verso l’Europa. Le mafie stanno guadagnando migliaia di milioni di euro» ha detto il tedesco Thomas de Maizière al suo ingresso al Consiglio Ue. De Maizière allo stesso tempo evidenzia come «la ripartizione dei richiedenti asilo in Ue sia squilibrata» e aggiunge: «Il minimo che si può chiedere è che all’arrivo ciascun migrante sia registrato, gli vengano prese le impronte digitali. Questo non è chiedere troppo».


L’idea di fondo degli esperti Ue è quella di una missione che si sviluppi in un’area di competenza che vada 30 miglia oltre le acque territoriali italiane, in sostanza si fermi alla frontiere «europee» di Schengen. E Triton, come stavolta ammette anche Alfano «provvederà solo al controllo delle frontiere e non a quella attività di ricerca e salvataggio che era la caratteristica dell’operazione italiana». Insomma nelle pieghe delle sue dichiarazioni anche il nostro ministro dell’Interno ammette che non ci sarà un reale passaggio di testimone e che si tratta di missioni diverse. La scelta di chiudere Mare Nostrum spetterà, come detto, esclusivamente al governo italiano, anche perché Frontex per sua natura si occupa di prevenzione e contrasto non di soccorso in mare. Il problema è trovare i finanziamenti per l’operazione Triton che avrà un budget di quasi 3 milioni di euro al mese. Finora Germania, Francia e Spagna hanno promesso la loro adesione. Bisognerà vedere se gli altri Paesi decideranno di mettere davvero mano al portafoglio. Fermo restando che il punto dirimente per l’Italia resta la modifica del Trattato di Dublino, ovvero quell’accordo che fa ricadere tutto il peso dell’immigrazione sul Paese di primo arrivo. E lascia l’Italia sistematicamente sola di fronte all’emergenza sbarchi.

- Gio, 09/10/2014  
fonte: http://www.ilgiornale.it

Al povero Joe Biden è scappata la verità e nella diplomazia è stato il panico








Se la situazione in Siria e Iraq (o ex tali) non fosse così tragica, si potrebbe dipingerla come una commedia in cui ognuno sa di dire il falso ma non può pubblicamente ammetterlo. Mi spiego.
Nei giorni scorsi il Vice-presidente americano Joe Biden – peraltro assai noto per le sue gaffes – ha affermato, in un discorso all’università di Harvard, che Turchia, Emirati Arabi e altri alleati degli Stati Uniti hanno “involontariamente” aiutato la crescita dell’ISIS e di altre formazioni islamiste con il proposito di abbattere Bashar Assad.
Hanno fornito, secondo Biden, milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi a chiunque fosse disposto a combattere il regime siriano, “senza avvedersi” che soldi e armi finivano nelle mani di al-Nusra e al-Qaeda, favorendo pure l’afflusso di estremisti provenienti da ogni parte del mondo.
Non è tutto. Biden ha poi riferito che il premier turco Recep Erdogan, nel corso di una conversazione privata, gli ha dato ragione ammettendo di aver lasciato passare il confine turco a troppi combattenti islamisti (inclusi quelli che venivano da Paesi occidentali), e promettendo che ora sta facendo il possibile per “sigillare” le frontiere.
Scena un po’ surreale, senza dubbio. Soprattutto l’accenno alla involontarietà di Turchia, Emirati e altri nell’aiutare il potenziamento degli islamisti, essendo sempre stato l’abbattimento del regime baathista siriano l’obiettivo primario dei Paesi anzidetti, letteralmente ad ogni costo. Quindi il Vice-presidente USA si è in fondo limitato a dire delle ovvietà.

Si sa pure, però, che Erdogan è un tipo assai collerico e vendicativo. Tempo fa si vantò di non rispondere al telefono quando Barack Obama lo chiamava. Ora si è subito infuriato con Biden (il quale sostiene di essere un vecchio amico del premier turco) e ha preteso scuse immediate e complete. Altrimenti di Biden non avrebbe più voluto sentir parlare.
Detto fatto. Le scuse americane sono giunte in men che non si dica. Il Vice-presidente sostiene di essere stato interpretato male dai media, anche se ovviamente c’è la registrazione del suo discorso. Durante una lunga conversazione telefonica Erdogan e Biden sono ridiventati amici per la pelle, e il numero 2 dell’amministrazione USA ha molto apprezzato gli sforzi dei turchi e degli alleati arabi per combattere le formazioni fondamentaliste.
Nel frattempo si erano mossi anche gli Emirati pretendendo un chiarimento immediato e, pure qui, stessa solfa. Scuse e chiarimenti americani giunti a stretto giro di posta.

Come dicevo all’inizio, da un lato queste sceneggiate fanno sorridere: Biden ha solo detto la verità nel discorso di Harvard. Dall’altro fanno sudar freddo perché lasciano capire la debolezza estrema dell’America (e dell’intero Occidente) in un momento come questo, quando le teste degli ostaggi continuano a rotolare e i curdi sono sempre più in difficoltà di fronte ai miliziani del Califfato che paiono inarrestabili.
Certo bisogna ammettere che gli Stati Uniti devono tenersi buoni gli alleati “ufficiali” in Medio Oriente, anche se non si sa fino a qual punto affidabili. La Turchia laica di Ataturk è morta e sepolta. Negli Emirati la prima donna pilota della loro storia è andata a bombardare gli islamisti ma, com’era prevedibile, famiglia e clan l’hanno subito ripudiata.
Non si sa come USA e Occidente ne verranno fuori (ammesso che ci riescano). Tuttavia, come si suol dire, “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. E la causa, neppure troppo lontana, non è ignota. Risale all’appoggio indiscriminato fornito ai guerriglieri afghani in ottica antisovietica.

Il presidente turco Erdogan e il vice presidente Usa Biden
Il presidente turco Erdogan e il vice presidente Usa Biden

Michele Marsonet - 8 ottobre 2014
fonte. http://www.remocontro.it


Quella bandiera nera sventolata in Libia I timori italiani





Nel caos della Libia, dove ogni protagonista interno o esterno cerca il suo tornaconto, alcuni aspetti meno noti

I miliziani ex Isis tornano da Siria e Iraq per combattere nella guerra civile in Ciraneaica e, a poca distanza dalle coste italiane, compaiono le bandiere nere dello Stato Islamico. Due Parlamenti, due governi, vecchie regioni, antiche Kabile, un generale golpista made Usa e 1700 fazioni armate
Per provare a capirci qualcosa
1) Ansar al-Sharia è composta da molti reduci dall’Iraq o dall’ Afghanistan. La formazione fa occupazione territoriale: in una zona dove lo stato non c’è, Ansar al-Sharia costruisce ospedali, fa attività assistenziali, cerca di essere un po’ come Hamas o Hezbollah.

2) Il generale rinnegato Khalifa Haftar è rientrato dagli Usa per opporsi ad Ansar, con il supporto di Egitto ed Emirati. L’Egitto di al-Sisi non può tollerare che alle sue porte ci sia una formazione jihadista che applica la Sha’ria”. Ma solo l’Egitto ha interessi sulla Libia.

3) La contrapposizione attuale è stata favorita da molti attori esterni: il Qatar e la Turchia hanno sponsorizzato i fratelli musulmani e le milizie di Misurata, l’Egitto e gli Emirati hanno bombardato le postazioni della Fratellanza ad agosto e settembre. E adesso che si prepara?

Libia homenaje a Gadafi copertina

Il confinante Egitto a caccia di Fratelli Musulmani
Il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ritiene le milizie islamiche nel Sinai (Ansar Beit al-Maqdis) -i suoi nemici- siano collegati coi libici di Ansar al-Sharia, che ha proclamato il Califfato a Benghasi.
Per il Presidente egiziano si tratta di combattere anche in Libya lo stesso nemico di casa, a partire dai Fratelli Musulmani.
Dopo aver riottenuto il sostegno USA di 1,3 miliardi di dollari ed elicotteri Apache, il Presidente egiziano avrebbe anche facilitato il raid aereo degli Emirati su Tripoli.
Al-Sisi vuole riprendere il ruolo dell’Egitto al tempo di Nasser e consente la lunga permanenza di Haftar al Cairo, dopo l’attentato al quale era sfuggito. Dà anche appoggio ai suoi referenti, i miliziani di Zintan, e al Governo del Premier nominato dal Governo legittimo, Abdullah al-Thinni.

Ai confini ovest l’ Algeria
Il Presidente algerino Abdel Aziz Bouteflika non concorda con le iniziative dell’omologo egizianoal-Sisi e, soprattutto, non ne appoggia lo stretto rapporto con il cosiddetto ‘mancato golpista’, l’ex Generale Khalifa che il golpe lo avrebbe volutoi fare ma non c’è riuscito.
Khalifa è anche sospettato di essere un agente CIA reclutato durante il ventennio trascorso negli Stati Uniti.
Algeri sostiene invece i Fratelli Musulmani. Per Bouteflika, alla base degli scontri fra le 1.700 milizie libiche in lotta per il potere, la sintesi è lo scontro tra la Confraternita e, dall’altra, i gruppi jihadisti e le milizie di supporto.
Esponenti algerini avrebbero da tempo contatti ufficiosi con Turchia e Qatar su temi diversi, ma che nulla escludono.
L’Algeria è interessata solo a tutelarsi da possibili infiltrazioni di jihadisti provenienti dalla Libya.

Più articolata la strategia di Turchia e Qatar
I due Paesi sono a conoscenza del fatto che le rivalità tra la Confraternita e i jihadisti è iniziata ben prima della battaglia per l’aeroporto della capitale.
Da mesi, a Derna e Misurata si sono verificati scontri armati, arresti eseguiti da milizie e non dalla Polizia, esecuzioni sommarie contro attivisti e simpatizzanti del Fratelli Musulmani, che vengono addebitati ai jihadisti.
Questi ultimi, forti anche dell’esperienza in Siria dove dall’inizio della rivolta avevano inviato oltre 500 combattenti, vedono la Confraternita come un pericolo da eliminare.
Proprio in Siria, l’area libica del radicalismo islamico è testimone dello scontro fra l’ “Islamic State of Iraq and Sham” (ISIS) e il Fronte Islamico (l’unione dalle forze vicine ai Fratelli Musulmani).
Prima reciproche accuse di apostasia, per poi passare dallo scontro sui valori religiosi alle armi.
Questa frammentazione dei militanti sunniti è presente anche in Libya.

libia veicoli armati sito


E gli Stati Uniti dove li mettiamo?
A Tripoli si muove anche un altro, potente attore, gli USA, nonostante l’ambasciata chiusa.
Secondo l’Intelligence algerina, gli Stati Uniti avrebbero nel Paese “commandos” addestrati alla cattura dei terroristi inseriti nella loro black list.
Nell’elenco sarebbero stati inseriti: Mahmoud Alì Zahawi, Emiro di Ansar al-Sharia; Abu Obeida al-Zawi, comandante degli ex ribelli libici del “Gruppo Islamico Libico Combattente” (GILC); l’algerino Mokhtar Belmokhtar, leader di “Al Qaeda in the Islamic Maghreb” (AQMI) e ritenuto mandante dell’attacco all’impianto gasiero algerino di As Amenas nel gennaio 2013, che vivrebbe da tempo nel Sud-Est della Libya.

Usa e Francia in Niger
Per questo progetto gli USA intenderebbero stabilire una base ad Agadez, nel Niger settentrionale a 350 km dalla frontiera algerina e a 200 da Arlit, dove stazionano truppe francesi per la tutela degli stabilimenti per lo sfruttamento di uranio.
Gli USA hanno ottimi rapporti con la Francia cui avrebbero destinato 10 milioni di dollari per rinforzare aerei e trasporto truppe.
Gli americani utilizzerebbero droni armati per monitorare la situazione libica e intenderebbero aprire un’altra base in Senegal.
E la Libia, o Libya come scrivono loro?
Sempre più simile al caos Somalia

Aldo Madia & redazione - 9 otobre 2014
fonte: http://www.remocontro.it

Processo Finmeccanica, Orsi e Spagnolini condannati a due anni. Assolti da corruzione internazionale