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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

04/03/15

NICOLA CALIPARI 4 MARZO 2005 - 4 MARZO 2015 __ "Ecco la verità su Calipari a dieci anni dall'uccisione"


L'ex direttore Sismi ricostruisce i fatti e replica alla vedova del dirigente ucciso durante la liberazione della Sgrena in Irak: "Fu lei a rifiutare il sostegno Usa"


Roma - «Siamo in tre, siamo in macchina e stiamo rientrando», sono le ultime parole pronunciate da Nicola Calipari. All'altro capo del telefono c'è il direttore del Sismi Nicolò Pollari. Giuliana Sgrena è libera. 




Ma quel 4 marzo 2005, esattamente dieci anni fa, qualcosa va storto: la Toyota Corolla che dovrebbe condurre all'aeroporto Calipari, l'agente Carpani e la giornalista del Manifesto finisce nel mirino del fuoco alleato. Fuoco americano.
Generale Pollari, la morte di Calipari è rimasta senza colpevole.
«Calipari è stato un fedele servitore dello Stato che ha sacrificato la propria vita per il Paese. Quella sera a Bagdad, in un posto di blocco americano non segnalato, un soldato Usa sparò e Calipari fu colpito a morte. Il processo ha riconosciuto l'immunità funzionale in capo al militare e l'assenza di giurisdizione italiana. È la supremazia della legge».
La commissione d'inchiesta Italia-Usa ha prodotto due relazioni. Secondo quella italiana l'auto si muoveva a velocità moderata, con i fari accesi e la luce di cortesia accesa.
«Ho voluto con tutte le mie forze quella commissione. Esiste un'articolata e documentata inchiesta guidata dal generale Campregher e dal diplomatico Ragaglini. In essa sono riportati fatti mai smentiti. Nella relazione americana si parla di regole d'ingaggio non violate dai soldati americani ma i block point non hanno regole d'ingaggio. Ciò detto, non convengo su alcuna tesi complottistica».
Nel libro Il mese più lungo (Marsilio, 2015) dell'ex direttore del Manifesto Gabriele Polo, la vedova Rosa Calipari, oggi deputata Pd, parla di una direzione del Sismi «ambigua che agiva machiavellicamente su due linee strategiche opposte e alla fine contrapposte, un gioco che costerà la vita a Nicola».
«Ho rispetto per lei e per il suo dolore».
Le due linee sarebbero quella del poliziotto Calipari e del carabiniere Marco Mancini: il primo a favore della trattativa invisa agli americani; il secondo favorevole al blitz.
«Il libro tradisce una scarsissima conoscenza dei fatti. Entrambi erano titolati a occuparsi di quel dossier essendo Mancini direttore della divisione che si occupa di controterrorismo, controspionaggio e criminalità organizzata transnazionale; e Calipari direttore della Ricerca».
A leggere il libro sembra che Calipari fosse l'unico, o il principale, referente del Sismi in Irak.
«In Irak agivano almeno tre articolazioni del servizio. Ciascuna seguiva uno o più percorsi operativi. Nel caso della Sgrena vi erano una ventina di percorsi paralleli. La nostra forza era data dalle reti di intelligence di cui nessuno era monopolista esclusivo. Si è sempre rivelato vincente il lavoro d'equipe che ha portato all'arresto e alla condanna da parte della giustizia irachena dei sequestratori, tra gli altri, delle “due Simone”, di Florence Aubenas e della Sgrena».
Abbiamo pagato per ciascuna delle rapite italiane?
«Le modalità di liberazione sono coperte dal segreto di Stato. Deve essere chiaro però che quella sera nessuno di noi, neanche Calipari, aveva la certezza di essere a un passo dal rilascio. Quello era uno degli “n” tentativi messi in campo. Mi permetta di aggiungere che il primo video della Sgrena fu individuato grazie a una fonte araba che avevo messo in contatto con Calipari. Il secondo video fu recuperato tramite la rete di Mancini».
Il libro racconta che, appresa la notizia della morte, lei impedì ai «calipariani» di andare a Bagdad e mandò soltanto Mancini.
«I “calipariani” non sono mai esistiti. Calipari e Mancini erano amici, io stesso ho cenato con loro a casa di Mancini e so che i due si vedevano spesso in un ristorante siciliano della Capitale. Probabilmente erano competitor professionali. Dopo l'incidente gli americani negavano l'accesso a chiunque. Mancini riuscì a superare le resistenze, entrò nell'ospedale militare e fotografò di nascosto il cadavere del collega».
La vedova racconta che Calipari le avrebbe riferito una sua confidenza: «Mancini me lo ha imposto la politica».
«Mancini era al Sismi dal 1984 ed era una risorsa importante nello scacchiere mediorientale. Io sono arrivato alla fine del 2001. Al Sismi invece ho portato Calipari che me ne ha fatto calorosa richiesta dichiarandosi insoddisfatto della propria posizione nella polizia. L'ho inquadrato come vicedirettore di divisione e l'ho poi promosso direttore».
Per bocca della moglie, si apprende che nel caso Abu Omar il marito temeva che uomini della sua divisione non si fossero limitati a pedinamenti e rapporti sull'imam egiziano. È la vicenda per la quale lei è stato assolto dopo dieci anni.
«Ribadisco che io e il Sismi da me diretto, e quindi tutti gli imputati, siamo estranei alla vicenda. Se la notizia è vera, siamo in presenza di una notizia di reato da riferire all'autorità giudiziaria».
C'è stata in questi anni qualche compensazione da parte americana?
«Portai io stesso l'ambasciatore americano Sembler a casa della signora Calipari. Lui le offrì ogni forma di sostegno ma la signora rifiutò mentre accettò, a mia conoscenza, la somma raccolta dal quotidiano Libero ».
Dicono che lei abbia contribuito alla candidatura di lei nelle liste del Pd.
«Ho curato, nei limiti delle mie possibilità, ogni aspetto di carriera e di impiego relativo a Calipari e ai suoi familiari».
Scarsa riconoscenza?
«Non faccio mai nulla con l'aspettativa della riconoscenza altrui».


Annalisa Chirico -  03/03/2015
fonte: http://www.ilgiornale.it


01/03/15

Fenomenologia del Califfato, l’Islam che non vuole confini



Le spiegazioni a fenomeni di emulazione del modello Stato Islamico in altri Paesi sono da rintracciare nelle peculiarità delle società arabo-musulmane, tra ingiustizie, povertà, età della popolazione e cultura


ISIS_Iraq



Se ascoltassimo bene le parole dei salafiti di Tunisi, degli islamisti di Bengasi, della Fratellanza Musulmana nel Sinai, dei miliziani del Califfato siro-iracheno, dei nigeriani di Boko Haram o anche degli adepti della Jemaah Islamiah in Indonesia, comprenderemmo meglio come e perché, secondo loro, l’Islam non ha confini. Il che, tradotto per l’Occidente, significa che quell’Islam, di cui poco sappiamo, non riconosce e non accetta le frontiere statali.

È questo il punto-chiave, la base di partenza per analizzare le recenti vicende che hanno modificato – e in certi casi sconvolto – il panorama geopolitico di una parte di mondo, che sino a ieri si rifaceva ancora alle logiche definite lungo il corso del secolo passato.

Pur nelle loro evidenti differenze, questi gruppi appena citati condividono una medesima visione dell’orizzonte sociale e politico al quale – secondo loro – ogni comunità musulmana dovrebbe tendere per essere giusta davanti a Dio, e grazie alla quale si possono giustificare i più barbari comportamenti, dal terrorismo alla guerra.

I tratti comuni del radicalismo islamico
Soprattutto negli ultimi quindici anni, molti degli Stati in cui l’Islam è dominante – e dunque anzitutto Medio Oriente, Nord Africa e Africa subsahariana – hanno conosciuto un’ondata di radicalismo religioso che, pur differentemente declinato, porta dietro di sé alcuni tratti comuni e punti di contatto.

Per chi ha sposato le visioni radicali dell’Islam sunnita, ad esempio, vedere circoscritta la propria fede entro i confini stabiliti senza troppa cognizione di causa da potenze dominatrici straniere e subire un modello istituzionale imposto dall’Occidente non soltanto è sbagliato, ma va contro i precetti imposti dalla religione.

Il che, se si considera l’importanza dell’Islam e il suo profondo radicamento nelle società arabo-musulmane, ha portato spesso numerose popolazioni a percepire una crescente insoddisfazione e rabbia tali che spesso – unite a condizioni di povertà, sottosviluppo e sottomissione – si sono poi tradotte in sollevazioni popolari o in vere e proprie rivoluzioni.

Abbattere le frontiere del Novecento
Prima di biasimare chi vede nella lotta contro gli Stati moderni e le loro istituzioni una giusta causa, dobbiamo ammettere che quelle linee di confine disegnate tanto dagli Accordi Sykes-Picot quanto dai Paesi vincitori delle guerre del Novecento, sono state tracciate contro la volontà delle popolazioni locali e senza una chiara comprensione delle prerogative etniche delle comunità che si andavano a dividere.

Per i Touareg libici o i berberi del Mali, ad esempio, i punti di riferimento sono ancora oggi le oasi e non certo le capitali o le frontiere disegnate sulle mappe tracciando una riga in verticale o in orizzontale, senza sapere che nel deserto non c’è modo di segnare un confine. Il frutto di quelle spartizioni, insomma, lo raccogliamo oggi. È anche così – oltre ai meccanismi del disagio economico, che incide ben più della mancanza di diritti – che nascono fenomeni eversivi, scontri etnici e violenze, rivolti anzitutto all’interno delle comunità di appartenenza. Un fatto non certo nuovo o estraneo al mondo islamico.


I giovani, target del Califfato
Il Califfato si presenta come il mezzo per cancellare i confini imposti dal colonialismo europeo e creare un nuovo mondo panislamico, inteso come la prosecuzione delle volontà di Maometto stesso. L’imposizione di una forma estremizzata della legge islamica (Sharia) è allora necessaria ai loro occhi così come la violenza si giustifica con l’obbligato morale di abbattere gli Stati arabi moderni.

L’immaturità delle società islamiche e dei loro protagonisti politici fa il resto. L’arretratezza tecnologica ed economica però spiegano solo in parte l’incertezza politica di queste regioni, mentre concorre moltissimo anche la giovane età della popolazione. Come noto, in molti Paesi arabo-musulmani l’età media è intorno ai vent’anni e i tassi di crescita sono tra i più alti al mondo, mentre la popolazione over 65 spesso non raggiunge il 15% del totale. La partecipazione dei giovani alla politica è dunque altissima, ma altrettanta è l’inesperienza e la radicalità.

Anche su queste basi si fonda il successo del modello estremista del Califfato, che ha puntato tutto sull’istruzione dei giovani, dalla cultura all’addestramento militare. Pur ripresentando un modello antico, il Califfato viene così percepito come qualcosa di nuovo e diverso. Ed è anche in questo modo che le spregevoli azioni dei miliziani dello Stato Islamico riescono a far presa su parte delle nuove generazioni musulmane. Una parte certo minoritaria, ma non per questo meno pericolosa. Basti pensare a cosa sono riusciti a combinare trentamila soldati in un Paese di oltre trenta milioni di abitanti come l’Iraq.

Da qui, discendono lo spirito di emulazione e il proliferare di bandiere nere. Un prodotto, quello dello Stato Islamico, che non ha bisogno di passaporto e che è facilmente esportabile in ogni luogo dove siano presenti quelle condizioni economiche, sociali e statistiche sopra descritte.

Il modello dello Stato Islamico
Queste società, alla ricerca di forme di stato e di governo adeguate alla propria fisionomia, hanno di fronte un lungo percorso che l’Europa stessa ha dovuto trovare non senza guerre e inutili spargimenti di sangue.

Di fronte al vuoto istituzionale e all’incertezza sociali diffuse soprattutto in Africa e Medio Oriente, lo Stato Islamico ha dunque sufficiente terreno fertile per attecchire e per tentare di sostituirsi alle istituzioni che lo hanno preceduto, anche grazie a una buona amministrazione del territorio, funzionale ad allargare e a radicare il consenso. Questo produce come per gemmazione un franchising del terrore che, pur non avendo connessioni dirette tra i vari nuclei e focolai, viene percepito come un unico soggetto e replicato con facilità in molte parti del mondo islamico.

Come frenare questa eco di morte che si riverbera fino a lambire Roma e Parigi? Sinora l’Occidente non ha trovato risposte adeguate al fenomeno. Tuttavia, anziché limitarsi a giudicare, un buon inizio potrebbe essere una maggiore capacità di ascoltare e conoscere.

di Luciano Tirinnanzi - 1 marzo 2015
fonte:  http://www.lookoutnews.it

L'Isis abbandona Derna. Ma la Libia è terra di nessuno. Piattaforme energetiche a rischio: l'intervento della Marina.

 Libia, navi italiane in azione

"Stiamo addestrando le nostre navi e i nostri uomini, solo questo. La nostra attività non ha nulla a che fare con altri scenari" 

L’ammiraglio Pierpaolo Ribuffo è il comandante del Gruppo navale impegnato in "Mare aperto", l’esercitazione che prende il via dopo lo stop di Mare Nostrum.

Risponde così quando gli si chiede che connessioni vi siano tra questa attività addestrativa e la crisi libica. "Certo, la presenza delle navi in mare significa anche sicurezza, deterrenza e dissuasione", aggiunge l’ammiraglio, mutuando il ragionamento del nuovo capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano. "Ma questo è normale: è come quando si vedono i carabinieri pattugliare le nostre strade". Eppure, anche se quello avviato venerdì al largo della Libia non è un piano di intervento militare, gli assomiglia molto.
Gli uomini dello Stato islamico che occupavano da tempo la città di Derna, in Cirenaica, l'avrebbero abbandonata improvvisamente ritirandosi in località imprecisate. Le fonti di intelligence che ne parlano non sono state in grado di spiegare il motivo di questi movimenti. Quel che è certo è che la Libia è un vero inferno. Terra di nessuno dove le milizie islamiste, non solo quelle fedeli al califfo Abu Bakr Al Baghdadi, terrorizzano e ammazzano la popolazione locale e minacciano le piattaforme petrolifere dell'Eni. Venerdì scorso la Marina Militare ha avviato le prime manovre navali nel Mediterraneo. I vertici dell’esercito fanno trapelare che le navi in azione sono già tre: il San Giorgio, salpato da Brindisi e ora in rada alla Maddalena dopo una sosta a La Spezia, il Duilio e il Bergamini, un cacciatorpediniere e una fregata, salpate da Taranto e ora in navigazione nel Tirreno. Ma, a breve, potrebbero arrivare a quattro. Durata stimata dell’esercitazione: "Sette-dieci giorni - afferma l’ammiraglio Ribuffo - anche se ancora non c’è certezza".
Mare Aperto è la prima esercitazione "maggiore" che la Marina Militare svolge dopo circa un anno di fermo dopo il grande impegno, sia economico che di uomini e di mezzi, legato all’operazione Mare Nostrum. "Ora che questo impegno è finito, possiamo riprendere le nostre normali attività addestrative e non sapete quanto ce n’è bisogno - spiega il generale Graziano - dopo un anno di stop riprendere un’attività del genere può destare interesse e fare rumore, ma noi esercitazioni così le abbiamo sempre fatte". Mare Aperto è un’esercitazione ad ampio spettro. Come spiega Ribuffo, gli ambiti addestrativi vanno dalla sicurezza marittima alla difesa aerea e antisommergibile, al contrasto delle attività illegali in mare, in cui si addestrano anche gli incursori di Marina, gli uomini del reggimento San Marco e gli elicotteri imbarcati. Secondo indiscrezioni riportate dalla Stampa, le navi si posizioneranno a ridosso dalle acque internazionali per monitorare la piattaforma offshore di Sabratha che si trova a un'ottantina di chilometri dalle spiagge libiche. Se venisse colpita salterebbe il rifornimento al terminal di Mellitah che triangola con il gasdotto dell’Eni Greenstream. In caso di un attacco militare il personale posto a difesa del gasdotto potrebbe, tuttavia, non bastare. È già successo a metà febbraio quando vennero presi di mira i giacimenti di Mesla e di el-Sarir.

fonte: http://www.ilgiornale.it

Piazza del Popolo: sbatti il Duce in prima pagina


salvini piazza del popolo

Roma, 1 mar – Dopo attenta ricerca, nella piazza salviniana i media di sinistra hanno trovato: saluti romani 3, bandiere con celtiche 2, vecchietto con foto del duce 1, ragazzo greco con maglietta di Alba Dorata 1. Speravano di trovare di meglio, ma è comunque bastato loro per costruire il solito ritratto mostrificante. La vera novità politica, tuttavia, è che di tutto questo non frega nulla a nessuno. L’incantesimo si è rotto, il ricatto non funziona più. La pubblica indignazione non c’è stata, non ci sarà mai più, e quando si sbatte CasaPound in faccia a Salvini con l’aria di chi sta usando l’arma definitiva che ridurrà l’avversario a una poltiglia tremula e supplicante, il leader leghista scrolla le spalle e replica: “E allora?”.
Oltre alla ricerca del folclore, del resto, i nemici culturali del salvinismo le hanno tentate tutte. Hanno minimizzato i numeri della piazza, dando “stime reali” minimizzanti e riduttive, salvo invece prendere per buone le stime ufficiali, stra-gonfiate, degli organizzatori della contromanifestazione. Con il risultato che l’evento di popolo sembrava quello marginale e quello marginale diventava l’evento di popolo. Secondo Repubblica, addirittura, il corteo dei “Mai con Salvini” sarebbe partito con meno di 5000 persone ma avrebbe moltiplicato strada facendo i suoi numeri in una proporzione che varia dalle quattro alle sette volte. Ma sì, un ritardatario qui e un curioso là, che ci vuole ad arrivare a 35mila…E poi null’altro, nulla sulle ragioni della manifestazione, nulla su quel pezzo d’Italia che ha rabbia, su quella che ha paura, su quella che ha fame, su tutti quei frammenti di nazione che vedono in Salvini una speranza. Foss’anche una speranza mal riposta, forse meriterebbe comunque di essere raccontata. E invece no, arriva sempre e solo la narrazione consolatoria sulla calata nazifascista e xenofoba. È l’arrivo dell’Alieno che riesce a compattare la sinistra, perché rispetto a ciò che è fuori dal mondo riescono a far sembrare loro stessi uomini di mondo, cosa che invece non sono, perché sono i figli di una allucinazione.
Fuori da questa allucinazione, tuttavia, sta succedendo qualcosa. Questo qualcosa forse viaggerà sulle gambe di Salvini, forse no. Ma certe vecchie categorie sono comunque state archiviate per sempre. E quando i giornaloni se ne accorgeranno sarà troppo tardi.

Adriano Scianca - 1 marzo 2015
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it

Caro ministro Alfano, sull'islam italiano stai commettendo un grosso errore


Preghiera islamica davanti al Duomo di Milano


Gentile Ministro Alfano, 
mi permetto di scriverle dopo avere letto della sua riunione con i rappresentanti delle varie Comunità e Associazioni islamiche presenti in Italia lo scorso 23 febbraio. Nel comunicato pubblicato dal Ministero si legge che i «presenti hanno accolto con interesse e convinzione le parole del ministro Alfano, concordando sull’importanza di collaborare contro le manifestazioni della violenza estremista e condannando con fermezza i recenti episodi che li colpiscono ‘sia come persone che come religiosi’». Condivido le preoccupazioni sul momento attuale e sulla necessità di arginare e prevenire la radicalizzazione, così come condivido l’importanza di avviare un progetto di anti-radicalizzazione. Ma qui mi fermo. 
In quanto membro del defunto Comitato per l’islam italiano, istituito dal suo predecessore Roberto Maroni e magistralmente coordinato dal sottosegretario Alfredo Mantovano, in quanto ricercatrice e traduttrice che da più di trent’anni si occupa di mondo islamico, ma soprattutto in quanto persona che quotidianamente si interfaccia con giovani musulmani nelle scuole italiane, le chiedo di fermarsi un istante a riflettere. 
Lei parla di un progetto di «anti-radicalizzazione sul web, che si articoli in una sorta di contro-retorica attraverso la testimonianza di leaders rappresentanti del mondo islamico italiano». 
Due prime osservazioni. Prima osservazione: è vero che l’ISIS vive di web, è vero che siamo nell’era digitale, ma è altrettanto vero che se vogliamo essere sicuri di incontrare i giovani musulmani l’unico luogo valido e sicuro è la scuola, se vogliamo essere sicuri di coinvolgerli dobbiamo guardarli negli occhi, dialogare e trascorrere tempo con loro. Affidarsi al web significa disumanizzare il progetto, proprio come l’ISIS disumanizza i propri lettori.

I giovani musulmani – che in primo luogo sono cittadini di pari livello e dignità – navigano nella rete, sono su Facebook, che a tutti i ragazzi tende trappole dalle più banali a quelle più tragiche che ben conosciamo. Tuttavia se l’Italia vuole davvero impegnarsi per garantire a tutti i nostri giovani – musulmani e non – un futuro migliore non può limitarsi al web. Convincere un adolescente non è facile e non sarà certo la testimonianza calata dall’alto di un “leader” islamico a fargli cambiare idea.

E qui veniamo alla seconda osservazione: chi sono i «leaders rappresentanti del mondo islamico italiano»?  Forse le persone che lei ha invitato al Ministero ovvero l’italianissima Coreis, l’UCOII – la cui presenza è stata definita nel comunicato della Coreis “ridondante” – , la Moschea di Roma e donne rigorosamente velate? Siamo sicuri che i musulmani che vivono in Italia si sentano rappresentati da questi “leaders”, siamo sicuri che i giovani musulmani che frequentano le nostre scuole siano pronti a ricevere lezioni da queste persone attraverso il web?

Qualche giorno fa una giovane musulmana – velata – mi ha detto: «Io sono una musulmana e non ho bisogno di qualcuno che mi rappresenti e non rappresento nessuno, perché chi vive in pace con se stesso e pratica la propria religione in pace non va a cercare mezzi pubblicitari o video per farsi notare».

Le semplici parole di una studentessa di una scuola italiana corrispondono appieno a quanto espresso, in modo più elaborato, nel 2006 dal filosofo francese di origine algerina Abdennour Bidar: «Dobbiamo infine comprendere che l’idea di ‘comunità islamica europea’ è un concetto sociologicamente vuoto: se i politici cercano degli interlocutori musulmani, se i sociologi e i giornalisti vogliono condurre un’inchiesta sul terreno, che la smettano di volere trovare una pseudocomunità, raggruppata in disparte e che vive seguendo strani costumi, una tribù con a capo dei ‘califfi-rappresentanti’… Niente, oggi in Europa, assomiglia meno a un musulmano che un altro musulmano… costoro non tengono all’islam non tanto per la fede e la preghiera quanto per un’etica, per le usanze… Non esiste più un musulmano tipo; siamo tutti diventati atipici». Bidar aggiungeva: «Nell’islam d’Europa così come nella società moderna nella sua totalità, l’esistenza precede l’essenza, in altre parole è l’uomo che fa l’islam e non l’islam che fa l’uomo. Non esiste un islam prestabilito che detta a tutti come devono vivere e pensare, ma degli individui – ciascuno con la sua anima e coscienza – che cercano di trovare il rapporto con l’islam che loro si confà, e fanno sbocciare “degli islam”, dei “modi di essere musulmano”, “dei modi molteplici di attaccamento alla cultura islamica”». 
Gentile Ministro, 
i musulmani non sono un’entità astratta, sono delle persone che vivono accanto a noi, a scuola e più in generale nella vita. La invito a un’ulteriore riflessione. Certamente lei ha a disposizione tutti i dati riguardanti la provenienza dei musulmani che vivono o che arrivano nel nostro paese. Ebbene, le domando: secondo lei al tavolo che lei ha riunito a sé erano rappresentate tutte le anime nazionali, linguistiche e culturali dell’islam italiano? Dove erano i pakistani, i tunisini, gli egiziani, dove erano le donne musulmane che si sentono tali pur non indossando il velo, dove erano i laici? Sì, i laici perché non è vero che tutti coloro che provengono da paesi a maggioranza musulmana sono automaticamente dei musulmani praticanti. 
Dialogare solo con  le “comunità” è di per sé discriminante perché esclude chiunque non sia membro delle associazioni che si definiscono “comunità islamica”. Non solo, dialogare con certe “comunità” potrebbe corrispondere ad avere come referente chi distingue tra terrorismo e resistenza, chi propugna un islam politico e non un islam del cuore e dell’individuo.
Sono perfettamente consapevole del fatto che relazionarsi con il mondo islamico sia difficile laddove non esiste un’autorità, laddove non esistono sacerdoti, laddove la rappresentanza è sempre relativa. Il Comitato per l’islam italiano aveva cercato di ricostruire la pluralità dell’islam nel nostro paese e aveva elaborato pareri che purtroppo sono rimasti sulla carta. 
Ci troviamo a vivere un momento delicato, molto delicato e se non vogliamo cadere nelle trappole degli stereotipi dobbiamo promuovere la pluralità dei musulmani, a partire dalle seconde generazioni che frequentano le nostre scuole. L’Italia - a differenza della Francia, della Germania e della Gran Bretagna - è ancora in tempo.
Mi rivolgo a Lei, al Ministro dell’Istruzione Giannini e al Presidente del Consiglio Renzi, avviate progetti nelle scuole italiane, ascoltate gli insegnanti e i professori, ascoltate soprattutto i ragazzi e saranno loro a essere i vostri primi alleati nell’anti-radicalizzazione, saranno loro ad aprirvi gli occhi, a darvi suggerimenti, a confidarsi con voi.  Se riuscirete a conquistare i giovani musulmani – quelli veri non le associazioni che dicono di parlare in nome loro – avrete conquistato la loro fiducia e non vi tradiranno mai.  
Vi invito a ricordare le parole di don Luigi Giussani nel suo mirabile saggio Il Rischio educativo: «Il tema principale, per noi, in tutti i nostri discorsi, è l’educazione: come educarci, in che cosa consiste e come si svolge l’educazione, un’educazione che sia vera, cioè corrispondente all’umano, dell’originale che è in noi, che in ognuno si flette in modo diverso». Ricordate che il primo insegnamento che viene impartito a chi si avvicina all’estremismo islamico è il seguente: «Pensare è illecito». Ebbene i giovani musulmani non devono prendere lezioni da presunti leaders, devono riscoprire il loro passato fatto di arte e letteratura, devono diventare protagonisti, devono essere considerati italiani musulmani e non musulmani italiani.
Il futuro è nelle nostre mani, ma soprattutto nelle mani dei giovani – musulmani e non – che a scuola possono trovare un mondo che li accolga e non li escluda e che li sappia aiutare a crescere e a non essere vittime dell’estremismo islamico, da quello apparentemente moderato a quello jihadista. Giovani che nelle istituzioni potrebbero e vorrebbero trovare un alleato vero e non un alleato di chi rappresenta solo se stesso e non l’islam, tantomeno i musulmani italiani.
Cordialmente

Valentina Colombo - 1marzo 2015
Ricercatrice di Storia dei paesi islamiciUniversità Europea di Roma

fonte: http://www.lanuovabq.it