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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

06/03/16

«Chi solleva il velo e non chiude gli occhi incrocerà lo sguardo fisso della testa di Gorgone del Potere»



L’amore-è-amore è la foglia di fico con cui il Principe ha scelto di patrocinare l’agenda lgbt nei tribunali


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All’indomani della sentenza con cui nel giugno del 2015 la Corte Suprema americana legittimò in nome dell’uguaglianza il matrimonio tra persone dello stesso sesso e, dunque, come scrisse la dissenting opinion dei giudici contrari, con un solo voto si stravolse un’istituzione millenaria (la sentenza infatti passò per un solo voto favorevole, 5 a 4; «e chi siamo noi per farlo?» commentò John G. Roberts), Gianni Vattimo salì in cattedra e confidò al Foglio il senso anche filosofico del suo personale entusiasmo: «Finalmente voi conservatori dovete accettare che non esiste alcuna legge naturale, ma soltanto il positivismo». 
Già in questa dichiarazione si capisce perché le lobby lgbt abbiano scelto e scelgano di portare avanti la loro agenda nei tribunali piuttosto che nel campo aperto del confronto democratico. In una democrazia sana, dove funziona il principio della divisione e del bilanciamento dei poteri e dove le magistrature sono soltanto uno dei poteri (quello che amministra le leggi), a parlamento e governo spettano il compito, in rappresentanza della sovranità popolare, di fare le leggi. Chiaro che se i poteri si sovrappongono, si confondono e l’uno prende il sopravvento sull’altro, la democrazia può decadere in un governo autoritario o in una repubblica giudiziaria.
Quest’ultima è la situazione in cui la democrazia italiana si è sviluppata (o si è involuta) negli ultimi vent’anni. Tant’è che, già all’indomani dell’approvazione in Senato della controversa legge sulle unioni civili, apparentemente risoltasi con lo stralcio delle adozioni gay, i tribunali hanno immediatamente iniziato a sentenziare a favore delle adozioni gay. Niente di nuovo, visto che la sovrapposizone e confusione tra potere legislativo e funzione giudiziaria è ormai una consuetudine. Così come è consuetudine che la funzione non elettiva della magistratura sia prevalente rispetto alla democrazia che si esprime attraverso le leggi del parlamento e del governo eletti dal popolo.
Anche a riguardo della questione dei cosiddetti “diritti gay”, come aveva già capito Vattimo in tripudio al Foglio, le cose stanno procedendo lungo la deriva dell’imposizione per via giudiziaria “positivista”. E ciò avviene grazie soprattutto a quella parte politica che, rinunciando alle proprie prerogative o, meglio, concertando soluzioni extralegem con quella parte di magistratura politicamente a sé affine, ha scelto di delegare ai giudici le proprie prerogative. Non a caso, le cose sono andate così anche negli Stati Uniti di Barack Obama. Con un’unica differenza: negli Stati Uniti è il Principe che comanda. Ricordiamo brevemente come in soli otto anni la lobby lgbt americana abbia conseguito tutti gli obbiettivi che aveva in agenda. Matrimoni, adozioni e uteri in affitto.
È a cominciare dal 2008, quando Obama viene eletto alla Casa Bianca per il suo primo mandato presidenziale, che le Corti americane cominciano ad abbracciare l’agenda presidenziale e a negare al popolo la possibilità di esprimersi in materia di “matrimonio gay”. E con quale argomento le Corti cominciano a impedire che si svolgano negli stati americani referendum come quello che si svolse in California, uno degli stati più liberal e che, nonostante ciò, nel novembre 2008, si espresse a larga maggioranza contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso?
L’argomento, paradossalmente, è di tipo “ratzingeriano” se ci permettete il paragone ardito. E cominciò a illustrarlo il giudice distrettuale Vaughn Walker, quando nel 2010, due anni prima di rivelare la propria appartenenza alla comunità gay, annullò con una sentenza il referendum del 2008 dichiarandolo “incostituzionale” in quanto «nega ai gay e alle lesbiche i loro diritti». Nella sentenza Walker c’è già in nuce il pronunciamento della Corte Suprema del 2015, ultimo e definitivo sigillo alle molteplici sentenze con cui Corti locali e federali hanno supportato l’agenda politica pro lgbt degli otto anni di presidenza Obama.
Da quale assunto Obama muove la sua battaglia per il “matrimonio egualitario” e le lobby amiche del presidente premono sulle Corti?
Dall’assunto secondo cui il “matrimonio gay” è un “principio non negoziabile”. E perché non è negoziabile, ed è quindi un “diritto umano fondamentale” che non si può esporre alla consultazione popolare? Perché “l’amore-è-amore” (LovIsLove).
In realtà l’amore-è-amore è la foglia di fico con cui il Principe ha scelto di patrocinare l’agenda lgbt nei tribunali per non voler affrontare (rischiando la sconfitta) la diritta via della democrazia e della consultazione popolare. È il puro ed esclusivo “Potere” (non la ragione, gli argomenti, il dibattito, il confronto, la democrazia, la volontà del popolo eccetera) che ha imposto e impone l’agenda gay.
Ritorniamo a Vattimo. Cos’è il positivismo di cui il filosofo notoriamente di sinistra va entusiasta? In cosa consiste essenzialmente il positivismo giuridico? Per rispondere a questa domanda basta chiedere a Hans Kelsen, che agli inizi del secolo scorso fu caposcuola e massimo esponente del positivismo giuridico. Ebbene, alla domanda su quale sia il contenuto essenziale, la pietra angolare, del positivismo applicato alla giurisprudenza, Kelsen risponde: «Il Potere».
Vale la pena di leggere per intero la frase in cui il Kelsen risponde anzitutto a se stesso, in una lezione del lontano 1926, alla questione sulla differenza tra approccio giusnaturalistico e positivismo giuridico. Scrive Kelsen:
«La questione che occupa il diritto naturale è l’eterno problema di che cosa si celi dietro il diritto positivo. Ma chi cerca una risposta trova, temo, non la verità assoluta d’una metafisica o l’assoluta giustizia di un diritto naturale. Chi solleva il velo e non chiude gli occhi incrocerà lo sguardo fisso della testa di Gorgone del Potere».
(Gleichkeit vor dem Gesetz, Berlin-Leipzig 1927)
A differenza dell’entusiasmo di Vattimo, è evidente che in Kelsen troviamo un fondo amaro. Nessun tripudio, dice il grande filosofo del diritto tedesco, c’è solo da constatare l’amaro dato effettuale che il diritto positivo “incrocia lo sguardo del Potere”. È la registrazione puntuale della potenza prevalente in un certo momento storico. Dunque? Dunque, ha poco da giubilare il popolo. La questione gay così come è stata posta dal Principe dell’Occidente e in quella provincia del principato occidentale che è l’Italia, è una questione che non ha nulla a che vedere con l’amore, i diritti, la democrazia. Ma piuttosto ha a che vedere con il conculcamento di amore, diritto e democrazia. Infatti, «chi solleva il velo e non chiude gli occhi incrocerà lo sguardo fisso della testa di Gorgone del Potere».

marzo 6, 2016 - Luigi Amicone

THE ITALIAN MARINES CASE






February 15, 2012 two indian fishermen are killed on board of the fishing boat St. Antony, in international waters. February 19, 2012 two Italian marines on anti-piracy service on board the Italian oil tanker "Enrica Lexie" are detained, suspected of being responsible for the incident. 4 years have passed and no indictment has been formulated, but to those two Italian soldiers freedom has not been returned. Now everything is in the hands of the Arbitral Tribunal which should decide about the jurisdiction but not about the responsibility. However, India has filed in the Court of Arbitration those documents that have always been denied to the defence and to the Italian authorities, even though they had been asked. The analysis of those documents reveals a fact: those poor fishermen were killed but not by the accused.
Here you may consult those documents (annexes) and their analysis: http://www.italianmarines.net
Judge by yourself.
The same Indian court documents filed in Hamburg from India show that the two accused are innocent.
"Truth about Enrica Lexie’s case" Committee

 



di Luigi Di Stefano

fonte: Enrica Lexie: Technical Analysis : http://www.italianmarines.net/

05/03/16

L’Avvento di Renzi




Molti tendono a considerare Matteo Renzi una soluzione, mentre egli è il problema non dell’Italia, ma di se stesso.
Se esaminiamo la vicenda del presidente fiorentino alla luce del liberalismo classico, non dei variegati pseudoliberalismi spuntati sotto le nostrane bandiere rosse, dopo (dopo!) che il bolscevismo era stato ammainato dal pennone del Cremlino nell’anno di grazia 1991, constatiamo che, in forza delle capricciose spinte renziane, va diffondendosi la dottrina che il potere del premier deve essere meno limitato e più potenziato, non solo perché ciò sarebbe un bene in sé alla luce della modernità globalizzata, ma anche per consentirgli di fare quelle riforme che, a suo dire, sono attese da ben prima che la Costituzione fosse emanata. Egli sostiene una sorta di teoria pagana dell’Avvento: l’Italia lo aspettava da sempre per risorgere dal letargo nel quale, peraltro, la sua radice politica l’aveva addormentata. Sennonché Renzi è un risorto senz’essere morto prima. Non c’è niente di divino in lui, benché egli lo creda davvero.
Sentiamo spesso dire che in tutti i leader politici la considerazione di sé supera i meriti. Insomma, che la presunzione sovrasta la valutazione. Ma tra gli scopi nobili di un vero statista non è ricompresa l’affermazione personale, se non come un mezzo per conseguire un nobile risultato. Tutto questo, appunto, sfugge, per ora, nella figura e nell’opera del Oresidente del Consiglio. Il suo “disegno deformatore” delle istituzioni (legge elettorale+riforma costituzionale) serve a concentrare e rafforzare nelle sue mani il potere politico e l’indirizzo governativo. Egli mira ad avere le mani più libere per agire più liberamente. Perché? Perché è ultraconvinto di rappresentare, politicamente parlando (e forse non solo), il bene della nazione, com’è comprovato pure da certe sue demagogiche misure legislative ed amministrative le quali denotano l’intenzione di comprare i voti e l’appoggio in alto e in basso degli strati sociali, piuttosto che di liberalizzare la società.
Secondo le immortali parole del nostro Maestro di libertà, David Hume, “Gli scrittori politici hanno stabilito come una massima che, nell’escogitare qualunque sistema di governo, e nel fissare i molti limiti e controlli della Costituzione, ogni uomo dovrebbe proprio essere presunto un farabutto ed avere nessun altro fine, in tutte le sue azioni, che l’interesse personale. In base a questo interesse noi dobbiamo guidarlo e, per mezzo di esso, farlo cooperare al pubblico bene nonostante la sua insaziabile avidità ed ambizione. Senza ciò, essi dicono, invano ci glorieremo dei benefici di qualunque Costituzione e troveremo, alla fine, che non abbiamo nessuna sicurezza per le nostre libertà e proprietà, eccetto la buona volontà dei nostri governanti; cioè non avremo nessuna sicurezza in assoluto”.
Orbene, la polimorfa fretta operativa e la ridondante supponenza teorica di Renzi non sono appoggiate su alcuna coerente base ideale, ma sostenute da ondivaghe e fragili opinioni. Il suo modo di pensare e d’agire (cioè secondo lo schema: siccome lo penso io, dev’essere così), sembra evocare, sebbene in sedicesimo e in controluce, le preoccupazioni humiane.

di Pietro Di Muccio de Quattro - 5 marzo 2016


Ma quali soldi alla ricerca. Stagisti della Cultura al verde. Il ministro Franceschini viola pure i vecchi patti


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Altro che investimenti per la ricerca. Il ministero dei Beni culturali e del Turismo (Mibact) non ha pagato nemmeno le persone che lavorano al progetto “500 giovani per la cultura”, avviato nel 2013 e successivamente rinnovato. I tirocinanti sono senza lo stipendio da gennaio. Si parla di 800 euro al mese, una cifra non certo eccessiva, che pure non viene corrisposta. E la condizione potrebbe protrarsi.
SALTA IL BANCO – Ma qual è la causa? “Per un problema è di carattere tecnico amministrativo, non dipeso dal ministero, i pagamenti sono stati attribuiti ai segretari regionali”, ha spiegato il segretario generale del Mibact, Antonia Pasqua Recchia. E i tempi per risolvere la grana non sembrano essere rapidissimi: “Si stanno trasferendo i fondi”, dice Recchia. Parole che suonano come una beffa dopo la promessa del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ha annunciato un piano di 2,5 miliardi di euro per la ricerca. “Sarebbe il caso di risolvere i problemi esistenti e chiudere con la politica dei tirocini riservati a persone già formate”, dice a La Notizia la deputata di Sinistra italiana, Monica Gregori. L’ex viceministro dell’Economia, Stefano Fassina, ha chiesto un chiarimento ufficiale al ministro Dario Franceschini. Il deputato di Si ha polemizzato con il governo sulla riforma della Pubblica amministrazione, ritenendola colpevole del disguido nella parte che riguarda la “riorganizzazione delle competenze e delle funzioni legate al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e del rapporto tra quest’ultimo e il Ministero dell’Economia e delle finanze”. Del resto il bando ha fatto discutere sin dalla sua pubblicazione nel 2013, quando al Mibact c’era Massimo Bray. Ai 500 giovani fu proposto un contratto di 500 euro al mese. E senza alcuna prospettiva. Nella riformulazione il bando ha messo a disposizione uno stipendio di 800 euro. Salvo poi incepparsi a gennaio.
NODO ASSUNZIONI – Salvo Barrano, presidente dell’Associazione nazionale archeologi, contesta la logica del progetto: “Il meccanismo non deve funzionare così. Perché nel caso in cui i giovani non dovessero essere assunti, si sentirebbero svantaggiati. Ma se fosse proposto un contratto, gli esclusi avrebbero ragione ad avanzare rimostranze. Molti sono stati estromessi perché erano troppo formati. Così non si premia il merito.” Anche il “comitato nazionale 500 giovani”, che si è nel frattempo costituito, ha alzato la voce. E ha chiesto quale “contributo professionale i giovani potranno dare in prima persona all’interno degli Enti, in uno scenario lavorativo futuro”. Insomma, vogliono certezze Monica Gregori esprime un giudizio severo. “Questo non è lavoro, né investimento sulla ricerca. Il governo rafforza solo il precariato”. Per carità, l’ultima Legge di Stabilità ha previsto l’assunzione di 500 tecnici. Ma poi al Mibact ci sono tirocinanti non pagati per mesi.

di Stefano Iannaccone - 4 marzo 2016
fonte: http://www.lanotiziagiornale.it/ 

04/03/16

VITTIME DEL DOVERE



vittime del dovere, italiani caduti in missione


Non ci siano vittime di serie A o di serie B, tra i caduti per la nostra nazione e per la Repubblica, ma un unico status, per tutti i nostri militari che abbiano perso la vita in servizio, in azioni di guerra, in attentati bellici come in missioni di pace, o semplicemente durante lo svolgimento del proprio dovere, anche per incidente. È ciò che chiedono allo Stato i parenti, riuniti nell’Associazione Onlus “Mario Frasca”, fondata nel 2012 e presieduta dal padre Antonio; segretario è Vincenzo, fratello del militare dell’esercito italiano morto in Afghanistan il 23 settembre 2011, insieme a Riccardo Bucci e Massimo Di Legge. Nei giorni scorsi, una rappresentanza si è recata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e ha promosso una manifestazione davanti al Parlamento, il 25 febbraio scorso, per chiedere l’unico riconoscimento per le “vittime del terrorismo nelle missioni di pace all’estero”, con una modifica della normativa vigente che, nelle leggi n. 206/2004 e n. 246/2006, distingue tra “vittime del terrorismo” e “vittime del dovere e del servizio”.

“Sul sito web del Ministero della Difesa, i 177 nostri caduti dal 1950 ad oggi sono in un unico elenco. La legge, però, fa differenza di categoria e, quindi di trattamento”, spiega Vincenzo Frasca. Chi è “vittima del dovere” non ha diritto ai funerali di Stato, né ad onorificenze, come la Medaglia d’Oro al Valore Militare, né ai risarcimenti per i genitori e i fratelli, come avviene invece per le “vittime del terrorismo”, ma soltanto per la moglie e i figli. Uno schiaffo alla parità di trattamento e di riconoscimento del servizio reso alla nazione e alla pace dai soldati italiani.

“Chiediamo che i nostri militari caduti in missioni internazionali all’estero, in Kosovo, Libano, Iraq, Afghanistan, Albania, siano riconosciuti e onorati tutti allo stesso modo, senza discriminazioni e differenze”, dice Vincenzo Frasca. Accanto a lui, discreta e affranta da un dolore che non passa, c’è Rosa Papagna, la madre di Francesco Saverio Positano, il caporalmaggiore degli Alpini del 32mo reggimento Genio che ha perso la vita in Afghanistan il 23 giugno 2010, precisamente a Shindand, nel corso di un pattugliamento. “Mi avevano detto che era morto per un malore. Quando è il corpo è tornato in Italia abbiamo chiesto un’autopsia e il referto del medico ha escluso la morte per cause naturali. È stato investito da un automezzo blindato in retromarcia”, presumibilmente durante una manovra. La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo. Si è trattato di un incidente. Ma i genitori di Francesco non ci stanno a considerare la sua morte di meno valore di quella di chi è stato ucciso in un attentato terroristico. Era all’estero comunque in missione, in difesa dei valori di pace e di democrazia, rischiando la vita allo stesso modo di chiunque altro suo commilitone.
Nel 2014, sono caduti in missione militare all’estero il maresciallo Luigi Sebastianis, il 12 agosto, in Libano, e il maresciallo aiutante dell’Arma dei Carabinieri Corrado Oppizio, il 24 febbraio, in Libia. L’8 giugno 2013, in Afghanistan, Giuseppe La Rosa. Nel 2012, il caporalmaggiore dei Bersaglieri Michele Padula, il 18 giugno, in Kosovo; in Afghanistan, il caporale degli Alpini Tiziano Chierotti, il 25 ottobre, l’appuntato dei Carabinieri Manuele Braj, il 25 giugno, il sergente dei Gustatori Michele Silvestri, il 24 marzo, il caporalmaggiore della Fanteria Francesco Currò insieme ai primi caporali maggiori Francesco Paolo Messineo e Luca Valente, il 20 febbraio, il tenente colonnello della Fanteria Giovanni Gallo, il 13 gennaio.

Nel 2011, sempre in Afghanistan, con Frasca, Bucci e Di Legge, sono morti: il maggiore dell’Arma dei Carabinieri Matteo De Marco, il 16 settembre, il primo caporalmaggiore dei Paracadutisti David Tobini, il 25 luglio, il primo caporalmaggiore dei Gustatori paracadutisti Roberto Marchini, il 12 luglio, il caporalmaggiore scelto Gaetano Tuccillo, il 2 luglio, il tenente colonnello dell’Arma dei Carabinieri Cristiano Congiu, il 4 giugno, il tenente degli Alpini Massimo Ranzani, il 28 febbraio, il caporalmaggiore degli Alpini Luca Sanna, il 18 gennaio. Nel 2010, sempre in Afghanistan: il caporalmaggiore degli Alpini Matteo Miotto, il 31 dicembre, nello stesso attentato del 9 ottobre: i primi caporali maggiori degli Alpini Gianmarco Manca, Francesco Vannozzi e Sebastiano Ville, con il caporalmaggiore Marco Pedone, il tenente d’assalto Paracadutisti Alessandro Romani il 17 settembre, il primo maresciallo dei Guastatori alpini Mario Gigli con il caporalmaggiore capo Pierdavide De Cillis, il 28 luglio, il capitano di Artiglieria Marco Callegaro, il 25 luglio, il caporalmaggiore dei Guastatori alpini Luigi Pascazio insieme al sergente Massimiliano Ramadù, il 17 maggio, l’agente dei Servizi di Sicurezza Pietro Antonio Colazzo, il 26 febbraio.

Un elenco di nomi che parla di vite offerte per i valori di Patria e di civiltà. In un andare a ritroso negli anni fino alla nascita della Repubblica. La maggior parte di loro si trova nell’anonimato pubblico. Ingiustamente. Ecco, allora, il nome degli altri nostri eroi e martiri della democrazia: nel 2009, in Kosovo, il primo maresciallo Concetto Gaetano Battaglia, in Afghanistan, i caporali maggiori Alessandro Di Lisio e Rosario Ponziano, i primi caporali maggiori Matteo Mureddu, Giandomenico Pistonami, Davide Ricchiuto, Massimiliano Randino, il sergente maggiore Roberto Valente, il tenente Antonio Fortunato, il maresciallo Arnaldo Forcucci. Nel 2008, in Afghanistan, il maresciallo Giovanni Pezzulo e il caporalmaggiore Alessandro Caroppo. Nel 2007, sempre in Afghanistan, il maresciallo capo Daniele Paladini e il sottoufficiale del Sismi Lorenzo D’Auria.

Sono i nostri caduti negli ultimi dieci anni. Ce ne sono tanti altre, di morti silenziose sui media, i cui nomi non hanno meritato neppure il ricordo nelle pagine di cronaca. L’elenco completo di un appello tragico si trova sul sito del Ministero della Difesa. Sono i nostri militari impegnati in operazioni di pace in Iraq, in Kosovo, in Albania, in Bosnia-Erzegovina, in Croazia, in Somalia, in Burundi, in Ruanda, in Mozambico, in Libano, nella Guerra del Golfo, in Egitto, in Eritrea, nel Congo Belga. Se l’Italia manterrà la sua vocazione repubblicana, di ambasciatrice di pace, e se saprà onorarli tutti egualmente, come meritano, non saranno morti invano.