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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

01/03/15

Piazza del Popolo: sbatti il Duce in prima pagina


salvini piazza del popolo

Roma, 1 mar – Dopo attenta ricerca, nella piazza salviniana i media di sinistra hanno trovato: saluti romani 3, bandiere con celtiche 2, vecchietto con foto del duce 1, ragazzo greco con maglietta di Alba Dorata 1. Speravano di trovare di meglio, ma è comunque bastato loro per costruire il solito ritratto mostrificante. La vera novità politica, tuttavia, è che di tutto questo non frega nulla a nessuno. L’incantesimo si è rotto, il ricatto non funziona più. La pubblica indignazione non c’è stata, non ci sarà mai più, e quando si sbatte CasaPound in faccia a Salvini con l’aria di chi sta usando l’arma definitiva che ridurrà l’avversario a una poltiglia tremula e supplicante, il leader leghista scrolla le spalle e replica: “E allora?”.
Oltre alla ricerca del folclore, del resto, i nemici culturali del salvinismo le hanno tentate tutte. Hanno minimizzato i numeri della piazza, dando “stime reali” minimizzanti e riduttive, salvo invece prendere per buone le stime ufficiali, stra-gonfiate, degli organizzatori della contromanifestazione. Con il risultato che l’evento di popolo sembrava quello marginale e quello marginale diventava l’evento di popolo. Secondo Repubblica, addirittura, il corteo dei “Mai con Salvini” sarebbe partito con meno di 5000 persone ma avrebbe moltiplicato strada facendo i suoi numeri in una proporzione che varia dalle quattro alle sette volte. Ma sì, un ritardatario qui e un curioso là, che ci vuole ad arrivare a 35mila…E poi null’altro, nulla sulle ragioni della manifestazione, nulla su quel pezzo d’Italia che ha rabbia, su quella che ha paura, su quella che ha fame, su tutti quei frammenti di nazione che vedono in Salvini una speranza. Foss’anche una speranza mal riposta, forse meriterebbe comunque di essere raccontata. E invece no, arriva sempre e solo la narrazione consolatoria sulla calata nazifascista e xenofoba. È l’arrivo dell’Alieno che riesce a compattare la sinistra, perché rispetto a ciò che è fuori dal mondo riescono a far sembrare loro stessi uomini di mondo, cosa che invece non sono, perché sono i figli di una allucinazione.
Fuori da questa allucinazione, tuttavia, sta succedendo qualcosa. Questo qualcosa forse viaggerà sulle gambe di Salvini, forse no. Ma certe vecchie categorie sono comunque state archiviate per sempre. E quando i giornaloni se ne accorgeranno sarà troppo tardi.

Adriano Scianca - 1 marzo 2015
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it

Caro ministro Alfano, sull'islam italiano stai commettendo un grosso errore


Preghiera islamica davanti al Duomo di Milano


Gentile Ministro Alfano, 
mi permetto di scriverle dopo avere letto della sua riunione con i rappresentanti delle varie Comunità e Associazioni islamiche presenti in Italia lo scorso 23 febbraio. Nel comunicato pubblicato dal Ministero si legge che i «presenti hanno accolto con interesse e convinzione le parole del ministro Alfano, concordando sull’importanza di collaborare contro le manifestazioni della violenza estremista e condannando con fermezza i recenti episodi che li colpiscono ‘sia come persone che come religiosi’». Condivido le preoccupazioni sul momento attuale e sulla necessità di arginare e prevenire la radicalizzazione, così come condivido l’importanza di avviare un progetto di anti-radicalizzazione. Ma qui mi fermo. 
In quanto membro del defunto Comitato per l’islam italiano, istituito dal suo predecessore Roberto Maroni e magistralmente coordinato dal sottosegretario Alfredo Mantovano, in quanto ricercatrice e traduttrice che da più di trent’anni si occupa di mondo islamico, ma soprattutto in quanto persona che quotidianamente si interfaccia con giovani musulmani nelle scuole italiane, le chiedo di fermarsi un istante a riflettere. 
Lei parla di un progetto di «anti-radicalizzazione sul web, che si articoli in una sorta di contro-retorica attraverso la testimonianza di leaders rappresentanti del mondo islamico italiano». 
Due prime osservazioni. Prima osservazione: è vero che l’ISIS vive di web, è vero che siamo nell’era digitale, ma è altrettanto vero che se vogliamo essere sicuri di incontrare i giovani musulmani l’unico luogo valido e sicuro è la scuola, se vogliamo essere sicuri di coinvolgerli dobbiamo guardarli negli occhi, dialogare e trascorrere tempo con loro. Affidarsi al web significa disumanizzare il progetto, proprio come l’ISIS disumanizza i propri lettori.

I giovani musulmani – che in primo luogo sono cittadini di pari livello e dignità – navigano nella rete, sono su Facebook, che a tutti i ragazzi tende trappole dalle più banali a quelle più tragiche che ben conosciamo. Tuttavia se l’Italia vuole davvero impegnarsi per garantire a tutti i nostri giovani – musulmani e non – un futuro migliore non può limitarsi al web. Convincere un adolescente non è facile e non sarà certo la testimonianza calata dall’alto di un “leader” islamico a fargli cambiare idea.

E qui veniamo alla seconda osservazione: chi sono i «leaders rappresentanti del mondo islamico italiano»?  Forse le persone che lei ha invitato al Ministero ovvero l’italianissima Coreis, l’UCOII – la cui presenza è stata definita nel comunicato della Coreis “ridondante” – , la Moschea di Roma e donne rigorosamente velate? Siamo sicuri che i musulmani che vivono in Italia si sentano rappresentati da questi “leaders”, siamo sicuri che i giovani musulmani che frequentano le nostre scuole siano pronti a ricevere lezioni da queste persone attraverso il web?

Qualche giorno fa una giovane musulmana – velata – mi ha detto: «Io sono una musulmana e non ho bisogno di qualcuno che mi rappresenti e non rappresento nessuno, perché chi vive in pace con se stesso e pratica la propria religione in pace non va a cercare mezzi pubblicitari o video per farsi notare».

Le semplici parole di una studentessa di una scuola italiana corrispondono appieno a quanto espresso, in modo più elaborato, nel 2006 dal filosofo francese di origine algerina Abdennour Bidar: «Dobbiamo infine comprendere che l’idea di ‘comunità islamica europea’ è un concetto sociologicamente vuoto: se i politici cercano degli interlocutori musulmani, se i sociologi e i giornalisti vogliono condurre un’inchiesta sul terreno, che la smettano di volere trovare una pseudocomunità, raggruppata in disparte e che vive seguendo strani costumi, una tribù con a capo dei ‘califfi-rappresentanti’… Niente, oggi in Europa, assomiglia meno a un musulmano che un altro musulmano… costoro non tengono all’islam non tanto per la fede e la preghiera quanto per un’etica, per le usanze… Non esiste più un musulmano tipo; siamo tutti diventati atipici». Bidar aggiungeva: «Nell’islam d’Europa così come nella società moderna nella sua totalità, l’esistenza precede l’essenza, in altre parole è l’uomo che fa l’islam e non l’islam che fa l’uomo. Non esiste un islam prestabilito che detta a tutti come devono vivere e pensare, ma degli individui – ciascuno con la sua anima e coscienza – che cercano di trovare il rapporto con l’islam che loro si confà, e fanno sbocciare “degli islam”, dei “modi di essere musulmano”, “dei modi molteplici di attaccamento alla cultura islamica”». 
Gentile Ministro, 
i musulmani non sono un’entità astratta, sono delle persone che vivono accanto a noi, a scuola e più in generale nella vita. La invito a un’ulteriore riflessione. Certamente lei ha a disposizione tutti i dati riguardanti la provenienza dei musulmani che vivono o che arrivano nel nostro paese. Ebbene, le domando: secondo lei al tavolo che lei ha riunito a sé erano rappresentate tutte le anime nazionali, linguistiche e culturali dell’islam italiano? Dove erano i pakistani, i tunisini, gli egiziani, dove erano le donne musulmane che si sentono tali pur non indossando il velo, dove erano i laici? Sì, i laici perché non è vero che tutti coloro che provengono da paesi a maggioranza musulmana sono automaticamente dei musulmani praticanti. 
Dialogare solo con  le “comunità” è di per sé discriminante perché esclude chiunque non sia membro delle associazioni che si definiscono “comunità islamica”. Non solo, dialogare con certe “comunità” potrebbe corrispondere ad avere come referente chi distingue tra terrorismo e resistenza, chi propugna un islam politico e non un islam del cuore e dell’individuo.
Sono perfettamente consapevole del fatto che relazionarsi con il mondo islamico sia difficile laddove non esiste un’autorità, laddove non esistono sacerdoti, laddove la rappresentanza è sempre relativa. Il Comitato per l’islam italiano aveva cercato di ricostruire la pluralità dell’islam nel nostro paese e aveva elaborato pareri che purtroppo sono rimasti sulla carta. 
Ci troviamo a vivere un momento delicato, molto delicato e se non vogliamo cadere nelle trappole degli stereotipi dobbiamo promuovere la pluralità dei musulmani, a partire dalle seconde generazioni che frequentano le nostre scuole. L’Italia - a differenza della Francia, della Germania e della Gran Bretagna - è ancora in tempo.
Mi rivolgo a Lei, al Ministro dell’Istruzione Giannini e al Presidente del Consiglio Renzi, avviate progetti nelle scuole italiane, ascoltate gli insegnanti e i professori, ascoltate soprattutto i ragazzi e saranno loro a essere i vostri primi alleati nell’anti-radicalizzazione, saranno loro ad aprirvi gli occhi, a darvi suggerimenti, a confidarsi con voi.  Se riuscirete a conquistare i giovani musulmani – quelli veri non le associazioni che dicono di parlare in nome loro – avrete conquistato la loro fiducia e non vi tradiranno mai.  
Vi invito a ricordare le parole di don Luigi Giussani nel suo mirabile saggio Il Rischio educativo: «Il tema principale, per noi, in tutti i nostri discorsi, è l’educazione: come educarci, in che cosa consiste e come si svolge l’educazione, un’educazione che sia vera, cioè corrispondente all’umano, dell’originale che è in noi, che in ognuno si flette in modo diverso». Ricordate che il primo insegnamento che viene impartito a chi si avvicina all’estremismo islamico è il seguente: «Pensare è illecito». Ebbene i giovani musulmani non devono prendere lezioni da presunti leaders, devono riscoprire il loro passato fatto di arte e letteratura, devono diventare protagonisti, devono essere considerati italiani musulmani e non musulmani italiani.
Il futuro è nelle nostre mani, ma soprattutto nelle mani dei giovani – musulmani e non – che a scuola possono trovare un mondo che li accolga e non li escluda e che li sappia aiutare a crescere e a non essere vittime dell’estremismo islamico, da quello apparentemente moderato a quello jihadista. Giovani che nelle istituzioni potrebbero e vorrebbero trovare un alleato vero e non un alleato di chi rappresenta solo se stesso e non l’islam, tantomeno i musulmani italiani.
Cordialmente

Valentina Colombo - 1marzo 2015
Ricercatrice di Storia dei paesi islamiciUniversità Europea di Roma

fonte: http://www.lanuovabq.it

28/02/15

Storia di un Paese che crolla sui cittadini


ss121-scorciavacche-2

Pronto e crollato. Aveva fatto scalpore, nel periodo delle vacanze natalizie, la vicenda di un’opera stradale inaugurata il 23 dicembre e chiusa per crollo il giorno 30 dello stesso mese. Era accaduto in Sicilia sull’asfalto dei viadotti Scorciavacche (che in siciliano significa «scuoia-vacche») sulla Palermo-Agrigento. La procura di Termini Imerese aprì subito un’inchiesta, mentre l’ANAS fece sapere che avrebbe avviato un’indagine interna e fatto ricorso ad azioni legali nei confronti dell’impresa costruttrice.
Ma il tempo non è stato galantuomo. A poco più di un mese di distanza, l’opera ha concesso un per nulla richiesto bis. Come ha fatto sapere l’ANAS: «Nel tratto di strada chiuso al traffico il 30 dicembre negli ultimi giorni si è sviluppato un nuovo fenomeno progressivo di deformazione del rilevato d’accesso al viadotto Scorciavacche 2, sulla variante alla SS 121 Catanese, nell’area sottoposta a sequestro probatorio dalla Procura di Termini Imerese». Sempre l’ANAS ha spiegato che «il fenomeno, che ha provocato il cedimento del piano viabile a una distanza di circa 150 metri dal viadotto Scorciavacche, in direzione Palermo, è da attribuire alle stesse cause che hanno determinato il precedente dissesto, che ha a sua volta contribuito a ingenerare il nuovo evento».

L’accaduto si fa beffe di molti personaggi illustri. A partire dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, che lo scorso dicembre aveva commentato la notizia (rigorosamente sui social network) assicurando che fosse «finito il tempo degli errori che non hanno mai un padre». A quanto pare, mentre si cercano i padri, le madri degli errori continuano a farsi ingravidare e a partorire. Ma il nuovo crollo si prende gioco anche del presidente dell’ANAS Pietro Ciucci, che il giorno dell’inaugurazione dell’opera aveva sottolineato con orgoglio l’apertura in anticipo di tre mesi del tratto, aggiungendo che quello aperto era «uno dei più impegnativi dal punto di vista della realizzazione». Anche con lui il tempo non è stato galantuomo.
L’ANAS ha fatto sapere che, non appena l’area sarà dissequestrata, «il contraente generale dovrà ripristinare l’intero rilevato, con costi dell’intervento interamente a suo carico», e che «sulla base delle responsabilità, così come saranno accertate anche dalle commissioni d’esperti nominate da ANAS e Ministero delle Infrastrutture, saranno avviate le azioni legali per il recupero del danno subito, compreso quello d’immagine». Ironia a parte, non possiamo che augurarci che a queste parole seguano i fatti, poiché il costo del tratto interessato al duplice crollo ammonterebbe a circa 13 milioni d’euro. Ma soprattutto perché rientra in un piano d’opere più ampio iniziato a giugno 2013 e che dovrebbe concludersi entro il 2016, per un costo totale di quasi 300 milioni d’euro.

Sarebbe facile ergere il viadotto Scorciavacche a simbolo di un’Italia che crolla sotto il peso dei propri paradossi e delle proprie inefficienze. Sarebbe scontato, banale e forse anche inutile. Di fronte a vicende come queste, è facile che l’opinione pubblica si scandalizzi e faccia sentire la propria voce. È più difficile che avvenga per situazioni altrettanto scandalose ma meno appariscenti di un viadotto consegnato e crollato due volte in poco più di un mese.
Poche settimane addietro, è stato presentato il ventisettesimo Rapporto Italia dell’Eurispes, che ha dipinto uno Stivale decisamente a tinte fosche, zavorrato dalla mancanza di crescita economica e dal peso della disoccupazione (in particolar modo giovanile). E mentre la crisi continua a mordere — ha spiegato il presidente d’Eurispes Gian Maria Fara nel corso della presentazione del Rapporto — «lo Stato sopravvive nutrendosi dei propri cittadini e delle proprie imprese, cioè della società che lo esprime. Con evidente miopia: che cosa accadrà quando non ci sarà più nulla di cui nutrirsi?». Di fronte a questa situazione, ad esempio, è molto più difficile che l’opinione pubblica si scandalizzi, perché dietro al «nutrimento dello Stato» c’è la retorica delle buone intenzioni e un groviglio d’interessi particolari difficile da sciogliere.
«Mentre l’economia va a rotoli e la società vive un pericoloso processo di disarticolazione», ha aggiunto il presidente d’Eurispes, «assistiamo al trionfo di un apparato burocratico onnipotente e pervasivo, in grado di controllare ogni momento e ogni passaggio della nostra vita. Con l’incredibile incremento della produzione legislativa necessaria a regolare la nuova complessità sociale ed economica, la burocrazia da esecutore si è trasformata prima in attore, poi in protagonista, poi ancora in casta e, infine, in vero e proprio potere al pari, se non al di sopra, di quello politico, economico, giudiziario, legislativo, esecutivo, dell’informazione».

La vera battaglia è spiegare che il grande scandalo dell’Italia è l’organizzazione inefficiente della vita socioeconomica attuata dalla burocrazia e dalla politica. Una battaglia tutt’altro che semplice da vincere, perché, sebbene un po’ tutti a parole si lamentino dell’invadenza e insensatezza degli apparati pubblici, poi è difficile passare dalle parole ai fatti. Vuoi perché si ha la compagna, il fratello, lo zio o l’amico che lavorano all’interno di quei totem che andrebbero abbattuti. Vuoi perché una certa retorica populista impedisce d’intervenire con decisione su alcuni settori (pubblica istruzione, sistema pensionistico) che hanno dimostrato di non riuscire a raggiungere gli obiettivi che ne stanno alla base, e che scaricano il peso del loro fallimento sui più deboli (perlopiù i giovani).
La sfida è portare l’opinione pubblica a scandalizzarsi di fronte al continuo e costoso cedimento della macchina politico-burocratica. Una volta vinta quella sfida, avremo molte meno Scorciavacche di cui parlare e indignarci. Perché, e sarebbe bene farlo sapere a Renzi, i «padri» del tempo degli errori si trovano quasi tutti tra i politici e tra i burocrati. O al più tra i loro amici.

di S. Scarfone - 25 febbraio 2015

fonte:http://thefielder.net


Marò: basta rinvii! Nuova iniziativa web per la liberazione dei due fucilieri di Marina, Latore e Girone.


Marò: basta rinvii! Nuova iniziativa web per la liberazione dei due fucilieri di Marina, Latore e Girone.

Avvenimenti Iblei Magazine aderisce all’iniziativa  #iostoconimarò – Basta rinvii a sostegno dei fucilieri di Marina, Massimiliano Latore e Salvatore Girone, ingiustamente detenuti in India.
I nostri Marò sono innocenti!!
'' Egregio Ministro, 15 feb. 2012 – 28 Feb. 2015,
questo è l’arco temporale nel quale sono cambiati tre Governi a fronte di un’unica continuità: l’irrisolto caso dei nostri Fucilieri di Marina, illegalmente e con decisione unilaterale di New Delhi sottoposti alla giurisdizione indiana.
Azioni dei Governi che si sono succeduti: non pervenute! A distanza di oltre tre anni dalla vergognosa consegna alla Polizia indiana (di questo si è trattato, caro Ministro) del capo di 1ª classe Massimiliano Latorre, il secondo capo Salvatore Girone e della successiva riconsegna del marzo 2012 ad opera del Governo Monti, non si ha a tutt’oggi notizia di concrete iniziative dei Ministeri competenti per sottrarre i nostri Fucilieri alla Magistratura indiana.
I ripetuti rinvii, l’ultimo al 12 Marzo p.v., da parte di questa (comprensibili stante l’impossibilità di presentare un credibile capo di accusa e di stabilire se il caso sia di competenza dell’antiterrorismo-NIA) sono sonori schiaffi inferti all’Italia e, mi permetto di aggiungere, alla nostra classe politica di cui Ella fa parte.
I Gruppi di solidarietà con i nostri Fucilieri e le loro famiglie, con le decine di migliaia di membri che sin dall’inizio della vicenda, ripeto, vergognosa, si battono per la causa di Latorre e Girone, vogliono guardare avanti. Niente polemiche sugli errori e sulle inadempienze del passato da parte di chi avrebbe dovuto tutelare due militari di questo Stato comandati in una importante missione quale l’antipirateria.
Chiediamo però un cambio di passo e che il Governo ponga in essere in concreto tutte le possibili azioni sul piano internazionale, ricorso al Tribunale internazionale del Diritto del mare in primo luogo, andando oltre gli ormai stantii e ripetuti annunci di imminenti, decisive iniziative. Lo dovete ai nostri Fucilieri, ai loro familiari e agli Italiani che si sentono mortificati quali cittadini di un Paese incapace di pretendere il dovuto rispetto e soprattutto di imporre all’India, paese amico, il rispetto del Diritto internazionale. In verità, il silenzio dei media sull’argomento non aiuta a spronare all’azione chi di competenza e a sensibilizzare l’opinione pubblica. Non vogliamo credere che la mancanza di critiche e reazioni da parte dei nostri connazionali possa indurre chi ha responsabilità di Governo a ritenere che la soluzione della vicenda non sia fra le priorità più sentite dagli Italiani e pertanto la sua mancata soluzione non rappresenti un danno in termini elettorali. Non lo crediamo, non vogliamo crederlo, ma la smentita a questo eventuale dubbio non può che essere una immediata, urgente iniziativa a dimostrazione dell’effettivo interesse del Governo e della politica tutta a chiudere la vicenda e a riportare in Italia, con onore!!, i nostri Fucilieri. Perché una urgente iniziativa? Il 12 aprile p.v. scadrà la proroga per la permanenza in Italia del Capo di 1^ classe Latorre a seguito della malattia che l’ha colpito nell’agosto scorso. In mancanza di una soluzione definitiva della vicenda potrebbe ripetersi quanto accaduto nel marzo 2013? Anche questo non vogliamo crederlo!
Distinti saluti. ''


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Pirateria dell'Isis, potremmo tornare ai tempi dei mori



Propaganda Isis, minacce all'Italia

“Se farete cadere Gheddafi la Libia diventerà un’altra Somalia”. Il monito espresso dall’Unione Africana nella primavera del 2011, purtroppo inascoltato da Nato e Occidente, suona oggi come una profezia e non solo per le similitudini tra una Somalia tribalizzata e una Libia ormai Stato fallito in preda a oltre 200 milizie.
Il parallelo tra i due Paesi potrebbe estendersi anche alla minaccia della pirateria che pare in procinto di tornare a manifestarsi sulla sponda meridionale del Mediterraneo con l’affermarsi dello Stato Islamico in Libia e il consolidarsi dei trafficanti di esseri umani legati ai jihadisti. Il rischio pirateria sembra sia stato analizzato e definito molto credibile da un rapporto dell’intelligence militare italiano citato dal quotidiano britannico Daily Express, secondo cui il Mediterraneo si potrebbe "somalizzare" e lo Stato Islamico potrebbe puntare sull’attacco e il sequestro di yacht e mercantili per finanziarsi e colpire gli interessi dei “crociati”.
Nel documento si fa riferimento al fatto che l’IS ha preso il controllo di porti e imbarcazioni in Libia facendo presagire "la possibilità che si possa ripetere lo scenario che ha visto protagonista la regione marittima tra la Somalia e Aden negli ultimi dieci anni". E ancora: "barche veloci potrebbero attaccare pescherecci, navi da crociera piccoli mercantili e imbarcazioni delle guardie costiere". Quest’ultima ipotesi si è già concretizzata due settimane or sono quando scafisti armati di kalashnikov hanno imposto con le armi a una motovedetta della Guardia Costiera italiana di imbarcare gli immigrati clandestini lasciando loro il gommone con cui sono rientrati (impuniti) in Libia.
Un episodio che potrebbe anticipare un vero e proprio abbordaggio a unità navali italiane di piccole dimensioni, con equipaggio ridotto e prive di armamento impegnate a salvare immigrati.  L'obiettivo di azioni piratesche sarebbe "catturare prigionieri da esibire in tute arancioni" e chiedere riscatti per il loro rilascio o fare pressioni sui governi dell'area, secondo il rapporto.
Rispetto alla pirateria in Somalia, ridotta ai minimi termini grazie a un massiccio impiego di flotte militari internazionali e alla capillare presenza di guardie armate sui mercantili, la pirateria dalle coste della Libia potrebbe godere di maggiori vantaggi quali un traffico commerciale e turistico ben più intenso di quello dell’Oceano Indiano, acque più calme in grado di garantire scorribande tutto l’anno e la possibilità di utilizzare gli immigrati clandestini come scudi umani.
Secondo l'ammiraglio britannico Chris Parry "i nuovi pirati" sono maggiormente armati rispetto ai loro "colleghi somali". Hanno missili terra-aria, pericolosi per gli elicotteri, e armi che rendono più complessi gli interventi. Inoltre nel Mediterraneo transita il 15% dell’intero traffico marittimo globale: sarebbe quindi impossibile proteggere tutte le imbarcazioni e, anche grazie ai tagli ai bilanci della Difesa degli ultimi anni, sarebbe difficile (oltre che costosissimo) disporre a tempo pieno di un numero di navi da guerra sufficiente a controllare e bloccare le coste libiche.
Parry già nel 2006 aveva evidenziato in un rapporto il rischio che “entro dieci anni i pirati nordafricani avrebbero avuto i mezzi per attaccare imbarcazioni e spiagge nel Mediterraneo”. Una minaccia che ci riporta indietro di secoli, all’epoca delle incursioni dei mori sulle coste italiane e del sud Europa anche se in realtà gli ultimi abbordaggi pirateschi nel Mediterraneo vennero attuati da ciurme albanesi che nel 1997 attaccavano le imbarcazioni turistiche durette a Corfù dal porto di Saranda, a sud di Valona.
Anche l’ammiraglio statunitense James Stavridis, ex comandante supremo della Nato, considera l’Italia particolarmente esposta alla minaccia e, intervistato dal Sunday Times, ha ribadito la possibilità già più volte ventilata che i jihadisti “possano infiltrarsi tra i migranti clandestini o semplicemente decidere di sbarcare sulle coste italiane per conto proprio”. Stavridis ricorda che nelle attuali condizioni l'Italia potrebbe richiedere in base all'articolo 4 del Trattato Nato una consultazione con gli alleati per ottenere garanzie per la propria integrità territoriale. Minacce all'Italia arrivano del resto direttamente da siti web vicini ai jihadisti. In un messaggio rinvenuto da Site un militante mette in guardia l'Italia dall'entrare in guerra contro l'Isis per evitare che il Mediterraneo sia “arrossato dal sangue dei suoi cittadini”.
Un pericolo che sembra preoccupare il turismo marittimo di lusso come conferma il Consorzio "Rete Porti Sardegna" che accusa però l’articolo del Sunday Times di spaventare i turisti.
"Diversi affezionati clienti internazionali - spiega il Consorzio - ci hanno segnalato preoccupati un articolo apparso sul Sunday Times del 22 febbraio. Considerato che la Sardegna e la Corsica rappresentano la prima destinazione mondiale estiva per i più grandi e lussuosi yacht esistenti appare evidente che questo allarme può dirottare questo importantissimo target per il turismo nautico della Sardegna verso altri bacini”. L'auspicio è che si faccia chiarezza al più presto. Prima dell'estate. "Ci si augura - spiega il Consorzio - che le istituzioni militari e di pubblica sicurezza italiane, europee e della Nato, possano replicare rapidamente ed efficacemente alle affermazioni rilanciate dal giornale assicurando che, perlomeno nella sponda europea del Mediterraneo, la sicurezza della navigazione è assolutamente garantita, con un dispositivo militare, sia al traffico commerciale che a quello diportistico".
In assenza di un intervento militare internazionale sul suolo libico l’unico modo per contrastare eventuali attacchi dei pirati è attuare una sorta di blocco navale delle coste e dei porti. Finora gli unici a porsi il problema sono gli egiziani che stanno effettuando con la loro Marina un controllo molto intenso delle acque fino al porto di Bengasi soprattutto per impedire l’afflusso di armi ai miliziani jihadisti.
In Italia la presenza della Marina Militare a ridosso delle coste libiche potrebbe consentire di tenere sotto stretto controllo ogni imbarcazione in uscita dai porti libici bloccando i traffici di immigrati come eventuali imbarcazioni pirata. Come ha più volte sottolineato la NBQ, la nostra Marina Militare dispone di mezzi e personale in grado di sostenere questa missione a cui potrebbero affiancarsi  anche forze alleate interessate a garantire la sicurezza dei traffici marittimi e a impedire ai jihadisti di continuare ad arricchirsi.
Uno sforzo a cui potrebbe unirsi pure la flotta russa, che schiera una squadra navale nel porto siriano di Tartus e ha ottenuto l’uso dei porti ciprioti per le navi  "che partecipano alle operazioni di lotta al terrorismo e alla pirateria internazionale" come ha detto Vladimir Putin incontrando ieri il a Mosca il presidente cipriota Nicos Anastasiades.

di Gianandrea Gaiani  26-02-2015
fonte: http://www.lanuovabq.it