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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

19/04/14

Farnesina politica, una Nato aggressiva non serve a nulla con Putin




Conversazione su tutto: Iran, Siria, Israele, spese per la Difesa, Marò. No tecnicismi, intesa Roma -Berlino "Non ci sono buoni e cattivi"
In Europa servono soluzioni politiche, non grandi coalizioni. Iran e Siria: pragmatismo, realismo
Roma. Bonino chi? Sono le sedici e trenta quando FedericaMogheriniarriva nel suo ufficio al primo piano della Farnesina per incontrare i cronisti del Foglio e per provare a spiegare attraverso una lunga chiacchierata con il nostro giornale quella che, con un sorriso, il ministro degli Esteri accetta di definire la dottrina Leopolda. La dottrina Leopolda è un insieme in cuiMogheriniinserisce come in un grande shaker la posizione del governo italiano sul realismo politico, il dossier ucraino, il rapporto con Putin, sul futuro della Siria, l' interventismo dell' America, la sintonia con la Germania, il destino dell' Iraq, la dittatura della trasparenza, le conseguenze dei fenomeni alla Snowden. Un complesso di cose in relazione alle quali il ministro spiega la posizione del governo sul pasticcio ucraino ("non si può ragionare solo parlando di buoni e cattivi"), sulla possibile soluzione del caos siriano ("bisogna coinvolgere ufficialmente l' Iran").Mogheriniaccetta di tracciare anche dal punto di vista ideologico la discontinuità che divide questo governo da quello precedente in politica estera. Sintesi: ieri la Farnesina si muoveva con un passo tecnico, oggi alla Farnesina ci si muove con un passo politico."Nella storia del nostro paese - dice il ministroMogherini- c' è sempre stato un grado consistente di continuità in politica estera e questo è naturale, perché la politica estera non è frutto solo delle decisioni del governo ma anche espressione del paese nel suo complesso. E nonostante quello che si pensa, l' Italia e gli italiani hanno una forte proiezione internazionale.Questo non significa che la politica estera è neutra, c' è e ci può essere tanta politica nelle scelte. Nei singoli dossier mi sento in continuità con Emma Bonino. Cosa è cambiato rispetto al passato? Per le caratteristiche che aveva il precedente governo, l' ex ministro degli Esteri non poteva che muoversi come se fosse un ministro tecnico. Oggi l' approccio è diverso. Qui, come per il resto del governo, mi piacerebbe portare un tasso di politicità maggiore rispetto al passato. E questo tasso di politicità non è secondario, ci consente di costruire strategie comuni con i partner europei e non solo. E vediamo bene come sia importante costruire strategie comuni anche in questi giorni di difficili trattative".Le trattative, già. Non ci sono buoni e cattivi, nel mondo diMogherini, ci sono tante situazioni complesse da affrontare "con lungimiranza e con un atteggiamento cooperativo". Il ministro è convinto che per risolvere le crisi sia necessario investire "sull' interesse comune" degli interlocutori coinvolti: così si creano "win-win situation", tutti ottengono qualcosa e le crisi rientrano.Alla conferenza di Ginevra sull' Ucraina (il primo incontro a quattro, tra europei, americani, russi e ucraini) è andata come voleva - sperava -Mogherini: ci si è accordati per evitare violenze, intimidazioni, provocazioni, e c' è stato un appello al disarmo di tutti i gruppi illegali. Alla vigilia del vertice, il ministro si augurava che "si uscisse almeno con un' altra data, con un altro incontro, con una road map", con quella "deescalation" che è la parola usata anche dal ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, e dall' americano John Kerry. L' approccio dell' Italia alla crisi ucraina è allineato a quello della Germania - citato spesso il collega socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier - e ha come obiettivo abbassare i toni bellicosi, "una soluzione politica della crisi": "Non è la Nato il terreno più utile per risolvere la crisi, anche per non farla sembrare antagonista". Si punta piuttosto sulle istituzioni internazionali, con gli osservatori dell' Osce "che sono già dislocati sul territorio ucraino e preparano il terreno per le elezioni del 25 maggio", con le Nazioni Unite sempre all' erta e con i vertici del G7/G8 studiati apposta per soppesare decisioni e cambiamenti.


La storia di queste istituzioni non è strettamente legata al concetto di efficacia, però è diplomaticamente rassicurante contare sul fatto che gli uomini delle istituzioni internazionali, che quando arrivarono in Crimea furono chiusi dentro dei bar e poi invitati a levarsi di torno, ora possano riportare l'Ucraina sulla via della pace. La Russia non va combattuta, va convinta al "dialogo, al coinvolgimento", bisogna sempre chiedersi dove si vuole arrivare. "Qual è la soluzione, una guerra nucleare? Non la vuole nessuno, allora cerchiamo strade per i negoziati", dice Mogherini, che considera ogni strategia punitiva - comprese le sanzioni, "se utilizzate come unico strumento" - un passo indietro, non in avanti.
La belligeranza della Russia, che schiera truppe al confine e che ingloba un pezzetto di Ucraina, non va alimentata, va contenuta e resa reversibile. In realtà l'annessione della Crimea alla Russia crea qualche dubbio: Mogherini ricorda che c'è stato un coro unito dell'occidente nel condannare quel referendum come "illegale e illegittimo", "abbiamo tutti usato le stesse parole ed è stato un messaggio chiaro, ma è la dimostrazione del fatto che non bastano messaggi, neanche i più duri, per trovare soluzioni", ricorda. E poi? Poi niente, l'integrità territoriale dell'Ucraina, sbandierata come principio inviolabile, è scivolata via, come molte altre linee rosse e ultimatum che sono stati lanciati dall' occidente.
Mogherini è preoccupata, dice che "non è soltanto la modifica dei confini di un paese sulla base di un atto non riconosciuto a essere pericoloso, lo è anche e soprattutto il fatto che questi confini siano stati ridefiniti sulla base di ragioni etnico -linguistiche". Un precedente grave, "che tutti nel mondo hanno interesse a contrastare", che però va messo in prospettiva, perché la logica è quella della lungimiranza (e anche dell' anticipare quel che può andare storto, "che la situazione in Ucraina stesse precipitando era piuttosto evidente, quando è fallita la negoziazione con l' Unione europea", dice il ministro).Bzz. Rumore in ufficio. Mogherini si ferma un attimo. Osserva con sguardo perplesso i suoi interlocutori. Si alza di scatto dalla poltrona. Si avvicina al tavolo. Impugna un telecomando. Lo indirizza verso un climatizzatore che si era improvvisamente acceso e preme il tasto off. Il riscaldamento.
Mogherini fa un sorriso e capisce che la nostra conversazione non può che virare verso un argomento preciso: il gas. "Ok, chiedetemelo, dài...". Il Foglio fa notare al ministro che sul dossier russo c'è qualcosa che non torna. Da un lato c'è Renzi che dice che l'Italia non ha paura delle ripercussioni energetiche generate dalle sanzioni e dall' altro lato c'è l' ex numero uno dell' Eni, Paolo Scaroni, che dice che l' Europa, importando il trenta per cento del gas da Gazprom, non è in condizioni di imporre sanzioni. Dov'è la verità? "La verità ha tre facce. La prima ci dice che l'Italia ha una sua indiscutibile autonomia energetica e in fondo abbiamo una dipendenza dal gas russo che si trova nella media rispetto agli altri paesi europei. La seconda ci dice che la Russia ha fatto capire in ogni modo che non interromperà il suo flusso perché non le conviene economicamente. La terza ci dice che l’Europa farà di tutto per evitare che le prossime eventuali sanzioni possano produrre un contraccolpo a livello energetico, e per una ragione precisa: perché il primo paese che subirebbe un contraccolpo fatale è il paese che vorremmo aiutare con le sanzioni, ovvero l' Ucraina".Pausa. Telefonata. Sorrisi. Giro di caffè.
Mogherini poi riprende il ragionamento sull'Ucraina per sottolineare una triangolazione cruciale per gli attuali assetti geopolitici e quella triangolazione riguarda la Germania, paese con il quale il ministro degli Esteri si sente di certificare "un asse tra Roma e Berlino". "Ho detto asse tra Roma e Berlino? No, via, diciamo un'intesa perfetta, un'identità di vedute, una comune lettura delle crisi, dài...". Mogherini sposta il fuoco dell'inquadratura dall'Italia al resto dell' Europa e sostiene che l'identità di vedute sul caso Ucraino-Russo tra il governo italiano e quello tedesco ha avuto un effetto importante: ammorbidire l' approccio muscolare che alcuni paesi, come per esempio la Polonia e la Francia, avevano suggerito."La mia, la nostra convinzione è che su dossier delicati come questi è necessaria una rottura rispetto al passato. Non mi piace il termine 'regime change', ma laddove ci sono dittature, violazione dei diritti umani o dei princìpi internazionali è chiaro che si deve trovare il modo di intervenire.
Con la politica. E' chiaro anche che l'opzione militare resta sempre possibile, ma come ultimo strumento, e non è detto che risolva i problemi, a volte li aggrava. La storia recente ce lo insegna: un intervento militare può essere valutato necessario o meno, ma in ogni caso la vera soluzione passa sempre per la politica. E' per questo che noi e la Germania, in Ucraina, cerchiamo di evitare che la parola 'Nato' sia utilizzata per spaventare qualcuno. Sarebbe controproducente. Il nostro approccio è questo". Il discorso, dice ancora il ministro, vale tanto per l'Ucraina quanto per la Siria.
La Siria, ecco. Non ci sono buoni e cattivi, d'accordo, ma in Siria? "C'è una guerra da tre anni, c'è un disastro umanitario - spiega Mogherini - e l' ultimo round di negoziati, Ginevra 2, non ha prodotto veri risultati". In Siria c'è stato un altro precedente pericoloso, quello della linea rossa sull'utilizzo delle armi chimiche violata, ma anche quello è scivolato via, mentre il rais di Damasco, Bashar el Assad, organizza per inizio estate una tornata elettorale nei pezzi di Siria che ancora gli sono fedeli (gli altri continua a bombardarli nella speranza che s'arrendano).
"Non sono considerate elezioni legittime dalla comunità internazionale", precisa Mogherini, "si lavora al piano di transizione", lo stesso di cui si parla da tre anni e che gli assadisti non hanno mai preso in considerazione. "E' uno stallo", ammette il ministro, ma poi cerca, come è sua consuetudine, di guardare ai lati positivi - "Il Libano, per esempio, è miracolosamente ancora in piedi dopo tre anni di guerra in Siria" - e pensa a un piano d'azione di lungo periodo. Un piano - ci dice Mogherini offrendoci una notizia - che coinvolge l'Iran: "Bisogna cercare di responsabilizzarlo, perché è suo interesse la stabilità della regione. E coinvolgerlo anche ufficialmente nella soluzione della guerra in Siria potrebbe essere l'unico modo per sbloccare la situazione. Soprattutto ora che il percorso sul negoziato nucleare sta andando bene, potrebbe essere l'occasione per farlo".
Viene da dire che l'Iran è già abbastanza responsabilizzato, in Siria, addestra le forze speciali dell'esercito di Assad, ha ufficiali delle Guardie della rivoluzione sul campo, coordina e dirige le mosse dei miliziani di Hezbollah - sta determinando, assieme ai russi, la sopravvivenza del regime di Damasco. Ma queste sono tragiche contingenze, un processo di coinvolgimento - lo stesso che si applica alla Russia di Putin, perché "i leader passano, ma i paesi e i popoli restano, su quelli bisogna lavorare" - è garanzia di stabilità.
E' qui che si delinea quel che vorremmo definire una dottrina. Interdipendenza e responsabilizzazione sono le parole chiave: "Così si crea la stabilità, lavorando assieme per trovare un interesse comune". Mogherini - la cui impostazione non ideologica in politica estera la porta a essere laica, così dice lei, anche rispetto a Israele ("è un errore essere con o contro Israele a prescindere, bisogna valutare le dinamiche interne, le leadership, le singole decisioni. Ho l'impressione che sul processo di pace pesi non tanto la difficoltà del trovare una soluzione quanto la volontà politica di dialogare") - sottolinea anche che "l' immutabilità non è un principio", i paesi non restano sempre uguali, cambiano leader, cambiano politiche, cambiano anche aspirazioni. "La Russia non è soltanto Vladimir Putin, così come l'Iran di Hassan Rohani non è quello di Mahmoud Ahmadinejad". Ci sono sfaccettature, ed evoluzioni che possono portare a grandi cambiamenti, "basti pensare a come stanno andando bene i negoziati con Teheran sul nucleare iraniano", in corso adesso per trovare un accordo definitivo dopo quello temporaneo raggiunto alla fine dello scorso anno.
Si sente l'eco della strategia obamiana, al netto di quell'idealismo liberale che ogni tanto, soprattutto in occasione dei grandi discorsi e soprattutto quando viene in visita sul continente europeo, Barack Obama lascia intravedere nel suo approccio realista e pragmatico al mondo - non è un caso che anche Mogherini usi queste parole, realista e pragmatico, quando parla della sua dottrina. L'obamismo, che ha contorni ancora fumosi, visto che lo stesso presidente americano evita di farsi incastrare da troppe etichette, costituisce una svolta nella storia della politica estera americana - e di conseguenza anche di quella europea e italiana. "Dalla caduta del Muro di Berlino in poi si sono susseguite diverse visioni del mondo: il cosiddetto progetto del nuovo ordine mondiale, poi dopo l'undici settembre lo scontro di civiltà e infine con l'arrivo di Obama sono diventati prioritari il dialogo, la responsabilizzazione di alleati e non alleati, e la cooperazione". Si sente vicina a questa visione del mondo, Mogherini, e non soltanto perché quando parla di Obama e di quando l'ha incontrato all'Aia, alla fine di marzo, ancora prima di venire in visita in Italia, le si illuminano gli occhi come in nessun' altra occasione. E' una visione che prende le distanze da quello che era stato l'interventismo liberal degli anni Novanta, il blairismo e il clintonismo, con l'appoggio anche dell'Italia di Massimo D' Alema nella guerra nei Balcani, perché la protezione di popoli vessati con mezzi militari non è la soluzione. Il mondo è cambiato, dice.
"Quanto all'"esportazione della democrazia', è stata di tutt' altro segno: non si trattava di proteggere la popolazione, ma di imporre un modello di civiltà, per poi lasciare nella maggior parte dei casi problemi aperti e irrisolti: pensiamo all' Iraq" - con buona pace della "freedom agenda" e dell'idealismo della difesa dei diritti umani. Era necessaria una "cesura", ed è arrivata con Obama. Gli effetti sono ancora tutti da verificare, perché le strategie politiche, e ancor più quelle di politica estera, hanno bisogno di tempi lunghi per realizzarsi, e per essere valutate. "Sono anche accadute tante cose inedite, ci sono state crisi che non erano immaginabili", dice Mogherini. Sarà forse che responsabilizzare russi e iraniani non è la via per la stabilità?
No. "E' che la dottrina non è ancora del tutto implementata", dice con un sorriso il ministro, che è anche il sorriso del suo realismo ottimista, una commistione strana, perché il realismo è spesso associato al cinismo, e allo status quo, e anche un po' ai musi lunghi. Invece l'ottimismo qui conta, assieme al cambiamento, non sarebbe obamismo altrimenti, ed è illuminato dai quadri nuovi che Mogherini ha fatto mettere nell'ufficio (deve ancora occuparsi dell' arazzo che incombe dietro la sua scrivania, scrivania ordinatissima tra l' altro), un mese e mezzo alla Farnesina e c' è un dipinto che già un po' la rappresenta: è grande, sul giallo e sull' arancione, s' intitola "Solare".
Il Foglio interrompe ancora il ministro, riavvolge il nastro e tenta di provocarlo su un nome che a suo modo è stato protagonista due giorni fa durante la conferenza stampa convocata da Vladimir Putin: Edward Snowden. Chiediamo a Mogherini: lei pensa che il modello Snowden, il modello Assange, il modello della dittatura della trasparenza siano da prendere come esempio? Mogherini accenna a un sorriso e la mette così. "Sul caso Snowden mi viene piuttosto da interrogarmi sui criteri utilizzati dalle autorità americane per selezionare il proprio personale. Sulla dittatura della trasparenza, come dite voi, ci sono due piani da considerare. Da una parte penso che sia giusto rendere trasparenti le spese, la rendicontazione e gli aspetti retributivi legati a un' istituzione pubblica. Dall'altra, sul piano della diplomazia ci sono casi in cui la trasparenza può fare male: la diplomazia, una buona diplomazia, non può che vivere anche di ovvi livelli di riservatezza. E' un principio sacrosanto, purché il segreto di stato non venga utilizzato per nascondere, o magari per coprire, le responsabilità personali".



 Mogherini fa un'altra pausa, risponde alla telefonata di un noto senatore dalemiano e infine conclude la nostra conversazione affrontando tre temi delicati: Marò, F-35, grande coalizione in Europa. Il Foglio chiede al ministro se, dopo la sentenza con cui la Corte Costituzionale indiana ha ritenuto ammissibile il ricorso dei Marò per evitare che nei loro confronti vengano utilizzate le pratiche previste per i reati di terrorismo, l' Italia sia davvero a un passo dall' ottenere un risultato importante nella nota vicenda dei due fucilieri. Mogherini si fa seria e risponde con tono imperativo: "L' unica cosa che è utile riaffermare è che non riconosciamo la giurisdizione indiana sulla vicenda. Ma questo è il classico caso in cui i livelli di riservatezza di cui parlavo prima sono indispensabili".
Sul dossier F-35, Mogherini racconta di essere al lavoro con il ministro della Difesa Roberta Pinotti. Ieri Renzi ha detto alla fine del Consiglio dei ministri che il governo intende risparmiare circa 150 milioni sul capitolo F-35 (400 milioni sul comparto Difesa) e Mogherini ci consegna questa riflessione. "Su questo tema credo sia sbagliato utilizzare la parola tagli: per quanto riguarda il comparto militare e della difesa è necessario parlare di razionalizzazione e maggiore efficienza. Dunque, non quanto spendiamo ma come possiamo far funzionare meglio la macchina. Stiamo lavorando su questo capitolo e lo stiamo facendo esattamente come lo stanno facendo i grandi paesi dell' occidente, America compresa. Ovvio che puntiamo a qualche risparmio ma lo faremo seguendo criteri politici non tagli lineari".
La conversazione si chiude su quello che rischia di essere lo scenario che si presenterà a Strasburgo e a Bruxelles all'indomani delle elezioni europee: una nuova grande coalizione. Mogherini ammette il pericolo, è consapevole che i movimenti alla Grillo raccoglieranno in Europa un discreto consenso elettorale ("anche se sinceramente da ministro degli Esteri faccio fatica a intravedere una politica estera di Grillo e del Movimento cinque stelle: semplicemente non esiste, non c'è") ma considera un rischio per l'Europa uno scenario di grande coalizione simile a quello registrato oggi in Italia, in Germania e in molti paesi dell' Eurozona. "La possibilità esiste ma non sarebbe un elemento positivo. L'Europa ha bisogno di essere cambiata e ha la necessità di avere una maggioranza che abbia un tratto politico. Una grande coalizione europea complicherebbe tutto, porterebbe alla conservazione dello status quo e sarebbe per tutti, e non solo per noi progressisti, un modo, diciamo così, per evitare di far cambiare verso al nostro continente".

Roma 19 Aprile 2014
fonte:http://www.esteri.it/MAE/IT - Il Foglio
Claudio Cerasa e Paola Peduzzi

18/04/14

India: Modi e l'ascesa del nazionalismo hindu







Predicano l'orgoglio nazionale. Contro gli stranieri. E stanno conquistando le giovani generazioni. Boom dei centri di 'balilla' a New Delhi.
Il Bjp: «Sonia Gandhi fascista».

Narendra Modi e il Partito popolare indiano (Bjp) ancora non hanno vinto le elezioni in India (si concludono il 12 maggio), ma le conseguenze della campagna elettorale hanno già portato a un risultato significativo. In tre mesi sono sorti circa 2 mila centri del Rashtriya swayamsevak sangh (Rss), l'Associazione nazionale dei volontari.
Si tratta di un’organizzazione culturale e para-militare basata sull’ideologia dello hindutva: in pratica si tratta di un movimento che esalta l’India, la sua cultura e i suoi abitanti in quanto hindu, e non supporta la presenza delle minoranze se non si assoggettano al volere della maggioranza. Il suo obiettivo è dunque creare uno Stato hindu. E il Rss è il mezzo tramite cui realizzarlo.
IL FASCINO SUI GIOVANI. Il Times of India ha riportato le parole di Ravi Tiwari, un giovane 22enne di Lucknow da poco entrato nel Rss: «Credo nello hindutva, il Paese ha bisogno di riforme. Chi se non Modi può realizzarle? I giovani non aspettano altro. Hanno bisogno di assumersi maggiori responsabilità e la shakha (il centro dove si riuniscono i giovani del Rss, nda) è il miglior posto per imparare a farlo».
Come Ravi, migliaia di altri ragazzi hanno deciso di iscriversi alla Rss non appena il Bjp ha candidato Modi alla carica di premier.
MODI ARRIVA DAGLI RSS. Lo stesso primo ministro ha frequentato - sin da bambino - uno Rss e oggi per molti è diventato un esempio di successo da seguire.
Così l’organizzazione, che negli ultimi tempi non godeva di grandi attenzione, ha registrato un’incredibile crescita con l’apertura dei nuovi centri.

Gli Rss come l'Opera nazionale balilla del fascismo

Ma cosa attrae degli Rss? Atul Singh, responsabile di un nuovo centro a Lucknow, intervistato dal Times of India, ha spiegato che «i centri formano il carattere, danno ideali in cui credere, disciplina e ovviamente lo Hindutva».
Se volessimo fare un paragone, il Rss ricorda molto l’Opera nazionale balilla del periodo fascista.
Infatti, indossata la divisa (camicia bianca e pantaloncini cachi in questo caso) la giornata dei volontari inizia presto, con un allenamento nelle akhara, 'palestre' usate dagli asceti guerrieri hindu. Qui si insegna ai ragazzi l’uso del lathi (tipico bastone di legno), della spada e di tutte quelle armi che possono essere utili negli scontri urbani, poiché secondo l’organizzazione tutti devono sapersi difendere e attaccare.
ORGOGLIO DELLA NAZIONE. I centri sono gestiti dai pracharak - predicatori - che non lavorano e rimangono generalmente celibi per dedicare la loro vita alla missione di rigenerare la comunità hindu.
Queste figure istruiscono alla cultura hindu, basata sui testi tradizionali e sui libri scritti dagli appartenenti alla Rss, incentrati sull’orgoglio della nazione, sulla slealtà dei non-hindu e sulla futilità dei metodi gandhiani.
CLIMA DI TERRORE. Non si deve dimenticare che fu proprio un membro della Rss, Nathuram Godse, ad uccidere Gandhi il 30 gennaio 1948. La morte del Mahatma non è che un esempio delle violenze orchestrate dalla Rss.
Nel 1984, inoltre, l’organizzazione si è dotata di un ulteriore braccio armato chiamato Bajrang Dal, a 'protezione' degli hindu. La 'protezione' però si è rivelata molto spesso una scusa per agire liberamente - e con il sostegno della polizia - contro le minoranze musulmane, soprattutto durante momenti politici caldi.
L'ASCEDA DEL BJP. Anche il Bjp nasce dalle Rss: oltre a Modi, anche i suoi principali esponenti, come Lal Krishna Advani, hanno vissuto l’adolescenza nei centri della Rss. E l'ascesa del partito è avvenuta alla fine degli Anni 80, in concomitanza con il movimento religioso-politico del Ramjanmabhumi (campagna per liberare il luogo di nascita del dio Ram - ad Ayodhya, Uttar Pradesh - dalla moschea Babri costruita durante l'epoca Moghul), il cui epilogo ha visto l’aumento dirompente degli scontri comunitari.
Ecco perché il voto in India preoccupa, non solo il Subcontinente. Se la nascita di nuovi Rss è l'anticipazione di quello che può succedere nel Paese, è comprensibile come New Delhi tema l'avanzata del 'fascismo' hindu.

di Daniela Bevilacqua - Venerdì, 18 Aprile 2014
fonte: http://www.lettera43.it

" I MARO' ABBANDONATI E LA CAMPAGNA PER LE EUROPEE "





Avviso per il Cav che, presentando ieri le liste per le elezioni europee, ha sensatamente ricordato che “L'Europa non è un'unione politica e rispetto alla crisi in Ucraina fa la figura di un'Europa ignava, senza politica estera e senza strategie": c’erano due militari italiani in India detenuti illegalmente, ci sono ancora, ne faccia, per la serie meglio tardi che mai, materia scottante di campagna elettorale. Sappia se non lo hanno adeguatamente informato che qui nessuno fa niente, tantomeno il Renzi degli annunci ad effetto a cui non seguono azioni, che si è giocato il giorno dell’insediamento la telefonata spot a Delhi e poi è finita lì, ha riconfermato contro ogni logica l’incapace incaricato Staffan De Mistura, tiene in Italia da due mesi, forse in vacanza, l’ambasciatore italiano in India; tantomeno fa qualcosa il ministro degli Esteri, che va alle riunioni degli affari esteri a Bruxelles e non ne parla, fornendo così un alibi perfetto agli ignavi senza strategie, e neppure il ministro della Difesa, che qualche giorno fa, ricevendo i rappresentanti del Cocer, ha scoperto un impegno urgente e si è dileguata non appena l’argomento è arrivato ai due marò.
A chiacchiere questo governo non lo batte nessuno, e anche se i due precedenti avevano la faccia tosta di fingere che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non fossero un problema e che il processo illegale in India fosse una procedura normale, se il governo Monti glieli ha proprio consegnati come gentile cadeaux costringendo un ottimo ministro degli Esteri, Giulio Terzi, a dimissioni, e quello Letta li ha trattati da presunti colpevoli; anche se il peggio sembrava non raggiungibile, ecco che ci siamo, tanto è vero che dal 18 febbraio l’ambasciata italiana a Delhi è priva del capo missione, per poco brillante che si sia dimostrato, ma del ritiro di fatto di Mancini noi italiani, il Parlamento, non abbiamo notizia né informazione. 


Al Ministero degli Esteri mi dicono che l’ambasciatore dovrebbe, sic, essere in Italia; da Delhi confermano, non è una notizia segreta che Mancini sia in Italia già da qualche tempo, richiamato per consultazioni quando ancora a fare il ministro c’era Emma Bonino.
 Ora, se io non sono completamente disinformata, lasciare una sede priva del capo missione, sia pur dimostratosi pesantemente inadeguato, per un tempo così lungo, è una scelta inusitata anche in situazione di rapporti diplomatici bilaterali idilliaci, figuratevi che cosa significa se la sede è quella di Delhi, se i due marò vivono all’interno dell’ambasciata, se è in corso una campagna elettorale furibonda per le prossime elezioni politiche della quale campagna Latorre e Girone sono di fatto ostaggi, se infine ogni giorno questo o quel candidato di opposizione nazionalista o di governo dell’ex italiana Sonia Ghandi, tirano fuori la polemica sulla prigione dorata dei due, sull’esigenza di arrestarli.
 


L’ambasciatore dovrebbe stare in sede come garanzia dell’inviolabilità della sede, e dovrebbe girare come una trottola per le varie occasioni di incontri elettorali dei candidati a ripetere come un mantra che il comportamento loro è illegale, che l’Italia sta facendo anche se in ritardo ricorso all’arbitrato internazionale obbligatorio, al tribunale del mare, a tutte le istituzioni che si occupano e si preoccupano delle missioni contro la pirateria, che non è un problema solo italiano.
Se invece la sede è priva del capo missione perché il governo italiano intende così protestare per l’ignobile e illegale comportamento di quella nazione, allora, sempre se io non sono disinformata del tutto ma anche il buon senso è sufficiente, si tratta di una decisione grave, di una pre rottura delle relazioni diplomatiche, che deve riguardare anche l’ambasciatore indiano che sta in Italia, le relazioni commerciali e culturali, soprattutto una scelta che va resa pubblica, ufficiale, qui, all’Unione Europea, agli alleati, alle Nazioni Unite.
Che risponde il governo dei giovani e carini? Sono in grado di gestire una crisi così seria della sovranità nazionale? Forse si occupano anche loro solo degli affari, magari si accontentato di promesse e aspettative di affari, in questo l’India si è già dimostrata un campione. D’altra parte l’ambasciatore Mancini era caro al ministro Corrado Passera quando fu nominato, e quel ministro resta il primo responsabile della riconsegna all’India di Latorre e Girone in nome del business.
Siamo in attesa di risposte, qualcuno ricordi ai partiti in campagna elettorale che la vicenda non è più così indifferente e sconosciuta ai più. Ieri intervenendo a una trasmissione Rai, Uno mattina, l’ammiraglio Guglielmo Nardini, presidente del Gruppo Nazionale Leone di San Marco, gia' comandante del Reggimento San Marco,ha detto che i militari sono delusi e stanchi,li ha invitati a disertare il voto del 25 maggio. Dagli torto, semmai è troppo poco e troppo tardi.


MARIA GIOVANNA MAGLIE - 18 aprile 2014

Stop a spie ed hacker. Proteggi il tuo Android.





Continuiamo la nostra argomentazione, il nostro viaggio nella sicurezza.
Android è vittima degli hacker come qualsiasi sistema operativo per qualsiasi apparecchio informatico. Per difenderlo abbiamo le applicazioni giuste anche per Android.
Da una ricerca di G-Data, rispetto al 2012, nel 2013 i malware per Android sono aumentati del 460% e la maggior parte di questi sono destinati al furto di informazioni, quindi la maggior parte degli attacchi dei malware si concentrano su Android. Aggiunto che, per Edward Snowden, le applicazioni per Android possono trasmettere i dati anche senza autorizzazione la indifesa è completa.
In esordio ho anche detto che abbiamo le applicazione giuste per rendere  Android in un sistema più sicuro e compatibile con la maggior parte delle applicazioni. Un esempio è PrivatOS, il sistema operativo Android utilizzato da Blackphone, modificato per proteggere la privacy e comprende dei programmi per le comunicazioni con la crittografia dei testi.
Su questo modello si possono proteggere i nostri smartphone con applicazioni gratuite e il tempo per installarle correttamente.
La prima porta di ingresso è il browser per la navigazione. Escludiamo Chrome che non conservano la cronologia né condividono le informazioni.
InBrowser naviga sempre in modalità incognita e non salva dati; mentre OrWeb si connette attraverso la rete anonima Tor e garantisce il massimo anonimato durante la navigazione.
Anche i browser più famosi come Opera e Firefox assicurano un livello accettabile di riservatezza e sicurezza.
Un altro veicolo è la posta e WhatsApp non è un’applicazione molto sicura. Con l’acquisizione di Facebook ci sono, addirittura, dei dubbi sul futuro dei dati degli iscritti. Io ho prevenuto e perché non prevenite anche voi?
Ho già descritto Telegram, il sostituto ideale. Questa è un’applicazione che ha resistito agli attacchi di esperti informatici a livello mondiale.
Installa un firewall per evitare le fughe di dati.
Per evitare l’intercettazione per intrusione dei nostri dati la soluzione è utilizzare un firewall.  Ora sapete di che si tratta perché lo avete appreso da precedenti articoli su questo argomento. Esso agisce come una guardia che controlla e che consente di definire quali programmi possano inviare informazioni e quali invece dovrebbero rimanere isolati.


Io suggerisco Mobiwol che controlla quali programmi inviano e ricevono dati tramite WiFi e 3G. È molto facile da usare e consente di disattivare la connessione delle applicazioni quando non sono in primo piano.
Ancora, si può installare un antifurto indipendente sullo smartphone in aggiunta ad Android Device Manager di Google.
I più diffusi e i più testati vedono molto graditi Cerberus e Prey. Essiconsentono di localizzare il telefono, cancellare i dati da remoto o visualizzare un messaggio sullo schermo.
Il controllo può avvenire anche per mezzo di un gestore di contatti e di chiamate e per Android lo trovo essenziale siccome le applicazioni possono accedere alla lista dei contatti e delle chiamate se viene dato loro il permesso. Per eliminare il problema alla radice, va installata un’alternativa quale RedPhone, ancora  Silent Phone che troviamo nei Blackphone.
Molti dei programmi che potrebbero inficiare la nostra privacy si trovano sugli app Maket famosi come quello di Google quindi meglio avere un App Market ‘diverso’ dai soliti.
Quelli più sicuri sono riconosciuti in Amazon Appstore, F-Droid, Apptoide o Softonic.
Proprio Adblock Plus consente di bloccare la pubblicità e che Google rimossa da Play Store (Fonte Softonic).
Ottimo è anche Hotspot Shield VPN che attiva una connessione sicura anti intercettazioni (Fonte Softonic).
Si può anche strabiliare quelli più esperti dicendo loro che si è cambiata la ROM e così abbattuto il pericolo di ingresso da una porta secondaria nel sistema. Per ovviare a questo si installa una versione più sicura di Android e molti suggeriscono che è CyanogenMod.
Di certo aggiunge sicurezza alla gestione dettagliata delle autorizzazioni alle applicazioni, alle connessioni cifrate,  ancora SMS codificati di default con TextSecure.
Adesso potete davvero difendere il vostro apparecchio mobile. La sicurezza è primaria e questo ci potrebbe tutelare da intrusioni.



Scontri a Roma - “Davvero vogliamo riflettere sull’ordine pubblico facendo un taglia e incolla di immagini? Perché non ci chiediamo cosa è accaduto prima di quella carica?”



Il “caso” del poliziotto che ha calpestato il corpo di una ragazza manifestante - Il poliziotto “colpevole”: “Pensavo di aver calpestato uno zainetto, non ho visto la persona”. ha fatto molto discutere. La gente, comodamente, da casa ha giudicato il comportamento dell’uomo in divisa senza aspettare l’esito di un regolare e giusto processo.
Anche il Capo della Polizia di Stato, Alessandro Pansa si è espresso usando il termine “cretino” per quell’agente. Noi a differenza degli altri aspettiamo di conoscere la verità dei fatti ed una sentenza di un magistrato. Se il Poliziotto verrà reputato colpevole è giusto che paghi il proprio errore ma non condividiamo processi di piazza, sia anche solo virtuale.
Siamo un Paese “strano” dove la gente non si indigna per le aggressioni ingiustificate ed ingiustificabili che gli uomini della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri devono subire nell’adempimento del proprio servizio ma si impegna in processi sommari, con pochi elementi a disposizione, quando il presunto colpevole è un uomo in divisa.


A difesa del poliziotto, già colpevole per l’opinione pubblica, è intervenuto il Prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro nell’intervista pubblicata da Repubblica.it a firma di Carlo Bonini Il prefetto di Roma: “Ora basta, sono i poliziotti le vere vittime” dal quale abbiamo stralciato alcune dichiarazioni.
“Se qualcuno avesse avuto l’onestà intellettuale di raccontarlo, avrebbe notato che di fronte al lancio di bombe carta e di poliziotti feriti, si sono evitate le cosiddette cariche profonde in punti che avrebbero messo a repentaglio l’incolumità di migliaia di manifestanti.”
«Siamo seri. Davvero vogliamo giudicare quello che è accaduto in piazza da quei fotogrammi? Davvero vogliamo riflettere sull’ordine pubblico facendo un taglia e incolla di immagini? Perché non ci chiediamo cosa è accaduto prima di quella carica? O perché quell’artificiere si abbandoni a un uso abnorne della forza?».
«Io direi che il comportamento di quell’artificiere è apparentemente inspiegabile ».
«Al contrario. Io credo che se ci interroghiamo sul perché quell’artificiere era dove non doveva stare e ha fatto quel che le immagini mostrano e che non doveva fare, magari ci avviciniamo a una possibile soluzione».