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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

09/03/16

Libia, Egitto e altre operazioni nel Mediterraneo



Confusione strategica in Libia
Lo Stato islamico in Libia, presente a Sirte, Sabratha al confine con la Tunisia, e presso Derna dalla seconda metà del 2015, quando lo SI iniziava a tentare di occupare o distruggere le stazioni petrolifere di Mabruq, Dahra, Ghani e Bahi, allo scopo “di danneggiare l’ancora di salvezza economica del Paese per indebolire lo Stato e così i Paesi europei fortemente dipendenti dal petrolio libico”. Lo Stato islamico si diffondeva in Libia, occupando Sirte e assorbendo Ansar al-Sharia, filiale di al-Qaida, controllando 125 km di coste libiche, combattendo a Bengasi e Derna e cercando di occupare Aghedabia, snodo dei collegamenti tra i porti e i giacimenti di gas e petrolio. Lo Stato islamico aveva circa 3000 combattenti in Libia. L’11 dicembre, il primo ministro francese Manuel Valls invocava sforzi internazionali per schiacciare lo SI che si estendeva sul Paese nordafricano, “Siamo in guerra. Abbiamo un nemico che dobbiamo combattere e schiacciare in Siria, Iraq e presto Libia”. A novembre, gli statunitensi avevano bombardato Derna, cercando di uccidere un capo dello SI.
Il 16 dicembre i parlamenti di Tripoli e Tobruq firmavano un accordo a Sqirat, in Marocco, sponsorizzato da ONU, Qatar, Turchia, Italia, Spagna, Marocco e Tunisia, per la formazione di un governo di unità nazionale, un Consiglio di Presidenza, una Camera dei Rappresentanti ed un Consiglio di Stato. A Roma, il 13 dicembre, si erano incontrati su questo tema i rappresentanti di Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, Francia, Germania, Spagna, Algeria, Ciad, Marocco, Niger, Qatar, Tunisia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Ma su 156 parlamentari di Tobruq, solo 90 firmavano l’accordo, mentre dei 136 di Tripoli, espressione della fratellanza musulmana, poco più della metà, 69, l’approvava. I contrari erano appoggiati da Abdalhaqim Belhadj il capo del Gruppo Islamico Combattente Libico, dal Consiglio della Shura dei Mujahidin di Derna, e dalle milizie salafite filo-turche di Misurata; mentre Haftar, capo dell’esercito di Tobruq, definiva i negoziati “una perdita di tempo”, in ciò sostenuto da Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Secondo il cugino del defunto leader libico Muammar Gheddafi, Ahmad al-Dam Gaddafi, enormi quantità di gas Sarin furono sequestrate e inviate a Tripoli dai terroristi dello SI. Al-Dam aveva detto che i terroristi avevano già utilizzato il Sarin in Libia nel 2014, ma “ciò fu trascurato dalla comunità mondiale“. Il 14 dicembre un commando di 20 soldati degli Stati Uniti, in missione segreta in Libia, giungeva nella base aerea di Watiyah, ma si ritirava su pressione dei comandanti locali, avendogli negato il permesso di usare la base aerea. I 20 soldati erano sbarcati “in stato di prontezza al combattimento indossando giubbotti antiproiettile e armi avanzate“. Watiyah è vicina a Sabratha, la base più occidentale dello Stato Islamico in Libia. Nelle settimane precedenti, velivoli da ricognizione francesi e statunitensi avevano sorvolato Sabratha, Sirte, Bengasi e Derna. Una dichiarazione del Pentagono diceva: “Con il concorso di funzionari libici, militari statunitensi si erano recati in Libia il 14 dicembre per impegnarsi nel dialogo con i rappresentanti dell’Esercito Nazionale Libico. Mentre erano in Libia, i membri di una milizia locale hanno chiesto che il personale degli Stati Uniti se ne andasse. Nel tentativo di evitare il conflitto è partito senza incidenti”.
Secondo un autore di Foreign Affairs, Joseph Micallef, “La Libia ha sempre un posto di rilievo nei piani d’espansione dello Stato islamico. Le prime tre province straniere dello Stato islamico sono tutte in Libia. Il 13 novembre 2014, Abu Baqr al-Baghdadi annunciava la creazione di tre nuovi wilayat o province dello Stato islamico, in Libia (Wilayat al-Barqah, Wilayat al-Tarabulus e Wilayat al-Fizan). I tre wilayat corrispondevano alle tre regioni storiche della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Nelle ultime settimane vi sono state indicazioni che la città libica di Sirte diverrebbe la nuova capitale dello Stato Islamico se Raqqa dovesse cadere in mano alle forze anti-SIIL“. Nel frattempo, la Francia aveva dispiegato 3500 soldati in una nuova base, a 45 km dal confine meridionale con la Libia. Secondo The Guardian, “funzionari occidentali si attivano per ottenere l’autorizzazione per attacchi aerei sulla Libia nei prossimi giorni, prima che lo Stato islamico catturi l’importante città di Aghedabia, porta di accesso alla ricchezza petrolifera del Paese. Aspri combattimenti infuriano in città, che si trova su un altopiano roccioso che domina i porti petroliferi orientali. La sua cattura darà allo SI il comando del bacino di Sirte, che ospita la maggior parte dei giacimenti petroliferi della Libia. Jet statunitensi, inglesi e francesi sono in stand-by per colpire dalle basi nel Mediterraneo, con droni e aerei da ricognizione già in volo. Forze speciali statunitensi sono nel deserto libico, con un’unità inavvertitamente fotografata nella base aerea occidentale di al-Watiyah, la scorsa settimana. … F-15 statunitensi avevano bombardato una riunione di al-Qaida ad Aghedabia, a luglio, partendo dalle basi in Italia. Tornado e Typhoon della RAF a Cipro, assegnati ai bombardamenti in Siria, possono essere rivolti a sud con rifornimenti in volo dalle aerocisterne. Aerei da ricognizione francesi sorvolano le basi dello SI e forze speciali degli Stati Uniti incrociano nella regione”. Gli Stati Uniti perseguivano gli sforzi per aumentare la presenza militare del Comando Africa (AFRICOM), con migliaia di truppe, la costruzione di basi e di piste aeree, operazioni di raccolta delle informazioni e la formazione di partnership con regimi locali.
Il 6 gennaio, un convoglio di 12 veicoli del SI tentava di occupare Ras Lanuf, venendo respinto dalle Guardie petrolifere, ma un deposito del terminal petrolifero di Sidra veniva distrutto da un’autobomba. Già il 4 gennaio, il SIIL aveva occupato Bin Jawad, 30km a ovest di Sirte, sulla strada dalla roccaforte di Sirte, da cui aveva organizzato gli attacchi ai porti petroliferi Sidra e Ras Lanuf, i più grandi della Libia, capaci di produrre 500000 barili di petrolio al giorno. La Libyan National Oil Company (NOC) aveva chiesto aiuto per affrontare lo Stato islamico, “siamo impotenti e non possiamo fare nulla contro la distruzione deliberata degli impianti petroliferi di Sidra e Ras Lanuf”. Sirte e 125 km di coste libiche erano controllate dallo SI. L’ONU chiedeva ai parlamenti di Tobruq e Tripoli di accettare l’accordo per condividere il potere, creando un governo di unità nazionale guidato dall’imprenditore Fayaz al-Saraj a Tripoli. Il Daily Mirror riferiva che team dello Special Reconnaissance Regiment delle SAS inglesi operavano in Libia preparando il terreno per l’invio di circa 1000 soldati inglesi, nell’ambito di un’operazione italo-anglo-francese, “Questa coalizione fornirà ampi mezzi di sorveglianza, per le operazioni contro lo Stato islamico che avanza ampiamente in Libia”. Sempre il 7 gennaio, lo Stato islamico compiva un attentato suicida contro un centro di addestramento della polizia di Zlitan, uccidendo 75 persone, il peggiore attentato dall’assassinio di Muammar Gheddafi nel 2011. Il 19 febbraio, 2 cacciabombardieri F-15E del 48.th Fighter Wing dell’US Air Force, decollati da Lakenheath nel Regno Unito, bombardavano la base dello Stato islamico nel quartiere Qasr Talil di Sabratha, uccidendo 49 persone. Il Ministro degli Esteri della Serbia dichiarava che l’attacco aveva ucciso Sladjana Stankovic e Jovica Stepic, impiegati dell’ambasciata serba rapiti l’8 novembre 2015 a Sabratha. “Purtroppo, in conseguenza di questo attacco allo Stato islamico in Libia, i due hanno perso la vita“.
A gennaio l’Italia s’impegnava a consentire ai droni armati statunitensi di decollare dalla base di Sigonella per intervenire contro lo SI in Libia. Nei 18 mesi precedenti Washington aveva ripetutamente richiesto all’Italia di effettuare operazioni sulla Libia con droni armati da Sigonella. Il governo italiano dichiarava che parteciperà ad operazioni militari in Libia solo su richiesta del governo libico legittimo. Dalla base dell‘US Navy di Sigonella, la Naval Air Station Sigonella, decollavano gli UAV statunitensi Reaper che effettuavano i raid contro lo Stato islamico in Libia. La base di Sigonella ospita la 12.th Special Purpose Marine Air-Ground Task Force dei Marines, il cui compito è addestrare e istruire le forze armate dei Paesi africani partner degli USA nella ‘Guerra al terrore’. Sigonella ospita 2000 militari statunitensi, velivoli da pattugliamento marittimo P-3C Orion, velivoli da trasporto C-130 Hercules, convertiplani V-22 Osprey, 3 UAV Global Hawk e 6 UAV Reaper. Secondo il Military Technical Agreement del 2006, che regolarizza le attività di Sigonella, ogni operazione va autorizzata dalle autorità italiane. I Global Hawk, presenti a Sigonella dal settembre 2010, sono droni da ricognizione strategica a lungo raggio, con un’apertura alare di 40 metri e un peso di 15 tonnellate, che volano alla quota operativa di 18000 m e con autonomia di oltre 24 ore. I Global Hawk sono dotati del radar AN/ZPY-2 MP-RTIP (Multi-Platform Radar Technology Insertion Program), con capacità GMTI (Ground Moving Target Indicator), per inseguire bersagli terrestri, e capacità SAR (Sintetic Aperture Radar), cioè mappare il terreno sorvolato con una risoluzione di 1 metro. Il velivolo può essere equipaggiato per l’intelligence elettronica (COMINT ed ELINT). Il Reaper, di stanza a Sigonella dal 2012, ha un peso massimo al decollo di oltre 4,6 tonnellate, un’apertura alare di 20 metri, ed ha un’autonomia di 14 ore e vola alla quota operativa di 8000 m. Il Reaper può trasportare 1,7 t di armi come missili aria-superficie Hellfire, bombe laserguidate e bombe a guida satellitare. Il velivolo è dotato del radar Lynx, con capacità SAR e GMTI, e di una gondola di puntamento e designazione obbiettivi dotata di videocamera agli infrarossi, TV, telemetro ed illuminatore laser per guidare missili e bombe. Nel frattempo, forze speciali francesi arrivavano nella base aerea di Benina, ad est di Bengasi, per sostenere il generale Qalifa Balqasim Haftar e le operazioni dell’LNA. Un centro operativo comune veniva istituito tra le forze libiche del generale Haftar, sotto il comando del colonnello Salim al-Abdali, ed unità del Commandement des Opérations Spéciales (COS) del 1.er Régiment de Parachutistes d’Infanterie de Marine, e agenti della Direction du Renseignement Militaire (DRM), ovvero l’intelligence dello Stato Maggiore delle Forze Armate francesi, ed unità del Service Action (SA), reparto armato della Direction des Opérations (DO), componente della Direction Générale de la Sécurité Extérieure (DGSE), l’intelligence estera francese dipendente direttamente dal Presidente della Repubblica francese. Al ritorno dagli Emirati Arabi Uniti, Haftar annunciava il rafforzamento delle operazioni militari e l’occupazione di Aghedabia e del porto di al-Muraysah. L’offensiva di Haftar contro Ansar al-Sharia e Fajir al-Libya era stata possibile con il supporto logistico dell’Egitto, che inviava al generale armi e combattenti zintani trasportati via aerea dal jabal al-Nafusa. Nel Fizan, nel frattempo, operavano le squadre da ricognizione francesi della base avanzata Madama nel Niger, nell’ambito dell’operazione Barkhane. Madama opsita 300 legionari francesi del 2.me REP (Régiment Étranger de Parachutistes), del 3.me RPIMa (Régiment de Parachutistes d’Infanterie de Marine), e delle forze speciali del 13.me Régiment de Dragons Parachutistes, supportati da elicotteri, aerei da trasporto e unità di genieri. Dal 2015 l’Aeronautica Militare francese rifornisce le milizie di Zintan nel jabal al-Nafusa.
A Sabratha, il 27 febbraio, le forze della LNA eliminavano 11 terroristi del SIIL. Mentre Ali Ramadan Abuzaquq, ministro degli Esteri del governo islamista di Tripoli, affermava che il suo governo sarebbe stato contento se l’Italia avesse guidato l’intervento in Libia, la Gran Bretagna inviava in Tunisia una squadra di 20 istruttori della 4.ta Brigata di fanteria. Il governo islamista di Tripoli contava sull’appoggio della coalizione Fajir al-Libya e dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata di Salahudin Badi, ex-comandante dell’intelligence militare libica e fratello musulmano.
L’Unione dei Rivoluzionari di Misurata avrebbe avuto a disposizione 40000 effettivi dotati di una cinquantina di carri armati T-55, qualche centinaio di blindati BMP e BTR, lanciarazzi multipli BM-21 Grad, sistemi controcarro, un migliaio di pickup armati con armi antiaeree da 14,5mm e 23mm, cannoni senza rinculo M40 da 106mm e cannoncini antiaerei M55A4B1 da 20mm.
Fajir al-Libiya avrebbe avuto a disposizione 20000 uomini effettivi, mortai, obici, lanciarazzi da 107mm e da 122mm, oltre 1000 pickup armati.
A Tripoli erano attive altre tre milizie: il Consiglio Militare di Tripoli di Abdalhaqim Balhaj, ex-capo del Gruppo Combattente Islamico libico ed agente del Qatar, che avrebbe avuto a disposizione 10000 miliziani che controllavano l’aeroporto Mitiga e l’aeroporto internazionale di Tripoli; la milizia berbera del Congresso Generale Nazionale di Nuri Abusahmain; la LROR (Sala Operativa dei Rivoluzionari della Libia), composta da 2000 miliziani dotati di una cinquantina di blindati Nimr-II e qualche carro armato T-55; la RADA o Forza di Deterrenza Speciale salafita. In Cirenaica era attiva la Brigata Martiri del 17 Febbraio, milizia della Fratellanza musulmana formata da 5000 elementi. Nel Fizan, il governo di Tripoli contava sulle milizie tuareg.
Il governo di Tobruq contava sull’Esercito Nazionale Libico del generale Qalifa Haftar, formato da 30000 effettivi dotati di arri armati T-55, T-62 e T-72, 300 blindati BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 100 Nimr-II, 300 BRDM-2, 200 Humvee e i blindati Puma forniti dall’Italia, una ventina di veicoli M53/59 Praga dotati di cannoni antiaerei da 30mm, il tutto supportato da un’aviazione formata da 8 caccia MiG-21, 4 caccia MiG-23, 2 cacciabombardieri Su-24 e una decina di elicotteri d’attacco Mi-24 e d’assalto Mi-8 schierati nelle basi aeree di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) ed al-Nasir (Tobruq). La Marina militare di Tobruq doveva disporre della motomissilistica Shafaq, della corvetta Tariq Ibn Ziyad e di un dragamine. Principale alleato di Haftar era il Consiglio Militare dei Rivoluzionari di al-Zintan, composto da 23 milizie di Zintan e jabal Nafusa, in Tripolitania, che riunivano 30000 effettivi dorati di centinaia di tecniche, cannoncini antiaerei, mortai, pezzi di artiglieria e lanciarazzi. Inoltre vi erano le 20000 Guardie petrolifere di Ibrahim Jadran che sorvegliano gli impianti petroliferi della Cirenaica. Altri alleati di Tobruq erano le milizie Warfala e Warshafana di Bani Walid e di Sirte, e le milizie tebu del Fizan.
Infine vi erano Ansar al-Sharia, aderente ad al-Qaida nel Maghreb Islamico formata da 5000 elementi, tra Bengasi e Derna, dotati di tecniche, 30 cannoni D30 da 122mm e 50 lanciarazzi BM-21 Grad. Alleata di Ansar al-Sharia era la liwa Umar al-Muqtar composta da circa 250 miliziani guidati da Ziyad Balam, attiva a Derna, Aghedabia e Bengasi. Infine lo Stato islamico che disponeva di basi ad Hun, tra Sirte e Sabha, e di 8000 effettivi dotati di pickup armati.
Il 2 marzo, nello scontro tra Stato Islamico e Fajir al-Libya venivano uccisi 2 tecnici italiani rapiti a Sabratha, Salvatore Failla e Fausto Piano. La vedove di Failla, Rosalba Castro, dichiarava “Salvo mi mandò un messaggio su whatsApp il 20 luglio, appena arrivato in Libia dopo essere stato in Sicilia: ‘Non sono ancora arrivato al cantiere, ti chiamo più tardi’, mi scrisse. Tante volte mi sono interrogata su quello strano spostamento, da Tripoli al campo base, fatto di sera e non di mattina presto come al solito. Io sono convinta che, in tutti questi mesi, mia marito sia rimasto a Sabratha. E lì era, ne sono certa, quando il 19 febbraio i droni americani hanno buttato le bombe”.

Ridislocamento geopolitico nel Mediterraneo
Mentre si svolgevano i negoziati tra Rosoboronexport (azienda per l’esportazione della Difesa russa) e governo egiziano per dotare di sistemi di comunicazione e controllo le portaelicotteri Mistral vendute all’Egitto, Cairo continuava a rinnovare la geopolitica egiziana. Secondo l’analista egiziano Samir Ayman, il governo del Generale al-Sisi apriva contatti con Hezbollah e l’Iran per sviluppare un coordinamento sulla sicurezza in relazione alla crisi in Siria. “L’obiettivo della visita si concentrava sulla creazione di stretti rapporti tra Egitto ed Hezbollah in linea con gli interessi comuni. Data la potenza ed efficienza nella regione araba e il sostegno al governo siriano contro l’aggressione straniera, il governo egiziano ora tenta di aprire un canale di comunicazione con Hezbollah e Iran“, affermava Samir concludendo che Egitto ed Hezbollah affrontavano il ruolo negativo di Riyadh e Ankara nella crisi in Siria. Questo avveniva nel quadro regionale che vedeva anche il sequestro della nave battente bandiera del Togo Kuki Boy carica di armi destinate al Libano. La nave da carico trasportava 6 container con migliaia di armi, munizioni ed esplosivi, veniva sequestrata dalle autorità greche al largo di Creta, il 28 febbraio, dopo aver salpato dal porto turco di Izmir alla volta del Libano. In due casi precedenti la polizia aveva confiscato fucili Winchester SXP: nel settembre 2015, quando i greci sequestrarono la nave da carico Haddad 1 che ha trasportava 5000 fucili per gli islamisti in Libia, e nel novembre 2015, quando la polizia italiana scovò 800 fucili dello stesso tipo su un autocarro olandese proveniente dalla Turchia. Difatti, i libanesi alcuni mesi prima avevano arrestato un principe saudita che trasportava 2 tonnellate di Captagon sul suo aereo privato. Il Captagon è la droga utilizzata dai terroristi attivi in Siria. I sauditi reagivano ritirando i 3 miliardi di dollari di prestiti promessi ai militari libanesi per acquistare armi dalla Francia. E una settimana prima del sequestro, gli Stati del Golfo Persico avevano avvertito i propri cittadini di lasciare il Libano. L’Arabia Saudita agendo in tal modo, cercava di vendicarsi del Libano che non l’aveva seguita nella condanna di Hezbollah. Sui 3 miliardi di dollari promessi all’esercito libanese, con cui comprare armi francesi, il 5 marzo il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr affermava “Non abbiamo rotto il contratto. Sarà attuato ma il cliente sarà l’esercito saudita. Abbiamo deciso che i 3 miliardi di euro (in equipaggiamenti) non saranno consegnati all’esercito libanese ma saranno reindirizzati all’esercito saudita. Siamo di fronte ad una situazione in cui le decisioni vengono dettate da Hezbollah libanese. Le armi andranno all’Arabia Saudita, e non ad Hezbollah“.
La nave da carico del Togo, probabilmente, rientrava in un’operazione saudita-turca per scatenare una nuova guerra civile libanese, possibilmente presso Tripoli, aprendo un nuovo fronte contro l’Asse della Resistenza. Inoltre, l’Arabia Saudita avrebbe cercato di costituire una milizia settaria sunnita in Libano reclutando profughi siriani. Probabilmente una copertura per giustificare la comparsa di forze taqfirite da infiltrare ed attivare agli ordini dei sauditi in Libano. In precedenza, il segretario di Stato degli USA John Kerry, in una testimonianza alla Commissione Affari Esteri, aveva accennato a un “piano B” per la Siria, un’“opzione militare per rendere difficile a Damasco ed alleati continuare l’assalto contro i ribelli sostenuti dagli Stati Uniti”. Kerry, rispondendo al commento del presidente della Commissione Bob Corker che i russi avevano “realizzato i loro obiettivi” in Siria, sostenne che i russi e il governo siriano avrebbero avuto il controllo di Aleppo ma che, “controllarne il territorio è sempre stato difficile“, e che i russi non potevano impedire all’opposizione di avere le armi necessarie per continuare la guerra, finché Stati Uniti ed alleati li sostengono. E intanto il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr e il capo dell’intelligence saudita Qalid al-Hamidan, compivano una visita segreta in Israele per discutere di azioni congiunte israelo-saudite contro Iran, Siria e Libano, incontrandosi con i funzionari del Mossad e il primo ministro Biniyamin Netanhayu. In precedenza funzionari israeliani avevano visitato la capitale saudita Riyadh. Già nel 2015 si erano svolti cinque incontri israelo-sauditi in India, Italia e Repubblica Ceca.
Concludendo, i 6 Stati (Arabia Saudita, Bahrayn, Quwayt, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti) del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) definivano il movimento di Resistenza libanese Hezbollah un’organizzazione “terroristica”. Ciò perché Hezbollah è al fianco del governo del Presidente Bashar al-Assad contro i terroristi taqfiriti (SIIL, al-Qaida, ecc). L’Algeria si rifiutava di seguire le petromonarchie wahhabite, durante la riunione del 2 marzo 2016 a Tunisi dei ministri degli Interni arabi, dove Libano e Iraq si astenevano dal definire Hezbollah organizzazione terroristica. Il Ministero degli Interni algerino avvertiva che “qualsiasi distorsione della posizione algerina sarà considerata dall’Algeria come azione volta a scatenare dei conflitti regionali”, mentre il portavoce del Ministero degli Esteri Abdalaziz Ben Ali Sharif affermava che qualsiasi decisione su Hezbollah deve venire dai libanesi stessi, “L’Algeria per cui la non interferenza negli affari interni di altri Paesi è uno dei principi guida della politica Estera, vieta qualsiasi interferenza in questa materia e si rifiuta di parlare al posto dei libanesi nel caso che li riguarda in modo esclusivo“. Hezbollah è “un movimento politico e militare parte del paesaggio sociale e politico del Libano e partecipa agli equilibri fragili pazientemente e faticosamente negoziati in quel Paese, nel quadro degli accordi di Taif, a cui aveva partecipato“. E il 7 marzo arrivava la risposta alla dichirazione algerina; lo SIIL attaccava la città di Ben Gardan, in Tunisia, al confine con la Libia, dove 35 terroristi, 7 civili e 11 poliziotti rimanevano uccisi. “Questo è un attacco senza precedenti, pianificato e organizzato. Il suo obiettivo era probabilmente prendere il controllo di questa zona e annunciare un nuovo emirato“, dichiarava il presidente tunisino Baji Qaid al-Sabsi. “L’attacco è stato un tentativo dei terroristi dello SIIL di ritagliarsi una roccaforte al confine“, dichiarava il primo ministro Hasid al-Sid. E le forze armate algerine aumentavano l’allerta a seguito dell’attacco a Ben Gardan. Secondo il quotidiano al-Qabar il presidente algerino Abdalaziz Butafliqa ordinava al comando dell’esercito di adottare misure per garantire la sicurezza dei confini algerini ed eliminare le minacce alla sicurezza nazionale, dopo che i servizi di sicurezza algerini avevano avuto informazioni su possibili attacchi terroristici da Libia e Mali.
Nel frattempo, i Paesi europei, davanti all’evolversi della situazione in Siria, decidevano di cambiare atteggiamento. Negli ultimi quattro mesi varie delegazioni dei servizi segreti di diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, avrebbero segretamente visitato la Siria, per cercare un rapporto di collaborazione con i servizi di sicurezza e il Ministero degli Interni della Siria nella lotta al terrorismo, ottenendo dati sui terroristi europei presenti in Siria e i terroristi siriani che potrebbero infiltrarsi con i rifugiati in Europa. La delegazione unitaria dei servizi segreti italiani e svedesi, che aveva segretamente visitato Damasco, chiese ai funzionari siriani i fascicoli giudiziari di tutti i cittadini siriani giunti in Italia, Svezia e Norvegia fin dal 2011. Il servizio d’intelligence tedesco invece non aveva mai rotto i rapporti con i servizi segreti siriani e mostrava interesse per il traffico di petrolio dello SIIL. Anche il Canada, primo Paese non europeo, ha voluto instaurare una cooperazione sulla sicurezza con il governo siriano per combattere i terroristi che cercassero di entrare nel territorio canadese camuffati da rifugiati siriani. Il governo siriano dava priorità alla cooperazione con i servizi segreti tedeschi, mentre alle richieste di Italia, Svezia e Canada non dava una risposta. Riguardo la Francia, il Paese europeo più ostile alla Siria, Damasco ha posto chiare condizioni per stabilire una cooperazione. Una delegazione del servizio d’intelligence francese aveva visitato Damasco per migliorare le relazioni sulla sicurezza, ma la risposta della Siria era che tale cooperazione deve avvenire attraverso canali diplomatici presso l’ambasciata francese a Damasco, ancora chiusa, o un’ambasciata che rappresenti gli interessi della Francia in Siria. Così, la Siria chiariva che senza il riconoscimento politico non sarà possibile stabilire alcuna collaborazione. Quindi non era un caso che il 2 marzo, le autorità turche vietassero all’elicottero con a bordo la ministro della Difesa della Germania, Ursula von der Leyen, di atterrare nell’aeroporto di Mitilene sull’isola greca di Lesbo. Von der Leyen aveva intenzione di visitare l’isola il 6 marzo per valutare la situazione dei rifugiati, e poi, tramite l’elicottero della NATO, volare verso la nave tedesca Bonn dispiegata nel Mare Egeo. In precedenza, a un aereo privato fu negato il sorvolo della Repubblica di Turchia con a bordo il Primo Ministro greco Alexis Tsipras, che viaggiava verso l’Iran.

Alessandro Lattanzio - 9/3/2016
fonte: https://aurorasito.wordpress.com/

08/03/16

Gay killer per droga e noia: e se parlassimo di “eterofobia”?

gay

Fa ancora discutere l’assurda morte del giovane Luca Varani, ucciso a coltellate e martellate dai due gay Marco Prato e Manuel Foffo dopo essersi rifiutato di un rapporto sessuale a tre.

In poche settimane si parla di un altro omicidio – dopo quella della professoressa Gloria Rosboch per mano di Gabriele Defilippi e del suo compagno – compiuto da due omosessuali. Questo dovrebbe far riflettere quanti attribuiscono il valore di una violenza o di un assassinio in base al sesso o all’orientamento sessuale del killer o della vittima: la morte è sempre uguale e la rilevanza penale dovrebbe essere trattata allo stesso modo.
Se Manuel Foffo ha confessato la tragica serata a base di vodka e cocaina conclusa con le sevizie e la morte di Luca Varani, occorre precisare che Marco Prato dev’essere ancora ascoltato dagli inquirenti dal momento che è stato ritrovato nella stanza di un hotel di piazza Bologna privo di sensi dove ha provato a togliersi la vita.
I due, secondo il racconto di Manuel Foffo, dopo aver sniffato 10 grammi di cocaina avrebbero stretto un patto criminale con l’obiettivo di uccidere qualcuno per vedere l’effetto che fa. E lo scenario in cui è stato ritrovato Luca Varani è difficilmente immaginabile: “Circostanze inquietanti” le ha definite il Colonnello dei Carabinieri Giuseppe Donnarumma, comandante del Reparto operativo di Roma. Sangue dappertutto, il corpo della vittima nudo e sfigurato dalle martellate in testa, i segni delle coltellate sul corpo, con quella letale piantata nel cuore. Difficile ipotizzare che tutto questo sia stato compiuto da una persona sola.  Ad avvalorare l’ipotesi di una presunta eterofobia da parte di Marco Prato c’è la testimonianza di un omosessuale sul sito gay.it (leggi qui). “Una sera io e il mio compagno andammo a casa sua. Il suo amico era etero ma sembrava disposto a fare sesso a quattro. Poi spuntò fuori la cocaina… Tantissima. Era chiaro che Marco Prato aveva tanti soldi. Io e l’amico che era con me non ne facciamo uso… volevamo fare solo del sano sesso“.
L’amico di Marco Prato, però, sosteneva di essere eterosessuale: “Diceva di esserlo, ma sembrava come ipnotizzato da quel Marco Prato che era un grande manipolatore. Mi piacque davvero poco come persona: era chiaro che si divertiva a coinvolgere ragazzi etero con la scusa della droga per manipolarseli e fare giochi erotici. Gli faceva il lavaggio del cervello e questi ci cascavano: così almeno fu in quell’occasione“.
E forse è stato così anche per la morte di Luca Varani. Tragicamente profetiche sembrano le parole scritte su Facebook da Marco Prato a settembre scorso: “Roma sta morendo, e sentirne le grida agonizzanti è davvero straziante!”. Chissà se anche le urla di Luca Varani fossero così strazianti.

Luca Cirimbilla -

L’EVOLUZIONE DELLA BRIGATA MARINA SAN MARCO



La Brigata Marina San Marco sta completando un processo di riorganizzazione funzionale e di modifiche ordinative che mira a razionalizzare l’intera componente anfibia della Forza Armata ed a renderla di impiego più flessibile ed efficace.
Come noto la Brigata ingloba la Forza da Sbarco e raggruppa sotto un unico comando le funzioni di proiezione di forza dal mare, di supporto alle operazioni di interdizione marittima ed antipirateria e quelle di difesa delle basi ed installazioni della Marina. Con un organico complessivo di circa 3.800 uomini, dipende dal punto di vista operativo e funzionale dal Cincnav, il comando in capo della squadra navale, e costituisce l’intelaiatura portante della Capacità Nazionale di Proiezione dal Mare.
Al momento della sua recente costituzione, avvenuta il 1° marzo 2013, la Brigata San Marco includeva, oltre al Comando Brigata con elementi di staff appartenenti anche all’Esercito Italiano ed all’Infanteria de Marina spagnola, il Quartier Generale, il Battaglione di Supporto al Comando, il Gruppo Mezzi da Sbarco e tre Reggimenti, ciascuno con compiti e funzioni differenti.


La Brigata
 

Il Quartier Generale  assicurava il funzionamento e la gestione delle infrastrutture in Patria, mentre il Battaglione Supporto al Comando raggruppava alcuni assetti specialistici pregiati, quali la Compagnia Recon UDT (già Compagnia Operazioni Speciali e successivamente COSLA – Compagnia Operazioni Speciali Lotta Anfibia) incaricata delle operazioni di ricognizione avanzata  prima dello sbarco, la Compagnia C4 per la gestione delle telecomunicazioni e la  Compagnia Supporto Tecnico per gli interventi manutentivi e di riparazione su tutte le apparecchiature elettroniche, optoelettroniche e gli armamenti.
Il Gruppo Mezzi da Sbarco includeva invece il personale destinato alla condotta e gestione di mezzi da sbarco e battelli pneumatici a scafo rigido (RHIB), oltre ad assicurare l’organizzazione della spiaggia di sbarco.

Il 1° Reggimento San Marco, erede delle tradizioni del glorioso Battaglione San Marco e  pedina di manovra della brigata, comprendeva un Battaglione Assalto, il “Grado”, su tre compagnie assalto ed una compagnia armi, il Battaglione Combat Support, con mortai pesanti, guastatori e capacità controcarro, ed il Battaglione Combat Service Support, in grado di fornire la logistica di aderenza con le compagnie supporto logistico, trasporti e sanità. Completava l’organico reggimentale la Compagnia C2 Supporto Aerotattico e Fuoco, che raggruppava vari elementi per il coordinamento del fuoco di supporto aereo, terrestre e navale.

Il 2° Reggimento San Marco, con i due battaglioni Operazioni Navali e Force Protection, entrambi su due compagnie, comprendeva i Boarding Team ed i Nuclei Militari di Protezione ed era  incaricato di fornire alle navi della flotta i team di sicurezza per gli abbordaggi e le ispezioni, i controlli di  vigilanza pesca ed il contrasto all’immigrazione clandestina, oltre ad assicurare la costituzione dei nuclei di protezione anti pirateria da imbarcarsi sui mercantili battenti bandiera italiana.
Il 3° Reggimento San Marco, infine, assumeva la duplice funzione di assicurare la formazione del personale, grazie al Battaglione Scuole “Caorle”, e di garantire la protezione delle basi, delle installazioni e dei siti sensibili della Marina, inglobando il precedente Servizio Difesa Installazioni.  Il reggimento poteva inoltre concorrere ad attività di ordine pubblico e sicurezza sul territorio nazionale.

Nella seconda metà del 2015, dopo pochi anni di vita, la composizione della brigata è stata oggetto di un ulteriore processo di revisione organica, dettato dall’esperienza operativa. Ne sono scaturite diverse modifiche ordinative, che hanno interessato in maniera particolare la componente di proiezione, resa più autonoma, flessibile e modulare.
Nell’ambito del 1° Reggimento San Marco è stato infatti costituito un secondo Battaglione Assalto, il “Venezia”, identico al “Grado” ed ottenuto per trasformazione del Battaglione Combat Support e con la ridistribuzione delle armi di sostegno di quest’ultimo tra le compagnie fucilieri dei due reparti.
Naturalmente in tempi di revisione della spesa e di contrazione degli organici non era possibile programmare un incremento numerico complessivo degli effettivi del  reggimento. Pertanto i due battaglioni assalto annoverano, almeno al momento, ciascuno due sole compagnie assalto, tutte dotate di assetti e supporti al combattimento identici.

Nonostante l’assenza di una terza pedina di manovra la nuova struttura consente comunque una maggiore flessibilità di impiego del reggimento o di sue aliquote, assicura una turnazione tra i due battaglioni in presenza di operazioni di stabilizzazione di lunga durata e permette di suddividere la componente operativa fra due differenti missioni.
Nell’adozione di questo provvedimento non deve essere risultata estranea l’esperienza maturata nell’estate-autunno del  2011, quando il battaglione Grado, con pochi rinforzi, dovette fornire contemporaneamente e non senza difficoltà una Task Force di battaglione alla missione ISAF in Afghanistan ed assetti aggiuntivi in stand-by con i quali poter fronteggiare eventuali emergenze improvvise. Era infatti in corso l’intervento militare in Libia (operazione Odyssey Dawn), che avrebbe potuto richiedere missioni di Personnel Recovery o di bonifica e messa in sicurezza delle installazioni estrattive poste al largo della costa africana.
Per assicurare al 1° Reggimento un maggior livello di autonomia operativa sono inoltre confluite nel suo organico la Compagnia Comunicazioni e la Compagnia Recon/UDT, quest’ultima destinata ad includere gli specialisti del controllo del Supporto Aerotattico e Fuoco ed a subire l’ennesimo cambio di denominazione.

Privato di queste due pedine operative il Battaglione di Supporto al Comando è stato quindi sciolto, trasferendo le sue funzionalità residue al Quartier Generale.
Esaminando più nel dettaglio l’organizzazione del 1° Reggimento San Marco, notiamo che la sua struttura di comando è più complessa ed articolata di quella di un analogo reparto dell’esercito, avvicinandosi per taluni aspetti a quella di una brigata di manovra.
Dal comandante, un Capitano di Vascello, dipendono infatti, oltre agli Aiutanti ed alla Segreteria, sia un Comandante in Seconda ad incarico esclusivo che un Capo di Stato Maggiore (Capo Ufficio Comando), cui fanno capo le abituali sezioni di staff S1-Personale, S2-Informazioni, S3-Operazioni, S4Logistica, S6-Comunicazioni ed S8-Amministrazione.
Il Comandante in Seconda dirige e coordina alcune pedine di supporto: la Compagnia Comunicazioni, che assicura al reggimento ed all’intera brigata i collegamenti verso le unità dipendenti ed i comandi superiori, il Plotone Guastatori, che garantisce alle forze operative la necessaria libertà di movimento e costituisce i nuclei di bonifica ostacoli esplosivi di tipo tradizionale ed improvvisati, e la Cellula Humint e di Cooperazione Civile-Militare.

Direttamente dal Comandante dipendono invece i due Battaglioni Assalto “Grado” e “Venezia”, il Battaglione Logistico di Supporto al Combattimento “Golametto” e la Compagnia Nuotatori Paracadutisti NP.
Quest’ultima unità nasce dalla fusione dei precedenti reparti Recon/UDT e Supporto Aerotattico e Fuoco, e svolge compiti di ricognizione, bonifica ostacoli antisbarco, preassalto, messa in sicurezza della spiaggia, osservazione ed acquisizione obiettivi e coordinamento e direzione di tutte le sorgenti del fuoco di supporto: aereo, terrestre o navale. A tal fine comprende due Plotoni Recon/SDO (Sommozzatori Demolitori Ostacoli) e due Plotoni SALT – Supporting Arms Liaison Team, ognuno su 3 squadre FCT, Firepower Control Team, i nuclei per l’osservazione, direzione e controllo del fuoco.
I due Battaglioni Assalto comprendono, oltre al Comando ed alla segreteria, la Compagnia Supporto al Comando e due Compagnie Assalto: 1° Bafile e 2° Tobruk per il battaglione Grado, 3° An Nassiriya e 4° Monfalcone per il battaglione Venezia.

Le Compagnie di Supporto al Comando di entrambi i reparti includono due plotoni: un Plotone Supporto al Comando, che assicura la funzionalità del posto comando, garantisce le comunicazioni sia in sede che in operazioni e fornisce un primo livello di logistica di aderenza, ed un Plotone A.A.V. dotato di cingolati anfibi AAV-7, che permette al battaglione di operare almeno parzialmente in veste meccanizzata.
Le compagnie assalto sono strutturate in modo identico su quattro plotoni: tre assalto ed uno di supporto. I plotoni assalto comprendono tre squadre di 8 uomini, composte da due gruppi di fuoco dotati ciascuno di una mitragliatrice leggera Minimi in calibro 5,56 o 7,62mm, più una quarta squadra che costituisce nucleo comando, per un totale di 31 uomini. Ogni plotone dispone al proprio interno di elementi specializzati come soccorritori, addetti alla bonifica NBC e tiratori scelti, questi ultimi muniti di fucili HK 417.

Nel quarto plotone  è integrata una squadra mortai, che porta l’organico complessivo a 40 uomini.
Il personale assegnato a questo reparto dispone generalmente di una maggiore esperienza operativa e di servizio, che ne rende possibile l’impiego, secondo le necessità specifiche della missione, come quarta pedina fucilieri o come elemento per il supporto di fuoco, potendo disporre di sistemi missilistici controcarro Milan e Spike e di mortai da 60, 81 e 120 mm lisci.
Quello che emerge da questi provvedimenti è pertanto un reggimento in grado di operare con breve preavviso in completa autonomia logistica e con l’apporto di  numerosi assetti organici di supporto al combattimento.

Incrementare le capacità operatuve
Queste modifiche organizzative, per quanto opportune e funzionali, non sono certamente sufficienti, di per sé, a realizzare e concretizzare quel salto qualitativo auspicato dalla Marina Militare, che mira sempre più a fare della propria componente anfibia una nicchia di eccellenza, riconosciuta non solo in ambito nazionale.

Lo Stato Maggiore ha deciso pertanto di promuovere un’analoga spinta propulsiva ed innovativa nel settore della formazione del personale, al fine di elevare gli standard qualitativi e professionali a tutti i livelli.
In particolare, è stato deciso di attribuire ad entrambi i Battaglioni Assalto del 1° Reggimento San Marco la capacità “Commando”, ossia di specializzare le compagnie assalto nella conduzione di incursioni e raid anfibi e di mettere  gli uomini e le unità in condizione di operare in  tutte le condizioni, in ambienti non permissivi ed in completa autonomia, fino ai minimi livelli organici.
Due plotoni assalto del reggimento sono stati inoltre destinati ad assumere il suolo di “Combat Support”, ossia di fornire, in caso di necessità, appoggio diretto e supporto tattico ai distaccamenti del Gruppo Operativo Incursori di Comsubin impegnati nell’esecuzione di un’Operazione Speciale in ambiente marittimo. Tale capacità è stata raggiunta in seguito ad uno specifico ed intenso ciclo addestrativo con le Forze Speciali, teso a sviluppare tecniche, tattiche e procedure congiunte.

Queste  innovazioni consentono alla componente di proiezione della Brigata di svolgere un’ampia gamma di missioni, che spaziano dalle operazioni anfibie tradizionali a quelle di supporto alle crisi, dall’evacuazioni di connazionali da zone ad alto rischio al soccorso alle popolazioni colpite da gravi calamità naturali.
Specializzato nella conduzione di raid anfibi, il reparto può essere impiegato quale “Initial Entry Force” per la creazione di una testa di punte in cui far  successivamente affluire forze terrestri nell’ambito di un’operazione di più vasta portata, oltre ad essere utilizzabile in operazioni di tipo prettamente terrestre,  quale unità di fanteria leggera specializzata.
Per quanto riguarda il 2° Reggimento si è deciso inoltre di innalzare significativamente la capacità di interdizione marittima dei Boarding Team, già oggi tutti in grado di operare in contesti non cooperativi (ossia con l’equipaggio della nave da ispezionare che non segue le direttive ricevute), per metterli progressivamente tutti nella condizione di affrontare anche scenari “obstructed”, ossia caratterizzati dall’aperto contrasto all’attività ispettiva del BT.

Sono inoltre in formazione, previa selezione degli elementi più capaci, alcuni Boarding Team abilitati a condurre anche abbordaggi in condizioni “opposed”, ossia quando l’equipaggio della nave reagisce con le armi da fuoco all’azione ispettiva.
A tal fine vengono posti in essere moduli addestrativi a cura degli Incursori del GOI che contemplano scenari di complessità crescente e prevedono movimento e combattimento in ambienti ristretti a livello di squadra e tattiche di tiro dinamico a bordo di unità navali.
Il Battaglione Scuole “Caorle”, reso ora autonomo e posto alle dirette dipendenze del Comando Brigata, ha ampliato  di molto la propria offerta formativa, rivolta ogni anno a circa 2500 allievi provenienti sia dalla Marina Militare che da altre forze armate nazionali ed estere, e dedica particolare attenzione e cura nel costante miglioramento del livello qualitativo dei vari corsi gestiti.
Selezione e addestramento
Dal 2014 il Battaglione, oltre a svolgere corsi specialistici impegnativi e selettivi per la formazione dei futuri Fucilieri di Marina, ha assunto infatti la responsabilità della preparazione del personale di nuova immissione nella Forza Armata.

I VFP1 appena arruolati affluiscono ora direttamente a Brindisi per un periodo di 7 settimane. Le prime tre sono dedicate all’inquadramento preliminare ed alla formazione militare di base, mentre le successive quattro, trascorse in completo isolamento al fine di massimizzare il rendimento del corso, portano al conseguimento dell’abilitazione alla Force Protection (FP), con un’intensa attività fisica e lezioni pratiche e teoriche di impiego delle armi e sulle tecniche e procedure per la difesa delle installazioni.
Lo stesso corso FP viene svolto anche a favore degli allievi dell’Accademia Navale di Livorno e della Scuola Marescialli, durante un modulo denominato “FP ed Arte del Comando”.
La formazione di base dei Fucilieri di Marina prosegue invece, dopo il corso FP, con una successiva fase addestrativa di 13 settimane che intensifica ed approfondisce la formazione tecnica e professionale degli allievi e porta al conseguimento delBrevetto di  Abilitazione Anfibia.

Prima dell’ammissione al corso gli aspiranti fucilieri vengono selezionati sulla base di test di ammissione che prevedono, tra l’altro, 5000 metri di corsa piana da eseguire nel tempo massimo di 28 minuti, 5 trazioni alla sbarra in un minuto, 50 addominali in massimo due minuti, prove di nuoto, apnea e galleggiamento.
Gli argomenti coperti includono addestramento individuale al combattimento, topografia, formazione avanzata sull’uso delle armi, tattiche e procedure della squadra fucilieri, addestramento anfibio, tecniche di combattimento terrestre, superamento ostacoli verticali ed impiego degli elicotteri.  Costanti le marce in assetto tattico su distanze crescenti.
Per buona parte del personale questo è solo un traguardo intermedio, cui farà seguito la formazione avanzata, svolta sia al Grado che al reparto di impiego.

In particolare, per quanto riguarda gli elementi assegnati al 1° Reggimento San Marco, l’iter prevede come accennato in precedenza il progressivo incremento del livello operativo ed il raggiungimento delle capacità “commando”.
Tale obiettivo viene perseguito con un progressivo affinamento della forma fisica, sia a terra che in acqua, che culmina con l’effettuazione di marce di resistenza di 40 chilometri ed esercitazioni di nuoto in mare aperto per un miglio, e con la frequenza di specifici moduli tattici sulla conduzione di raid anfibi, incursioni, colpi di mano, sulle procedure di movimento e combattimento negli abitati ed in ambiente montano e boschivo.
Il Battaglione Scuole offre molti altri corsi di alta specializzazione istituiti per il personale già brevettato, al fine di elevarne le caratteristiche professionali e metterlo in condizione di ricoprire i veri incarichi specifici previsti nell’organico della brigata.
Tra questi:
-    Corso abilitazione RECON per operatori della Compagnia NP. Della durata di 18 settimane, abilità i frequentatori ad effettuare missioni di ricognizione anfibia avanzata ed azioni dirette  nell’ambito di un’operazione anfibia. Copre in particolare gli aspetti legati alla topografia e navigazione terrestre, alle operazioni continuative in ambiente non permissivo, alla conduzione della pattuglia da ricognizione ed all’impiego degli apparati per le comunicazioni. Costituisce la prima fase, terrestre, della formazione degli operatori, che proseguirà con il conseguimento dei brevetti SDO presso Comsubin e Paracadutismo con fune di vincolo a Pisa.

-    Corso per Tiratori Scelti Anfibi per qualificare personale destinato sia al 1° che al 2° Reggimento all’impiego di armi di precisione, sia in ambiente terrestre che da bordo di unità navali e degli elicotteri della Forza Armata. Della durata complessiva di 5 settimane, comprende un modulo terrestre di tre ed uno navale di due.
-    Corso Osservatori Fuoco di Supporto – Joint Fire Observer, che abilita alla richiesta, aggiustamento e controllo del fuoco di superficie, aereo, terrestre e navale. Della durata di 8 settimane, include anche lezioni di topografia, comunicazioni, riconoscimento mezzi ed impiego di puntatori/designatori laser.
-    Corso di Abilitazione Anfibia per Padroni di Barchini di 4 settimane, abilita alla condotta  di battelli e barchini  in ambiente operativo durante un’operazione anfibia.

-    Modulo Basico per Boarding Team di 10 settimane, per far acquisire ai team ispettivi del 2° Reggimento la capacità di operare in contesti “non cooperativi” in concorso con i Tiratori Scelti Anfibi. Il livello raggiunto, come abbiamo visto in precedenza, viene successivamente approfondito con un corso avanzato, volto a far acquisire la capacità di operare in ambienti apertamente ostili (“obstructed”).
-    Corso di Medicina da Combattimento di 4 settimane per ufficiali sanitari ed infermieri, per metterli in condizione di effettuare le attività di soccorso a personale ferito in un contesto operativo e ad alto rischio.
-    Corso di abilitazione anfibia per Ufficiali di vascello.  23 settimane destinate ad abilitare i giovani ufficiali frequentatori a condurre le minori unità, quali plotoni e pattuglie, in attività di combattimento nell’ambito di un’operazione anfibia. Le tematiche di base, simili a quelle previste per tutti i i Fucilieri di Marina, sono integrate da lezioni ed addestramenti specifici legati al ruolo di comando da ricoprire.
-    Corso di Specializzazione Anfibia per Ufficiali di 25 settimane, finalizzato ad approfondire la preparazione e le capacità di pianificazione operativa, di sviluppo del processo decisionale e di comando e controllo dei Tenenti di Vascello impiegati nel settore della lotta anfibia.

Foto Marina Militare

di *Alberto Scarpitta - 7 marzo 2016


Alberto Scarpitta
* Nato a Padova nel 1955, ex ufficiale dei Lagunari, collabora da molti anni a riviste specializzate nel settore militare, tra cui ANALISI DIFESA, di cui è assiduo collaboratore sin dalla nascita della pubblicazione, distinguendosi per l’estrema professionalità ed il rigore tecnico dei suoi lavori. Si occupa prevalentemente di equipaggiamenti, tecniche e tattiche dei reparti di fanteria ed è uno dei giornalisti italiani maggiormente esperti nel difficile settore delle Forze Speciali. Ha realizzato alcuni volumi a carattere militare ed è coautore di importanti pubblicazioni sulle Forze Speciali italiane ed internazionali.

06/03/16

«Chi solleva il velo e non chiude gli occhi incrocerà lo sguardo fisso della testa di Gorgone del Potere»



L’amore-è-amore è la foglia di fico con cui il Principe ha scelto di patrocinare l’agenda lgbt nei tribunali


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All’indomani della sentenza con cui nel giugno del 2015 la Corte Suprema americana legittimò in nome dell’uguaglianza il matrimonio tra persone dello stesso sesso e, dunque, come scrisse la dissenting opinion dei giudici contrari, con un solo voto si stravolse un’istituzione millenaria (la sentenza infatti passò per un solo voto favorevole, 5 a 4; «e chi siamo noi per farlo?» commentò John G. Roberts), Gianni Vattimo salì in cattedra e confidò al Foglio il senso anche filosofico del suo personale entusiasmo: «Finalmente voi conservatori dovete accettare che non esiste alcuna legge naturale, ma soltanto il positivismo». 
Già in questa dichiarazione si capisce perché le lobby lgbt abbiano scelto e scelgano di portare avanti la loro agenda nei tribunali piuttosto che nel campo aperto del confronto democratico. In una democrazia sana, dove funziona il principio della divisione e del bilanciamento dei poteri e dove le magistrature sono soltanto uno dei poteri (quello che amministra le leggi), a parlamento e governo spettano il compito, in rappresentanza della sovranità popolare, di fare le leggi. Chiaro che se i poteri si sovrappongono, si confondono e l’uno prende il sopravvento sull’altro, la democrazia può decadere in un governo autoritario o in una repubblica giudiziaria.
Quest’ultima è la situazione in cui la democrazia italiana si è sviluppata (o si è involuta) negli ultimi vent’anni. Tant’è che, già all’indomani dell’approvazione in Senato della controversa legge sulle unioni civili, apparentemente risoltasi con lo stralcio delle adozioni gay, i tribunali hanno immediatamente iniziato a sentenziare a favore delle adozioni gay. Niente di nuovo, visto che la sovrapposizone e confusione tra potere legislativo e funzione giudiziaria è ormai una consuetudine. Così come è consuetudine che la funzione non elettiva della magistratura sia prevalente rispetto alla democrazia che si esprime attraverso le leggi del parlamento e del governo eletti dal popolo.
Anche a riguardo della questione dei cosiddetti “diritti gay”, come aveva già capito Vattimo in tripudio al Foglio, le cose stanno procedendo lungo la deriva dell’imposizione per via giudiziaria “positivista”. E ciò avviene grazie soprattutto a quella parte politica che, rinunciando alle proprie prerogative o, meglio, concertando soluzioni extralegem con quella parte di magistratura politicamente a sé affine, ha scelto di delegare ai giudici le proprie prerogative. Non a caso, le cose sono andate così anche negli Stati Uniti di Barack Obama. Con un’unica differenza: negli Stati Uniti è il Principe che comanda. Ricordiamo brevemente come in soli otto anni la lobby lgbt americana abbia conseguito tutti gli obbiettivi che aveva in agenda. Matrimoni, adozioni e uteri in affitto.
È a cominciare dal 2008, quando Obama viene eletto alla Casa Bianca per il suo primo mandato presidenziale, che le Corti americane cominciano ad abbracciare l’agenda presidenziale e a negare al popolo la possibilità di esprimersi in materia di “matrimonio gay”. E con quale argomento le Corti cominciano a impedire che si svolgano negli stati americani referendum come quello che si svolse in California, uno degli stati più liberal e che, nonostante ciò, nel novembre 2008, si espresse a larga maggioranza contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso?
L’argomento, paradossalmente, è di tipo “ratzingeriano” se ci permettete il paragone ardito. E cominciò a illustrarlo il giudice distrettuale Vaughn Walker, quando nel 2010, due anni prima di rivelare la propria appartenenza alla comunità gay, annullò con una sentenza il referendum del 2008 dichiarandolo “incostituzionale” in quanto «nega ai gay e alle lesbiche i loro diritti». Nella sentenza Walker c’è già in nuce il pronunciamento della Corte Suprema del 2015, ultimo e definitivo sigillo alle molteplici sentenze con cui Corti locali e federali hanno supportato l’agenda politica pro lgbt degli otto anni di presidenza Obama.
Da quale assunto Obama muove la sua battaglia per il “matrimonio egualitario” e le lobby amiche del presidente premono sulle Corti?
Dall’assunto secondo cui il “matrimonio gay” è un “principio non negoziabile”. E perché non è negoziabile, ed è quindi un “diritto umano fondamentale” che non si può esporre alla consultazione popolare? Perché “l’amore-è-amore” (LovIsLove).
In realtà l’amore-è-amore è la foglia di fico con cui il Principe ha scelto di patrocinare l’agenda lgbt nei tribunali per non voler affrontare (rischiando la sconfitta) la diritta via della democrazia e della consultazione popolare. È il puro ed esclusivo “Potere” (non la ragione, gli argomenti, il dibattito, il confronto, la democrazia, la volontà del popolo eccetera) che ha imposto e impone l’agenda gay.
Ritorniamo a Vattimo. Cos’è il positivismo di cui il filosofo notoriamente di sinistra va entusiasta? In cosa consiste essenzialmente il positivismo giuridico? Per rispondere a questa domanda basta chiedere a Hans Kelsen, che agli inizi del secolo scorso fu caposcuola e massimo esponente del positivismo giuridico. Ebbene, alla domanda su quale sia il contenuto essenziale, la pietra angolare, del positivismo applicato alla giurisprudenza, Kelsen risponde: «Il Potere».
Vale la pena di leggere per intero la frase in cui il Kelsen risponde anzitutto a se stesso, in una lezione del lontano 1926, alla questione sulla differenza tra approccio giusnaturalistico e positivismo giuridico. Scrive Kelsen:
«La questione che occupa il diritto naturale è l’eterno problema di che cosa si celi dietro il diritto positivo. Ma chi cerca una risposta trova, temo, non la verità assoluta d’una metafisica o l’assoluta giustizia di un diritto naturale. Chi solleva il velo e non chiude gli occhi incrocerà lo sguardo fisso della testa di Gorgone del Potere».
(Gleichkeit vor dem Gesetz, Berlin-Leipzig 1927)
A differenza dell’entusiasmo di Vattimo, è evidente che in Kelsen troviamo un fondo amaro. Nessun tripudio, dice il grande filosofo del diritto tedesco, c’è solo da constatare l’amaro dato effettuale che il diritto positivo “incrocia lo sguardo del Potere”. È la registrazione puntuale della potenza prevalente in un certo momento storico. Dunque? Dunque, ha poco da giubilare il popolo. La questione gay così come è stata posta dal Principe dell’Occidente e in quella provincia del principato occidentale che è l’Italia, è una questione che non ha nulla a che vedere con l’amore, i diritti, la democrazia. Ma piuttosto ha a che vedere con il conculcamento di amore, diritto e democrazia. Infatti, «chi solleva il velo e non chiude gli occhi incrocerà lo sguardo fisso della testa di Gorgone del Potere».

marzo 6, 2016 - Luigi Amicone

THE ITALIAN MARINES CASE






February 15, 2012 two indian fishermen are killed on board of the fishing boat St. Antony, in international waters. February 19, 2012 two Italian marines on anti-piracy service on board the Italian oil tanker "Enrica Lexie" are detained, suspected of being responsible for the incident. 4 years have passed and no indictment has been formulated, but to those two Italian soldiers freedom has not been returned. Now everything is in the hands of the Arbitral Tribunal which should decide about the jurisdiction but not about the responsibility. However, India has filed in the Court of Arbitration those documents that have always been denied to the defence and to the Italian authorities, even though they had been asked. The analysis of those documents reveals a fact: those poor fishermen were killed but not by the accused.
Here you may consult those documents (annexes) and their analysis: http://www.italianmarines.net
Judge by yourself.
The same Indian court documents filed in Hamburg from India show that the two accused are innocent.
"Truth about Enrica Lexie’s case" Committee

 



di Luigi Di Stefano

fonte: Enrica Lexie: Technical Analysis : http://www.italianmarines.net/