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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

08/12/15

"A Parigi difendono la loro identità Noi italiani la stiamo svendendo"

LA DESTRA CHE VINCE

Parla il giornalista e scrittore Gianfranco De Turris


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«I francesi stanno difendendo la loro identità, noi italiani la buttiamo via»: Gianfranco de Turris, giornalista e scrittore, profeta del fantasy in Italia, lo dice chiaro: «Marine Le Pen è una persona che sa parlare alla gente, che si interessa di problemi concreti. Una caratteristica della destra francese. Quella italiana invece - aggiunge - si è frantumata per colpa di Gianfranco Fini, uno che ha sfasciato quattro partiti».
 
Gianfranco de Turris, in cosa si differenziano la destra francese e quella italiana?
«Innanzitutto dobbiamo distinguere tra un centrodestra francese, quello di Sarkozy, e la destra estrema della Le Pen. Non dobbiamo dimenticare che il padre di Marine, Jean-Marie Le Pen, ha usato il simbolo del Movimento Sociale, mettendo il tricolore francese nel simbolo della fiamma. Venne in Italia, quando c’era Almirante, e si ispirò alla destra italiana. Loro sono stati sempre un partito minoritario, finché le condizioni non gli hanno consentito un balzo in avanti».
 
E in Italia?
«All’inizio degli anni Novanta, dopo Tangentopoli, anche il Movimento Sociale riuscì a conquistare i suoi sindaci, raggiungendo obiettivi che mai nessuno si sarebbe immaginato. Allora tanto in Francia quanto in Italia abbiamo un centrodestra: da una parte Sarkozy e dall’altra Berlusconi, poi c’è la destra destra. Il problema è che in Italia quest’ultima non esiste più: è stata uccisa da Fini, il killer di quattro partiti, il Movimento Sociale, Alleanza Nazionale, il Pdl e Futuro e libertà, ed è stata assorbita dal centrodestra moderato. E ancora ogni tanto il killer della destra risbuca fuori, gli si dà credito, mentre invece dovrebbe nascondersi».
 
Il Francia la frattura tra padre e figlia non è stata disgregante
«Certo, perché la frattura è avvenuta all’interno del medesimo partito. È stato un conflitto generazionale, con il padre fisso in certe idee. Ma Jean-Marie Le Pen non ha fondato un altro partito, non ha fatto concorrenza alla formazione che lui stesso aveva creato. Ha protestato, alla fine è stato espulso, ma non si è vendicato per quello che stava facendo la figlia, che ha cercato di svecchiare il Fronte Nazionale ottenendo degli ottimi risultati».
 
A lei piace come si presenta, politicamente, Marine Le Pen?
«Non saprei dire quali sono i riferimenti culturali delle idee di Marine Le Pen e non saprei se questi sono alti. Ma sa occuparsi dei fatti concreti. Difficile capire dove nasca il suo pensiero, credo che abbia trovato ispirazione nell’ampio parterre di scrittori anticonformisti francesi, che non hanno paura di dire le cose come stanno e sono di diverse estrazioni. Nessuno ha paura di ricevere accuse del tipo: "Ma voi fate il gioco della Le Pen". E non hanno paura di dire come stanno le cose. Alla gente comune non interessano i riferimenti culturali alti, ma i fatti concreti, in Francia, ma io spero, anche, in Italia».
 
Il terrorismo ha a che fare con il successo della destra francese?
«Certo, il terrorismo, ma anche la paura di un’immigrazione incontrollata. Il fatto più importante, però, è che per i francesi è fondamentale la difesa dell’identità nazionale. Cosa della quale, a noi italiani, evidentemente, non frega nulla».
 
«Allora?»
«Loro hanno un forte senso identitario, della loro nazione, storia e cultura. Non vogliono perdere questa identità nel mare magnum europeo. Di fronte a un terrorismo che li ha colpiti profondamente, con centinaia di morti, la Francia ha reagito. Questo è un terrorismo di tipo religioso, che ha la volontà di contrapporsi frontalmente alla religione dominante in Europa e al modo di vivere europeo. Perché noi, per loro, siamo tutti dei debosciati: sentiamo musica, facciamo sport e le donne vanno in giro seminude. La Francia di fronte ha questo ha contrapposto la sua cultura. Noi italiani no, anzi, facciamo il contrario, non teniamo salde le nostre radici romano-cristiane. Come accaduto a Rozzano, noi aboliamo il Natale, per paura di offendere qualcuno».
 
Che possiamo fare noi italiani?
«Ma niente, nessuno è riuscito a cambiare questo Paese e non ci sta riuscendo nemmeno Renzi. L’Italia è irriformabile».

Antonio Angeli- 7 dicembre 2015
fonte: http://www.iltempo.it

07/12/15

Marine Le Pen vince perché non è più populista?




Francia: elezioni locali, nel sud Fronte nazionale in testa 

Vado ancora una volta controcorrente. Molti editorialisti spiegano il trionfo di Marine Le Pen evocando le solite argomentazioni: parlano di una destra ovviamente populista, di risposta agli attacchi terroristici dell’Isis, di errori della destra gollista e della sinistra socialista. Pochi arrivano al punto.
Mi spiego: il Fronte Nazionale di Marine Le Pen non può essere liquidato come “populista” e tanto meno razzista per la semplice ragione che non è più il Fronte nazionale del padre, ma un partito diverso, che nei toni non si pone più all’estremità dello schieramento politico, ma si propone come erede del gollismo e dei valori più autentici della République. E’ diventato – o sta diventando – una grande formazione di centrodestra, capace di parlare a un elettorato trasversale, che parte dalla base più sciovinista, passa per la piccola e media borghesia e giunge persino a sedurre alcune fasce della sinistra moderata, oltre che – come accade già da tempo – le periferie delle grandi città che hanno subito per primi l’impatto con l’onda migratoria. Occupa uno spazio che sia il centrodestra sia il centrosinistra tradizionali hanno abbandonato o meglio hanno presidiato solo verbalmente, perdendo credibilità per l’evidente contraddizione tra la retorica ufficiale e il comportamento dei loro politici, che hanno guidato la Francia negli ultimi anni e che hanno fatto sovente il contrario di quel che avevano promesso, generando smarrimento e alla fine sfiducia.
Il fattore Isis non è stato decisivo, anzi poterebbe aver limitato la corsa della Le Pen per la semplice ragione che in ogni Paese di fronte ad attacchi terroristici gli elettori tendono a unirsi attorno alle istituzioni. E’ avvenuto negli Stati Uniti dopo l’11 settembre, più recentemente ad Ankara dopo l’attentato ai manifestanti pacifisti che ha spalancato le porte alla vittoria di Erdogan. Se domenica i francesi avessero votato per le politiche, il Fronte Nazionale avrebbe ottenuto meno consensi, il fatto che si siano recati alle urne per le regionali ha attenuato questo effetto. Di certo la vittoria del Fronte Nazionale non è attribuibile al terrorismo.
Marine Le Pen ha vinto perché è stata l’unica ad aver interpretato correttamente il profondo disagio che attraversa la società francese, un malessere al contempo economico, sociale, identitario e per averne chiaramente indicato la fonte: è l’Unione Europea che con le sue norme astruse paralizza l’economia, è il rigore imposto in difesa dell’euro che carica di tasse i cittadini, smantella lo stato sociale e scoraggia le imprese, è l’arroganza della Germania che anziché adoperarsi per correggere gli squilibri industriali e commerciali di cui è l’unica beneficiaria fa di tutto per protrarli all’infinito. E’ lo smarrimento per il comportamento di un Occidente, guidato dalla Casa Bianca, che non difende più la stabilità ma promuove inutili e pericolosissime tensioni alle porte dell’Europa, con la Russia di Putin e nel Vicino Oriente e che genera fenomeni destabilizzanti come la migrazione di massa, diventando ostaggio di un partner irresponsabile ed estremista come la Turchia di Erdogan.
E’ la continua erosione della sovranità di un Paese che non ha più la facoltà di essere padrone del proprio destino ed è costretto a subire il continuo depauperamento del proprio sistema economico e sociale.
Gli altri partiti non possono affrontare di petto queste tematiche poiché sono legati esplicitamente o implicitamente all’establishment internazionale che governa male, anzi malissimo, l’Europa. Marine Le Pen, invece, rifiuta l’abbraccio con quelle élite, parla chiaro, rassicura l’elettorato distanziandosi dal vecchio Fronte Nazionale e oggi, benché il processo di conversione del suo partito non sia ancora concluso, vince.


Marcello Foa - 7 dicembre 2015
fonte: http://blog.ilgiornale.it


"Marò, con Monti pressioni sui pm"

La verità dell’ex ministro Terzi: "Nel 2012 sarebbero dovuti restare in Italia Ma il governo si fece sentire con la Procura di Roma per rimandarli in India"

INDIA: MARO', STIAMO BENE, FIDUCIA IN ISTITUZIONI
Alcuni esponenti del governo Monti avrebbero fatto «moral suasion» sulla procura di Roma per evitare che trattenesse in Italia i marò all’epoca del loro rientro in Italia nel dicembre 2012. È un retroscena esplosivo quello consegnato dall’ambasciatore Giulio Terzi a Radio Radicale , nel corso della trasmissione «Cittadini in divisa» che sarà trasmessa stasera. Parole che conferma anche a Il Tempo .
Mentre il caso dei fucilieri di marina italiani, in attesa delle decisioni del tribunale arbitrale dell’Aja che dovrà sancire a chi spetta la giurisdizione tra l’India e il nostro Paese, sembra scivolato nel dimenticatoio, l’ex ministro degli Esteri torna a chiedere una commissione d’inchiesta parlamentare sulla vicenda e di essere ascoltato dal Copasir. Perché siano attribuite finalmente e in modo ufficiale tutte le quote di responsabilità per la giravolta di tre anni fa, quando il governo dei tecnici decise di rispedire in India i due militari.

 Ambasciatore Terzi, qual è il punto sulla situazione dei marò?
«Il quadro è cambiato radicalmente lo scorso agosto con la discussione dell’arbitrato internazionale e la richiesta italiana di sottrarre alla giurisdizione indiana Latorre e Girone. Sono emerse delle prove, nella stessa documentazione prodotta dall’India su diversi aspetti tra cui le perizie balistiche e le autopsie sui pescatori, che dimostrano la loro innocenza. Di fronte a questa realtà il governo avrebbe dovuto sin dal primo giorno dopo Amburgo ribadire in ogni opportuna sede una semplice frase: sono innocenti e li vogliamo indietro. Invece assistiamo a un’inerzia inspiegabile, che non riguarda solo l’esecutivo».

 A cosa si riferisce?
«È inspiegabile che organi di monitoraggio parlamentare, comitati che sorvegliano e rispondono all’esigenza democratica di vedere cosa accade nell’ambito dell’intelligence, non acquisiscano la documentazione, che il pubblico non possa essere sicuro che la documentazione venga acquisita».
 Si riferisce al Copasir?

«Lo ha menzionato lei. Ho la netta sensazione, raccolta anche direttamente, che addirittura non siano neanche state acquisite in certi ambiti istituzionali parlamentari le prove che sono state pubblicate apertamente lo scorso agosto da alcuni organi di informazione. Penso al documento fatto circolare dal ministero della Giustizia sull’impossibilità costituzionale di mandare indietro i fucilieri di marina per conto del Guardasigilli dell’epoca. O la mail del consigliere politico del Quirinale Stefanini che garantiva sull’opinione del presidente Napolitano favorevole a che restassero in Italia».

 Perché questa documentazione non sarebbe stata acquisita in sede parlamentare?
«Io non vedo nessun motivo se non quello di coprire alcuni scheletri nell’armadio di personalità politiche e di governo che hanno voluto rimandare i nostri fucilieri di marina in India per considerazioni che sono intuibili, legate agli affari e agli interessi economici ma che non appartengono a una buona conduzione della politica estera e di sicurezza del nostro Paese».

 La magistratura italiana, quella militare e quella ordinaria, aveva aperto dei fascicoli sui marò. Perché non furono trattenuti in Italia con un provvedimento cautelare?
«Per entrambi i procedimenti già dal settembre-ottobre del 2012 erano state inviate delle rogatorie alle autorità indiane perché producessero le prove che sarebbero dovute servire anche per l’indagine in Italia e a cui l’India non si era mai peritata di rispondere. Poi i fucilieri di marina tornarono in Italia per la licenza natalizia, e prima scadesse io inviai una circostanziata lettera al presidente del Consiglio e ai ministri coinvolti nella gestione diretta di questa vicenda affinché si potesse - come era stato fatto in altri casi altrettanto delicati - esercitare da parte del governo una sorta di moral suasion nei confronti della magistratura inquirente. Ho la sensazione, qualcosa di più anzi di una sensazione, che questa operazione di moral suasion sia stata effettuata sì, ma all’incontrario».

 Cosa avrebbe dovuto fare la magistratura che non ha fatto?
«Secondo l’opinione dei giuristi che avevo consultato all’epoca avrebbe sicuramente potuto proseguire l’indagine sulla base dell’apertura del fascicolo e adottare delle misure di controllo dei movimenti delle persone che erano indagate».

 Queste cose lei è pronto a spiegarle e a provarle nelle sedi opportune?
«Io vorrei che si aprisse un’indagine nelle sedi competenti, magari il Copasir, ancor meglio nelle sedi dove possa esserci una conoscenza da parte del pubblico, perché poi se tutto viene secretato con i sistemi che sappiamo ho i miei dubbi sull’efficacia di questa operazione ancor di più in presenza di un mondo dell’informazione che sappiamo molto sensibile alle influenze dei poteri in carica. Se ci fosse una curiosità seria, legittima e doverosa da parte organismi parlamentari su quello che è avvenuto realmente nelle diverse fasi di questa vicenda potrebbero essere ascoltati il sottoscritto, ma anche altri principali attori dell’epoca e anche di adesso».

 Vuole che si indaghi anche sull’operato dell'attuale governo?
«Certo. Non dimentichiamoci che il 18 dicembre il collegio arbitrale costituito da 5 giudici si dovrà esprimere sulle ragioni di urgenza che richiedono un allontanamento dalla giurisdizione indiana dei due fucilieri di marina».

 Cosa può accadere?
«Se noi non dimostriamo una chiarezza di convincimento sulla loro assoluta innocenza ed estraneità ai fatti, se non manifestiamo in modo sufficientemente vigoroso la posizione dell’Italia, e diamo la sensazione che qualsiasi cosa ci va bene, se continuiamo a mantenere un profilo bassissimo su questa vicenda di cui più nessuno sta parlando, ho grossi timori su quello che i giudici arbitrali potranno decidere».

Martino Villosio - 7 dicembre 2015
fonte: http://www.iltempo.it

06/12/15

Crocifissi distrutti, oltraggiati e censurati: l’attacco delle forze sovversive continua crocifisso-gesù-cristo-vandalismo-sovversione


crocifisso-gesù-cristo-vandalismo-sovversione 
Ancora una carrellata sull’ossessione malata del mondo contemporaneo contro il crocifisso: l’ultimo simbolo della spiritualità nell’occidente materializzato dev’essere rimosso, oppure oltraggiato dalla cosiddetta arte al servizio della Bestia, o al limite distrutto materialmente. Anche chi si sente lontano dal Cristianesimo deve fermarsi a riflettere.
(www.valtellinanews.it) – Non si può dire che gli atti vandalici compiuti nel livignasco contro alcuni crocifissi, che la devozione popolare ha collocato nel tempo lungo le strade di montagna, abbia suscitato particolari reazioni al di fuori dei confini comunali. E’ facile prevedere che se simili atti fossero stati rivolti a una lapide resistenziale o, in altri contesti, a lapidi di un cimitero ebraico, la voce della cosiddetta società civile si sarebbe fatta sentire alta e forte.
Anche se, fortunatamente, gli episodi vandalici sembrano riconducibili all’atto isolato di una persona particolare, non cambia il giudizio sul fatto. 
Purtroppo, da tempo il crocifisso ha cessato di essere un simbolo di fede per milioni di credenti per diventare oggetto di vilipendio, ostracismo, censura. Basti un fuggevole riferimento alla cronaca recente. Al  Photolux Festival di Lucca, una mostra sponsorizzata da diverse istituzioni pubbliche toscane, in corso in questi giorni, solo la reazione di alcuni ambienti cattolici, sbrigativamente bollati da taluni come “conservatori”, ha evitato, con grande dispiacere del curatore, che fosse esposta “Piss Christ”, una fotografia realizzata da Andres Serrano, sedicente artista statunitense, che ha immortalato un crocifisso immerso in un bicchiere pieno della sua urina. 
Negli stessi giorni, sempre in Toscana, va registrato  il contrastato episodio, riferito da La Nazione e parzialmente smentito con formalismi burocratico-didattici dal preside, di non portare  gli alunni  di una terza elementare a visitare la mostra «Bellezza Divina» in corso a Palazzo Strozzi, con opere di Van Gogh, Chagall e altri artisti, con la motivazione che avrebbero potuto turbare la sensibilità religiosa delle famiglie non cattoliche [ Vedi l’articolo di AzioneTradizionale in proposito, ndr]. Salvo, come a Lucca, dopo le reazioni di diversi ambienti anche non cattolici, fare marcia indietro e decidere di portare tutti i bambini alla mostra successivamente.
Da qui in avanti, con l’approssimarsi del periodo natalizio, oltre la morte di Cristo sarà censurata anche la Sua nascita: sarà un profluvio di divieti di allestire il presepe nelle scuole e in altri locali pubblici. In questo senso si è portata avanti la  giunta comunale di Madrid, guidata dall’indignata Manuela Carmena (Podemos) che, già da fine ottobre, ha annunciato di avere in corso lo studio di misure alternative circa la storica collocazione del Presepe a Palacio de Cibeles, la sede del municipio. Da noi, il primo titolo di telegiornale sull’argomento se l’aggiudica la scuola Garofani di Rozzano che in un colpo solo ha abolito le feste natalizie, inventandosi la “festa d’inverno” da tenersi immediatamente dopo le  irrinunciabili e “sacrosante” vacanze natalizie, e in aggiunta ha tolto i crocifissi dalle aule, “per uniformità con quelle che ne erano prive”, la penosa giustificazione data.
Da ultimo merita essere segnalata la decisione delle tre maggiori catene di cinema britanniche, Cinemaworld, Vue e Odeon, di non proiettare il messaggio promozionale della Chiesa Anglicana, Just Pray, in cui persone di ogni colore ed estrazione sociale, a partire dall’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, recitano il Padre Nostro.
Il breve video doveva andare sugli schermi in occasione delle prossime feste natalizie, ma a questo punto non sarà nella stragrande maggioranza delle sale. E, per una volta, cristiani, musulmani e atei sono uniti contro questa incredibile decisione.
Da troppo tempo ormai una sana e corretta laicità è stata soppiantata da un vuoto e autodistruggente laicismo, i cui effetti pratici e morali sono sotto gli occhi di tutti, che ha inesorabilmente  portato a una diffusa indifferenza anche rispetto a valori fino a poco tempo addietro comunemente condivisi. Indifferenza che spesso contagia anche le  persone di buona volontà e buon senso, che sono sì ancora la maggioranza, spesso però una maggioranza afona, incapace di far sentire le proprie ragione. Per questo, è forte l’esigenza che si  torni, innanzitutto, a essere testimoni coerenti dei principi professati, capaci di intervenire, con discernimento, anche nel valutare la qualità oggettiva di chi va ad occupare posti di responsabilità, istituzionale e non, e , nel caso, saper stigmatizzare comportamenti discutibili in materie delicate quali quelle che attengono il credo di ognuno. I cittadini probi, al di là delle appartenenze o diverse sensibilità, non solo politiche, sono chiamati sempre più a far sentire la propria vigile presenza se vogliono veder rispettati, oltre i principi, anche i simboli in cui si riconoscono.

http://www.azionetradizionale.com

TURCHIA: "Armi ai jihadisti. Lettera dal carcere del giornalista turco che ha messo nei guai Erdogan"



Ha mostrato in prima pagina prove delle armi turche consegnate ai jihadisti in Siria: «Sono una spia ma sono un novellino. I giudici hanno una sola prova, che è stata stampata in 100 mila copie»



«Sono una spia. Anche se non so per quale paese sto spiando». Riesce a trovare la forza per essere ironico Can Dündar, direttore del giornale turco Cumhuriyet, autore di uno scoop internazionale sulle armi inviate dalla Turchia ai jihadisti in Siria, per questo sotto processo per spionaggio e terrorismo, e incarcerato in attesa del verdetto.

«COME SPIA SONO UN NOVELLINO». In una lettera pubblicata da Hurriyet, il giornalista incarcerato su richiesta diretta del presidente Recep Tayyip Erdogan per aver pubblicato in prima pagina le foto delle casse di armi, scrive: «Non hanno nessuna prova che dimostri che sono una spia. Secondo il verdetto del giudice (che ha autorizzato la sua incarcerazione durante il processo, ndr), ho immediatamente stampato sulla prima pagina del giornale i documenti di cui mi sono impossessato (in fondo, sono ancora un novellino nell’arte dello spionaggio). Il giudice, ovviamente, mi ha beccato… Questa è la loro unica prova…».
Continua il direttore: «Poiché qui la giustizia è un po’ lenta, il giudice si è raccapezzato solo sei mesi dopo… Come un padre violento che dice al figlio, “sto aspettando che vadano via gli ospiti e poi te la faccio vedere”, lui ha aspettato che finisse il G20. Appena se ne sono andati gli ospiti, ha deciso di arrestarmi per impedirmi di inquinare le prove».  

AEROPLANINO DI CARTA. Ma come potrebbe inquinare le prove? «Il giorno in questione, 100 mila copie del giornale sono state stampate; questo significa che ci sono 100 mila esemplari della prova. Ho bisogno urgentemente di manomettere tutto. Ho studiato un piano la prima notte. Ho scritto al mio giro di spionaggio: “Trovate tutte queste copie immediatamente e cancellate con un pennarello nero tutti i titoli”. Ho fatto con il foglio di carta un aeroplanino e l’ho lanciato ma si è schiantato contro il muro della prigione Silivri. Ora sono certo che mi condanneranno per aver cercato di “inquinare le prove”».

LETTERE E STURACESSI. Nel prosieguo della lettera, il giornalista spiega di essere «in cella di isolamento» e di aver usato per scrivere al quotidiano e a «28 leader europei» la carta preposta ad indicare al carcere «le proprie necessità». Tra queste indica: «Carta igienica, nastro isolante per la porta in vista dell’inverno, uno straccio per pulire il pavimento (…) e uno sturacessi». In conclusione, chiede a tutti di non dimenticarlo: «È dura essere una spia, ma è sempre meglio che essere un ladro. Con affetto da Silivri… Sono sicuro che è da tempo che non scrivete una lettera. Se volete scriverne una, questo è il mio indirizzo: A-1 / 5 Silivri Cezaevi 34570, Istanbul, Turchia». 

Foto Ansa/Ap

3 dicembre 2015
fonte: http://www.tempi.it