
Il nostro sistema politico ci ha ormai abituati a forti dichiarazioni interventiste, condite con roboanti annunci mediatici, dall’ISIS ai 2 Fucilieri di Marina, ma seguite inevitabilmente da frettolose quanto immotivate retromarce,
sempre e comunque giustificate da razionali incomprensibili per il
normale cittadino che non può che restare intontito, talvolta anche
disgustato, da simili comportamenti. L’incoerenza prevale sulla ragione e
sul comune buon senso, ponendo seri dubbi sulla reale competenza e
autorevolezza degli attori in gioco. E tale ambiguità nell’etica si
riverbera negativamente in tutti i campi, confermando la natura ondivaga
dei nostri governi, a prescindere dai colori politici, e la scarsa
considerazione che ne deriva anche nella comunità internazionale per la scarsa, se non assente, coerenza fra “il dire e il fare”.
Da lì alla scarna attenzione per l’ormai flebile sovranità nazionale, e
alla residuale reputazione sul piano internazionale, il passo è breve, e
tutto pare perdersi nell’indifferenza generale, nell’assunto nichilista
che tali elementi valoriali evidentemente fanno parte della
rottamazione delle nostre tradizioni. Non bastano certo gli annunci, le
battute insulse e le vergognose ritirate per riparare dei danni sociali
che fanno venire la rabbia e la malinconia alla gente perbene; ma
davvero il popolo italico non merita nulla e deve accumulare sconfitte
morali e reputazionali a livello globale?
Non credo e non voglio crederci, ma tant’è!
Nelle ultime settimane, dopo i nefasti fatti in Libia e le minacce
dell’IS mirate all’Italia, i nostri ministri della Difesa e degli Esteri
sono intervenuti, l’uno dando disponibili 5000 uomini e l’altro affermando con toni enfatici che “ l’Italia è pronta a combattere”, salvo essere smentiti subito dopo dal premier che ha flemmatizzato la situazione sostenendo che “non è ora il caso di un intervento militare”.
Pur senza entrare nel merito della specifica questione ISIS, la quale
sostiene di essere alle porte di Roma, e che viene denunciata
apertamente anche dai nostri Servizi, sempre assai prudenti, che invece hanno ammesso “l’Italia non è mai stata così in pericolo” ,
cosa dobbiamo ancora attendere per tutelare al minimo i nostri
interessi e la nostra sicurezza nazionale? Se sono “inaccettabili” i
rapimenti e le uccisioni di cristiani in Siria, le minacce nei confronti
degli italiani in Libia, oltre alle stragi recenti di Tunisi in cui
proprio verso gli italiani è stato affermato che “i crociati vanno schiacciati”, dobbiamo fare una guerra mediatica oppure tentare di tutelare la nostra sicurezza attraverso lo strumento della Difesa? La
differenza sostanziale è che loro agiscono, ammazzano e sequestrano,
oltre a fare una guerra di propaganda, mentre a noi bastano le
chiacchiere e gli annunci, spesso incoerenti. Loro sono
sicuramente dei feroci aguzzini che hanno uno scopo ben preciso dettato
dall’Islam, che sia fondamentalista o meno sono solo semantiche
sciocche, mentre noi mettiamo la testa sotto la sabbia come gli struzzi
per non vedere, per non agire, per il “quieto” vivere momentaneo.
Soprattutto ci si chiede se l’Italia ha una politica estera, se dispone
di Forze Armate, oppure se il mantenimento di tanti soldati con un
livello di efficienza ed efficacia che hanno, pur nei loro limiti,
sempre dimostrato anche nei teatri di crisi, serve solo a non fare la
guerra ma a compiere missioni umanitarie, e per compiti non propri se
non in emergenza, come le infinite Strade sicure, le guardie ai
termovalorizzatori, ora con 4800 soldati a guardare punti sensibili, per
finire con il recente varo di Mare sicuro: cioè Forze Armate che fanno
compiti routinari che non competono loro, dimenticando che
l’addestramento per il loro effettivo impiego è ben altra cosa e
richiede una specifica professionalità. Che va mantenuta e supportata
con adeguati fondi, che mancano o vengono regolarmente sottratti alla
Difesa per altre esigenze di questo governo: la Difesa pare proprio
essere diventata un bancomat per le diverse esigenze sociali, che via
via si presentano, a detrimento continuo delle proprie risorse assegnate
che dovrebbero avere almeno il carattere della certezza e della
continuità. Anche qui si palesa un misto di incoerenza e di indifferenza
della nostra classe politica, dovuta forse a cause culturali ma anche
di non conoscenza dei reali compiti delle FFAA che non si possono
stravolgere, né riaggiustare all’occorrenza: paradossalmente quando si
tratta di pescare risorse si taglia alla Difesa i fondi delle
manutenzioni e del funzionamento per l’esercizio, così come per il
comparto Sicurezza si chiudono le stazioni di carabinieri e polizia!
I
presupposti per un “armiamoci e partite” assai pericoloso ci
sono tutti, ma dopo le nefandezze ed efferatezze fatte dallo Stato
islamico, con l’attacco deliberato pure ad una nostra Unità navale della
Guardia Costiera, ci voleva così tanto coraggio a schierarsi a fianco
degli egiziani, agli aerei F-16 di al-Sisi, per dare una sonora lezione
agli apprestamenti del Califfato presenti a Derna e a Sirte? Se non
altro per inviare un messaggio concreto a quei farabutti dell’ISIS! Noi,
invece, attendiamo la coalition che non c’è, la risoluzione
dell’ONU che non esiste, l’intervento dell’alleanza NATO o di una
fantomatica dell’UE che non si sostanzia; fra parole e promesse vane non
ci si rende conto che il tempo è scaduto per fronteggiare la feroce
determinazione dell’islamismo, della sua forza di penetrazione nei
nostri confronti: la politica attende anziché prepararsi a difendere con
la forza necessaria i propri interessi vitali, nazionali.
Non ci si può cullare sul fatto che poi l’ONU, la NATO, l’UE e la
‘ectoplastica coalizione’ si muoveranno in prima linea contro un
problema che è alle nostre porte; abbiamo sperimentato con
l’immigrazione quanto interessi alla comunità internazionale ed europea:
il rischio di non intervenire ora, magari in modo chirurgico, è quello
di dover combattere dopo, una sorta di controguerriglia da soli, sul
nostro territorio, contro nuclei dell’ISIS che sono arrivati a sud di
Roma! Noi, anche la guerra mediatica, intesa nel senso del politically correct, l’abbiamo già persa.
Fra le comunicazioni a effetto di ieri, c’è quella dello stop alle
missioni antipirateria delle nostre Navi nelle missioni NATO e quella di
impiegare i NMP, i nuclei militari di protezione, a bordo di nostri
mercantili che incrociano nei mari a rischio pirateria; sulla decisione
di dare un segnale forte alla NATO non si può che concordare e “meglio
tardi che mai”, mentre quella di prevedere mercenari civili al posto
della protezione fatta dal personale del San Marco sembra una mossa
politica più che sostanziale. Si trattava di meglio chiarire le
procedure per evitare situazioni tipo quella che ha visto i nostri 2 FCM
arrestati e detenuti per tre anni, impropriamente dagli indiani, ma chi
non capisce che non c’è paragone fra una protezione fatta dal San
Marco, rispetto a quella di mercenari?
L’unica vera e giusta ragione sta nella richiesta del Parlamento al Governo “
di
riesaminare la nostra partecipazione alle attività di contrasto alla
pirateria in relazione allo sviluppo nella vicenda dei 2 FCM”, e
siccome la situazione di Latorre e Girone, ben lungi dall’essere
risolta, ha riservato ulteriori colpi di scena anche a livello politico
per nulla accettabili, tale azione -già prefigurata tre anni or sono-
appare del tutto adeguata per una giusta sensibilizzazione almeno nei
confronti della NATO. Potrebbe essere attuata anche nei confronti della
missione UE Eunavfor Atalanta, vista la scarsa attenzione finora
mostrata dalla comunità europea nei confronti del caso dei 2 “Marò”.
Prima però di guardare “
la pagliuzza negli occhi dei nostri Alleati, dobbiamo vedere la trave nei nostri”:
i problemi risiedono, fin dall’inizio di quell’interminabile odissea,
negli errori e nell’ignavia italiana, più che nell’atteggiamento falso e
arrogante indiano, e nella trascuratezza dei nostri amici alleati
europei, della NATO e dell’ONU.
Da quel 15 febbraio 2012 sono trascorsi oltre tre anni,
da quando la nave E. Lexie, a favore della quale gli FCM svolgevano un
delicato compito di protezione antipirateria- fu invitata con
l’inganno ad entrare in porto a Cochi; è qui che inizia l’odissea e le
nostre responsabilità: chi ha fatto entrare la nave in acque indiane
spogliandosi così di quella corazza difensiva costituita dalle tutele
del diritto internazionale e della immunità speciale connessa con i
nostri fucilieri comandati in servizi istituzionali anti-pirateria del
nostro Stato, con la benedizione di specifiche risoluzioni delle Nazioni
Unite? E, ancora;
oggi ricorre il biennio da quando, quel 23 marzo del 2013 – una vera disfatta di Caporetto-,
il Governo Monti decise, dopo un tentennamento e voltagabbana tipico
italico, di riconsegnare i 2 FCM agli indiani nonostante fosse prevista
la pena di morte, mentre la nostra magistratura ha consentito il loro
rientro, ovvero una estradizione passiva verso un Paese che prevede la
pena di morte, senza avviare quel legittimo processo in Italia. Li
abbiamo riconsegnati noi al patibolo indiano, con l’illusoria
assicurazione che la situazione si sarebbe presto risolta, come
promesso dall’ineffabile de Mistura, e che ciò sarebbe servito inoltre
ad evitare di deteriorare i rapporti economici con l’India!
Un flop su tutti i fronti!!
Sarebbe interessante capire quali consigli e quali valutazioni
siano stati espresse da quei “grandi consigliori” che a partire dal
Colle interessano e incidono direttamente sulla Difesa: dall’ingresso
della Lexie al rientro in India dopo il permesso pasquale del 2013,
comprese le attuali ipotesi di “baratto” nell’attuale contingenza di
“riportarli a casa…”, quali suggerimenti al Comandante Supremo delle
FFAA, Presidente della Repubblica pro-tempore, oltre alla stranezza di
riceverli al Quirinale? E il tempo passa, ma non al meglio, né per
Latorre che soffre i postumi di un pericoloso ictus scatenato
sicuramente dallo stress accumulato in oltre 2 anni di detenzione
indiana, né per Girone ostaggio della (in-) giustizia di New Delhi.
Dove sono finite le combattive promesse politiche di risolvere subito e
in modo equo la questione, pena l’avvio dell’internazionalizzazione e
dell’Arbitrato obbligatorio previsto in casi del genere? Aspettiamo
forse che anche Girone ceda e si ammali sotto le pressioni e gli stress
psicologici cui è soggetto da tre anni? C’è da inorridire al solo
pensiero; ma quali azioni coerenti stiamo facendo per riportarlo sano e
salvo a casa?
L’ipotesi di “ fare silenzio per non disturbare il conduttore” non basta più ed è divenuta una farsa risibile e inaccettabile sia sotto il profilo umano che istituzionale.
Loro, i 2 FCM, sono stanchi e sfiniti da questa situazione
kafkiana; la Marina non merita certo questo trattamento nei riguardi dei
suoi uomini che operano con uno spirito umanitario che non ha pari
nella massima considerazione per la vita umana di chi opera in mare, di
esempio per il valore e la dignità di chiunque si trovi in pericolo; il
Paese non merita di essere in balia di una giustizia indiana che non è
riuscita a fissare neppure i capi d’accusa nei loro confronti e continua
a slittare il processo
(per ora a Luglio, ma di quale anno?).
Bisogna riconoscere in tutta questa faccenda, a onor del vero, come
riporta il quotidiano “Times of India”, la presa di posizione della Mrs
PESC Mogherini che nella proposta di visita del premier indiano Modì
all’UE per questioni commerciali, si è fermamente opposta se non si
tratterrà contestualmente anche la questione dei 2 FCM: evviva,
finalmente qualcosa si muove, nella giusta direzione, con un po’ di
coerenza e di coraggio nella tutela di propri cittadini.
Meno indifferenza e maggiore coerenza impongono ai nostri capi, se non
di fare la guerra totale all’ISIS che comunque è, e resta, una vera
minaccia della nostra sicurezza personale e nazionale, almeno di dare
attuazione ad un piano di contingenza delle nostre Forze Speciali per
riportare Girone a casa, costi quel che costi, per il recupero della
dignità e dell’ onore di questa Nazione.
Giuseppe Lertora - 23 marzo 2015
fonte: http://www.liberoreporter.it