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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

10/02/15

Che fine ha fatto Federica Mogherini? L’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea sembra essere fuori da tutti i tavoli: da quello dell’Ucraina, dove si sono seduti la Merkel e Hollande a quello sul nucleare dove a preso posto Lady Ashton. E l’India la ignora perfino quando si parla dei marò


 
 
il Giornale, martedì 10 febbraio 2015
 
Povera lei. O poverini noi? Osservando i desolanti scenari della politica europea qualcuno potrebbe azzardare un «povera Mogherini». Più che l’«Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea» Federica Mogherini sembra infatti una piccola fiammiferaia eternamente acquattata dietro le vetrine dei grandi eventi internazionali. Ed eternamente ignorata. Se bisogna correre da Vladimir Putin e discutere un cessate il fuoco per la martoriata Ucraina, come è successo qualche giorno fa, quei cattivoni di Merkel e Hollande manco la interpellano. Quando si deve condurre il negoziato sul nucleare con l’Iran, ruolo riservato ufficialmente al capo della diplomazia europea, quei birboni di americani e iraniani – spalleggiati da Francia, Germania, Russia e Cina – le preferiscono Lady Ashton l’arcigna, ma probabilmente più affidabile, baronessa inglese transitata prima di lei sullo scranno di rappresentante europeo. Se invece si tratta di implorare un minimo di solidarietà per i due marò prigionieri in India la risposta è solo un muro di sconfinata indifferenza.
Attenzione però, stavolta a pensar male illudendoci che i cattivi siano gli altri si sbaglia. E di grosso. Il problema non sono i poco simpatici «amici» europei, ma la conclamata inconsistenza e dell’inesperto personaggio che Matteo Renzi ha prima nominato ministro degli esteri e poi immeritatamente promosso al ruolo di Lady Pesc. Per questo l’esclamazione corretta non è «povera lei», ma «poveri noi». Da quando questa dilettante allo sbaraglio allevata nelle batterie del Partito Democratico è scesa in campo la politica estera italiana è letteralmente scomparsa. E con essa si è dissolta anche qualsiasi parvenza di difesa degli interessi nazionali. In compenso ci siamo conquistati le banalità con cui Federica Mogherini tenta di sopperire alla propria cronica inadeguatezza. Da Monaco, dove vaga ignorata tra i corridoi della Conferenza sulla Sicurezza, la responsabile della Sicurezza Europea ci spiega che in Libia è arrivato l’Isis. La constatazione risente di un ritardo di almeno tre mesi, ma non è questo il problema. Il problema vero è che da una al suo posto non ci attendiamo solo notarili attestazioni di conclamati disastri, ma proposte politiche o militari. Ma per Federica Mogherini la Libia – distante 400 chilometri dalle nostre coste – è chiaramente un non problema. Da quando è approdata alla Farnesina fino a quando è volata Bruxelles – superando invisibile ed impercettibile il semestre italiano di presidenza europea – la Mogherini non si è fatta latrice di una singola iniziativa riguardante l’ex colonia da cui sarebbe auspicabile continuare ad importare anche petrolio e gas oltre ai 170mila clandestini dell’ultimo anno.
Sul fronte Ucraina, dove l’Italia avrebbe tutto l’interesse a difendere le importazioni di gas russo e le esportazioni verso Mosca, il suo operato è altrettanto inconsistente. Se non addirittura dannoso. In una recente intervista a Repubblica Federica si compiace infatti di annoverare tra i propri meriti l’estensione delle sanzioni alla Russia decisa dal Consiglio dei ministri degli Esteri europei. Come se non bastasse l’imposizione a Bruxelles di questa «piccola fiammiferaia», spesso inutile e talvolta dannosa, ci ha costretto a rinunciare alla nomina di commissari ben più essenziali per difendere gli interessi politico economici dell’Italia. Silvio Berlusconi a suo tempo aveva piazzato Antonio Tajani sulla poltrona dell’Industria. Per avvantaggiare la Mogherini Matteo Renzi ha invece preferito rinunciato ad un Commissario all’agricoltura fondamentale per difendere le specificità della nostra produzione alimentare. E cosi mentre l’Europa ci ignora e ci scavalca non possiamo neppure protestare. Perché, tapini noi, «chi è colpa del suo mal pianga se stesso». 
 
Gian Micalessin - 10 febbraio 2015
fonte: http://cinquantamila.corriere.it

Ucraina, una bomba a orologeria

 

Dottore in Economia, docente presso l’Università Pierre Mendes France di Grenoble, ricercatore indipendente specializzato in questioni economiche e geostrategiche russe, Jean Geronimo è l’autore de Il pensiero strategico russo, ed è in procinto di pubblicare un nuovo libro sull’Ucraina. Propone un’analisi strutturale della crisi in Ucraina… lungi dai discorsi dominanti.

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La battaglia per l’Ucraina è una questione geopolitica importante per le due superpotenze della Guerra Fredda, nell’ambito del gioco strategico giocato sulla scacchiera eurasiatica agendo sugli Stati-perno nella regione quali pedine della partita. Il controllo dell’Ucraina, vista da entrambi i lati come Stato chiave in questa scacchiera, rientra nel perseguimento di due obiettivi, estendere le zone d’influenza ideologica e conquistare la leadership politica nell’Eurasia post-comunista. Associata alla capacità d’influenzare i principali attori della regione, la natura strategica dell’Ucraina sul piano politico (al centro di grandi alleanze) ed energetico (al centro della rete dei gasdotti) ne spiega il ruolo fondamentale nella linea anti-russa di Z. Brzezinski scelta dall’amministrazione Obama. La cooptazione dell’Ucraina, definita da E. Todd “periferia russa”, dovrebbe infatti spezzare la strategia della ricostruzione del potere eurasiatico adottata da Mosca dalla fine degli anni ’90. Questa ricostruzione del potere russo avviene recuperando il dominio regionale e verrà realizzata nel 2015 con la nascita dell’Unione economica eurasiatica. Alla fine, questa configurazione giustifica la terminologia di Brzezinski di “perno geopolitico” dell’Ucraina, all’origine del conflitto avviato con un vero e proprio colpo di Stato, secondo J. Sapir.

Un golpe nazional-liberale manipolato
In questo contesto, il golpe propedeutico per controllare la grande regione dell’ex-Unione Sovietica ha giustificato una strategia manipolativa basata su una disinformazione continua per compattare l’opinione pubblica internazionale e, soprattutto, sostenere un processo “rivoluzionario” ispirato al modello siriano, nella sua fase iniziale. L’obiettivo era far precipitare la caduta del presidente in carica Viktor Janukovich, fornendone una legittimazione confermata dall’assegno in bianco occidentale. In ciò, il colpo di Stato nazional-liberale, ufficialmente avvenuto il 22 febbraio 2014, rientra nella logica degli scenari “colorati” degli anni 2000 costruiti dall’occidente nello spazio post-sovietico con le sue proiezioni locali ed ONG “democratiche” basate sulle potenti reti politiche delle élite oligarchiche e dei principali oppositori al potere filo-russo di turno. Al momento, tali “manifestazioni” furono interpretate dal Cremlino come segnali di un’offensiva globale volta, infine, contro la Russia e le cui premesse, via interferenza occidentale, furono osservate nelle ultime elezioni russe (presidenziali) nel marzo 2012. Secondo una certezza inquietante e nonostante l’assenza di prove reali, l’ONG Golos, finanziata dagli USA (!) accusò Putin di “massicci brogli elettorali”. L’obiettivo di Golos era fomentare il malcontento nelle piazze per creare, in ultima analisi e invano, un’effervescenza “rivoluzionaria” per destabilizzare il nuovo “zar rosso”. Con una ridondanza mediatica, continua e manipolatrice, osservata poi durante Majdan. La visione “complottista” russa è meglio riassunta da H. Carrère d’Encausse nel suo libro del 2011 “La Russia tra due mondi”. Ricorda che per Putin c’è una “vasta operazione di destabilizzazione della Russia emergente in cui Stati e organizzazioni di tutti i tipi, dall’OSCE alle varie ONG straniere, averebbero unito le forze per indebolirlo“. Derivanti dalle tecnologie politiche occidentali volte a erodere l’influenza dell’ex-superpotenza sulla periferia post-sovietica, tali “rivoluzioni colorate” hanno dimostrato una straordinaria efficienza con l’eliminazione dei leader filo-russi in Georgia, Ucraina e Kirghizistan. Così si assistette alla nascita di una nuova ideologia implicita nella democrazia liberale, usata quale leva legale per interferire nella politica interna degli Stati presi di mira. Tale leva è considerata da Putin elemento essenziale del nuovo soft power occidentale per destabilizzare i regimi ‘nemici’ e, attraverso esso, potenziale minaccia al suo potere. Stranamente, come ricorda J. M. Chauvier, quella stessa democrazia ha ignorato il ruolo critico delle correnti estremiste nazionaliste, vicine al neo-nazismo, nel successo finale del processo “rivoluzionario” di Euromaidan, precipitato dai misteriosi cecchini. Catalizzato dall’odio ideologico anti-russo e anticomunista, tale risveglio in Ucraina del pensiero ultranazionalista d’ispirazione neo-nazista è parte di una tendenza generale in Europa, giustamente osservata da A. Grachev, ultimo portavoce e consigliere del presidente dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbaciov. Nel suo libro del 2014 “La storia della Russia è imprevedibile”, Grachev dice “l’aumento della popolarità del nazionalismo di estrema destra e neo-fascista (…) dimostra i limiti e, in ultima analisi, il fallimento del nostro sistema democratico: E’ sempre più chiaro che il meccanismo ben oliato della democrazia (…) comincia a bloccarsi“. Una constatazione amara alla base, già, della Perestrojka di Gorbaciov, che mette in discussione la vera natura della “rivoluzione” di Kiev.

Le nuove minacce rivoluzionarie “colorate”
In questo contesto geopolitico sensibile, le “rivoluzioni colorate” sono considerate le principali minacce alla stabilità dei presunti Stati democratici dell’area post-sovietica, in particolare della Russia di Putin strutturalmente presa di mira e che teme una “sceneggiatura ucraina”. L’universalizzazione della democrazia nel mondo con il soft power, o la forza se necessario, sembra essere oggi un “interesse nazionale” degli Stati Uniti e della loro funzione di regolamentazione prioritaria da unica superpotenza legittimata dalla storia. Tale postulato scientificamente (molto) dubbio fu proclamato nel 2000, con euforia condiscendente, dall’ex-segretaria di Stato di George W. Bush Condoleezza Rice, convinta della funzione messianica del suo Paese: “è compito degli USA cambiare il mondo. La costruzione di Stati democratici è ormai componente importante dei nostri interessi nazionali”, una forma di autolegittimazione neo-imperiale in nome, ovviamente, degli ideali democratici, costituendo un’ideologia globalizzatrice espansionista. Preoccupante. Di fronte tali nuove minacce “colorate” gli Stati membri delle strutture politico-militari del Collective Security Treaty Organization (CSTO) e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) hanno deciso, su impulso della Russia, di coordinarsi per definire una comune strategia di prevenzione. L’obiettivo dichiarato è accomunare regionalmente i vari mezzi per neutralizzare tale nuova arma politica, ora privilegiata dall’occidente, e che si affida sempre più ai colpi di Stato astutamente costruiti. In altre parole, si tratta di aprire un fronte comune eurasiatico contro le future “rivoluzioni” nazional-liberali. Innegabilmente, l’imbroglio ucraino ha promosso tale consapevolezza politica e, quindi, giustifica la guida sicura della Russia nel suo campo prioritario, la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), accelerandone l’integrazione regionale. Per Washington è un effetto perverso non programmato, un errore strategico. Tuttavia, alcuni effetti post-rivoluzionari sono disastrosi per la Russia. Un primo effetto geopolitico della “rivoluzione” di Kiev è l’estensione della sfera euro-atlantica nell’ex-URSS, perpetuando di fatto il declino russo nel suo estero vicino, considerato dalla sua dottrina strategica quale minaccia agli interessi nazionali. Un secondo effetto, più psicologico, di tale curiosa “rivoluzione” è alimentare la paura russa della progressione irresponsabile delle infrastrutture di una NATO super-armata nei pressi dei suoi confini che, in ultima analisi, solleva la questione politicamente delicata dello scudo antimissile statunitense. A causa di tale rapido aumento delle minacce, si assiste in Russia al ritorno della “sindrome da fortezza assediata” resuscitata dall’abisso ideologico della guerra fredda. Per la Russia, costretta a rispondere, la crisi ucraina lascerà un segno indelebile nella memoria strategica. e non solo, e nella sua visione dell’occidente. Da questo punto di vista, Majdan segna una rottura geopolitica radicale.

La reazione difensiva russa tramite l’asse eurasiatico
Diffusa dalla propaganda mediatica sulla “minaccia russa” e illustrata da crescenti sanzioni, la strategia anti-russa dell’asse euro-atlantico accelera il mutamento asiatico nella politica russa e favorisce l’ascesa dell’asse eurasiatico sotto la direzione sino-russa, a nuovo contrappeso geopolitico all’egemonia statunitense. Nel lungo termine, tale ostilità occidentale incoraggerà il governo russo a potenziare il proprio sviluppo, riflesso sovietico, riducendone la dipendenza estera. Nel prisma sovietico-russo, tale dipendenza è vista come debolezza politica, in quanto i potenziali avversari possono usarla come opportunità strategica: rafforzando la pressione su Mosca, isolandola sul piano commerciale attraverso un embargo selettivo su tecnologie sensibili. L’obiettivo finale dell’embargo è rallentare lo sviluppo della Russia e, attraverso ciò, il rafforzamento della potenza militare, come ai bei vecchi tempi della lotta anticomunista. Tale modello negativo è aggravato dalla caduta del rublo con consecutivo triplice impatto di sanzioni, fuga di capitali e crollo dei prezzi del petrolio manipolato da Washington, con l’obiettivo di destabilizzare Putin fomentando una recessione economica che alimenti la protesta popolare, potenzialmente “rivoluzionaria”. Tutti i colpi sono ammessi sulla Grande Scacchiera. Nella percezione strategica russa e, nella misura in cui Mosca viene stigmatizzata come “nemica dell’occidente” erede dell’asse del male, la crisi ucraina mostra ancora uno spirito da guerra fredda. In realtà, tale guerra latente continua, nonostante la breve luna di miele USA-Russia osservata dopo la tragedia dell’11 settembre 2001. Dopo la mano tesa di Putin a Bush e la disponibilità a collaborare nella lotta al terrorismo. L’atteggiamento minaccioso e provocatorio dell’occidente nella gestione di tale crisi, è divenuta rapidamente una diatriba anti-Putin, portando alla rinascita politica della NATO, legittimandone l’estensione e infine costringendo Mosca a cambiare linea strategica. Sottoprodotto geopolitico di Euromajdan.

Dopo la provocazione della NATO, il reindirizzo dottrinale russo
Con la voce del capo della diplomazia Sergej Lavrov, la Russia ha reagito con forza e condannato tale errore increscioso, il 27 settembre 2014: “Considero un errore l’allargamento dell’alleanza. Ed è anche una sfida (…)“. Pertanto, reagendo a tali “nuove minacce”, l’amministrazione russa ha programmato un radicale inasprimento della propria dottrina militare in senso più antioccidentale, in ciò che Mosca ha chiamato “risposta giusta”. Per attuare tale reindirizzo dottrinale, “(…) La Russia ha bisogno di potenti forze armate in grado di affrontare le sfide di oggi“, e un incremento assai significativo (un terzo) delle spese militari russe è in programma nel 2015, secondo la finanziaria. De facto, l’idea di un riequilibrio geo-strategico si gioca nel cuore del conflitto ucraino e, per estensione, nel cuore dell’Eurasia post-comunista. Con risultato finale, l’emergere di un conflitto congelato potenzialmente destabilizzante per la regione. Alla fine, nel quadro della crisi in Ucraina e nonostante gli accordi di Minsk del 5 settembre, l’esacerbazione della contrapposizione Stati Uniti e Russia alimenta una rinnovata forma di guerra fredda, la guerra tiepida incentrata sulla rinascita della polarizzazione ideologica. Oramai ciò nutre il contagio globale delle “rivoluzioni” nazional-liberali eterodirette dalla coscienza democratica indottrinata degli USA, per conto della loro legittimità storica radicata nella vittoria finale sul comunismo. Nel suo discorso annuale, molto aggressivo, del 4 dicembre 2014, al parlamento russo, Putin ha denunciato tale pericolosa deriva la cui conseguenza inquietante è l’accelerazione della nascita dell’ideologia neonazista nello spazio post-sovietico, anche in Ucraina. Il 29 gennaio 2015, Mikhail Gorbaciov ha riconosciuto che l’irresponsabilità della strategia degli Stati Uniti ha portato la Russia nella “nuova guerra fredda”. Confessione terribile. Le implicazioni strategiche della falsa rivoluzione di Majdan sono una vera bomba geopolitica a scoppio ritardato.


1782111Traduzione di Alessandro Lattanzio

Jean Geronimo - 8 febbraio 2015

fonte: https://aurorasito.wordpress.com

09/02/15

SE GLI STATI UNITI PERDONO IL CONTROLLO DELL’EUROPA



 
Com’era logico attendersi, i dissapori fra Atene e l’Unione Europea non hanno tardato ad esplodere, e ciò rientra all’interno di un ben prevedibile copione. Chiedere a Tsipras di rinunciare al proprio programma di governo e alle proprie promesse elettorali, infatti, equivale a chiedergli di suicirdarsi politicamente e di fallire, riconsegnando così la Grecia a quella precedente classe politica che è stata responsabile della sua devastazione. Non ci si può quindi meravigliare del fatto che Tsipras e Varoufakis rispondano picche a tali richieste, cercando i propri referenti altrove, come d’altronde già hanno fatto prima di loro i governi di Slovacchia, Ungheria e Cipro, andati a bussare alle porte del Cremlino. Si conferma, in questo modo, una tendenza inauguratasi ormai già da qualche anno e che pare rafforzarsi ormai sempre di più: indubbiamente il grande salto di qualità essa lo conoscerà con la più che probabile vittoria, alle prossime presidenziali, di Marine Le Pen. A quel punto un paese fondatore della Comunità Europea, come la Francia, s’avvicinerà marcatamente alla Russia, e ciò scompaginerà equilibri consolidati e finora ritenuti intoccabili non soltanto nell’Est dell’Unione, ma anche nell’Ovest.
Sarà interessante, allora, valutare quali saranno le conseguenze anche sugli altri Stati dell’Unione. Premesso che la vittoria della Le Pen non dev’essere considerata come matematicamente certa, dal momento che potrebbe anche non avvenire (ed in Francia, infatti, stanno lavorando in tutti i modi per scongiurarla), rimane comunque il fatto che gli equilibri e l’indirizzo “atlantista” della famiglia europea vengano ormai, di giorno in giorno, sempre più logorati e messi in discussione da nuove e da vecchie logiche geopolitiche. Ciò fa pensare che la strategia statunitense di separare l’Europa dalla Russia sia difficilmente destinata ad avere successo. Il Trattato di Libero Commercio fra le due sponde dell’Atlantico, per esempio, ha incontrato più di un imprevisto nella sua applicazione, con nuovi ed inattesi contrasti sorti in sede di trattativa, e qualora altri paesi europei dovessero prendere posizione a favore della Russia difficilmente esso potrebbe trionfare come previsto. La politica delle sanzioni contro Mosca, dopo un avvio in quarta, ha visto un affievolimento causato dal ripensamento di vari Stati europei, che sotto la pressione dei loro settori economici interni ora stanno premendo per un suo addolcimento se non addirittura per una sua revoca. Infine, l’idea di un indurimento del conflitto in Ucraina, con un maggior coinvolgimento della NATO e la fornitura di più armi all’esercito e alla Guardia Nazionale ucraina, pur trovando la calda adesione dei membri più recenti dell’Alleanza Atlantica, ovvero di quelli dell’area baltica e balcanica, suscita invece le perplessità per non dire i timori di quelli più storici, tra cui anche il nostro paese.
A Washington sono consapevoli che con un’Europa così divisa solo parte delle loro strategie potranno essere coronate dal successo. Beninteso, un’Europa divisa non è del tutto una iattura per gli Stati Uniti. Frenare il processo di consolidamento dell’Unione Europea è sempre stato uno dei compiti a cui la diplomazia statunitense ha dedicato una significativa parte dei propri sforzi, in base all’assunto del “divide et impera”. Ma rimane il fatto che, in questo momento, a Washington sarebbe servita un’Europa più coesa, anche perché le sue divisioni interne si ripercuotono pure sull’Alleanza Atlantica, intralciandone il funzionamento proprio nel momento in cui la crisi ucraina sta sfuggendo completamente di mano e all’orizzonte già s’intravede l’onta della sconfitta.
Se, come abbiamo già detto, in un simile contesto all’Eliseo dovesse insediarsi una Marine Le Pen, a quel punto il disastro sarebbe completo e l’Europa, per gli Stati Uniti, sarebbe ormai irrecuperabile. Dobbiamo considerare un semplice fatto: gli Stati Uniti hanno perso, negli anni, influenza su aree decisive del mondo. Hanno perso, per esempio, il “cortile di casa” latinoamericano, dove si sono affacciati governi socialisti che hanno energicamente rivendicato la propria sovranità, e sono stati brutalmente respinti da mezzo Medio Oriente dopo il fallimento delle “primavere arabe”, a partire dall’Egitto, anche quello ormai avvicinatosi alla Cina e alla Russia. Infine, i loro progetti di “pivot to Asia”, ovvero d’accerchiamento della Cina, e di Trattato di Libero Commercio con le nazioni asiatiche finalizzato ad escludere Pechino, si sono arenati mentre anche l’India ha rifiutato le profferte di Washington preferendo mantenere ed addirittura rafforzare un solido legame col resto dei BRICS. A questo punto, se gli Stati Uniti perdono anche l’Europa, non possono più considerarsi una superpotenza, perlomeno non in termini paragonabili al passato. Si segnerebbe il definitivo passaggio dal mondo unipolare a quello multipolare.
Una prospettiva alla quale né i leader di Washington né quelli della vecchia Europa sono preparati.
Filippo Bovo
Fonte:http://www.statopotenza.eu/18748/se-gli-stati-uniti-perdono-leuropa

ROMA EUR - ECCO DOVE IL SINDACO DI ROMA VUOLE APRIRE IL QUARTIERE A LUCI ROSSE / " Non possiamo tacere "




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E' evidente che al Signor Marino la realtà rappresentata dal quartiere EUR non interessa, c'è da chiedersi se lo ha mai visitato ..
Vero é che il problema delle prostitute che nelle ore notturne frequentano i marciapiedi esiste. Ma se chi percorre quelle vie è costretto ad ''ammirare'' tette e culi al vento, ed altro dove stazionano i viados, vuol dire che sono assenti i controlli. Atti osceni in luogo pubblico così come la turbativa dell'ordine pubblico, sono reati e devono essere perseguiti se c'è veramente la volontà di preservare una delle zone più prestigiose di Roma.
E poi ci sono le ordinanze ad hoc, quelle emanate dal precedente sindaco ...... anzi no, c'erano, perchè  l'attuale non ha voluto rinnovarle, sembra insieme ad altre, compresa quella anti-bivacco e quella contro i lavavetri, pretesto quello di verificare gli effetti di tali provvedimenti. Certo è che se le ordinanze non vengono eseguite, se non seguono i necessari controlli, nessuna ordinanza può ritenersi giusta ed efficace.

Si spera che prevalga la ragione ed il buon senso, non servono insensati progetti o esperienze che in altri stati si sono dimostrate fallimentari, ma più controlli, ed azioni mirate ed incisive contro gli sfruttatori ed i mercanti di giovani donne, spesso minorenni ...... che devono essere salvate, non spostate da un marciapiede all'altro.

" Alla vigilia della giornata di preghiera e azione contro la tratta degli esseri umani, Roma – la capitale d’Italia, la città culla e cuore dell’umanesimo cristiano – si fa capofila di un progetto che assomiglia alla polvere celata sotto un tappeto di luci rosse. Un lavarsi la coscienza, come le strade. Non una scelta decisa per affrontare il dramma della prostituzione. Un’ipocrita (e forse ideologica) operazione per il "decoro" urbano. Non un impegno contro il degrado umano, a fianco delle vittime. Ne proviamo vergogna." ( avvenire.it - 7 febbraio 2015 )

Chiunque organizza il meretricio altrui commette un crimine. Il Comune di Roma lo sa ?


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L'EUR è una delle zone più prestigiose di Roma, conosciuta in Italia e anche all'estero, attualmente oltre che zona residenziale, è sede di uffici, sia pubblici che privati, tra cui sono da ricordare la Confindustria, il Ministero della Salute, il Ministero delle Comunicazioni, il Ministero dell'Ambiente, la SIAE (Società Italiana degli Autori ed Editori), l'ICE (Istituto nazionale per il Commercio Estero), la sede centrale dell'ENI nel grattacielo posto ad una delle estremità del laghetto, la sede centrale di Unicredit, la sede centrale delle Poste Italiane, la sede dell'INAIL, collocata nella torre omonima, la sede dell'INPS nonché le sedi italiane di numerose multinazionali.



     EUR - Il Laghetto



      EUR -  Il Palazzeto dello sport, il Fungo e parte dei giardini del laghetto

L'EUR ospita, inoltre, importanti istituti di istruzione superiore - come il Liceo Classico Statale "Francesco Vivona", il Liceo Scientifico Statale "Stanislao Cannizzaro", l'Istituto Tecnico Statale "Vincenzo Arangio-Ruiz", l'Istituto d'Istruzione Superiore Statale "Leon Battista Alberti", l'Istituto Massimiliano Massimo (tra gli ex-alunni celebri Ettore Majorana, Luca Cordero di Montezemolo, Francesco Rutelli e Mario Draghi), della Compagnia di Gesù. Ci sono anche strutture sportive di rilievo, su tutte il complesso delle Tre Fontane gestito dal CONI.   

                                  EUR - Il Palazzo dei congressi

Numerosi gli edifici:

    il palazzo della Civiltà Italiana di Giovanni Guerrini, Ernesto Lapadula e Mario Romano
    il palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi di Adalberto Libera
    l'Archivio Centrale dello Stato
    la stele dedicata a Guglielmo Marconi
    la basilica parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo
    il palazzo degli uffici di Gaetano Minnucci
    i palazzi dell'INA e dell'INPS
    l'Edificio delle Poste, Telegrafi e Telefoni di Ernesto Rogers, Gian Luigi Banfi, Enrico Peressutti, 
    Lodovico Barbiano di Belgiojoso   
    il Palazzo dello Sport, attualmente PalaLottomatica, di Pier Luigi Nervi e Marcello Piacentini
    il Palazzo ENI
    il Fungo (serbatoio idrico che ospitava in vetta un ristorante panoramico)
    la piscina delle Rose, impianto olimpico
    l'Obelisco Novecento di Arnaldo Pomodoro, inaugurato nel 2004

                                  EUR - Il Palazzo della civiltà italiana


      EUR - Piazza Guglielmo Marconi


È presente inoltre un'area museale che comprende tra gli altri: 
il Museo della Civiltà Romana, 
il Museo nazionale dell'Alto Medioevo
il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini,  
un nuovo planetario, con annesso Museo dell'Astronomia, aperto nel 2004.


                                  EUR - Piscina delle rose


                                   EUR - Lungo il laghetto, passeggiata del Giappone.


                                  EUR - Palazzo Uffici e la sede nazionale dell'INPS


La costruzione del quartiere venne ultimata solamente alla fine degli anni cinquanta in occasione della XVII Olimpiade, tenutasi a Roma nel 1960, completando alcune infrastrutture, come il Palazzo dello Sport progettato da Nervi e Piacentini , nonché dando l'attuale struttura al laghetto, detto Laghetto del Cannocchiale, per le sue forme geometriche, ed alla zona verde ad esso limitrofa.


  
                                  EUR - Il nuovo palazzo dei congressi (non ancora ultimato)


                                   EUR - Scuola del traffico per i bambini.


                                    EUR - Parco avventura per i bambini





Attualmente è in fase di ultimazione il nuovo Palazzo dei Congressi ed é in in costruzione un acquario ai bordi del laghetto che richiamerà, come già avviene per i numerosi uffici, il Palazzo dei congressi, le sedi di alcune multinazionali, i giardini del lago artificiale e i parchi giochi per i bambini la presenza di intere famiglie con i loro piccoli e quella di molti visitatori provenienti dalla città, dai paesi limitrofi e anche dall'estero.



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Non possiamo tacere


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Sappiamo che in Italia la prostituzione non è un reato mentre è perseguibile il favoreggiamento e lo sfruttamento della stessa. Quindi chiunque organizza il meretricio altrui commette un crimine. Mi chiedo se il Comune di Roma è a conoscenza di questa legge e se il suo IX municipio sappia cosa significa favorire la compravendita del corpo umano per finalità di tipo sessuale.

Dicono di non volere le prostitute sotto le proprie case e invece di chiedere al Sindaco e alle forze di polizia di intervenire con incisività mettendo in campo tutte le risorse per debellare il fenomeno si architetta l’apertura di quartieri a luci rosse dove i clienti non saranno multati né disturbati; e così i veri responsabili di questo orrore, e cioè coloro che permettono una così grande offerta, saranno immuni e protetti dal Comune.

Lo Stato invece di mettersi dalla parte di chi combatte il racket della prostituzione si metterebbe dalla parte di chi fa diventare queste ragazzine delle prostitute. Eppure tutti sanno che sulle nostre strade sono costrette a vendersi giovanissime donne provenienti da altri Paesi tra i più poveri del mondo. Perché si fa finta di non capire il vero dramma che si consuma sui marciapiedi d’Italia? Perché si promuovono queste scellerate iniziative invece di unirsi per combattere i mercenari della schiavitù? Questa società non ha bisogno di recinti o nuove prigioni dell’eros… Le donne della tratta hanno bisogno di essere liberate, e non mantenute o spostate da un posto all’altro. Coloro che parlano di legalizzazione o non conoscono le esperienze fallimentari degli altri Stati oppure agiscono per raggiungere dei propri personali e perversi interessi.

Coloro che credono nei valori della civiltà e dignità umana, e chi sente riprovevole il favorire la mercificazione dell’altro chiunque esso sia, devono ribellarsi e farsi sentire. Bisogna unirsi per dire con forza il proprio no ai ghetti del sesso. Mi appello a tutti coloro che hanno un figlio, una figlia, delle nipotine… e quindi a chi ama i propri figli e nipoti: fermatevi per un attimo a immaginarli all’interno di questi nuovi Bronx, ad essere comprati e usati in modo bestiale… Pensate a uno squallore del genere che viene catalogato come un lavoro qualsiasi, nel diritto del maschio di poter comprare e usare una vostra figlia!!! Chi crede nella dignità della persona faccia sentire la propria voce. Noi non possiamo tacere!

fonte: http://www.interris.it

altre fonti: avvenire.it, Wikipedia

L'egemonia di sinistra ha creato un deserto e l'ha chiamato cultura

L'intellettuale organico ha dissolto concetti, valori e modelli positivi lasciando la società in balia del conformismo e della volgarità




Ma è vera o falsa la leggenda dell'egemonia culturale di sinistra? Cos'era e cosa resta oggi di quel disegno di conquista e dominio culturale? In principio l'egemonia culturale fu un progetto e una teoria che tracciò Gramsci sulla base di due lezioni: di Lenin e di Mussolini, via Gentile e Bottai.


La tesi di fondo è nota: la conquista del consenso politico e sociale passa attraverso la conquista culturale della società. Poi fu Togliatti che, alla caduta del fascismo, provò su strada il disegno gramsciano e conquistò gruppi di intellettuali, spesso ex fascisti, case editrici e luoghi cruciali della cultura. Ma il suo progetto non bucò nella società che aveva ancora contrappesi forti, dalle parrocchie all'influenza americana, dai grandi mezzi di comunicazione come la Rai in mano al potere democristiano ai media in cui prevaleva l'evasione. La vera svolta avviene col '68: l'egemonia culturale non si identifica più col Pci, che pure resta il maggiore impresario, ma si sparge nell'arcipelago radicale di sinistra. Quell'egemonia si fa pervasiva, conquista linguaggi e profili, raggiunge la scuola e l'università, il cinema e il teatro, pervade le arti, i media e le redazioni.
In che consiste oggi l'egemonia culturale? In una mentalità dominante che eredita dal comunismo la pretesa di Verità Ineluttabile (quello è il Progresso, non potete sottrarvi al suo esito). Quella mentalità s'è fatta codice ideologico e galateo sociale, noto come politically correct, intolleranza permissiva e bigottismo progressista. Chi ne è fuori deve sentirsi in torto, deve giustificarsi, viene considerato fuori posto e fuori tempo, ridotto a residuo del passato o anomalia patologica. Ma lasciamo da parte le denunce e le condanne e poniamoci la domanda di fondo: ma questa egemonia culturale cosa ha prodotto in termini di opere e di intelligenze, che impronta ha lasciato sulla cultura, la società e i singoli? Ho difficoltà a ricordare opere davvero memorabili e significative di quel segno che hanno inciso nella cultura e nella società. E il giudizio diventa ancor più stridente se confrontiamo gli autori e le opere a torto o ragione identificate con l'egemonia culturale e gli autori e le opere che hanno caratterizzato il secolo. Tutte le eccellenze in ogni campo, dalla filosofia alle arti, dalla scienza alla letteratura, non rientrano nell'egemonia culturale e spesso vi si oppongono. Potrei fare un lungo e dettagliato elenco di autori e opere al di fuori dell'ideologia radical, un tempo marxista-progressista, se non contro.

L'egemonia culturale ha funzionato come dominazione e ostracismo ma non ha prodotto e promosso grandi idee, grandi opere, grandi autori. Anzi sorge il fondato sospetto che ci sia un nesso tra il degrado culturale della nostra società e l'egemonia culturale radical. I circoli culturali, le lobbies e le sette intellettuali dominanti hanno lasciato la società in balia dell'egemonia sottoculturale e del volgare. E l'intellettuale organico e collettivo ha prodotto come reazione ed effetto l'intellettuale individualista e autistico che non incide nella realtà ma si rifugia nel suo narcisismo depresso. Ma perché è avvenuto questo, forse perché ha prevalso un clero intellettuale di mediocri funzionari, anche se accademici? Ci è estraneo il razzismo culturale, peraltro assai praticato a sinistra, non crediamo perciò che sia una questione «etnica» che riguarda la razza padrona della cultura. Il problema è di contenuti: l'egemonia culturale non ha veicolato idee, valori e modelli positivi ma è riuscita a dissolvere idee, valori e modelli positivi su cui si fonda la civiltà. Non ha funzionato sul piano costruttivo, sono naufragate le sue utopie, a partire dal comunismo; ma ha funzionato sul piano distruttivo. Se l'emancipazione è stata il suo valore fondante e la liberazione il suo criterio principe, il risultato è stato una formidabile, quotidiana demolizione di culture e modelli legati alla famiglia, alla natura, alla vita e alla nascita, al senso religioso e alla percezione mitica e simbolica della realtà, al legame comunitario, alle identità e alle radici, ai meriti e alle capacità personali. È riuscita a dissolvere un mondo, a deprimere ed emarginare culture antagoniste ma non è riuscita a generare mondi nuovi. Il risultato di questa desertificazione è che non ci sono opere, idee, autori che siano modelli di riferimento, punti di partenza e fonti di nascita e rinascita.

L'egemonia culturale ha funzionato come dissoluzione, non come soluzione. Oggi il comunismo non c'è più, la sinistra appare sparita ma sussiste quella cappa asfissiante anche se è un guscio vuoto di idee, valori, opere e autori. Il risultato finale è che l'egemonia culturale è un potere forte con un pensiero debole (e non nel senso di Vattimo e Rovatti); mentre l'albero della nostra civiltà, con le sue radici, il suo tronco millenario e le sue ramificazioni nella vita reale, è un pensiero forte ma con poteri deboli in sua difesa. La prima è una chiesa con un episcopato in carica e un vasto clero ma senza più una dottrina e una religione; viceversa la seconda è un pensiero forte, con una tradizione millenaria, ma senza diocesi e senza parrocchie... Così viviamo una guerra asimmetrica tra un potere forte ma dissolutivo e una civiltà non ancora decaduta sul piano spirituale ma inerme e soccombente sul piano pratico e mediatico. La prevalenza odierna della barbarie di ritorno deriva in buona parte da questo squilibrio tra una cultura egemone ma nichilista e una civiltà perdente o forse già perduta. La rinascita ha due avversari: la cultura nichilista egemone e il nichilismo senza cultura della volgarità di massa.

Marcello Veneziani - Dom, 08/02/2015 - 19:00

fonte: http://www.ilgiornale.it