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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

26/10/14

I SOLDI BUTTATI DA BRUXELLES



Spese folli e privilegi il "circo" Ue ignora il rigore

Predicano l’austerità ma praticano vita da nababbi. Ecco le cifre che Renzi vuole rendere pubbliche. 

 

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General view of the European Parliament building in Strasbourg
Mentre la Commissione europea ci impone manovre da lacrime e sangue, ci accusa di essere un Paese di fannulloni che vive al di sopra delle sue possibilità, ci dice che dobbiamo ridurre gli stipendi, tagliare le ferie e andare in pensione più tardi, ebbene, i burocrati delle istituzioni europei, quelli stessi che ci danno i voti, se la spassano alle nostre spalle. Alla faccia di quella spending review che vanno propagandando in tutte le sedi, loro vivono come nababbi. Si spostano in limousine, hanno assegni da far impallidire anche un ministro della vecchia Repubblica, godono di un trattamento previdenziale che non ha eguali in nessun Paese europeo, lavorano per poche ore la settimana e se hanno figli ricevono un assegno mensile scolastico che basterebbe a pagare la retta all’Università di Harvard. Il premier Renzi ha annunciato che renderà pubbliche le spese folli di Bruxelles e ha già messo al lavoro un pool di tecnici per fare le pulci ai bilanci, quelli uficili e quelli no.
STIPENDIL’Europa del rigore, dei sacrifici, dei vincoli economici ha un’isola privilegiata, dove queste parole sono bandite; è quella compresa nel triangolo dove sono le sedi delle istituzioni europee: Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo. Ed è proprio da qui che partiamo per questo viaggio alla scoperta degli sprechi, delle spese folli e dei privilegi di chi lavora per imporre al resto dei cittadini europei sacrifici e rigore. Il Parlamento europeo ha tre sedi: a Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo. Per spostare i documenti da Bruxelles a Strasburgo ogni mese vengono spesi 200 milioni l’anno. L’onere è stato quantificato dalla Corte dei conti europea, ha suscitato qualche mugugno ma tutto è finito lì per il semplice fatto che la Francia non vuole privarsi di una postazione così prestigiosa e calamita di fondi. L'Europarlamento è aperto solo cinque giorni al mese e per il resto gli eurodeputati hanno un ufficio a Bruxelles. Ogni mese, decine di Tir e di funzionari si spostano dal Belgio alla Francia per quell'unica sessione europarlamentare. Percorrono 434 chilometri in 5 ore. Probabilmente, i costi della doppia (o tripla, se si contano gli uffici di Lussemburgo) capitale sono molto maggiori di 200 milioni l'anno, che è solo il costo del trasferimento; c'è anche il mantenimento della mastodontica sede di Strasburgo, nonché il costo di deputati e portaborse in trasferta. In 5 anni fanno un miliardo di euro, quanto un piano di finanziamenti, che a Bruxelles sono notoriamente quinquennali. La Corte dei conti ha dimostrato che spostando gli impiegati dal Lussemburgo a Bruxelles si risparmierebbero 80 milioni di euro in 50 anni; ricollocare poi la sede di Strasburgo a Bruxelles abbatterebbe i costi di 114 milioni l'anno.
 
 
SPESEIn queste città il clima non è granchè ma per sopportarlo i burocrati europei non si fanno mancare nulla. Godono di benefit e privilegi intoccabili e chi osa criticarli viene subito bollato come nemico dell’Europa. Un semplice usciere o una segretaria arriva a guadagnare 6 mila euro netti al mese, un archivista e un traduttore fino a 9 mila euro e su fino agli alti dirigenti che hanno uno stipendio di 16 mila euro. Il presidente della Commissione europea uscente, Barroso (quello che ha inviato a Renzi una lettera per dirgli che non rispettiamo i vincoli di rigore Ue) ha uno stipendio mensile di oltre 24 mila euro. In piena crisi economica, nel 2009 pare abbia speso oltre 730.00 euro per missioni e spese di rappresentanza. Quest'ultima voce ammonterebbe a più di 32.000 euro, contro una forchetta che va dai 5 ai 16.000 euro per le spese degli altri membri della Commissione. «Il presidente viaggia molto». Funzionari e dipendenti Ue hanno diritto a scuole speciali per i loro figli. Tra strutture e professori la Ue spende quasi 200 milioni l’anno. Inoltre nonostante le scuole siano gratuite per ogni bambino che va all’asilo il genitore riceve un assegno scolastico di 20 mila euro l’anno come se dovesse pagare la retta all’Università di Harvard. Come riporta Mario Giordano che nel libro «Non vale una lira» fa un’indagine dettagliata degli sprechi dell’Europa, la Commissione spende per la sicurezza dei propri edifici 30 milioni l’anno e il Parlamento 36 milioni. Poi scopriamo che a dicembre 2012 sono stati destinati a 661.500 euro per le divise di autisti e uscieri, 2.340.000 per matite, gomme e altra cancelleria e oltre 300.000 euro per finanziare club, circoli sportivi e culturali. Che dire poi delle fornitissime cantine delle istituzioni europee dove sono stoccate 47.000 bottiglie di pregiatissimo vino del valore complessivo di mezzo miliardo.

Laura Della Pasqua- 28 ottobre 2014
fonte: http://www.iltempo.it/


Complici del massacro sociale, e ora contestano Renzi?




Da almeno trent’anni, il copione è sempre o stesso: per revocare diritti e conquiste sociali è necessaria la piena complicità di quella sinistra che nel dopoguerra aveva lottato per il welfare, cioè per l’estensione orizzontale del benessere. Il grande capitale finanziario e oligarchico utilizza partiti e sindacati di cui la gente è abitutata a fidarsi – chi meglio di loro? Dunque non devono più combattere contro le riforme strutturali, destinate a demolire la struttura dell’economia sociale. E in più devono collaborare pienamente all’erosione della società dei diritti, che oggi culmina con l’attacco storico alla Costituzione democratica. Attraverso il famigerato memorandum di Lewis Powell, la destra economica statunitense aveva dettato la linea già all’inizio degli anni ‘70: radere al suolo in tutto l’Occidente la sinistra radicale e addomesticare la sinistra riformista, letteralmente “comprando” i suoi leader per ottenere la smobilitazione di partiti e sindacati. Detto fatto. E quindi che senso ha, oggi, protestare contro Renzi dopo essersi piegati per decenni ai peggiori diktat?
E’ stato il centrosinistra guidato dai tecnocrati a consegnare gli italiani all’euro-sistema, massima espressione della fine dei diritti, condannando il paese alla crisi: non c’è più “benzina” per le politiche sociali, perché Maastricht – Camusso e Bersanirevocando la sovranità monetaria – ha prosciugato le casse dello Stato, costretto a svendere prima i servizi pubblici e poi il sistema-paese, le aziende e le tecnologie, i risparmi, i giovani talenti. Tutto travolto dal taglio della spesa pubblica, che fa crollare anche l’economiaprivata fondata sui consumi. Dov’èra, Susanna Camusso, mentre tutto questo accadeva? Se lo domanda Giorgio Cremaschi, già leader della Fiom, di fronte al tardivo soprassalto di orgoglio esibito dalla Cgil dopo la rottamazione forzata della repubblica dei lavoratori, il Jobs Act renziano. «In questi decenni – scrive Cremaschi su “Micromega” – il principale sindacato italiano da un lato è stato l’attore sociale della sinistra, perfettamente collaterale al Pd, dall’altro ha ripetutamente tentato un patto dei produttori con l’impresa, per agire di concerto con essa rispetto al potere politico. Entrambi questi capisaldi della strategia della Cgil ora franano clamorosamente e il suo gruppo dirigente non sa letteralmente che fare».
 
Nessuna mobilitazione di piazza, dice Cremaschi, riuscirà a chiarire dove si sta andando, «perché la rivoluzione reazionaria di Renzi si combatte non solo rompendo con le sue manifestazioni estreme, ma anche con le ragioni e con il percorso che ad essa ci hanno portato». Il governo Renzi? «Lo potremmo chiamare il governo Renzi-Marchionne, almeno per quel che riguarda il lavoro». Rappresenta «l’ultimo e più intelligente tentativo delle classi dirigenti italiane ed europee di imporre da noi le politiche liberiste che hanno distrutto la Grecia». Intelligente, certo, «perché si è capito che la pura brutalità dei diktat della Troika alla lunga non paga: per questo le politiche liberiste oggi devono essere accompagnate o addirittura precedute da cambiamenti politici e culturali che rendano accettabile o persino condivisibile l’accentuazione delle già così esplosive diseguaglianze sociali». Niente di nuovo: «Per fare questo non basta la destra tradizionale, bisogna occupare il campo della sinistra e portare Mitterrandla parte più grande di essa a sostenere politiche più a destra della destra tradizionale». Questo è il renzismo, dice Cremaschi. Ma è anche – alla lettera – l’applicazione della dottrina di Lewis Powell contro i lavoratori.
In Italia, secondo Cremaschi, siamo di fronte all’ultima versione «di quel trasformismo politico che nella storia del nostro paese è sempre partito dalla mutazione genetica della sinistra». Ma il fenomeno non è certo un’esclusiva del made in Italy: in Gran Bretagna provvide Tony Blair, il maestro di Renzi, a far piazza pulita di quel po’ di sinistra laburista che era sopravvissuta a Margaret Thatcher. In Germania, la patria della socialdemocrazia europea, la Spd fu suicidata dal cancelliere Gerhard Schroeder, l’uomo che fece storici sconti alla Russia per poi ottenere un ingaggio miliardario dalla Gazprom come super-consulente. Proprio Schroeder varò le micidiali riforme strutturali ispirate dal boss della Volkswagen, Peter Haartz, che comprò – corrompendoli – i leader sindacali dell’azienda, perché tradissero i lavoratori che si fidavano di loro. In Francia, l’eclissi della sinistra raggiunse caratteri mostruosi col monarca finto-socialista Mitterrand: fu lui, il massimo architetto politico dell’euro-regime, a inoculare il virus letale dell’austerity nello Stato europeo, proiettando micidiali tecnocrati – da Jacques Delors a Jacques Attali – al vertice del nuovo super-potere di Bruxelles, da cui impartire le direttive che avrebbero trasformato la fiorente Europa nella “terra desolata” di oggi, ricattata dalle banche e devastata dalla recessione e della disoccupazione.
 
In Italia, con Renzi, siamo agli spiccioli finali: «La cancellazione dell’articolo 18 ha il valore simbolico dell’abbattimento dell’ultima bandiera dell’uguaglianza e serve a rendere accettabili provvedimenti ben più immediatamente sostanziosi, come il via libera ai licenziamenti di massa dato alla ThyssenKrupp, o il regalo alla Confindustria della riduzione delle tasse sui profitti pagata con i ticket dei malati», scrive Cremaschi. «Abbiamo realizzato un sogno, ha detto Squinzi, mentre lavoratori e precari vivono nell’incubo». Ma la sceneggiatura è invariabile: la promozione della rovina non può procedere senza il pieno consenso dei leader dell’ex sinistra. «Un governo così sfacciatamente filopadronale – insiste Cremaschi – non poteva che nascere da una operazione culturale e politica che si accampasse e giustificasse nel Pd». Il governo Renzi? «Riassume trenta anni di politiche liberiste contro il lavoro e le conduce al punto estremo», rendendo palese «la doppia contraddizione della Cgil». La prima è la Tiziano Treupiù evidente: «Il rapporto del primo sindacato italiano con il Pd sta diventando sempre più insostenibile, ma allo stesso tempo resta inscindibile».
Il guaio è che la Cgil, con i suoi gruppi dirigenti, ha sinora avuto il Pd come referente istituzionale fondamentale: «Rompere con esso significherebbe praticare un mare aperto nelle relazioni politiche che fa paura». Imbarazzante, quindi, che con la Cgil si schierino esponenti Pd dell’area anti-renziana, come Stefano Fassina, che poi però restano «disciplinati nel votare la legge sul lavoro». Anche qui, nulla di originale: le più importanti manomissioni della legislazione del lavoro in Italia furono introdotte da esponenti del centrosinistra, primo fra tutti Tiziano Treu con l’omonimo “pacchetto” di riforme, poi sviluppato da Massimo D’Antona (governo D’Alema) a aggiornato da Marco Biagi, consulente del governo Berlusconi ma proveniente dalla sinistra socialista, come D’Antona poi barbaramente assassinato dalle “Nuove Br”. La loro “colpa”, agli occhi dei killer? Aver cercato di demolire lo Statuto dei Lavoratori, precarizzando l’impiego. E i sindacati dov’erano? Dalla stessa parte, ovviamente: tacevano, approvando in silenzio le norme padronali che avrebbero sottratto diritti un tempo intangibili.
 
Un’acquiescenza tacita, mai interrotta. La Cgil oggi si oppone al Jobs Act, contesta Cremaschi, ma in questi trent’anni «ha sempre finito per accettare tutti i patti e i provvedimenti che hanno portato ad esso». Ultimi esempi: «La legge Fornero sulle pensioni e il primo attacco all’articolo 18 del governo Monti son passati tranquillamente». E se ora la Camusso si oppone alla legge-delega, «non fa certo altrettanto con quei Job Act diffusi che vengono definiti in accordi che riducono diritti e salario», da ultimi «l’accordo del 10 gennaio con la Confindustria sulla rappresentanza e alcuni pessimi contratti». Lo scatto d’orgoglio contro Renzi? Meglio tardi che mai. Ma non è sufficiente «né a fermare l’offensiva di un governo che le contraddizioni del sindacato ben le conosce ed usa, né tantomeno a invertire la tendenza al degrado delle condizioni di chi lavora». Perché tutto questo cambi, conclude Cremaschi, «è necessaria una rottura di fondo della Cgil con la linea politica e le pratiche sindacali di questi trenta anni. Ma di questo, al momento, non si vede alcuna traccia».
http://www.libreidee.org/2014/10/complici-del-massacro-sociale-e-ora-contestano-renzi/
 
 

I NUOVI VENUTI


Così «I Nuovi Venuti» abbattono con il sangue il debito pubblico. Il romanzetto di Giorgio Dell’Arti è la cronaca di un violentissimo colpo di stato che azzera violentemente l’intera classe dirigente italiana: Berlusconi defenestrato da un antico albergo milanese, Fini decapitato, Casini impalato, D’Alema affogato nel Tevere, Veltroni lapidato 
  
Pubblichiamo uno stralcio de I nuovi Venuti, “romanzetto” scritto da Giorgio Dell’Arti per Edizioni Clichy.

Il libro è la cronaca di un violentissimo colpo di stato che azzera nel sangue l’intera classe dirigente italiana: Berlusconi defenestrato da un antico albergo milanese, Fini decapitato, Casini impalato, D’Alema affogato nel Tevere, Veltroni lapidato. E poi sindacalisti, magistrati, giornalisti, ex tribuni e capicorrente: tutti eliminati al ritmo del putsch che non conosce pietà per “ristabilire i princìpi” e definire le regole nel segno del terrore.

All’interno del programma relativo all’abbattimento dei costi, vennero... abrogati i quattrocento Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro e, con questi, gli integrativi territoriali e aziendali. Soppressi i trattamenti di fine rapporto e i diritti acquisiti, licenziato l’intero corpo dei lavoratori pubblici e privati. A questi fu tuttavia concesso di far domanda di riassunzione. Era escluso che l’impiego precedente costituisse titolo preferenziale. Soppresso il Servizio Sanitario Nazionale, mettemmo in conto risparmi per 112 miliardi. Soppresso il Sistema Pensionistico, mettemmo in conto risparmi per 260 miliardi. Soppresso il Sistema Scolastico, mettemmo in conto risparmi per 60 miliardi. Soppressa la Pubblica Amministrazione, mettemmo in conto risparmi per 500 miliardi, benché la Pubblica Amministrazione andasse comunque ricostituita, non essendo ipotizzabile un governo senza burocrazia, e sia pure un governo del Curatore. In questa fase mettemmo in conto risparmi immediati, su base annua, per quasi 950 miliardi.

Rimettendo in funzione Palmiano e San Donato, disponemmo però che a ogni ora del giorno e della notte fosse fornita la stessa quantità di energia, in modo da evitare picchi e segnare un altro risparmio da 25-30 miliardi. Le aziende furono obbligate a organizzare turni su tutte e ventiquattro le ore. Ai licenziati che avevano presentato domanda di riassunzione fu risposto che si presentassero agli Uffici di Collocamento Territoriale UCT. Milioni e milioni di italiani, dopo essere stati licenziati, chiedevano, senza azzardarsi a protestare, di essere riassunti. Lasciammo ai privati la libertà di comportarsi come meglio credevano, limitandoci ad assicurare l’assistenza di pattuglie di Uomini Rossi incrudeliti. Quanto alla Pubblica Amministrazione, requisimmo i Palazzacci di Roma e convocammo qui gli Aspiranti Burocrati. (...)

Vennero gli svizzeri a dirci che sarebbero stati interessati all’acquisto della Sardegna. Offrivano cento miliardi. Vennero i cinesi, e volevano la Basilicata e il Porto di Brindisi. Gli americani puntavano alla Sicilia, per via degli antennoni di Niscemi, ma nello stesso tempo sostenevano che non bisognava smembrare il Paese. Il Maestro Kronauer mostrò che sarebbe stato saggio assegnare il Nord-Ovest alla Francia, il Nord-Est alla Germania, ridare il potere temporale alla Chiesa e restringere l’Italia Propriamente Detta al Mezzogiorno, con capitale Napoli. Di questo si sta discutendo ancora adesso. Quelli della Coca-Cola vorrebbero cambiare il nome alla Piazza Fontana di Trevi, trasformandola in Piazza della Coca- Cola. Sono pronti, per questo, a sborsare un miliardo l’anno.

da Il Sole 24 Ore, domenica 19 ottobre 2014
tramite: http://cinquantamila.corriere.it

Si uccide in ufficio con la pistola di ordinanza. Il dolore del Questore e dei colleghi - Matteo (Renzi), Beppe (Grillo), deputati, ministri, giornalisti quando affronterete il tema dei suicidi degli uomini in divisa?

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Lo chiamavano affettuosamente “Er Pantera”, tanto era il suo attaccamento alla polizia e alle volanti. Ma Fabrizio Romoli, 51 anni, vicesovrintendente della polizia, aveva un dolore dentro che non ha sapuro sopportare. E poco prima di mezzogiorno ha preso la sua pistola di ordinanza e si è sparato. Un colpo alla tempia, nel suo ufficio, al primo piano del commissariato di via Ferrer. Lascia la moglie e due figlie di 26 e 24 anni, Federica ed Ilaria.
A trovarlo sono stati i suoi colleghi, richiamati dal colpo di pistola. Tutti sapevano che Fabrizio aveva dei problemi, dovuti allo stato di salute di alcuni suoi congiunti, ma nessuno al commissariato aveva immaginato che dentro di sé meditasse di farla finita.
In un primo momento si era anche sparsa la voce che il vicesovrintendente soffrisse a causa del trasferimento dall’ufficio volanti all’ufficio al porto, il 30 giugno scorso, ma il questore Marcello Cardona, accorso a Piombino appena avuta la notizia, ha seccamente smentito questa ipotesi. Fra l’altro da qualche giorno Fabrizio era anche tornato in sede e si occupava di amministrativa.

“Mezz’ora prima scherzava con me – racconta il collega Antonio Solito -, proprio non ha fatto capire cosa aveva in mente di fare. Lui così attaccato alla polizia, a questo commissariato, a una famiglia di amici più che di colleghi. Siamo distrutti”.
Originario di Ladispoli, aveva lavorato nella squadra mobile a Roma e poi per un certo periodo anche in questura a Lucca. Era a Piombino dal 2010, dove aveva un appartamento. Lunedì 27, nel pomeriggio, ci saranno i funerali nel paese in provincia di Roma.
“Lo vedevo ogni giorno nell’ufficio di fronte a me – racconta il dirigente del commissariato, Walter Deflino -. Era contento di essere tornato in sede dopo aver passato l’estate al lavoro sul porto.
Sapevamo dei suoi problemi e gli stavamo tutti vicino. Anche il questore è corso a Piombino e ha parlato ai colleghi, tutti molto scossi dall’accaduto. Poi insieme aspetteremo la famiglia”.
Il Sap di Livorno ha diffuso un comunicato: “Purtroppo un collega del Commissariato di Piombino, si è tolto la vita usando la pistola d’ordinanza. Questo è solo l’ultimo di un lungo elenco. I poliziotti vivono spesso situazioni di disagio personale che, se catalizzate da problematiche personali, raramente trovano un supporto degno di questo nome. Non è possibile entrare nel merito del caso specifico, troppo presto per esprimere pareri che potrebbero essere frutto dell’emozione del momento, possiamo però sottolineare come sempre più spesso i poliziotti siano abbandonati a se stessi. Succede a Piombino, succede a Livorno, succede in tutta Italia. Il nostro non è un lavoro da scrivania ma una professione difficile, che ci espone a stress e forti rischi. Quando allo stress si accumulano i disagi personali e viene a mancare il supporto, la comprensione, la condivisione, allora l’effetto può diventare dirompente, sino a vedere la soluzione estrema come unica via di fuga da quel dolore. In questo triste momento, come SAP siamo vicini alla famiglia del collega”.

 il Tirreno - 25 ottobre 2014
 tramite: http://www.sostenitori.info


Matteo (Renzi), Beppe (Grillo), deputati, ministri, giornalisti quando affronterete il tema dei suicidi degli uomini in divisa?

cielo-stellato 

Immagino gli uomini e le donne dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza, della Polizia Penitenziaria, della Guardia Forestale, dell’Esercito Italiano, della Marina Militare e dell’Aeronautica Militare come tante stelle che di giorno e di notte vegliano sulla vita di tutti gli altri cittadini.
E quando un uomo o una donna di costoro perde la vita e/o la salute per mano altrui o mano propria quel cielo diventa più vuoto e triste. Quel vuoto significa minor sicurezza per la collettività. Dietro la divisa vi sono uomini come tutti noi, con vizi, limiti, pregi e difetti. Con la divisa sono uomini e donne che si sacrificano, nonostante tantissimi problemi e stipendi bloccati, e quando c’è bisogno accorrono ed intervengono dove altri fuggono. Rischiano la vita più di altri e subiscono limitazioni e sacrifici anche le famiglie di costoro. Spesso la gente, quando parla di loro non sa cosa vuol dire indossare la divisa e/o non conosce le leggi.


Si parla spesso di forze di polizia, molto spesso quando un esponente di queste è sul banco degli imputati. Non si parla mai o raramente dei problemi di tali uomini. Non si parla della prevenzione per tutelare la salute ed evitare la perdita della stessa o della vita. Il tema dei suicidi è oscurato all’opinione pubblica.  Non ne parlano i massmedia, i politici, i ministri, i parlamentari, il presidente del Consiglio Matteo Renzi o il capo dell’opposizione Beppe Grillo. Loro parlandone possono affrontare e risolvere il problema. Perché non lo fanno?
DonneManager♔diNapoli.com chiede che i cittadini onesti si schierino dalla parte delle Forze di Polizia e non le lascino sole, invocando le Istituzioni e la classe dirigente/politica a fare altrettanto. Una manifestazione di solidarietà e vicinanza alle Istituzioni sane del Stato ed agli uomini ed alle donne che le rappresentano sono doverose oltre che necessarie. – Forze di Polizia civili e militari: il tema dei suicidi e della sicurezza del personale merita attenzione.
Noi stiamo con i Carabinieri, con i Finanzieri, con i Poliziotti senza se e senza ma. e, tu? Quanti altri uomini e donne delle Forze dell’ordine, devono morire per mano propria (suicidi) o altrui, affinché l’Italia intera affronti con determinazione e coscienza detti problemi?

di Vincenzo piscitelli - 25 ottobre 2014
fonte: http://donnemanagerdinapoli.com

 

Dalla Chiesa e La Torre


DALLA CHIESA LA TORRE 

 

Cominciamo da Pio La Torre e da Carlo Alberto Dalla Chiesa e dalla trattativa fra Stato e mafia per Comiso, mentre Francesco Cossiga era capo del Governo, certificata dal generale Carlo Jean, ascoltato consigliere di Cossiga.


Giorgio Napolitano apparve più che altro preoccupato della trattativa degli anni ’90 tra Stato e Mafia. Non di meno quella non fu la prima né la più importante, visto quanto intercorse fra Stato e Mafia per schierare gli euromissili a Comiso. La trattativa su Comiso è a sua volta collegata all’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Molte verità sono in due archivi: quello dei servizi segreti a Forte Braschi e quello dei Carabinieri. La traccia qui svelata sarebbe inesorabilmente divenuta evidente agli occhi dei martiri Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lo stesso filo passò nel telaio infetto di Vito Ciancimino, il cui figlio tuttavia sembra non sapere nulla, finora. Andiamo con ordine, facendo attenzione alle date.

Prima del martirio di Pio La Torre

Trent’anni fa, primavera del 1982, s’acuì lo scontro tra pacifisti e Partito Comunista Italiano (Pci), i primi contrari allo schieramento degli euromissili a Comiso, il Pci favorevole ma con pesanti ambiguità. L’anima del movimento pacifista antimissili fu Pio La Torre, a dispetto della sua qualità di carismatico dirigente del Pci. Il Pci tuttavia non parve condividere il fervore di La Torre, visto che il partito dette via libera ai missili a primavera 1980, quando il Parlamento approvò la “doppia decisione” della NATO.
Chiara Valentini, biografa di Enrico Berlinguer, dichiarò più tardi che Pio La Torre nell’ultimo periodo era in crisi con la destra del Pci: ebbe divergenze con Napolitano che tendeva a rassicurare l’Occidente sulla politica estera del Pci e non s’intese più nemmeno con Paolo Bufalini (mentore politico di La Torre della prima ora) che di lui disse: «Prendiamo con prudenza le parole di Pio perché è uno che è abituato a esagerare un po’, dalla mafia è ormai ossessionato».
La “doppia decisione” fu resa pubblica a luglio 1980. Il governo italiano dette a intendere di schierare i missili in Veneto. Fu una manovra diversiva di Francesco Cossiga; gli americani avevano già deciso per la Sicilia, a Comiso, in provincia di Ragusa, sulla costa meridionale dell’isola. La “doppia decisione” della Nato poneva Mosca davanti a due alternative: smantellare tutti i propri missili a breve e medio raggio; oppure, se il Patto di Varsavia non avesse accettato, l’Alleanza avrebbe schierato gli euromissili.

Il denaro suggella gli accordi
I giganteschi lavori cominciarono. Lo sgangherato e vecchio aeroporto Magliocco di Comiso diventò base per i sofisticati missili statunitensi e le relative tecnologie. Si resero necessari, anzi indispensabili, considerevoli lavori stradali, affinché fosse possibile ridislocare senza limiti logistici gli autocarri coi missili, portandoli sulle basi di lancio, sparse per l’Isola.
Agli inizi degli anni ’80 piovvero migliaia di miliardi di lire, tra finanziamenti nazionali e statunitensi. L’ammontare definitivo è incalcolabile; un “diluvio di denaro”. Gli appalti per la base furono conferiti direttamente dalle autorità statunitensi col benestare della loro Intelligence.
Chiunque abbia avuto parte in questa vicenda, traendone vantaggio economico o di posizione, sotto qualunque forma, deve averlo negoziato cogli Stati Uniti d’America. Questo valse anche per il Pci che ai missili dette il proprio consenso. È  appena il caso di ricordare che la trattativa si impose anche con la mafia, come vedremo. 
Il punto unificante del consenso tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano, al di là delle convergenze atlantiche più o meno dichiarate, il collante inconfessato non poté che essere il denaro.
D’altronde la composizione del consenso fra Pci e Dc doveva passare e passò, come s’è detto, attraverso l’indispensabile consenso della mafia, la cui sensibilità per il denaro è incontrovertibile e dirimente.
La convergenza fra Pci e Dc non potè quindi passare che attraverso il medesimo denaro cui era interessata la mafia.

La politica e gli Euromissili
Il dibattito sugli Euromissili fu acceso dal cancelliere tedesco Helmut Schmidt, a primavera del 1977. Meno d’un anno dopo Giorgio Napolitano guidò la delegazione del Pci a Washington – 4 al 19 aprile del 1978 – per garantire l’affidabilità atlantica del Pci. Erano i primi giorni di prigionia del presidente Aldo Moro, rapito per essere ucciso per mano delle Brigate Rosse.
Il tentativo della Democrazia Cristiana di far negare il visto da Washington alla delegazione del Pci fu un clamoroso fallimento. L’ambasciata statunitense a Roma, d’intesa col dipartimento di Stato, garantì il visto. Essa individuò evidentemente un preciso tornaconto per scontentare la Dc, apparentemente il partito più vicino agli Usa in quel momento. Era ancora davvero così vicina? Lo era anche dopo la dichiarazione di affidabilità atlantica del Pci, di due anni prima?
Quattro giorni prima delle elezioni politiche di giugno 1976, Enrico Berlinguer rilasciò un’importante intervista a Giampaolo Pansa del Corriere della Sera. «No, siamo in un’altra area del mondo» rispose a Pansa che domandava se Mosca gli avrebbe fatto fare la stessa fine di Alexander Dubcek [il leader della Primavera di Praga, NdR].
«Insomma – insistette Pansa – il Patto atlantico può anche essere uno scudo utile per costruire il socialismo nella libertà?»
Berlinguer diede una risposta inaspettata:«Io voglio che l’Italia non esca dal Patto atlantico anche per questo e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, sotto l’ombrello della NATO, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi di limitare la nostra autonomia». Queste parole stravolsero il quadro politico, italiano e NATO.
Un tale passo non poté essere compiuto senza una preventiva azione esplorativa circa il favore che avrebbe incontrato negli Stati Uniti. In caso contrario, l’intervista di Enrico Berlinguer a Giampaolo Pansa sarebbe stato un inutile atto temerario, in conseguenza del quale il segretario generale del Pci sarebbe potuto rimanere in mezzo al guado se la risposta di Washington fosse stata tiepida, ufficialmente o ufficiosamente. È logico pertanto presumere che la linea Berlinguer avesse sostegni ben concordati a Washington e forse non solo lì.
La riflessione e le caute esplorazioni iniziarono dopo il fallito attentato a Sofia nel 1973, o prima?

L’attentato a Berlinguer

 Il 3 ottobre 1973 Berlinguer tenne una veloce visita a Sofia. Nella capitale bulgara incontrò i vertici del partito comunista e quella stessa sera stava tornando in Italia. Sulla strada per l’aeroporto, nella coda del traffico, un camion militare carico di pietre, proveniente dalla corsia opposta, si staccò dalle altre auto e colpì violentemente la vettura su cui viaggiava Berlinguer.

Il segretario del Pci si salvò miracolosamente; l’interprete morì e gli altri due funzionari erano in condizioni critiche. Berlinguer decise di tornare subito a Roma e non passare la notte in ospedale come gli fu proposto.
L’attentato fu tenuto accuratamente nascosto dal 1973 al 1991. Neppure la morte di Berlinguer, nel 1984, indusse a sciogliere il segreto.
Un segreto così ben custodito ebbe e tuttora ha un significato univoco: quello di custodire un ulteriore segreto, ben più solido e inconfessabile più dello stesso attentato. Quale? Dopo tanti anni non c’è che un segreto possibile, l’accordo con gli Usa certamente prima del 1976, anzi ancor prima del 3 ottobre 1973, quando il tentativo di ucciderlo è segno che Berlinguer ha tradito i suoi compagni del Patto di Varsavia.
Solo il tradimento politico e operativo poteva giustificare l’attentato. Solo se il leader del Pci avesse mutato gli equilibri di alleanza politica e militare con Mosca – e non per semplici teorizzazioni politiche, peraltro comuni a quel tempo in molti partiti comunisti in Europa occidentale e orientale – solo un tale tradimento giustificava la sua condanna a morte.
Pietro Secchia, il più pericoloso e occhiuto controllore di Berlinguer per conto di Mosca, morì a luglio del 1973. In quei mesi quindi si creò una situazione favorevole per uno strappo operativo con Mosca, un tradimento vero e proprio dell’alleanza con Mosca da parte di Berlinguer, tale da giustificare l’attentato del successivo 3 ottobre, con una severità significativa.
In precedenza si era manifestata una analoga condanna contro Imre Nagy, presidente del governo ungherese che si era ribellato a Mosca nel 1956. Invece ciò non avvenne con Alexander Dubček, leader della Primavera di Praga nel 1968, il quale mise in discussione l’equilibrio Est-Ovest. Cinque anni dopo, Mosca, attraverso Sofia, tentò  invece di uccidere Enrico Berlinguer, il quale apparentemente non aveva fatto nulla di neppure comparabile a quanto imputato a Dubček. Quale fu il tradimento di Berlinguer, tale da indurre Mosca di decidere di ucciderlo nel 1973?
Emanuele Macaluso fu depositario di tale pesantissimo segreto sino al 1991 quando lo svelò in un’intervista.
Mentre il presidente Aldo Moro era prigioniero per essere ucciso e Giorgio Napolitano era negli Stati Uniti, inviatovi da Berlinguer, a fare non si sa che cosa, Emanuele Macaluso partecipò a un convegno a Roma; tema:”Chi sono i padri delle Brigate Rosse?”. Sarebbe stato, quel convegno, un’eccellente occasione per ricordare l’attentato a Berlinguer. Macaluso non se ne ricordò.
Emanuele Macaluso non se ne ricordò neppure quando fu direttore de l’Unità, tre anni dopo, ai tempi dell’attentato a Giovanni Paolo II, quando Alì Agca accusò i bulgari, a maggio 1982.
Emanuele Macaluso non poteva sapere che il turco poi avrebbe smentito. Eppure l’Unità attaccò la pista bulgara, mentre Emanuele Macaluso dimenticava ancora una volta l’attentato a Sofia del 1973. È lo stesso giornale, l’Unità, che in quella primavera del 1982 non s’accorge dell’isolamento pericoloso verso il quale scivola il povero Pio La Torre.
Il dibattito parlamentare sulla “doppia decisione”  della NATO si svolse a giochi fatti da tempo, che piacesse o meno all’ala moscovita del Pci, che fosse gradito o meno al fastidioso Pio La Torre.
«No. Siamo in un’altra area del mondo» Berlinguer aveva risposto a Pansa, sei anni prima, quando erano passati tre anni dall’attentato di Sofia. Il giornalista gli aveva chiesto se Mosca gli avrebbe fatto fare la stessa fine di Alexander Dubcek. «No» rispose, ma come faceva a esserne così sicuro?
Era stato raggiunto un altro equilibrio tra Washington e Mosca, nel quale il Pci aveva una differente collocazione rispetto al partito di Palmiro Togliatti.

La contropartita
La base di Comiso fu un enorme affare in forniture militari ma anche una cuccagna di appalti e di traffici d’ogni genere. Claudio Fava scrisse anni dopo: “Tutto questo, naturalmente, non è passato su Comiso e dintorni senza lasciare traccia: anzi; si è probabilmente avverata nel corso degli ultimi tre anni la “profezia” di Pio La Torre, il deputato comunista ucciso dalla mafia: «…Si vedrà presto a Comiso lo scatenarsi della più selvaggia speculazione, dal traffico di droga al mercato nero, alla prostituzione, con il degrado più triste della nostra cultura e della nostra tradizione»”.
Relazione di minoranza (fra cui il Pci) della Commissione antimafia nel 1984: «(la base NATO di Comiso) rappresenta un elemento che accelera in modo impressionante i processi di degenerazione e di inquinamento della vita sociale e politica».
Tutto vero e anche tutto prevedibile: sia mentre il Pci approvava la “doppia decisione della NATO”, sia quando, pochi mesi dopo, l’irriducibile Pio La Torre ricoprì la carica di segretario del Pci siciliano.
Non di meno la guerra per posizionarsi opportunamente per affondare le mani nelle montagne di miliardi era avviata da tempo, coinvolgendo molte parti. Riguardò la politica, la mafia e l’imprenditoria e quanti nelle rispettive organizzazioni avevano i contatti giusti in Italia e negli Usa. Riguardò anche i servizi europei e statunitensi, senza escludere quelli sovietici. Quando le cifre sono da capogiro ogni accordo è possibile, ogni corruzione è probabile, ogni tradimento è giocabile. Rimaniamo tuttavia in Sicilia.
Nell’isola la nuova contiguità fra il Pci e Washington incontra un problema che esige una soluzione strategica. La mafia al potere in quel momento derivava da quella che nel Dopoguerra era stata legittimata dopo l’invasione dell’Isola da parte degli Alleati. Attraverso vicissitudini che qui è inutile approfondire, il vertice mafioso alla fine degli anni ’70 era nel sistema di potere della Democrazia Cristiana, ma non del PCI. Occorreva una ristrutturazione del potere mafioso che tenesse conto dei nuovi equilibri atlantici.

I Corleonesi vincono la guerra di mafia
Mentre l’Italia si interrogava sul “compromesso storico”, una guerra senza quartiere contrappose la vecchia mafia, al potere dal Dopoguerra, ai rampanti Corleonesi, guidati prima da Luciano Liggio e, dopo la morte di questi, da Totò Riina. Una guerra di mafia c’era già stata agli inizi degli anni ’60 ed era stata sanguinosa, ma nulla al confronto della successiva, i cui primi colpi furono sparati esattamente nel 1977, mentre Schmidt parlava di euromissili.
La politica annunciava gli euromissili, il Pci aasorbiva la nuova strategia atlantica e – singolare coincidenza – i Corleonesi conquistarono di pari passo il potere di vertice mafioso e, con esso, la capacità di affondare le mani negli affari lucrosi in vista.
Da quel momento i Corleonesi godettero di un’impunità ventennale, ottenibile solo con protezioni ad altissimo livello politico; protezioni dispiegabili solo da un’entità che fosse allo stesso tempo sovraordinata alle autorità italiane e alla stessa mafia. Questa autorità doveva necessariamente risiedere negli Stati Uniti proprio dove il progetto euromissili aveva già una sua fisionomia precisa.
20 Agosto 1977. Salvatore Riina, astro nascente dei Corleonesi, uccise il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo. Questi non era un colonnello qualsiasi, bensì il sensore avanzato di Carlo Alberto Dalla Chiesa verso Giuseppe Di Cristina, boss di punta nella Commissione di Cosa Nostra, inutilmente contraria alle efferatezze di Riina e uomo legato alla DC.
La Commissione di Cosa Nostra non fu d’alcun aiuto a Di Cristina, assassinato il 30 maggio 1978.
Quindici giorni prima Di Cristina svelò ai carabinieri che Luciano Liggio, boss dei Corleonesi, voleva assassinare il giudice Cesare Terranova, da poco rientrato nella magistratura palermitana dopo una parentesi parlamentare. Egli rivelò pure che Liggio uccise Pietro Scaglione, procuratore capo di Palermo. Di Cristina concluse che i Corleonesi stavano dando la scalata alla mafia.
Cesare Terranova fu ucciso, i verbali dei Carabinieri rimasero nei cassetti della magistratura e nell’archivio centrale dell’Arma. Non sarebbe tuttavia bastata la magistratura a coprire i Corleonesi.
Fino alla fine degli anni ‘90 la tesi “non esiste una sola mafia” fu cavallo di battaglia dell’Fbi; così volle il suo fondatore Edgard Hoover. Questi costituì un potere parallelo nell’amministrazione americana, occulto e acostituzionale, perfettamente dimensionato per entrare in relazione cogli analoghi poteri sparsi per il mondo. Quel potere fu irradiato in tutti i paesi vassalli degli Usa. Fbi e mafia viaggiarono sullo stesso treno anche se in carrozze differenti, almeno sin dai tempi del duplice assassinio dei fratelli Kennedy.
Le cose cambieranno quando la mafia corleonese diverrà superflua, dopo la fine della Guerra Fredda; fino ad allora tuttavia i traffici di droga fra Sicilia e Stati Uniti corsero indisturbati. Quando condussero a qualche arresto eccellente, come Gaetano Badalamenti, si trattò d’avversari dei Corleonesi. I sequestri dei beni in conseguenza della legge La Torre? Fino alla fine della Guerra Fredda colpirono solo la mafia perdente; e anche dopo a ben vedere. Tutti gli investigatori e i magistrati italiani, frappostisi ai traffici in Sicilia e fra la Sicilia e gli Stati Uniti, furono massacrati impunemente.
Ricordiamo solo alcuni martiri d’una lunghissima lista.
Gennaio 1979: la mafia uccise Boris Giuliano il capo della squadra mobile di Palermo. Settembre: è la volta del procuratore della Repubblica Cesare Terranova.
6 Gennaio 1980: omicidio del presidente della regione Sicilia, Piersanti Mattarella.
4 Maggio: omicidio del valoroso capitano Emanuele Basile, comandante la compagnia carabinieri di Monreale, legatissimo a Paolo Borsellino.
6 Agosto: assassinio del procuratore capo della repubblica di Palermo, Gaetano Costa.
13 Giugno 1983: uccisione del valoroso capitano Mario D’Aleo, successore di Emanuele Basile. Tre mesi prima, il 13 marzo, furono assolti gli assassini di Emanuele Basile.
Nel 1988, il 25 settembre, fu la volta del Presidente di Corte di Appello Antonino Saetta, il quale, condannando i mafiosi prima assolti per la morte di Basile, squarciò un velo, immediatamente ricucito, tuttavia.
4 aprile 1992. Uccidono l’indimenticato maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, validissimo collaboratore di Paolo Borsellino. È l’omicidio che prepara Capaci e via D’Amelio.
La strategia militare si adatta ai nuovi equilibri

COMISO01 

Incuranti di deludere quanti certificano una mafia debole quando uccide, i Corleonesi sparsero fiumi di sangue mentre le autorità politiche portavano avanti la scelta di Comiso. Questa singolare coincidenza, che coincidenza non è, accompagna una scelta militare assurda in apparenza proprio sotto il profilo militare, in realtà graditissima alla cupola mafiosa e non solo a essa per il volume di affari che consentiva.
Nel 1962, durante la crisi di Cuba, i missili furono schierati a Gioia del Colle, 40 chilometri a Sud di Bari.
Comiso era 500 chilometri indietro di quanto fosse Gioia del Colle rispetto all’Unione Sovietica.
Era dunque una scelta militarmente senza senso: un’arma strategica non rinuncia a una fascia di 500 chilometri, dov’è accertata la presenza di centinaia d’obiettivi remunerativi, compresa Mosca, la capitale.

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