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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

10/03/14

All’India che non molla i marò non basta il boom economico


NON DIMENTICHIAMOLI


B__WEB
C'è qualcosa di barbarico e di ingiusto nell'India che non vuole far tornare in Italia i nostri due marò. Barbarico perché il Paese, nato da una lotta contro il colonialismo, si mostra coloniale senza però avere l'equilibrio della democrazia britannica. Come se un contrappasso storico, culturale, di rapporto con il mondo si fosse impossessato degli indiani. Spirituali, profondi, così vengono visti dagli intellettuali della sinistra italiana i luoghi delle Indie, al plurale nell'errore di Cristoforo Colombo, scopritore a sua insaputa, dell'America. Ma al plurale anche per noi perché due anni e passa in attesa di giudizio sono il segno di una barbarie plurale e ripetuta.
È tempo che l'India rimandi in Italia i nostri due fucilieri, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, e non li usi come pretesto per le proprie beghe elettorali, per i suoi conflitti interni. Per i fatti propri insomma. Le cronache di un Paese esotico alla democrazia, nonostante venga considerata la più popolosa democrazia del mondo, dicono che i problemi per Nuova Delhi e dintorni sono parecchi. Accade ad esempio che la polizia della città arresti 14 persone dopo che attivisti di due partiti politici rivali si sono scontrati nelle strade della capitale provocando decine di feriti. A dirlo è il portavoce della polizia Rajan Bhagat, che afferma che i 14 sono stati arrestati con l'accusa di disordini e assemblea illegale. Le violenze si sono verificate nei giorni scorsi, alcune ore dopo che la Commissione elettorale aveva annunciato che le elezioni parlamentari si svolgeranno in più tappe fra il 7 aprile e il 12 maggio. Secondo la ricostruzione della polizia i sostenitori del partito Aam Aadmi hanno attaccato la sede principale nella capitale dello schieramento di opposizione Bharatiya Janata.
Scontri simili si sono verificati a Luknow, la capitale dello Stato settentrionale dell'Uttar Pradesh. Un dettaglio che svela tutta la barbarie che l'India sta vivendo, sulle regole intendiamo. Se le democrazie scelgono di concentrare il voto elettorale in uno o due giorni il motivo c'è ed è lapalissiano. Evitare brogli. Più si dilata il periodo in cui si può votare, magari cambiandolo anche a seconda delle zone, e più si rischiano manipolazioni e trucchetti. A tappe si fanno le corse ciclistiche non i Parlamenti. E in India addirittura hanno scelto di votare in 35 giorni. Che sarebbero 35 giorni di urne aperte. Ma dove siamo? Le anime belle che paragonano il boom economico e le prime fasi democratiche dell'India a quelle vissute nel nostro Paese dopo la II Guerra mondiale, sbagliano. Eccome. L'Italia dal tempo dei romani codifica e applica un sistema di diritto, ed il nostro referendum tra monarchia e Repubblica, il voto per la Costituente e le prime elezioni politiche del 1948 sono state e sono tuttora un modello di democrazia partecipata e popolare da studiare.


A Nuova Delhi dovrebbero cominciare a lavorarci su ed a rileggersi anche le garanzie di libertà che uno Stato democratico ha il dovere di rispettare. Dove è finito il rispetto verso i nostri due marò? Ce li rimandino e per favore evitino, gli indiani, il ruolo di vittime del colonialismo culturale italiano. Gli unici colonialisti fuori dal tempo sono rimasti loro. Certo, economicamente hanno grandi potenzialità e attraggono i desideri economici del mondo, lo sappiamo.
La casa automobilistica tedesca Daimler, per fare un esempio, ha iniziato dappoco la costruzione di una nuova fabbrica per produrre autobus nel sud dell'India. Il nuovo stabilimento dovrebbe essere completato a marzo 2015. L'impianto, che costerà 69 milioni di dollari, avrà una capacità iniziale di 1.500 autobus all'anno, ma Daimler conta di estenderla a 4.000 veicoli all'anno nel medio termine. Daimler conta di aumentare le vendite nel secondo più grande mercato al mondo per gli autobus, dove il produttore locale Tata è leader. Questo piccolo fatto di cronaca è il segno che l'economia respira aria di boom e che in molti vogliono l'India. Ma non basta un boom economico a far arrivare la democrazia piena (vedi anche esempio della Cina). L'Italia nel periodo 1946-60 è riuscita a mettere insieme entrambi, democrazia e boom, e per questo gli indiani dovrebbero studiarci con ammirazione e rispetto. Un rispetto che deve cominciare dal liberare subito i nostri due marò.












Massimiliano Lenzi 

fonte: http://www.iltempo.it - 10/3/14

“Italia” al posto di “India” nell’alfabeto Icao: la protesta dei piloti in nome dei marò

I piloti italiani stanno cominciando a boicottare la versione ufficiale dell'alfabeto Icao in onore dei marò trattenuti in India. 


"Italia" al posto di "India" nell'alfabeto Icao: la protesta dei piloti in nome dei marò

E' una protesta pacifica, quella che i piloti civili italiani hanno messo in atto per dimostrarsi vicini a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri italiani trattenuti in India per aver ucciso due pescatori scambiandoli per pirati.
L'idea dei piloti di aerei di linea è infatti quella, simbolica, di boicottare l'alfabeto Icao, quello, ovvero, che serve nelle comunicazioni in volo. Questo, nella versione tradizionale, per la lettera I prevede l'utilizzo della parola "India": nella versione di protesta, invece, il termine è stato sostituito con "Italia".



















Tutto ha avuto inizio dal web, dove l'iniziativa è stata lanciata a fine febbraio. Nel giro di pochi giorni, dunque, i piloti hanno iniziato ad accoglierla e sono sempre più coloro che si uniscono alla protesta, annunciano di proseguire fintato che i due marò non verranno liberati.

9 marzo 2014-
fonte: http://www.articolotre.com

Bamboccione Kim scaricato persino dai cugini di Pechino

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Michele Marsonet si pone il quesito geo politico: ‘Fine dell’idillio tra Cina e Nord Corea?’. Problema reale che non farà però perdere il sonno al mondo. Perché il quesito non è quanto sia cretino e paranoico Kim Jong-un, quanto piuttosto cosa ancora potrebbe combinare il bamboccione atomico
La Repubblica Popolare di Corea sta seriamente rischiando di perdere l’unico alleato rimastole, vale a dire la Cina. E’ quanto si deduce dalla notizia, diffusa da diverse agenzie di stampa internazionali, che i cinesi hanno tracciato una sorta di “linea rossa” oltre la quale i nordcoreani non possono spingersi.
Il ministro degli esteri di Pechino Wang Yi ha infatti affermato che la penisola coreana è troppo vicina al suo Paese per consentire che in essa si svolgano “giochi di guerra”, aggiungendo che nessun tipo di instabilità nell’area sarà tollerato da quella che è ormai a tutti gli effetti la seconda potenza mondiale.
Si noti, innanzitutto, il tono aspro e ultimativo della dichiarazione. A differenza di quanto accadeva in tempi non molto lontani la Cina, che sembra sempre più cosciente della propria forza tanto economica quanto militare, non usa più toni soft e si comporta da nazione dominante.

La nuova leadership, insomma, non nasconde le proprie ambizioni globali e, in Estremo Oriente, pare aver adottato una sorta di “dottrina Monroe” adattata alla realtà asiatica.
Come gli USA considerano il Sud America una sorta di “cortile di casa”, così la Repubblica Popolare fa capire chiaramente che tutto ciò che avviene nei dintorni dei suoi immensi confini rientra nella propria sfera d’interessi. Il caso della crescente tensione con il Giappone per le isole Senkaku/Diaoyu è, da questo punto di vista, emblematico.
Si rammenterà che quando Kim Jong-un fece eliminare lo zio Jang Song-thaek, ex numero due della gerarchia nordcoreana, si notò subito che lo scomparso era per l’appunto ritenuto l’uomo di Pechino a Pyongyang.

E, non a caso, la colpa principale addotta per giustificare la sua esecuzione è quella di aver reso grandi favori economici alla Cina e cospirato con Pechino per indebolire, o addirittura rovesciare, il giovane nipote. Poi uscì la notizia raccapricciante -ma mai confermata- che Jang Song-thaek venne dato in pasto a una muta di cani affamati.
E pure in questo caso si rimarcò che la notizia era filtrata in Occidente grazie a fonti cinesi, in particolare un quotidiano di Hong Kong vicinissimo al governo di Pechino. Se ne dedusse che la Cina era ormai stanca di un alleato piuttosto scomodo, al punto di “ripensare” i rapporti con la Corea del Nord prendendone le distanze.



L’ultima uscita di Wang Yi sembra suffragare in modo assai chiaro l’ipotesi di cui sopra. Il 7 marzo i cinesi hanno deplorato con toni duri il fatto che un missile nordcoreano ha rischiato di colpire un loro aereo civile, e ora aggiungono che una pace stabile e durevole nella confinante penisola è possibile solo grazie alla completa denuclearizzazione. Il che significa un invito esplicito a smantellare l’arsenale nucleare di Pyongyang.
Non solo. Da parte cinese giunge pure un “forte” invito a riprendere i colloqui di pace tra le due Coree, e l’indizio che Pechino non si opporrebbe più alla richiesta di mettere sotto accusa i comportamenti del regime nordcoreano in sede ONU.

Quali saranno le reazioni di Kim Jong-un? E’ un quesito cui nessuno può rispondere con certezza considerata la sua imprevedibilità. Tuttavia l’irritazione del loro ministro degli esteri lascia capire che i cinesi non sono più disposti a proteggere a ogni costo lo scomodo alleato. E che forse sanno di avere a Pyongyang forze “amiche” sulle quali contare.

Michele Marsonet  9/3/14
fonte: http://www.remocontro.it

 

09/03/14

CASO MARÒ: UNA QUESTIONE DI STATO … DI DIRITTO


CASO MARÒ




«Ho visto Latorre fare segnali luminosi mentre Girone monitorava il bersaglio con il binocolo. Quando le sue azioni non hanno prodotto risultati, Latorre mi ha ordinato di attivare il resto del nucleo. Ho usato la radio Vhf per chiamare gli altri e sono corso nella cabina a prendere le mie armi», si leggerà nella deposizione di un Marò.

«L’equipaggio della St Antony era in navigazione da giorni e tutti, eccetto i pescatori Valentine Jelestine e Ajeesh Pink, stavano dormendo sul ponte. Jelastine era al timone», si legge nel Rapporto ad interim della polizia del Kerala.

«Girone identifica tramite binocolo, la presenza di persone armate a bordo del motopesca. In particolare si accorge che almeno due dei membri dell’equipaggio sono dotati di armamento a canna lunga portato a tracolla», riporta l’”Inchiesta Sommaria” condotta dall’ammiraglio Alessandro Piroli, capo del terzo reparto della Marina.
Diversa la testimonianza del comandante Vitelli: «Ho mandato un’email al Centro di soccorso marittimo italiano alle 17,47 ora della nave».
Le autorità del Kerala, dopo aver contato, una per una, più di 10.000 cartucce trovate a bordo della Lexie, hanno appurato che mancavano 20 proiettili di calibro 5,56 dai fucili mitragliatori Beretta in dotazione ai Marò italiani. Attraverso la perizia balistica hanno poi accertato che il calibro dei proiettili sparati contro il peschereccio e i due indiani era esattamente lo stesso, 5.56. E che le loro caratteristiche erano quelle tipiche delle munizioni Nato usate nei fucili Beretta. A essere contestate dagli esperti italiani sono le conclusioni successive della perizia balistica. Gli indiani hanno infatti concluso che Jelestine e Binki sono stati uccisi da pallottole sparate da due fucili diversi. Non solo: che quei fucili non erano in dotazione ai Marò accusati, Latorre e Girone, bensì a due loro commilitoni.
La metodologia usata dagli indiani per la perizia balistica è stata criticata poiché, sebbene abbiano utilizzato microscopi comparatori della Leika di un modello un po’ più vecchio ma non troppo dissimile da quelli italiani, hanno lavorato a un livello di ingrandimento insufficiente. Altresì, l’esame è stato approntato da un perito giovane, senza aiuto e senza includere alcuna foto. Le traiettorie dei colpi, oltre che le testimonianze, indicano infatti che la distanza tra i due mezzi era di almeno 200 metri. E poiché i fucili Beretta non erano dotati di cannocchiali, vuol dire che i fucilieri non erano in grado di prendere la mira.

A quasi due anni di distanza, l’azione del governo italiano e del Ministero degli Esteri si è immediatamente attivata con la presenza in India del sottosegretario De Mistura ed è stata continua e incessante. La linea sostenuta con fermezza dall’Italia è che l’episodio incriminato sia avvenuto in acque internazionali, dove vige il diritto dello Stato la cui nave batte bandiera, e che i due Marò in quel momento stessero esercitando funzioni di militari in missione all’estero e che dunque agissero per conto dello Stato italiano; in tale veste essi godono dell’immunità della giurisdizione rispetto agli Stati stranieri. D’altra parte, lo Stato del Kerala ha da subito considerato il fatto di propria competenza, in quanto i due pescatori uccisi erano di nazionalità indiana; ed il governo centrale, soggiogato dal potere politico, ha avuto uno strettissimo margine di manovra.



La diplomazia italiana si è sempre mossa a difesa della cooperazione internazionale: se l’episodio si risolvesse a sfavore dell’Italia, questo costituirebbe un pericoloso precedente per le missioni antipirateria. Ferma su questo punto, l’Italia non ha mai nascosto di cercare stati alleati per far pressione in questo senso sull’India.
La chiusura delle indagini era bloccata anche dal fatto che la polizia investigativa NIA riteneva fondamentale prima di presentare il risultato del suo lavoro al giudice interrogare gli altri quattro Marò che formavano con La Torre e Girone il team di sicurezza sulla Enrica Lexie. Di fronte all’impossibilità di disporre dei quattro a New Delhi per l’opposizione del governo italiano, l’interrogatorio è avvenuto in videoconferenza l’11 novembre. I quattro fucilieri – Renato Voglino, Massimo Andronico, Antonio Fontana e Alessandro Conte – sono giunti all’ambasciata indiana di via XX Settembre alle 9 circa, accompagnati dall’inviato del governo italiano per il caso dei Marò, Staffan De Mistura, e dall’avvocato dello Stato che segue i legali indiani di Latorre e Girone, Carlo Sica. Ad attenderli, in collegamento da New Delhi, c’era la National Investigation Agency. I quattro, ascoltati separatamente alla mera presenza di un traduttore, «hanno detto tutto quello che sapevano» anche perché, essendo interrogati «in qualità di persone informate dei fatti e, potenzialmente, futuri testimoni non potevano rifiutarsi».

La Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare del 1982 ratificata, tra gli altri, dall’Italia e dalla stessa India, recita che in caso di incidenti nel mare internazionale spetta allo Stato di cui la nave batte bandiera esercitare la giurisdizione. Questo vuol dire che nel caso della Enrica Lexie la competenza a iniziare azioni penali o disciplinari è unicamente delle autorità italiane visto che, come sembra, i fatti sono avvenuti nel mare internazionale. L’intervento dei due militari del battaglione San Marco nei confronti del peschereccio indiano sospettato di pirateria è avvenuto al di là del mare territoriale, al largo delle coste di Kerala, nel mare internazionale. Qui, per fissare regole certe sulla competenza, la Convenzione di Montego Bay ha stabilito che la giurisdizione, proprio per evitare l’insorgere di controversie tra Stati sull’attribuzione della competenza, debba essere affidata allo Stato di cui la nave batte bandiera. In questo caso l’Italia. Non solo. L’articolo 97 della Convenzione stabilisce che il fermo o il sequestro della nave non possono essere disposti da nessuna autorità che non sia lo Stato di bandiera che ne ha la giurisdizione esclusiva.
Altresì, i due militari che operavano a bordo della Enrica Lexie hanno agito in base alla legge n. 130 del 2 agosto 2011, adottata dal Parlamento per dare esecuzione alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Sono state le Nazioni Unite a chiedere agli Stati l’adozione di misure più efficaci per combattere la pirateria che prolifera nelle acque al largo dell’India e della Somalia. I militari, inviati a bordo di una nave privata per garantirne la sicurezza, agiscono in base al diritto internazionale, nel pieno rispetto del codice penale militare di pace, ricevendo ordini non dal comandante della nave privata, ma dai vertici militari. È il comandante del nucleo ad avere la piena responsabilità delle operazioni condotte per contrastare la pirateria. Gli atti dei due militari, quindi, sono imputabili allo Stato che, al massimo, ne potrebbe essere chiamato a rispondere con un risarcimento dei danni se si dimostrasse un’illiceità del comportamento. La stessa Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare prevede che, in caso di interventi motivati da un sospetto di pirateria che poi risulta infondato, lo Stato sia responsabile unicamente per i danni e le perdite provocate.



Sotto il profilo processuale, non bisogna dimenticare i fatti più importanti:

    i pescatori hanno dato nell’arco di due mesi successivi al fatto diversi orari e posizioni, tutti incompatibili per l’uno o per l’altro elemento con la posizione della Enrica Lexie al momento degli spari;
    i testimoni italiani sono univoci nell’affermare che la barca oggetto dell’azione antipirateria non fosse il St. Antony.

L’unico elemento di rilievo tecnico è la perizia balistica ad opera di un consulente indiano. La decisione del Tribunale di Kollam del 29/02/2012 di non ammettere alla perizia balistica i due esperti nominati dalla difesa, invaliderebbe la stessa in qualsiasi tribunale di uno Stato di Diritto. La perizia balistica è giuridicamente nulla e andrebbe rifatta, ma ad oggi non esistono gli elementi per poterla rifare. Poi, il referto dell’autopsia delle salme eseguita in India il giorno 16/02 ed esaminato per le vie brevi da un giornalista italiano indica la repertazione di un proiettile con misure totalmente incompatibili a quelli in dotazione ed usati dai due imputati. Calibro 7.62mm quello repertato, calibro 5.56mm quelli in dotazione ai militari italiani a bordo della Enrica Lexie. Infine, i numeri di matricola dei fucili sequestrati dalle autorità indiane da cui si dichiara siano usciti i proiettili che hanno colpito il peschereccio e ucciso le due vittime non sono quelli in dotazione ai due imputati.

Dopo due anni dall’incidente, l’accusa dispone delle registrazioni radar le quali permetterebbero di vedere, quello che è accaduto con buona precisione, ma queste registrazioni non sono state mai “tirate fuori” da dove sono “conservate”. Uno Stato di Diritto, benché la locuzione in termini internazionalistici non esiste, mantiene saldi alcuni principi fondamentali anche se traslato in contesti culturali diversi e il principio del rispetto dei diritti dell’uomo ne fa da collante. Tutti questi elementi dovrebbero portare a chiedere una commissione di controllo internazionale su questo processo. ©

di Monica Capizzano

http://www.sicurezzaegiustizia.com/index.php/caso-maro-una-questione-di-stato-di-diritto/

I bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, anche se l’ideologia vuole convincerci del contrario

Non basta cambiare il nome alle cose per cambiarne la natura.

I bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, anche se l’ideologia vuole convincerci del contrario
Nella politica prevale l’ideologia sul buon senso e sull’evidenza della realtà. Vorrei allora proporre una riflessione sull’importanza della presenza di un padre e di una madre per la crescita di una persona.




In queste settimane (ma sarebbe più corretto dire anni) nella politica prevale l’ideologia sul buon senso e sull’evidenza della realtà. Vorrei allora proporre una riflessione sull’importanza della presenza di un padre e di una madre per la crescita di una persona. «Serve un padre per differenziarsi dalla madre, per accettare le ferite e riconoscere il senso ed esprimere il proprio Sé, entrando così personalmente nel tempo e nella storia» scrive Claudio Risé in Il padre. Libertà dono.

Nel mito Edipo uccide il padre Laio senza saperlo e sposa la madre Giocasta. La vicenda raccontata dal tragediografo greco Sofocle (496 a. C.-406 a. C.) profeticamente si è avverata nell’epoca contemporanea. Oggi l’uomo risente di una cultura plurisecolare (discendente dall’Illuminismo) che ha distrutto i padri tentando di conservare solo i valori di cui essi erano stati detentori fino ad allora. Il Settecento illuministico francese ha cercato di eliminare Cristo e la Chiesa conservando i valori di uguaglianza, fraternità, libertà che millesettecento anni di storia cristiana avevano portato in Europa. Il tentativo dell’eliminazione della figura del re e della monarchia in Francia e l’abolizione dell’Ancient régime con la Rivoluzione francese rappresentano simbolicamente la cancellazione dell’antico per l’instaurazione del nuovo, la decollazione del padre per l’intronizzazione del figlio.

La storia ha, poi, insegnato che non era possibile realizzare repentinamente questo passaggio brusco e rivoluzionario, perché i gradini si salgono con sacrificio e pazienza, non si possono saltare. I salti bruschi comportano di solito spargimento di sangue e involuzioni dal punto di vista della società e dei valori. Nietzche fa piazza pulita di tutti i padri del passato (Socrate, Cristo, s. Paolo, tradizione, i valori, …) per lasciare il bimbo superuomo solo con se stesso, senza padre né madre. Nel Novecento i segnali di questa ribellione al padre/tradizione/autorità sono moltissimi. Tra questi senz’altro la ribellione sessantottina è uno dei più clamorosi.



Negli ultimi quarant’anni, e oggi in maniera sempre più accentuata, la cultura e il diritto occidentali hanno reso superflua o facoltativa la figura del padre. Abbiamo sentito in questi giorni che in Francia si vuole sostituire la festa del papà e della mamma con la festa dei genitori in modo da non discriminare nessuno. Oggi si pretende, cambiando il nome agli arbitri personali, alle nefandezze, agli omicidi, inserendole nell’ambito del diritto e della legalità, di nobilitare ciò che non è nobile, di far passare come conquista ciò che è, invece, una sopraffazione dei più deboli, di chi non parla, di chi non può ancora dire ad alta voce che vorrebbe avere un padre e una madre.

Nella loro nascita i nomi nascondono sempre la verità delle cose. Il matrimonio deriva da munus matris, ovvero «il dovere o compito della madre». Chi vuole chiamare «matrimonio» l’unione tra due persone dello stesso sesso dovrebbe spiegare perché non possa o non voglia chiamarlo con un nome diverso. Non basta cambiare il nome alle cose per cambiarne la natura. Un cane rimane sempre un cane anche se decidessimo di chiamarlo «gatto». Se due persone dello stesso sesso adotteranno un bimbo, lo priveranno della diversità di un papà e di una mamma. La coppia che cresce un figlio ha la sua ricchezza proprio nella diversità e, in un certo senso, complementarietà della figura dell’uomo e della donna, del padre e della madre. Così è sempre stato nella storia dell’umanità, da quando gli esseri umani si sono distinti dalle fiere, per dirla col Foscolo dei Sepolcri (si vada a leggere la cosiddetta parte vichiana del carme «Dal dì che nozze e tribunali ed are»).

La madre è accoglienza, è pazienza, è colei che ha tenuto nel grembo per nove mesi il figlio, lo ha aspettato vivendo la dimensione del sacrificio e dell’abnegazione. Il femminismo degli ultimi decenni non ha certo valorizzato la donna, ma ha voluta equipararla all’uomo destituendola in realtà di quelle virtù che l’uomo deve spesso imparare da chi ha fatto esperienza dell’ospitalità in modo fisico e direi viscerale. Questa comunione con il figlio per nove mesi rende il rapporto tra madre e figlio fortemente biologico, fisiologico, carnale. Il padre inizia a conoscere il figlio solo dopo averlo visto nascere. Prima, nei nove mesi in cui il bimbo è nel ventre materno, è osservatore, non comunica con lui o poco, difficilmente prende pienamente coscienza della novità, poi diventa nel tempo autorità, legge, colui che pone le regole. Chiaramente ogni famiglia è a sé, in ogni nucleo padre e madre imparano a collaborare, a far crescere i figli, a comunicare loro le proprie esperienze e le proprie capacità. Qui, intendiamo, però, sottolineare che esiste una differenza di genere tra uomo e donna, una differenza ontologica e di storia tra papà e mamma.

Le conseguenze di questo processo di eliminazione della figura paterna sono sotto gli occhi di tutti: aggressività o cieca violenza, senso di sfiducia e di autostima, perdita dell’idea di autorità, incapacità di diventare papà e di creare una famiglia, assenza del senso del limite e del senso del sacrificio con conseguente inadeguatezza di fronte alle sconfitte e alle frustrazioni, atteggiamenti nevrotici o psicotici. Il giovane o l’adulto cerca di inibire o di sopire questa aggressività collettiva o individuale, non controllata e regolamentata, non soggetta al senso dell’autorità e della regola, attraverso assunzione di alcool o droghe (l’inibizione avviene qui attraverso la trasgressione), disinibizione dell’erotismo, forme di evasione come eccessivo uso di televisione e di videogiochi, infinite altre forme di intorpidimento dell’io. La società in cui viviamo è, in maniera simbolica, una «grande madre» che stimola i bisogni degli individui al fine di soddisfarli sempre meglio con beni crescenti, sempre più sofisticati, che tratta i suoi componenti guardando le sue necessità biologiche e fisiologiche. L’individuo regredisce ad una situazione infantile, si sente debole, deprivato di forza e di creatività, svuotato di energia spirituale, concepito solo per avere e possedere. Il giovane, spesso, regredisce allo stadio di dipendenza dalla madre rimanendo in casa fino all’età adulta, lasciandosi cullare da agio e tranquillità domestica.

Al figlio si deve mostrare un modo realistico e ragionevole di rapportarsi con la realtà. Mostrare che non è onnipotente, che ci sono dei limiti da rispettare, dei paletti entro cui camminare è profondamente educativo, perché introduce alla realtà indicando, nel contempo, che c’è anche una via da seguire, un sentiero. Il bimbo coglie così un senso, una finalità, un significato positivo che, nel tempo, imparerà a verificare per sé.

Invece, la pretesa violenta di incanalare il figlio in una strada o di progettarne il futuro non aiutano la sua crescita e la capacità di scelta. Ci si deve allora guardare dal tranello di voler dirigere la vita del figlio. Bisogna imparare a guardare il figlio con quel distacco, che è il contrario dell’indifferenza e della distanza, ma che potremmo descrivere con un’immagine dello scrittore francese C. Peguy. Un figlio è nell’acqua di un  fiume, ma non sa ancora nuotare. Il Padre (rappresenta Dio Padre) non vuole che lui anneghi, allora lo sostiene con le braccia, ogni tanto lo lascia perché vuole che lui impari a stare a galla, ma non può lasciarlo solo completamente perché berrebbe l’acqua. Peguy immagina che Dio dica: «Ho voglia, sono tentato di mettere loro la mano sotto la pancia/ Per sostenerli nella mia larga mano/ Come un padre che insegna a suo figlio a nuotare/ Nella corrente del fiume/ E che è diviso fra due sentimenti./ Perché se da un lato se lo sostiene sempre e lo sostiene troppo/ Il bambino si attaccherà e non imparerà mai a nuotare./ Ma anche se non lo sostiene al momento giusto/ Questo bambino berrà un sorso cattivo».

Come è bello vedere un figlio che acquista consapevolezza dei propri mezzi, nel contempo com’è drammatico lasciare la libertà a chi si vuole bene, coscienti che le scelte dell’altro potrebbero non essere indirizzate al suo bene! Eppure Dio ha deciso di scommettere totalmente sulla nostra libertà, perché senza di essa la nostra condizione non sarebbe dignitosa. Sostegno e libertà sono i due fattori su cui si gioca il rapporto tra genitori e figli. La verginità è quello sguardo capace di guardare l’altro senza pretese, senza desiderio di possederlo, ma con l’attenzione costante al Destino, al bene e alla felicità dell’altro.

donboscoland.it