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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

09/11/15

Marò, qualcosa si muove

"Purtroppo è proprio così. Le prove schiaccianti dell'innocenza di Salvatore e Massimiliano sono disponibili da due anni e mezzo e, a fronte di tali prove, la scelta di avviare un arbitrato sulla giurisdizione è equivalso alla scelta di metterle a tacere (quanto meno a livello ufficiale)."

S.T.


Marò
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone (Vincenzo Pinto/Getty Images)

Nonostante siano venute alla luce numerose e chiarissime prove che dimostrano ampiamente l’estraneità dei due marò dalla vicenda per la quale sono accusati di omicidio, la situazione al momento non è cambiata. Qualcosa però inizia a muoversi, almeno dal punto di vista burocratico. Infatti la Corte permanente di Arbitrato (Cpa) dell’Aja che ospiterà il Tribunale che dovrà decidere sulla controversia tra Italia e India ha nominato gli arbitri del contenzioso: sono il coreano Jin-Hyun Paik, il giamaicano Patrick Robinson e il presidente del Tribunale, il russo Vladimir Golitsyn. Questi vanno ad aggiungersi all’arbitro italiano Francesco Francioni e a quello indiano P. Chandrasekhara Rao.
La Corte dell’Aja ha dato notizia della nomina con un comunicato nel quale sintetizza anche la vicenda ad oggi: “Il 26 giugno 2015 l’Italia ha avviato una procedura arbitrale con la notifica della controversia inviata all’India in base all’art. 1 della sezione VII e dell’art. 287 della Convenzione dell’Onu sul diritto del mare. La controversia riguarda un incidente avvenuto a circa 20,5 miglia nautiche al largo delle coste indiane, che ha coinvolto la nave Enrica Lexie, una petroliera battente bandiera italiana, e il conseguente esercizio della competenza penale dell’India nei confronti di due fucilieri della Marina italiana. L’India sostiene che l’incidente in questione riguardi la morte di due pescatori indiani che si trovavano a bordo di un’imbarcazione indiana, il St. Antony, di cui sarebbero responsabili due fucilieri in servizio a bordo della Enrica Lexie, e il conseguente esercizio della competenza indiana”.
Quello che la Corte non può dire è che le prove a discolpa di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone ormai sono schiaccianti e che quest’ultimo si trova ancora forzatamente e ingiustamente in India senza la possibilità di fare rientro in patria.

F.B. - lunedì, 9 novembre 2015 
fonte: http://www.direttanews.it

08/11/15

MAFIA CAPITALE? NO MAFIA INTELLETTUALE


roma           


Si apre a Roma il dibattimento del processo c.d. “Mafia Capitale”.
Quando si cominciò a parlare di questa ennesima kermesse giudiziaria, parafrasando un noto e particolarmente imbecille manifesto elettorale pro Marino, io scrissi: “questa non è mafia, è Roma”. Una battuta tutto sommato un po’ ingiusta contro la mia Città di adozione (“questa è l’Italia” e non solo Italia, sarebbe stato un pochino più giusto). Ma il fatto che “non è mafia” è poi cominciato ad affiorare, ed ora la chiave del processo è quella: è o non è mafia?
E’ una domanda cui è difficile dare una risposta certa e rassicurante in termini giuridici (ché, se non in termini giuridici la risposta ad ogni interrogativo relativa ad un processo è impostura e truffa).
E’ difficile perché lo stesso concetto di “associazione di stampo mafioso”, così netto ed abbastanza chiaro in termini di sociologia criminale è, dal punto di vista del diritto, una impostura, una “fattispecie penale apparente”, secondo la qualificazione (in negativo) che ne fa la sentenza sul plagio della Corte Costituzionale, estensore Volterra (un giurista sul serio).
Io ricordo che, appena venuta fuori la legge “Rognoni-La Torre” contenente quel giro di parole che avrebbe dovuto definire la nuova figura di delitti, provai a proporre in diverse sedi la questione della sua incostituzionalità per violazione della specificità dell’addebito necessaria per la realizzazione del principio, antico e recepito e consacrato dalla Costituzione, “Nullum crimen, nulla poena sine proevia lege poenali”. Eccezioni dichiarate, manco a dirlo “manifestamente infondate”.
In altre parole fui preso “giudizialmente” a pesci in faccia. Per fortuna non c’era ancora il reato “giurisprudenziale” di “concorso esterno” di quel “reato associativo”, ché, altrimenti mi avrebbero pure incriminato (qualche anno dopo un magistrato, cui magari altro poteva essere addebitato, fu oggetto di una perquisizione personale, che diede l’avvio ad una decennale persecuzione nei suoi confronti” con la motivazione: “per avere negato in una sentenza il carattere verticistico di Cosa Nostra”).
Quella fattispecie penale “aperta” ed “apparente” è diventata l’asse portante di una giustizia arbitraria che, anziché essere “uguale per tutti”, come è enfaticamente ed ottimisticamente scritto nelle aule di giustizia, mette, intanto, la giustizia “su due piani”, quello “ordinario” e quello “antimafioso”.
Assegnando ogni caso di reato plurisoggettivo (la “mafia individuale” non è stata ancora “giurisprudenzialmente” sancita, ma si è sulla strada buona con molte enormità, ad esempio di “concorso esterno”) alle Procure ordinarie o a quelle “Antimafia” (istituzionalizzazione del vuoto logico della falsa fattispecie!!) si compie spesso una scelta, che poi, quasi è d’obbligo ritenere irreversibile, che pesa, anche in fatto di pene da applicare, assai di più di ogni altro accertamento da compiere nell’indagine e nel giudizio.
La creazione di questa giustizia “speciale”, invano vietata dalla Costituzione, ha una storia che denunzia origini lontane.
Potremmo parlare della “giustizia” della Santa Inquisizione. C’erano “materie miste” che consentivano dubbi sulla competenza: messo nel “canale” del terribile Tribunale “religioso arrostitorio” il “reo” era fottuto. Se invece andava avanti alla giustizia ordinaria poteva anche cavarsela. (Ma talvolta era l’inverso, specie per i “famigliari” dell’Inquisizione).
Ma assai più calzante è il precedente dei Tribunali Militari, istituiti “per condannare i facinorosi”, in occasione di moti popolari e di dilagare del brigantaggio, come quelli che imperversarono nel Sud d’Italia per più di un decennio dopo l’Unità.
Ma non c’è bisogno di rifarsi alla storia per capire la vera natura di questa funesta “giustizia antimafia”. Del resto non mi pare che ci siano precedenti di parassitismo e di latrocinio commessi all’applicazione della “Legge Pica” sul brigantaggio e con l’azione dei Tribunali Militari, che non avevano “appendici” per l’”amministrazione” dei beni confiscati ai “briganti”.
Bando a queste evocazioni storiche (inutili, se non altro, per l’ignoranza di troppi esponenti di questa nostra Antimafia).
Veniamo al dunque. L’uso perverso di questo anticipo di “diritto penale libero”, di memoria nazista (c’è sempre da ricordare la denuncia di Pietro Calamandrei del 15 gennaio 1940). Lo “stampo mafioso” è stato, dunque, tirato in ballo, direi a vanvera, per il caso del “magna magna” capitolino.
E’ servito e serve per “neutralizzare” un Centrodestra che non c’è, cui si rinfacciano i precedenti neofascisti di Carminati, mentre si lascia balenare un facile mezzo coinvolgimento di Alemanno (è sempre facile coinvolgere qualcuno in questo reato a “vuota configurazione”) e serve ottimamente per risolvere inestricabili pasticci interni del P.D. A Palermo, patria delle più spericolate teorie circa il “contenuto” della mafia, fucina di stravaganza di legislazione penale giurisprudenziale, pare che nessuno se la senta, per timore di elezioni catastrofiche, di incriminare per mafia Crocetta, con il contorno di persone e cose dell’autentica antimafia mafiosa che lo sostiene. Il Partito dei Magistrati, arbitro della politica Italiana, guarda da un’altra parte.
Questa è l’Antimafia.

Mauro Mellini - 7 nov 2015
fonte: http://www.lavalledeitempli.net

07/11/15

TTIP: "Messora a La Gabbia: perché tengono segreto il TTIP"





Intervento di Claudio Messora a La Gabbia di mercoledì 4 novemre 2015, andato in onda alle 23.40 circa.






Gianluigi Paragone: Claudio Messora, tu sei stato al Parlamento europeo con i Cinque Stelle e da tempo parli di questo trattato sul tuo blog. Cos’è veramente e perché non ci fanno sapere niente?

Claudio Messora: Non ci fanno sapere niente perché altrimenti non riuscirebbero mai a farlo. Sapremo tutto alla fine, quando ormai sarà troppo tardi. Quello che succede è che gli Usa vogliono creare un nuovo blocco globale che assicurerà il dominio delle grandi corporation americane. E’ quella che Wikileaks chiama una partita per il controllo finale. Il TTIP sarà l’atto conclusivo.
Si tratta di un gigantesco accordo commerciale con la UE che abolirà le barriere commerciali. Il suo scopo è di aggirare l’Organizzazione Mondiale del Commercio, dove i Brics hanno preso troppo potere. E isolare la Cina. 

Paragone: E come pensano di fare?

Messora: Semplice: stanno costruendo un grande blocco fatto da 51 paesi del mondo, cioè un miliardo e seicentomila persone, e due terzi del Pil mondiale. Contro questo progetto, tre milioni e mezzo di cittadini europei hanno firmato una petizione e il 10 ottobre a Berlino sono scese in piazza 250mila persone. Purtroppo però nessuno ne parla.

Paragone: come mai?

Messora: Ci sono almeno sei motivi importanti. 1) Privatizzerà i servizi pubblici, liberalizzando la sanità, l’istruzione e l’acqua. Come in America, se non avrete un’assicurazione privata, nessuno vi curerà. 2) Distruggerà la sicurezza alimentare e ambientale, perché avremo le stesse normative USA. Normative, come noto, assai blande basti dire che negli States il 70% dei cibi venduti nei supermercati contiene OGM, che da noi sono vietati, viene fatto un uso disinvolto di pesticidi, che da noi sono vietati, e il 90% delle mucche sono bombate di ormoni della crescita, che da noi sono vietati perché ritenuti cancerogeni.

Paragone: Questo l’abbiamo spiegato anche noi con i nostri servizi.

Messora: Ma non è finita qui. Il Ttip, infatti, allenterà le misure di sicurezza imposte alle banche statunitensi dopo la crisi, restituendo tutto il potere nelle mani dei banchieri. Allenterà la privacy: i fornitori di servizi internet potranno controllare quello che facciamo. E aumenterà pure la disoccupazione, come ha ammesso anche l’UE, perché il lavoro si sposterà negli USA dove gli standard e i diritti dei lavoratori sono più morbidi. E, come se tutto ciò non bastasse, le multinazionali potranno anche fare causa ai Governi se con le loro politiche causeranno loro una perdita di profitti.
E’ già successo: in Germania, una società di energia svedese ha fatto causa allo stato per 3,7 miliardi di dollari, perché ha deciso di diminuire l’utilizzo del nucleare, dopo Fukushima.
In Australia, la British American Tobacco ha fatto causa allo stato per avere approvato una legge che limita la pubblicità delle sigarette.
E l’intero Egitto è stato portato in tribunale da un’azienda francese per aver alzato il minimo salariale.

Paragone: Sei riuscito a capire chi sta conducendo il negoziato per questo trattato?

Messora: Dovrei risponderti: le lobby. E quindi ti dico: la Commissione Europea. In particolare Cecilia Malmström, il Commissario per il commercio. Quella che ha detto che il suo mandato non deriva dai cittadini, e quindi delle nostre proteste se ne frega. Più chiara di così…







SIRIA: "La logica illogica di Roberta Pinotti: l’Isis arretra in Iraq ma avanzerebbe in Siria"


In un'intervista rilasciata al Corriere della Sera il ministro del governo Renzi dice che la Coalizione Internazionale guidata da Washington sta sconfiggendo il Califfato mentre le agenzie di stampa occidentali ripetono compulsivamente che i raid russi non fanno altro che spianargli la strada. "Gli strike non sono un tabù", dice, ma si fa ancora la differenza tra le bombe buone e quelle cattive


Tra tutti i temi affrontati da Roberta Pinotti nel corso di un’intervista nella redazione del Corriere della Sera e pubblicata nell’edizione cartacea di oggi - dall’emergenza migranti alla minaccia del terrorismo internazionale, dall’aereo russo caduto nel Sinai al proseguimento della missione in Afghanistan - stona la logica illogica del ministro della Difesa del governo Renzi quando si è parlato della guerra in Irak contro lo Stato Islamico. 




“I bombardamenti non devono essere un tabù. L’Italia ha già effettuato raid aerei in passato. Lo ha fatto nei Balcani, lo ha fatto in Libia” ha affermato, e fin qui ci siamo. Il nostro Paese non farà gli strike, e fa sapere ai lettori che si limiterà all’addestramento del personale militare, come già fatto ad Erbil, e nell’analisi dei flussi finanziari. A compiere i bombardamenti sarà la Coalizione Internazionale formata da più Paesi occidentali. Proprio ieri infatti il quotidiano Le Figaro ha riportato la notizia per cui la Francia – attiva dal settembre 2014 con sei caccia Mirage di base in Giordania e altri sei caccia Rafale che fanno base negli Emirati Arabi – ha deciso di impiegare la portaerei Charles De Gaulle, già utilizzata da febbraio ad aprile come base nelle acque del Golfo Persico per i raid aerei, per le operazioni militari congiunte contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria.
Alla domanda sull’evolversi del conflitto sul terreno, Roberta Pinotti risponde così: “Non sottovaluto le dimensioni di questa sfida. Ho chiesto per questa ragione che il nostro fosse un contingente significativo. E capisco le paure della gente. Ma non credo che stiamo perdendo. Mentre prima abbiamo assistito ad una cavalcata dell’Isis, ora la sua presenza è circoscritta in aree specifiche”. Insomma, i miliziani del Califfato starebbero arretrando in Iraq laddove, guarda caso, combatte la Coalizione Internazionale guidata dal Pentagono. Queste dichiarazioni arrivano allo stesso tempo dei comunicati delle agenzie di stampa occidentali, secondo le quali nel Paese limitrofo, la Siria, gli oltre 1.600 raid russi effettuati in un mese non avrebbero fatto altro che spianare la strada all’avanzata dell’Isis, produrre nuovi rifugiati e uccidere civili. Ma si sa che in guerra la prima a morire è sempre la verità.
Se è vero che l’Isis sta arretrando in Iraq, bisogna ammettere che questo avviene grazie alle operazioni effettuate in gran parte dall’esercito iracheno sostenuto anche dai miliziani sciiti di Mobilitazione Popolare legate ad Hezbollah (il premier Al Abdadi ha detto più volte di non volere l’appoggio di truppe americane) il quale ha lanciato l’offensiva da circa un mese in diverse aree, in particolare nella zona nord di Ramadi, nella provincia occidentale di al Anbar a circa 100 chilometri da Baghdad. Ma soprattutto è doveroso precisare che in Iraq non c’è solo la Coalizione Internazionale a svolgere le operazioni ma anche il Centro di comando dell’intelligence formato da Iran, Russia e Siria e approvato dal governo iracheno, che coordina indipendentemente le offensive militari. La logica del ministro della Difesa non regge. Sono sempre di più gli analisti ad ammettere che ha fatto di più Mosca sul piano militare e diplomatico in un mese che l’Occidente in quattro anni. La Russia è tornata sulla scena internazionale sfruttando il vuoto prodotto dall’ideologia del caos che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno generato in Vicino e Medio Oriente. Nessun mea culpa sulle disastrose campagne della Farnesina, più che un'intervista quella di Roberta Pinotti sembra un comunicato stampa del Pentagono.

 Sebastiano Caputo - Ven, 06/11/2015
fonte: http://www.ilgiornale.it/ 

06/11/15

I piloti francesi liberati dagli 007. I nostri marò abbandonati da tre anni




Operazione coperta per riportare in patria i soldati arrestati a Santo Domingo per droga.
Sapevano che, prima o poi, da Parigi li avrebbero aiutati a fuggire. Non si sono mai sentiti abbandonati i due piloti francesi Pascal Fauret e Bruno Odos, nemmeno a Santo Domingo, benché fossero stati entrambi condannati in primo grado a 20 anni di carcere per traffico di droga da un tribunale della Repubblica Dominicana.
In Italia la notizia potrebbe essere scambiata per il capitolo di un romanzo d’avventura, tanto è distante, al di qua delle Alpi, l’idea di un blitz militare per liberare dei connazionali. Tant’è che, sebbene Massimiliano Latorre rimarrà in famiglia per curarsi fino a Natale, Salvatore Girone è stato dimenticato in India dal 2012.Eppure i due francesi tornati in patria sono ex militari della Marina. Ma le analogie con il caso dei due marò italiani si fermano rigorosamente qui. Fauret e Odos erano stati arrestati nel marzo 2013 a Punta Cana dopo il ritrovamento, a bordo del loro aereo, di 680 chili di cocaina. Incuranti delle accuse a loro carico e senza attendere il processo d’appello, gli 007 francesi li hanno prelevati, messi su un’imbarcazione e condotti nelle Antille francesi da dove sono ripartiti con un volo di ritorno in Francia.

 

All’Eliseo ovviamente negano ogni coinvolgimento delle istituzioni. D’altronde, la vicenda era finita sui giornali con un nomignolo, Air Cocaine, che nessun governo vorrebbe vedere associato alla propria immagine.
Quindi, la versione ufficiale è che si tratta di «iniziative personali», magari di qualche agente segreto in pensione.
Comunque, per l’opinione pubblica e per i media, è un successo. Ieri, dopo una conferenza stampa dove sono stati accolti come novelle reincarnazioni di Rocambole e Fantomas, i due fuggitivi hanno avuto l’onore di essere invitati al telegiornale delle 20 a France 2, la rete televisiva pubblica d’Oltralpe, per raccontare la loro straordinaria esperienza.

 

Si sono sottratti ai giudici, ma sono convinti di stare dalla parte del diritto, anzi di essere perseguitati e «dal momento che abbiamo affrontato un sistema di giustizia che non ci ha ascoltato solo perché siamo francesi, il mio istinto è stato quello di tornare nel mio paese», ha detto Fauret, aggiungendo di essere «molto stanco».
Secondo il loro avvocato, Jean Reinhart, i due uomini inoltre non sarebbero «evasi perché non erano in prigione».
Li hanno esfiltrati, in effetti, si direbbe nel gergo militare. In compenso, ora si fa comprensibilmente più difficile la situazione delle altre due persone coinvolte nel caso Air Cocaine e che si trovano ancora nel paese caraibico: si tratta del passeggero, Nicolas Pisapia e di un membro dell’equipaggio, Main Castany. Per farli fuggire, a questo punto, occorrerebbe quanto meno un’invasione di terra.
Foto Univision e Difesa.it


di Andrea Morigi da Libero Quotidiano  del 28/10/2015
tramite: http://www.analisidifesa.it