Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Verranno cancellati i commenti ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via email all'indirizzo edomed94@gmail.com Saranno immediatamente rimossi. L'autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.


Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

27/11/14

Marine Le Pen chiede il rimpatrio dell’oro



Parigi, 27 nov – E’ ufficialmente ripartita la caccia all’oro in Europa e in Italia nessuno sembra accorgersene. In Svizzera, esattamente tra tre giorni, 5 milioni di cittadini saranno chiamati a decidere con referendum se rimpatriare le riserve di oro oggi depositati all’estero e se portare dall’8% al 20% la quota di metallo sul totale delle riserve della banca centrale. Ma la proposta della destra elvetica è tutt’altro che un’iniziativa isolata. Una delle tante spie che si sono accese e che segnalano il malessere dei popoli contro le politiche delle banche centrali attuate negli ultimi lustri.
Ma la caccia all’oro ebbe inizio in Germania a fine 2012, allorquando Jens Weidmann, presidente della più potente banca centrale europea, la Bundesbank, annunciò che avrebbe rimpatriato entro il 2019 l’oro depositato all’estero, per lo più presso i forzieri della Federal Reserve, della Banca di Francia e della Bank of England. Una mossa che ebbe del sensazionale e in molti si chiesero se dietro questa iniziativa si fosse nascosta la volontà della Germania di tutelarsi da un eventuale tracollo dell’euro, nel caso si fosse tornati alle monete nazionali. Berlino è peraltro il secondo possessore di riserve aurifere dopo gli Stati Uniti, ma è proprio da Washington che giunse poco dopo la doccia fredda: un documento attestava che per non meglio precisate difficoltà logistiche, l’oro tedesco non poteva essere rimpatriato e solo poche tonnellate giunsero nei caveau della Bundesbank. Di tutto questo il Primato Nazionale se ne occupò dettagliatamente in questo articolo.
Da quell’episodio si è scatenato il dubbio che a Fort Knox non vi sia più l’oro che gli alleati europei consegnarono agli americani per metterlo in sicurezza, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, da un’eventuale invasione dell’Unione Sovietica. Sta di fatto che i russi non ci invasero ma l’oro sembra che l’abbiamo perso comunque, sebbene per vie diverse da quelle dell’occupazione militare. Gli Usa – questo è il sospetto inconfessabile di diversi operatori ed analisti – potrebbero avere venduto o locato con determinati contratti i lingotti stranieri a investitori privati, col risultato che potrebbe averne conservato la proprietà, ma non il possesso. In sostanza, l’oro europeo nel Kentucky non ci sarebbe e il suo rimpatrio sarebbe molto difficile, se non impossibile da attuare.
Nei giorni scorsi anche la banca centrale di Amsterdam ha diffuso una nota nella quale si evidenziava la volontà di aumentare le riserve di oro detenute in patria dall’11% al 31%. Quel 20% in più aumenterà rimpatriando l’oro dagli Usa, dove viene conservato il 51% dei lingotti olandesi. Rimarrebbero invariate le percentuali detenute presso il Canada e il Regno Unito. L’azione di Amsterdam implica una sfiducia palese verso gli Stati Uniti, se è vero che intende rimpatriare solo l’oro depositato presso la Fed.
In aggiunta a tutto questo, un paio di giorni fa, Marine Le Pen, leader del più grosso partito politico francese, il Front National, ha scritto al governatore della Banca di Francia, Christian Noyer, chiedendogli di rimpatriare tutto l’oro delle riserve detenuto all’estero e di sospendere tutti i piani di vendita decisi sotto l’amministrazione di Nicolas Sarkozy. Inoltre, ha chiesto che l’istituto acquisti altro oro, man mano che le quotazioni scendono. La mossa della Le Pen potrebbe prestarsi a due interpretazioni: la leader del Front National preparerebbe così la strada a un ipotetico ritorno al franco francese, da lei invocato e auspicato, garantendo la vecchia moneta nazionale con lucenti lingotti d’oro. Ma la Le Pen potrebbe anche volere mettere in difficoltà gli Usa, creando un caso diplomatico, nel caso in cui risultasse che nemmeno in questo caso fossero in grado di restituire i lingotti.
Al di là della ragionevole sfiducia verso gli Stati Uniti il filo conduttore di questo rinato interesse verso le riserve aurifere potrebbe anche essere ricondotto al crescente convincimento che finalmente sia arrivato il momento di tornare a garantire la moneta con una ricchezza tangibile, l’oro.

Giuseppe Maneggio - 27 nov 2014
fonte: http://www.ilprimatonazionale.it

Gentiloni a Fischia il Vento: se l’Onu lo chiederà siamo pronti a un intervento di peacekeeping in Libia


Questa intervista è uscita su “La Repubblica” e farà parte della puntata di Fischia il Vento in onda stasera alle 21,30 su Laeffe e su repubblica.it
L’Italia sta attrezzandosi per fronteggiare la guerra che le si presenta alle porte? Vado alla Farnesina per chiederlo al nuovo ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, formatosi nella cultura del pacifismo e del disarmo, oggi rimessa drammaticamente in discussione dall’incendio che divampa lungo tutta la sponda sud del nostro mare. A cominciare dalla vicinissima Libia.

Ministro Gentiloni, prima o poi diventerà inevitabile un intervento in Libia per impedire che il terrorismo e la pirateria se ne impadroniscano definitivamente?
“Non dobbiamo ripetere l’errore di mettere gli stivali sul terreno prima di avere una soluzione politica da sostenere. Ma certo un intervento di peacekeeping, rigorosamente sotto l’egida delle Nazioni Unite, vedrebbe l’Italia impegnata in prima fila. Purché preceduto dall’avvio di un processo politico, un percorso negoziale verso nuove elezioni garantito da un governo di saggi. In assenza del quale, mostrare le divise rischia solo di peggiorare la situazione. Ci stiamo lavorando, con i paesi dell’area e con le Nazioni Unite”.

Bisogna rivedere la strategia del disimpegno occidentale nella lotta contro l’Isis? Per questo Obama ha rimosso il capo del Pentagono?
“Non conosciamo i motivi dell’avvicendamento di Hagel. In Iraq, gli Stati Uniti e la coalizione di cui facciamo parte stanno intervenendo per bloccare l’avanzata del Daesh. Evitiamo di chiamarlo Isis, Stato islamico, perché a fronteggiarsi sono anche due visioni dell’Islam e noi dobbiamo evitare di mettere tutti nello stesso sacco. E’ un impegno che ricade naturalmente anche sull’Italia, con i suoi ottomila chilometri di coste, ma tutta l’Europa è chiamata a farsi carico di affrontare questa minaccia. Non potremo più delegare gli americani, peraltro strategicamente meno interessati di noi alle sorti del Medio Oriente”.

Dall’Iraq alla Siria, fino al Sinai e alla Libia, è uno scontro che ci vede in prima linea. Va preso alla lettera il fotomontaggio della bandiera nera del Daesh sulla cupola di San Pietro?
“Credo piuttosto che faccia parte di un’auto-rappresentazione finalizzata all’egemonia sull’Islam, un tentativo che dobbiamo contribuire a scongiurare. Ne fa parte il pericoloso fenomeno dei foreign-fighters, i miliziani europei che possono trasformarsi in una minaccia seria anche in casa nostra. Si tratta di unire le forze, come sta avvenendo a Kobane, dove la resistenza dei curdi non sarebbe possibile senza gli strikes aerei occidentali”.

Di questa grande alleanza può far parte anche l’Iran? L’Italia vede con favore il proseguimento dei negoziati con Teheran sul nucleare?
“E’ impensabile un assetto equilibrato della regione senza coinvolgere l’Iran, non solo per il comune interesse contro il Daesh ma anche per l’influenza che Teheran esercita sulle comunità sciite. Non è facile, come dimostra il negoziato sul nucleare. Ma la porta è rimasta aperta”.

E Israele, con la nuova legge sulla natura ebraica dello Stato proposta dal governo Netanyahu, sta aggravando la tensione?
“Non tocca a me giudicare ipotesi legislative che riguarderanno –vedremo con quale testo- la Knesset. Ma una cosa è certa: un quinto della popolazione israeliana è costituito da un’attiva comunità di cittadini di origine araba e questi devono godere di una incontrovertibile parità di diritti”.

L’Italia vende armi e sollecita investimenti finanziari dai paesi del Golfo, ricchissimi ma ambigui nella loro visione di un Islam totalitario…
“Per risponderle guarderei piuttosto all’Egitto, un grande paese certamente contraddittorio al proprio interno sul tema dei diritti umani. Eppure in questi mesi ha svolto una funzione di stabilizzazione e perfino di pacificazione”.

Quindi il contenimento della minaccia jihadista implica di nuovo l’appoggio occidentale ai dittatori, come avveniva prima delle rivolte del 2011?
“Assolutamente no, noi non dimentichiamo i diritti umani, e il laboratorio tunisino dimostra che un’alternativa è possibile. Tornando al pericolo che ci riguarda più da vicino, la crisi libica, certo non rimpiangiamo la caduta di Gheddafi. Abbatterlo era una causa sacrosanta. Ma poi?”.

Poi c’è il dilemma esistenziale della guerra alle porte. Il presidente Napolitano critica le “visioni ingenue”di rinuncia e di tagli allo “strumento militare”.
“E’ vero che abbiamo coltivato l’illusione di un mondo futuro tranquillo e pacificato. Ora sappiamo di non poter più delegare agli americani le nostre responsabilità. La Libia rappresenta per noi un interesse vitale per la sua vicinanza, il dramma dei profughi, il rifornimento energetico… Non a caso manteniamo aperta a Tripoli la nostra ambasciata che fornisce un supporto logistico insostituibile al tentativo di mediazione delle Nazioni Unite”.

Ma esiste ancora la Libia o la dissoluzione dello Stato l’ha trasformata in un territorio assoggettato ai signori della guerra e alla pirateria?
“Se anche, semplificando, descrivessimo una Libia spaccata in due fra Cirenaica e Tripolitania, bisogna sapere che nessuna delle due parti è in grado di prevalere militarmente sull’altra. La Banca centrale libica continua a funzionare, paga gli stipendi ai dipendenti pubblici sull’intero territorio dello Stato, utilizzando i proventi del gas e del petrolio che anche la nostra Eni continua a versarle. Non ci rassegniamo alla dissoluzione della Libia. Saremo parte attiva nell’individuare una transizione politica unitaria cui subordiniamo, come le ho detto, l’eventualità allo studio di una presenza militare di peacekeeping”.

Come ai tempi della guerra di Spagna ci sono due opposte visioni del mondo che si fronteggiano?
“Preferirei dire che a fronteggiarsi sono due opposte visioni dell’Islam. Noi non possiamo rimanere neutrali di fronte a questo dramma, né tanto meno aggravarlo confondendo il Daesh con la Fratellanza musulmana, le moschee con l’Autorità nazionale palestinese, cioè facendo finta che sia tutto la stessa cosa”.

di Gad Bio - 26 nov 2014
fonte: http://www.gadlerner.it

Quelle 2.500 imprese fantasma che usano i poveri per evadere



Così usano i poveri per evadere. Nell'elenco delle sedi legali c'è persino una strada che non esiste


Alla mensa di Sant'Egidio di via Dandolo, come ogni pomeriggio, chi vuole un pasto caldo è già in fila alle quattro.



Mille persone al giorno. Stranieri, la maggior parte, ma anche italiani, una media di 250 a sera. Qui si vede la povertà di chi arriva dal mare e anche di chi vive di stenti dopo una separazione. Eppure su questo posto si sono arricchite a Roma 1.204 aziende. Tutte avevano indicato alla Camera di Commercio la mensa di Sant'Egidio come loro sede legale. In questo modo erano irreperibili, mai pagate le tasse.
Quello che si sta scoperchiando a Roma è un fenomeno che nasconde centinaia di prestanome e centinaia di migliaia di imposte aggirate. Che alza il velo sul caos degli indirizzi fittizi utilizzati per dare una residenza a chi non ha casa e sull'anomala riproduzione di microimprese nel settore del commercio, soprattutto ambulante. È il grande business indiretto dell'assistenza ai rifugiati e ai senza tetto.
Assessorato alle Attività produttive e la polizia municipale, con la collaborazione delle associazioni coinvolte, hanno scoperto che 2.508 aziende, gestite da italiani e stranieri, hanno indicato sedi che corrispondono a mense per i poveri, centri rifugiati, uffici della Caritas. Seicentoventiquattro nel 2013 hanno utilizzato questo sistema, quasi due al giorno. Nel 2013 lo avevano fatto in 720. Negli ultimi quattro anni il boom, come se fosse scattato un passaparola, o avesse agito una sorta di organizzazione. Millesettecento sono imprese impegnate nel commercio, di cui 686 ambulanti, 415 ditte di allestimento stand e banchi, 415 di volantinaggio, 123 dedite all'organizzazione di mercatini e fiere. Centosessantasei imprese operano nell'edilizia e 144 nei servizi di traduzione e interpretariato.
L'altro dato impressionante: 2.367 sono ditte individuali. Un'anomalia che preoccupa le associazioni, che temono che molti clochard o immigrati siano utilizzati come prestanome. Ma che potrebbe nascondere anche un'altra realtà: i senza fissa dimora a Roma possono ottenere una residenza «fittizia», messa a disposizione da alcuni enti autorizzati per consentire a rifugiati o clochard quantomeno un domicilio per ricevere la posta. Tutte le associazioni che hanno questa facoltà rientrano nell'elenco delle sedi «rubate» dalle imprese. Alcuni ex poveri potrebbero aver mantenuto la «residenza» virtuale ed aver aperto un'azienda a costo zero. Oppure senzatetto immigrati sfruttati in alcune microimprese fungono appunto da prestanome, con indirizzo «solidale». Nell'elenco delle finte sedi c'è anche una strada inesistente: via Modesta Valenti (recapito di 20 imprese). È un'invenzione amministrativa: la strada che non c'è fu creata dalla giunta Rutelli per dare un domicilio ai senza fissa dimora prima che il servizio fosse offerto dalle associazioni.
«Ho parlato con i responsabili dei diversi centri - spiega l'assessore a Roma Produttiva Marta Leonori - e ci hanno dato tutti il loro sostegno, anzi ci hanno incoraggiato alla cancellazione», delle imprese. Ora la Camera di Commercio ha chiesto alle ditte coinvolte delle controdeduzioni. Poi provvederà alla cancellazione e coinvolgerà la magistratura.
Tra le associazioni utilizzate come sedi fantasma ci sono l'associazione «Camminare insieme» di via Pizzirani, al cui indirizzo sono registrate 953 ditte e il Centro Astalli dei gesuiti per i rifugiati (185). Nove in tutto. Dieci con l'inesistente Modesta Valenti.

fonte: http://www.ilgiornale.it

Roma - Rom attaccano tre scuole: lanci di pietre contro gli studenti

Lo zaino in spalla e la paura d'esser colpito da bottiglie e pietre. Succede a Torrevecchia, a ridosso di un campo nomadi. Dopo due anni di tregua, torna la preoccupazione. «I ragazzi entrano ed escono da scuola tra gli insulti, le offese. Spesso i rom gli lanciano anche bottiglie e sassi, a volte sono costretti a vedere gente che fa i bisogni».







Roma, carabinieri al campo rom di via Cesare Lombroso (Stanisci/Toiati)

Torna difficile la convivenza nei pressi del campo rom di via di Cesare Lombroso tra chi frequenta la succursale del Tacito in via Vinci e i due istituti Alberghieri. «Negli ultimi giorni - racconta un dirigente scolastico - alcuni ragazzi provenienti dal vicino insediamento sono entrati a scuola, a bordo di un motorino rubato anche di giorno, durante l'orario scolastico. Hanno aspettato che si aprisse il cancello, per entrare e scorazzare qui dentro, quando i bidelli se ne sono accorti, uno è scappato scavalcando, l'altro è stato bloccato. Poi i carabinieri li hanno identificati. Ma la situazione comincia a preoccuparci. Entrano ed escono, non sappiamo bene che cercano. Noi e le famiglie abbiamo paura per la sicurezza degli alunni».

LA CONVIVENZA
Degrado, sporcizia, sono da tempo un problema nella zona ma ora vicino al ginnasio e ai due istituti alberghieri, si teme per la sicurezza. «Anche se la convivenza è stata tutto sommato sempre tranquilla - spiega Andrea Montanari, capogruppo della lista civica Marino in XIV Municipio - nonostante le tre scuole superiori confinino con il campo. Ora le incursioni cominciano a preoccupare, stiamo facendo un lavoro di controllo importante per riportare la legalità nel quartiere, l'anno scorso due ragazzi sono stati derubati del cellulare, serve una presenza ancora maggiore». Per Montanari è necessario un controllo più forte, «ci sono tre scuole attaccate a un campo: c'è poco da aggiungere» e chiede al prefetto «a nome della maggioranza, che venga presidiato il territorio».

Intanto per un mese, tra ottobre e novembre grazie all'impegno dei vigili e delle forze dell'ordine «siamo riusciti a impedire il mercato domenicale non autorizzato che fanno dentro il campo rom dove viene esposta merce di dubbia provenienza e rifiuti naturalmente».

I FUMI TOSSICI
Furti, roghi, abbandono: c'è anche un altro problema che contribuisce al degrado e ad accrescere il senso di insicurezza. Sembra che i nomadi brucino i copertoni delle auto e la plastica, in modo da ottenere il rame. Ma anche le montagne di rifiuti accatastate vicino al campo, nelle ampie distese del municipio. «I fumi che si sprigionano dai materiali bruciati nella notte che rendono l'aria irrespirabile». Enormi nuvole di fumo si alzano a Monte Mario, Torresina, Torrevecchia, vengono dai campi rom. Il giorno dopo, lo scenario è sempre lo stesso: altri rifiuti vanno a coprire l'erba bruciata.

«BARRICATI IN CASA»
«Talmente alte e grandi che si vede benissimo da dove arrivano, si può benissimo risalire ai responsabili. I fumi tossici assediano le abitazioni, i cittadini sono preoccupati. Anche per questo chiediamo un presidio della forza pubblica». I residenti sono esasperati: «Appena sentiamo quell'odore acre ci barrichiamo in casa, ma così ci intossicano, abbiamo paura per la nostra salute». E un altro: «Tutte le sere bruciano la mondezza, nel cuore di Monte Mario, ci sono discariche a cielo aperto di fianco al campo nomadi, è una situazione vergognosa, non dipingeteci come razzisti». Materassi, cartoni, rifiuti, mobili: «C'è una distesa di rifiuti a fianco alle baraccopoli, la sera gli abitanti del campo accendono i falò e i nostri figli si devono respirare questo schifo».

Raffaela Troili - 26 nov 2014
fonte: http://www.ilmessaggero.it

26/11/14

Napolitano vilipende la Repubblica?


di Marco Mori
L’art. 278 c.p. “Offese all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica” dispone: “Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”
Trattasi di un reato doloso eppertanto per la sua consumazione necessita della volontarietà della condotta criminosa. Ovvero nella volontarietà, seppur generica, di offendere il Presidente della Repubblica. Altresì richiede che ovviamente non venga esercitato un legittimo diritto di critica o che le offese mosse riguardino l’attribuzione di fatti determinati realmente commessi (exceptio veritatis). Se dicessi, ad esempio, che il Presidente della Repubblica ha rapinato una banca, ed il fatto risultasse essere stato realmente commesso, ovviamente non sarei punibile.
È cronaca di questi giorni la condanna, in primo grado, di Francesco Storace per aver definito “indegno” il Presidente della Repubblica. Storace, tuttavia, non aveva semplicemente utilizzato il termine in questione, ma aveva altresì motivato le ragioni per cui il Presidente era definito con tale termine, così esprimendo una fortissima (ma legittima) critica al suo operato. La valutazione di Storace rientrava dunque pienamente nel diritto di critica, anche aspra, che ogni cittadino può esercitare contro i membri delle istituzioni.
I reati di vilipendio sono oggettivamente di dubbia legalità posto che la libertà di espressione è un principio supremo della democrazia. Tuttavia la Corte Cost., nel pronunciarsi sulla questione, ha già avuto modo di considerare legittima la punizione della fattispecie ritenendo che anche il diritto all’onorabilità delle cariche istituzionali sia meritevole di tutela di rango costituzionale.
Ovviamente in presenza di conflitti tra diritti di rango costituzionale è però sempre necessario contemperare le opposte esigenze in gioco e dunque scendere nel merito dell’asserita offesa pronunciata.
Mai nella storia repubblicana si era stati in presenza di un Presidente così motivatamente criticabile. Chi scrive, ad esempio, ritiene Napolitano direttamente responsabile di gravi reati per aver, a più riprese, collaborato attivamente allo smantellamento della personalità giuridica dello Stato. Di tale posizione si è detto compiutamente in altri articoli ed in particolare nella denuncia penale che ho pubblicato e realmente depositato in Procura.
Orbene, se in perfetta buona fede, dichiaro, come ho più volte fatto, che Napolitano è un “traditore” della nostra Costituzione e della nostra Patria, argomentando compiutamente, non commetto alcun reato. Ovviamente sarei pronto a dimostrarlo in un processo se qualche pubblico ministero intendesse, erroneamente, incriminarmi per ciò che dico.
La fattispecie penale punisce pacificamente la volontà di offendere onore e prestigio del PdR ma deve necessariamente essere interpretata compatibilmente con il dettato Costituzionale ovvero secondo quella che in dottrina e giurisprudenza viene usualmente chiamata “interpretazione costituzionalmente orientata”. Laddove si esprime un giudizio motivato su circostanze concrete e documentate corrispondenti a verità non potrà trovare spazio alcun rilievo di responsabilità penale esattamente come avviene per i reati di diffamazione ed ingiuria. Diversificare le cause di non punibilità delle fattispecie di vilipendio e di diffamazione ovviamente creerebbe un’evidente violazione del principio di uguaglianza e ragionevolezza (art. 3 Cost.).
Inoltre, data la natura dolosa del reato in esame, se le circostanze da me elencate dovessero essere confermate, non tanto in fatto (sono palesi sul punto), ma nelle conseguenze giuridiche che da tale fatto scaturiscono, sarebbe Napolitano, come doveroso, a dover finire sotto processo. Non si potrebbe parlare di offesa ad onore e prestigio del PdR poiché lo stesso non sarebbe leso dall’attribuzione di fatti reali determinati, fatti per i quali vale dunque sia il diritto di cronaca (riconoscibile a qualunque cittadino) che quello di critica, nonché l’exceptio veritatis.
Pertanto l’onore ed il prestigio del PdR non possono essere lesi definendo lo stesso un “traditore” di Patria e Costituzione allorquando si è realmente in presenza di circostanze che possono ampiamente ricomprendersi proprio nella fattispecie di alto tradimento come rivendica lo scrivente. La stessa costituzione usa il termine “tradimento”, ergo tale termine può essere conseguentemente utilizzato dato il suo significato giuridico.L’incriminazione del PdR è dunque un diritto costituzionalmente tutelato al pari della tutela stessa del suo onore e del suo prestigio.
Onore e prestigio non sono sussistenti in chi tradisce il dettato costituzionale, indi è lecito affermare che di fronte ad un Presidente della Repubblica che chiede specificatamente e reiteramente di cedere sovranità nazionale esiste un pieno e totale diritto di segnalare la macroscopica violazione da parte di qualsivoglia cittadino in tutte le sedi, anche in quelle meramente informative.
Ad avviso di chi scrive è Napolitano stesso, con la sua assurda richiesta di smantellare la nazione e di asservirla ad interessi stranieri, a ledere costantemente l’onore ed il prestigio della nostra Repubblica che malauguratamente rappresenta.
Napolitano dunque è e resta il peggior presidente della storia repubblicana (sacrosanta espressione del legittimo diritto di critica dell’esponente). Mai si era infatti visto un PdR che chiedesse intenzionalmente di cedere la sovranità nazionale a terzi infischiandosene del fatto che, ex art. 1 Cost., detta sovranità appartenga in realtà al popolo.
Inoltre si rammenta che tra i doveri costituzionalmente tutelati di ogni cittadino rientra anche quello di difendere la patria: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” (art. 52 Cost.)
Dunque nanti a richieste palesemente ostili alla Patria, come quella di cedere la sovranità nazionale, sarebbe grave omettere di attivarsi pubblicamente come la Costituzione impone. Dunque ciò che io con orgoglio e senza timore delle conseguenze sostengo risulta la mera concretizzazione di un dovere di rango costituzionale. Ho piena fiducia nella Magistratura quale unico potere dello Stato che può ancora salvare il paese dalla catastrofe.
La giurisprudenza peraltro conforta ampiamente la visione dello scrivente: “La previsione di reato di cui all’art. 278 c.p. (offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica) manifestamente non si pone in contrasto con gli artt. 3, 21, 24, 25, comma secondo, e 111 della Costituzione e può essere integrata da affermazioni che, esulando dai limiti del legittimo diritto di critica, abbiano (valutate nell’ambito dell’intero contesto in cui sono contenute) carattere insultante, ingiurioso e ridicolizzante”. Cass. Pen. n. 12625/2004.
Fermiamo il golpe e facciamo in modo che la propaganda non ci freni nel pieno diritto di rivendicare la verità. Andiamo avanti!
http://www.studiolegalemarcomori.it/napolitano-vilipende-la-repubblica/
 

tramite: http://alfredodecclesia.blogspot.it/