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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

23/10/14

come da noi - Spesi 70mila euro in creme Le ministre si scusano umiliandosi in diretta tv

Scandalo in Giappone: sperperano soldi pubblici in cosmetici e ventagli. Il Paese non perdona: dimissioni e pubblica gogna



Quando la tentazione vince sull'ambizione allora succede come a Yuko Obuchi, promessa della politica giapponese, ministra giovanissima e rampantissima della giustizia, accusata di aver speso tra il 2007 e il 2012 più di 10 milioni di yen, circa 74mila euro, in creme di bellezza.


Yuko Obuchi fa l'inchino e si dimette da ministro dell'Industria giapponese


Scivolata brutta e imperdonabile in un Paese dove ancora il rispetto per la buona condotta hanno un senso. La ministra avrebbe speso fondi per spese personali ed elargito regali ai suoi, qualche biglietto di teatro gratis, qua e là. E se qui in Italia siamo ormai abituati a storie di questo tipo, in Giappone no. Il Paese del Sol levante deluso e profondamente offeso, ha preteso - e immediatamente ottenuto- scuse e dimissioni con doloroso e dispiaciuto mea culpa pubblico.
Carriera addio. È finita così, nel peggiore dei modi possibili per la bella ministra, figlia della migliore borghesia, cresciuta in un ambiente protetto e d'elite, il padre un nome di peso, l'ex premier Keizo Obuchi. Lei appena 40enne, elegante e telegenica, madre di due figli, era considerata l'immagine giusta per convincere l'opinione pubblica più scettica della necessità di riapertura dei reattori nucleari chiusi dopo il disastro di Fukushima; nel 2011 candidata lei stessa ad un futuro da premier, astro nascente per la politica giapponese, in un mondo dove ancora la percentuale di maschi al potere è altissima. Ma la tentazione l'ha fatta cadere. Rovinosamente, perchè il Giappone non perdona e qui la vergogna e il disonore pesano ancora come macigni.
Si è scusata Obuchi. Si è presentata in conferenza stampa per rassegnare le dimissioni, docile e remissiva, occhi bassi e mani giunte lungo le cosce. Un vestito nero formale e a lutto. E guardando la platea, livida e composta si è piegata. Prostrata in un grande e umilissimo inchino. «Offro le mie più sincere scuse per non essere in grado di contribuire alla ripresa economica e alla realizzazione di una società in cui le donne brillano», ha detto visibilmente scossa. La colpa e la vergogna, parole cariche di senso a pesare sulla coscienza. Sulla buona condotta, sull'esempio da dare al prossimo, il Giappone ci ha fondato una cultura, principi presi sul serio, per cui spesso si è disposti anche al suicidio.
È un colpo durissimo per il premier Shinzo Abe, lui che tanto aveva voluto l'effetto quote rosa, operazione per ottenere nuova popolarità e proporre una nuova immagine delle donne nel mercato del lavoro, ora è stato costretto ad accusare il colpo. Ma non solo, a poche ore dallo scandalo Obuchi ecco che è stata costratta a dimettersi anche Midori Matsushima, ministro della Giustizia, accusata dall'opposizione di aver violato la legge elettorale.


Come per Obuchi un inciampo di vanità: avrebbe fatto distribuire ventagli-volantini di carta per difendersi dall'afa (del valore di 50 centesimi l'uno) con il suo ritratto e il suo nome agli elettori della sua circoscrizione. Matsushima è inoltre sotto accusa per avere usato un appartamento fornito dal Parlamento mentre teneva le sue guardie del corpo nella sua residenza privata in centro a Tokyo. Dal suo arrivo al potere nel 2012, questo è il colpo più duro per il primo ministro nipponico Shinzo Abe, che aveva voluto le due donne nella sua squadra e ha presentato pubbliche scuse per la situazione.
Sono durate troppo poco le due ministre inebriate dal profumo del potere; erano state nominate appena il 3 settembre scorso nell'ambito di un rimpasto.
A rimpiazzare la giovane rampante ministra all'Industria Yuko Obuchi sarà Yoko Kamikawa, parlamentare quarantenne del Partito liberal-democratico (Pld) del premier, mentre il posto della ministra della Giustizia, Midori Matsushima, sarà preso da Yoko Kamikawa, sessantuno anni, ex ministra al Declino della natalità.
Ancora una doppia scommessa al femminile per Abe. Ci deve credere e deve sperare che funzioni se non vuole che sia l'ultima.

di Manila Alfano - 21 ottobre 2014
fonte: http://www.ilgiornale.it

BUON COMPLEANNO SALVATORE .




Spero che questo silenzio sia dovuto a trattative in corso... e non sintomo di uno Stato imbelle nei confronti di due suoi servitori.




                             " A PRESTO LEONE "



22/10/14

Uno Stato al servizio dei cittadini…? Storie e misfatti di un paese alla deriva.



Uno Stato al servizio dei cittadini…? Storie e misfatti di un paese alla deriva.
Guardia di Finanza: ecco il testo integrale della grave “denuncia” di un maresciallo.
By donnemanagerdinapoliit on 27 aprile 2014 *


Non è il caso di aggiungere altre parole. Come già detto ieri ci si sente male a leggere quanto riportiamo. Noi ribadiamo la nostra fiducia ed ammirazione per tutti gli uomini e le donne non solo della Guardia di Finanza ma di tutte le Forze di Polizia e militari che credendo in valori come la legalità, la giustizia, il rispetto, l’etica e la morale, ecc… tutti i giorni indossano l’uniforme per servire lo Stato con onore.
Ciò non toglie che l’informazione deve essere fatta anche quando fa male. Abbiamo già trattato l’argomento negli articoli “Guardia di Finanza, agghiacciante dichiarazione di un maresciallo” ed “Italia, Stato di Polizia? E’ caccia al Maresciallo della Guardia di Finanza che ieri…” ed oggi come ne siamo venuti a conoscenza abbiamo riportato il testo integrale dello “sfogo” del Maresciallo della Guardia di Finanza. (Fonte: FICIESSE.IT)

NOI FINANZIERI, AL LAVORO PER ROVINARVI. UN MARESCIALLO DELLA GDF RIVELA: DOBBIAMO RAGGIUNGERE I TARGET PREFISSATI. SOLO COSI’ SI LEGITTIMANO GLI STIPENDI DEI NOSTRI GENERALI, CHE SONO DECINE. I NOSTRI VERTICI SONO LONTANI DALLA REALTÀ. FORMAZIONE ASSENTE, RISORSE ALL’OSSO, OSSESSIONE NUMERI (Libero)
Libero, 26 aprile 2014

Memorie di un finanziere della polizia tributaria. Si potrebbe intitolare così il sorprendente documento esclusivo che state per leggere. Si tratta della trascrizione, fedele alla lettera, del disarmante sfogo di un disincantato, onesto e preparato maresciallo della Guardia di Finanza, impegnato da diversi lustri nei temutissimi controlli alle imprese. L’uomo, di cui evitiamo di indicare dati anagrafici e curriculum per non renderlo riconoscibile, ha apparecchiato per Libero uno zibaldone di pensieri, suddiviso in capitoletti, sul suo lavoro di tutti i giorni. Che per lui è diventato un tran tran asfissiante, capace di condurlo quasi al rigetto. Il risultato è questa spietata radiografia che stupisce e, in un certo senso, preoccupa di un mestiere che tanto trambusto porta nelle vite degli italiani. 

Infatti in questo sfogo il militare dipinge le ispezioni delle Fiamme gialle come un ineluttabile meccanismo stritola-imprenditori il cui obiettivo non sarebbe una vera e sana lotta alle frodi fiscali, ma una fantasiosa e famelica caccia al tesoro indispensabile a lanciare le carriere di molti professionisti dell’Antievasione. «Nel nostro lavoro ci sono forzature evidenti, a volte imbarazzanti», ammette con Libero il maresciallo. Che qui di seguito svela retroscena e segreti dei controlli che intralciano ogni giorno il lavoro di centinaia di imprenditori. Una lettura che potrebbe agitare qualcuno e far alzare il sopracciglio ad altri. Ma a tutti deve essere chiaro che non di fiction si tratta e che domani il nostro maresciallo e la sua pattuglia potrebbero bussare alla vostra porta. Preparatevi a leggere il testo di questo finanziere raccolto in esclusiva da Libero.

Ossessione numeri – Dietro alle verifiche ci sono enormi interessi economici: il dato del recupero dell’imposta serve a molti. Sia ai politici che ai finanzieri. Nella Guardia di Finanza il raggiungimento degli obiettivi legittima l’ottenimento dei premi incentivanti e gli stipendi stellari dei generali, che sono decine: uno per provincia, più uno per regione. Nel nostro Corpo esistono vere e proprie task-force che si occupano di fare previsioni di recupero d’imposta e a fine anno queste devono essere raggiunte, come se l’evasione fiscale si basasse su dei budget. Gli operatori sul territorio sono meno di chi elabora questa realtà virtuale, su 64 mila finanzieri siamo circa 4 mila a fare i controlli.

Indietro non si torna – A fine anno i generali chiedono il dato dell’imposta evasa constatata e lo confrontano con quello dell’anno prima. Il risultato non può essere inferiore a quello di 12 mesi prima. Se il dato scende bisogna dar conto al reparto centrale di Roma del perché si siano recuperati meno soldi e il comandante del reparto periferico rischia di vedersi bloccare la carriera. Per questo le nostre verifiche proseguono anche di fronte a evidenti illogicità. I nostri ufficiali parlano solo di numeri e quando hanno sentore di un risultato, magari per una previsione affrettata di un ispettore, corrono dai loro superiori anticipando che da quella verifica potrà venir fuori un certo risultato: a quel punto non si può più tornare indietro. Il verbale diventa subito una statistica, una voce acquisita e ufficiale di reddito non dichiarato. Quando si prospetta un ventaglio di possibilità per risolvere una contestazione si concentrano le energie sempre su quella che porta il risultato più alto. Che sarebbe poco grave se fosse la strada giusta. Ma spesso non lo è. Per la Finanza quello che conta è il dio numero. Il nostro unico problema è come tirarlo fuori.

Per riuscirci c’è un nuovo strumento infernale, la cosiddetta “mediana”, che va di gran moda tra gli ufficiali. La si pronuncia con rispetto e deferenza, anche perché da essa dipende la carriera di chi la evoca. Si tratta di uno studio fatto a tavolino, che stabilisce il valore medio della verifica necessario a raggiungere gli obiettivi, il tetto al di sotto del quale non si può andare. Se capiamo che in un’azienda il verbale sarà di entità inferiore alla mediana, derubrichiamo la verifica a controllo in modo che non entri nelle statistiche ufficiali.
Alla Guardia di Finanza abbiamo uffici informatici che elaborano dati in continuazione. Ma si tratta di numeri “drogati”, come lo sono quelli dei sequestri. Nei magazzini dei cinesi ho visto colleghi registrare alla voce “giocattoli” ogni singolo pallino delle pistole per bambini. Spesso questi servizi si fanno in occasione delle feste natalizie, così passa l’informazione che sul territorio c’è sicurezza.
Con questi numeri i generali si riempiono la bocca il 21 giugno, giorno della festa del Corpo. Lo speaker spara cifre in presenza di tutte le autorità, dei presidenti dei tribunali, dei politici, ecc. ecc. Quel giorno è un tripudio di dati pronunciato con voce stentorea: recuperata tot Iva, scovati tot milioni di redditi non dichiarati, arrestati x emittenti fatture false. Una festa!

Normativa astrusa – La normativa tributaria italiana è talmente ingarbugliata che si presta alla nostra logica del risultato a ogni costo. Per noi è piuttosto semplice fare un rilievo visto che siamo aiutati da questa legislazione astrusa e abnorme, spesso contradditoria e conflittuale. Nel nostro Paese è quasi impossibile essere in regola e per chi lo sembra ci prendiamo più tempo per spulciare ogni carta. Infatti se una norma può apparire favorevole all’imprenditore, c’è sicuramente un’altra interpretabile in maniera opposta. E in questo ci aiuta l’oceanica produzione di sentenze, frutto di un eccessivo contenzioso. Un contratto, un’operazione possono essere interpretati in mille modi e alla fine trovi sempre una sentenza della Cassazione che ti permette di poter fondare un rilievo su basi giuridiche certe. Questo è il Paese delle sentenze.

Analizzando un bilancio, un’imperfezione si trova sempre. Magari per colpa dello stesso controllore che prima dice all’imprenditore di comportarsi in un modo e poi in un altro, inducendolo in errore. Per esempio, su nostro suggerimento, un’azienda non contabilizza più certe spese come pubblicità (deducibili), ma come spese di rappresentanza (deducibili solo in parte). Quindi arriva l’Agenzia delle Entrate e spiega che quelle non sono né l’una né l’altra. A volte succede che qualcuno abbia già subito un controllo, abbia aderito a un condono e, zac, arriviamo noi e contestiamo lo stesso aspetto, ma in modo diverso. Dopo i primi anni nel Corpo non ho più sentito di controlli chiusi con un nulla di fatto e in cui si torna a casa senza aver contestato qualcosa. Alla fine chi lavora impazzisce.

Chi sbaglia non paga – Come è possibile tutto questo? Semplice: perché chi sbaglia non paga, ma anche perché chi sbaglia non saprà mai di averlo fatto. Il motivo è semplice: noi non comunichiamo con l’Agenzia delle Entrate e non sappiamo mai che fine facciano i nostri verbali. Per questo se ho commesso un errore non lo verrò mai a sapere: il nostro è solo un verbale di constatazione, a renderlo esecutivo è l’Agenzia delle Entrate che lo trasforma in verbale di accertamento. Però raramente i nostri colleghi civili bocciano il nostro lavoro, anzi questo non succede nel 99,9 per cento delle situazioni. Si fidano di noi e, anche se sono molto più preparati, nella maggior parte dei casi prendono il nostro verbale e lo notificano, tale e quale, al contribuente. Quello che sappiamo per certo è che i nostri verbali, giusti o sbagliati che siano, diventano numeri e quindi non ci interessa che vengano annullati, tanto non ne verremo mai a conoscenza né saremo chiamati a risponderne. Per noi resta un grosso risultato. E visto che nessuno paga per i propri errori, il povero imprenditore continuerà a trovarsi ignaro in un castello kafkiano fatto di norme e risultati da ottenere.

Imprese sacrificali – Gli imprenditori con noi sono sempre gentili, ci accolgono con il caffè, sopportano di averci tra i piedi per settimane, ma si capisce che vorrebbero dirci: scusateci, ma avremmo pure da lavorare. A noi però questo non interessa: dobbiamo contestargli un verbale a qualsiasi costo e quando bussiamo alla loro porta sappiamo che non hanno praticamente speranza di salvezza. Per contrastare e contestare questa trappola infernale l’imprenditore è costretto a pagare consulenti costosissimi, ma noi rimaniamo sempre sulle nostre posizioni. A volte capita che per provare a difendersi il presunto evasore chiami in soccorso come consulenti ex finanzieri, ma spesso questo non gli evita la sanzione. Anzi.
Negli ultimi anni ho notato una certa arrendevolezza da parte degli imprenditori: dopo un po’ si stancano. Capiscono, e ce lo dicono, che tanto dovranno fare ricorso perché noi non cambieremo idea. Per tutti questi motivi molti di loro costituiscono a inizio anno un fondo in previsione della visita della Finanza. Sono coscienti che qualcosa dovranno comunque pagare.
Chi fa veramente le grandi porcate, chi apre e chiude partite Iva, emette false fatture o costituisce società di comodo magari alle Cayman è molto più veloce di noi e per questo non lo incastriamo, mentre azzanniamo quelli che operano sul territorio e che sono regolarmente censiti nelle banche dati. Alla fine lo Stato colpisce sempre i soliti noti. Non è una nostra volontà, ma dipende dal fatto che non abbiamo risorse per fare la vera lotta all’evasione e in ogni caso dobbiamo fornire dei numeri al ministero per poter legittimare la nostra esistenza come istituzione. Anche in Europa.

Tangente di Stato – L’imprenditore, se accetta la proposta di adesione al verbale entro 60 giorni, paga solo un terzo di quanto gli viene contestato e spesso salda anche se non lo ritiene giusto, per togliersi il dente ed evitare ricorsi costosi (a volte più dei verbali) e sine die. In pratica accetta di pagare una tangente allo Stato. Agli imprenditori i ricorsi costano molto e se la commissione provinciale, il primo grado della giustizia tributaria, dà ragione allo Stato, l’imprenditore prima di ricorrere alla commissione regionale, il secondo grado, deve pagare metà del dovuto. Per questo chi lavora spesso preferisce chiudere la partita all’inizio, pagando un terzo.

Giustizia da farsa – Il contradditorio tra Guardia di Finanza e imprenditori durante le verifiche è una farsa, perché ognuno rimane sulla propria posizione, ma va fatto per legge. Nel contradditorio gli imprenditori non hanno scampo: quel numero, quell’ipotesi di evasione, ormai è stato venduto e non può più essere ridimensionato. È entrato nel sistema e nelle nostre statistiche. A noi non interessa se magari dopo anni quel verbale verrà annullato e non avrà prodotto alcun introito per lo Stato.
Le cose non vanno meglio con la giustizia tributaria, gestita da commissioni composte da avvocati, commercialisti, ufficiali della Finanza in pensione che fanno i giudici tributari gratuitamente giusto per fare qualcosa o per sentirsi importanti. È incredibile, ma in Italia il sistema economico-finanziario viene affidato a un servizio di “volontariato”.
La verità è che un tale esercito di volontari senza gratificazioni economiche non se la sente di cassare completamente il lavoro di finanzieri e Agenzia delle Entrate e l’imprenditore qualcosa deve sempre pagare. Difficilmente questi giudici per hobby danno torto allo Stato.
L’assurdità è che vengono pagati 30-40 euro per motivare sentenze complesse che hanno come oggetto verbali da milioni di euro, scritti da marescialli aizzati dal sistema.

Formazione assente – Il nostro vero problema è la mancanza di specializzazione di un Corpo che cerca di riscattarsi nel modo sbagliato, provando a portare a casa grandi risultati, sebbene “storti”. A volte l’ignoranza aiuta a far montare un rilievo che non sta né in cielo né in terra. Sulla nostra formazione non ho niente da dire, perché non esiste. Eppure dobbiamo confrontarci con specialisti agguerriti, leggere documenti in lingue straniere, e la gran parte di noi non sa una parola in inglese. Non ci forniscono nemmeno i codici tributari aggiornati, mentre spendono milioni per farci esercitare ai poligoni, visto che siamo inspiegabilmente ancora una polizia militare, come solo in Equador e Portogallo. Un commercialista lavora 12 ore al giorno e si forma continuamente. Dall’altra parte della barricata c’è gente come noi che non vede l’ora di scappare via dall’ufficio, dove spesso non ha neppure a disposizione una scrivania o la deve condividere con altri colleghi. In questo modo il lavoro diventa l’ultimo dei pensieri. I più bravi vanno in pensione appena possono, per riciclarsi come professionisti al soldo delle aziende. Ci vuole una fortissima motivazione per studiare una materia terribile come il diritto tributario. Avvocati e commercialisti trovano gli stimoli nelle parcelle, da noi un maresciallo con vent’anni di servizio guadagna 1.700 euro. Gli incentivi li dobbiamo trovare dentro di noi, magari pensando di sfruttare il sistema per trovare un altro lavoro. È illogico che un mestiere così delicato, dove si contestano milioni di euro d’evasione, sia affidato a gente sottopagata e impreparata. L’unico modo di tenersi aggiornati è quello di studiare a proprie spese, pagandosi master e corsi. Purtroppo la formazione è costosissima e spesso ci rinunciamo. È chiaro che un sistema del genere presti il fianco al rischio della corruzione.
In più bisogna considerare che per noi le verifiche sono particolarmente rischiose. In base alla mia esperienza non le facciamo con la giusta professionalità, possiamo commettere errori in buona fede, essere invischiati in fatti che neanche capiamo. Per esempio alcuni di noi sono stati accusati di aver ammorbidito un verbale per un tornaconto, in realtà lo avevano fatto per ignoranza e per questo ora quasi nessuno vuole più fare questo tipo di lavoro.

Risorse all’osso – I nostri capi hanno budget di spesa sempre più ristretti. Nonostante ciò ogni ufficiale deve portare a casa i risultati con i soldi e le pattuglie che ha. Risultati almeno uguali a quelli dell’anno precedente. A causa di questa mancanza di mezzi siamo costretti a portare via dalle aziende penne, risme di carta, spillatrici. E secondo me gli imprenditori se ne accorgono, ma non dicono nulla per compassione.
Onestamente gli ufficiali non sono responsabili di questa penuria di risorse, visto che i fondi destinati alla lotta all’evasione vengono decisi dai politici. Ma la frustrazione dei nostri superiori viene compensata da ottimi stipendi personali che lievitano grazie ai risultati conseguiti. Cosa che ovviamente non succede a noi.
Nel nostro lavoro, la mattina, ammesso che trovi una macchina libera, devi prima fare car-sharing e accompagnare diversi colleghi ai reparti, quindi ti restano due o tre ore per fare visita a un’azienda. Quando rientriamo da una verifica il nostro principale problema è segnare sul registro quanti chilometri abbiamo fatto e quanta benzina abbiamo consumato. Arriveremo al paradosso di fare le verifiche in ufficio a contribuenti trovati su Google.

Lontani dalla realtà – I nostri vertici sono lontani dalla realtà, sono convinti che noi facciamo “lotta all’evasione”. C’è una distanza siderale tra chi sta in trincea, come me, e chi vive nei salotti. Un maresciallo può parlare solo con il tenente e non con i gradi superiori. Il nostro messaggio viene filtrato e arriva al vertice completamente distorto. Nel nostro sistema militare non conta quello che pensi del tuo lavoro, ma il grado che hai sulle spalle. L’ufficiale non va a riferire al superiore se l’ispettore gli ha detto che un controllo potrebbe non portare a niente. Al contrario insinua nei vertici la speranza che un risultato arriverà. E così chi va in giro per aziende deve ingegnarsi per trovare il cavillo che porti al risultato, solo per sentirsi dire bravo o per una pacca sulla spalla. L’animo umano si accontenta di poco. In questa catena di comando in cui tutti devono fare carriera non sono ammessi dubbi od obiezioni, l’informazione reale resta a valle, al generale arriva quella virtuale, il famoso “numero”. In nome del quale vengono immolati molti evasori virtuali.

tramite: http://www.lanuovaitalia.eu 

Così gli immigrati occuperanno il Paese



DESTINARE TANTE RISORSE ALLE FAMIGLIE PER PERMETTERGLI DI AVERE FIGLI E MANTENERLI .. NO ??? ___ PAZZESCO !!!!!

L'INVASIONE

Dossier choc delle Nazioni Unite: serviranno a sostenere l’economia. Fino al 2050 l’Italia dovrà ospitarne 120 milioni. L’Unione Europea 700. 

 

immigrati
Nel 2050 un terzo della popolazione italiana sarà composta da immigrati. Stranieri sbarcati nel Belpaese per lavorare e figli e nipoti dei migranti che in questi giorni il Mediterraneo sta rovesciando sulle nostre coste. Nello studio «Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations?», redatto dal Dipartimento degli Affari sociali ed economici dell’Onu vengono analizzati i movimenti migratori a partire dal 1995 e, attraverso modelli matematici, vengono prospettati diversi scenari che disegnano per l’Italia la “necessità” di far entrare tra i 35.088.000 e i 119.684.000 di immigrati per “rimpiazzare” i lavoratori italiani. Visto che tra 36 anni gli over 65 saranno il 35% della popolazione e presupposto che il tasso di natalità per donna resti fermo a 1,2 bambini (negli Anni Cinquanta la media era 2,3).
Se c’è chi chiede se per far fronte ad un declino economico e sociale inevitabile non sarebbe meglio promuovere politiche a favore delle famiglie per supportare chi vuole far figli, dall’altra le Nazioni Unite stanno studiando come “sostituire” ai lavoratori italiani, francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli quelli provenienti dal Terzo Mondo per non far crollare l’economia e il sistema pensionistico. Nel 2050, secondo il dossier, saremo in 41.197.000, solo 194mila in più di quanti eravano 64 anni fa. Il livello demografico più alto dal dopoguerra l’Italia l’ha toccato nel 1995, con 57.338.000 residenti registrati. Da allora una lenta e progressiva discesa, accompagnata dal calo della natalità e dal costante invecchiamento della popolazione. Fenomeno che condividiamo con quasi tutti i paesi europei. Ad esempio la Francia, che nel 1901 vedeva nascere per ogni matrimonio 7,8 figli. Mezzo secolo dopo era già scesa a 2,7 per poi attestarsi a 1.7. In Germania per ogni coppia ci sono 1,30 bambini e in Gran Bretagna 1,78. Nell’Unione Europea la media è di 1,5 nascite per ogni donna. 


Troppo poco per mantenere gli attuali livelli di sviluppo. Meno nascite, alla lunga, significano meno lavoratori attivi che, quindi, non ce la faranno a sostenere con i contributi il peso delle pensioni. Come evitare che la «macchina» s’inceppi? Che milioni di anziani si ritrovino senza indennità? Come mantenere stabili le entrate per i tributi da tradurre in welfare, soldi da spendere per sanità, trasporti e servizi pubblici? Le soluzioni potrebbero essere molte. Le Nazioni Unite intravedono come via principale quello di «rimpiazzare» (come riportato nel titolo del dossier) l’Europa e l’Occidente che invecchia con una massiccia iniezione di immigrati da Asia, Africa e Oceania. Lo studio prende in considerazione quelli in età lavorativa, tra i 15 e i 64 anni, che dopo lo sbarco molto probabilmente si stabiliranno dalle Alpi alla Sicilia. Vivranno con noi, si sposeranno, faranno figli e nipoti. Così che, anno dopo anno, l’Italia degli italiani si trasformerà in un «melting pot», un’insieme di razze, culture, religioni dove tra quarant’anni a stento saremo ancora maggioranza.
Ventiseimilioni di immigrati e i loro discendenti risiederanno a Roma, Milano, Napoli e nei mille Comuni della Penisola nel 2050. Ora sono 4,4 milioni contro i 7,8 presenti in Germania. Il primo ministro inglese David Cameron ha annunciato misure restrittive per gli stranieri in materia di accesso ai sussidi di disoccupazione e alle liste d’attesa per le case popolari. Londra nello scenario più «spinto» dovrà farsi carico di altri 59 milioni di migranti nei prossimi 36 anni, per sostituire i lavoratori che andranno in pensione e quelli che moriranno. Dovranno sostituire pure i connazionali che verranno seppelliti all’ombra dell’Union Jack, che di fatto sono nati nel Regno Unito e lì resteranno. Così accadrà in Italia e nei 27 Stati dell’Ue. «In Francia, Germania e Gran Bretagna - scrive il Dipartimento degli Affari sociali ed economici dell’Onu - il numero di immigrati necessari per mantenere costante sia la popolazione totale che la popolazione in età lavorativa varia irregolarmente nel tempo a causa di strutture di età specifiche . Questi numeri sono paragonabili al numero di immigrati ricevuto nel corso degli ultimi dieci anni. In Germania e in Italia, invece, lo scenario porterebbe tra il 30 e il 40 per cento la popolazione popolazione immigrata nel 2050, che è molto più alta di quella attuale». L’immigrazione, come testimoniano i dati della Guardia Costiera e della Marina Militare che hanno soccorso 150mila stranieri con l’Operazione Mare Nostrum, non segue modelli stabili di crescita ma esponenziali. Di tutti gli sbarchi segnalati negli ultimi vent’anni nel Mediterraneo il 45% è avvenuto nel 2014. E il 48% di chi non ce l’ha fatta, è morto tra le onde quest’anno. Chi è riuscito ad entrare in Italia, dopo mesi, anni di clandestinità pare riesca a trovare lavoro più facilmente degli italiani. Il 60,1% degli stranieri presenti nel Belpaese risulta occupato contro il 59,5% di lombardi, veneti, romagnoli, pugliesi e piemontesi. L’arrivo di nuovi migranti da Tunisia, Egitto, Siria, Cina, Afghanistan, Pakistan, Nigeria, Somalia, Marocco propugnato dalle Nazioni Unite potrebbe essere interpretato da più di qualcuno come uno schiaffo a quel 40,5% di italiani, nella stragrande maggioranza giovani, che non ha lavoro. Milioni di «invisibili» di cui non viene fatta menzione nel dossier. Come se la disoccupazione non esistesse.


L’obiettivo che sembra preoccupare gli statisti che nel Palazzo di Vetro a New York disegnano scenari appare esclusivamente quello di far raggiungere all’Europa, sempre nel 2050, il rapporto di due lavoratori per ogni pensionato. Come modello vengono indicati gli Usa dove il rapporto è 2,8 occupati per ogni cittadino «a riposo». Nell’Ue la media è di 1,45. «L’immigrazione di rimpiazzo è tra le possibili politiche di risposta da considerare», insiste l’Onu, «per mantenere adeguati livelli di crescita». Schede zeppe di dati, analisi, grafici, tabelle. C’è di tutto nel dossier. Nemmeno una parola però, neppure un cenno, agli italiani e agli europei che ora sono senza lavoro e ci resteranno con l’arrivo di milioni di stranieri. Come se la crisi non esistesse. L’immigrazione di massa è destinata a rivoluzionare la realtà sociale, a (s)travolgere l’Europa che conosciamo, ma anche di questo non c’è traccia. Solo numeri e aride statistiche. Basta che i conti tornino.

Alessandra Zavatta- 22 ottobre 2014
fonte: http://www.iltempo.it

CASO MARO' L’India non è interessata a uno scambio tra i due marò Latorre e Girone e un gruppo di 18 marinai indiani - NESSUNA LUCE IN FONDO AL TUNNEL.



L’India non è interessata a uno scambio tra i due marò Latorre e Girone e un gruppo di 18 marinai indiani arrestati dalla Guardia di Finanza italiana nel canale di Sicilia, sospettati di traffico di droga. ( Corriere della Sera, martedì 21 ottobre 2014 )


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Roma 22 ottobre 2014 - Buona notizia, un eventuale scambio, onestamente,  sarebbe stato poco onorevole ed umliante per i nostri fucilieri e credo che questa soluzione non sia stata mai presa in seria considerazione dagli azzecca-garbugli indiani, nè tantomeno da quelli nostrani. Ma quale "exit strategy" ?
Difficile anche solo immaginare che l'India riconosca le schifezze compiute da politici e organi di polizia nel Kerala per incastrare i nostri Marò.
Una soluzione che accontenti le due parti, altrettanto difficile, l'India comunque ci rimetterebbe di più, ed è in gioco l'ambizione ad avere un posto come membro permanente del consiglio di sicurezza dell'ONU.
Battere finalmente i pugni sul tavolo ed abbracciare con determinazione le ragioni dell'innocenza, e non sono poche, mettendo da parte gli intrecci economi/commerciali?
L'Italia ha già dimostarto di non volerlo fare quando per la seconda volta, nel marzo 2013, ha rispedito i due fucilieri in India, forse con qualche assicurazione o promessa: " “Abbiamo ubbidito ad un ordine, abbiamo mantenuto una parola, quella che ci era stata chiesta, e oggi siamo ancora qui”, questa la denuncia di Salvatore Girone fatta con voce ferma, dura, a tratti rabbiosa, nella video conferenza del 2 giugno 2014.
Parole riprese, solo in parte, dall'Ammiraglio Accame, come si evince in un articolo centrato sulle "Regole di ingaggio", di Il Caramellaro, (http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=23593) per avvalorare alcune osservazioni e rischieste sulle suddette regole, e rilanciare la perizia tecnica di Abbo, un improbabile e fantasioso spiattellamento dei proiettili che avrebbero colpito i due pescatori, chi ha seguito la vicenda sa di cosa si tratta:  ".... Accame riaffermava il principio che  ".. tali regole di ingaggio hanno un particolare interesse legittimo per le associazioni che rappresenta e che la conoscenza delle regole d’ingaggio è particolarmente necessaria, tra l’altro, in relazione a quanto hanno affermato i marò nella conferenza stampa del 2 giugno circa gli ordini ricevuti. Ordini che certamente riguardano il tema del tiro dissuasivo effettuato, che ha portato presumibilmente alla morte dei due pescatori indiani..." "

Un peccato che anche in questa occasione si eviti di sottolineare incongruenze e lati oscuri, e nemmeno tanto, di questa indecente vicenda; peccato che un "Principe Del Mare" non difenda i suoi uomini ma si ostini, di fatto, a voler ritenere i due Sottufficiali, anche se  involontariamente, autori della morte dei due pescatori, pur di avvalorare le sue osservazioni sulle regole di ingaggio ritenute poco chiare; e peccato che si voglia, credo volutamente, porre l'accento su "ordini ricevuti" e non anche su "abbiamo mantenuto una parola, quella che ci era stata chiesta"

Tutti i militari eseguono ordini ... ma cosa era stato assicurato, e cosa era stato chiesto per convincerli a rientrare in India.

Intanto continuare a prediligere la via diplomatica .. sembra tempo perso;  denunciare l'India presso i competenti organismi internazionali.... nemmeno a parlarne;  avviare finalmente l'arbitrato internazionale ......... si prospetterebbero tempi lunghi, e non si capisce perchè non sia stato fatto subito; un accordo consensuale ......... come crederci, se non sbaglio le ultime parole di Modi sono state quelle rivolte a Renzi nel corso di un colloquio telefonico: “Bisogna che impariate ad accettare i tempi della nostra magistratura”

Fa veramente rabbia, nel seguire questa vergognosa vicenda, continuare a porsi lo stesso interrogativo: Perchè all'Enrica Lexie fu dato l'ordine di invertire la rotta ed entrare nelle acque territoriali indiane? Perchè fu permesso alle autorità indiane di salire su una nave battente bandiera italiana e quindi territorio italiano?
Nonostante tutte le giustificazioni che si sono  volute dare, senza quella sciagurata, incomprensibile ed inperdonabile decisione, che sa di "intelligenza con il nemico", questa vicenda non avrebbe mai avuto inizio.
E dopo questi errori iniziali, perchè i due fucilieri sono stati restituiti all'India dopo che era stato deciso di trattenerli, con validissime motivazioni,  In Italia ? 

Nel frattempo, dopo quasi tre anni, a parte il susseguirsi di illazioni e il fuoco amico che non manca mai, tutto tace ... nulla accade, diplomazia, politica, e suppongo vertici militari, dicono di lavorare tutti i giorni per risolvere la vicenda, ma con discrezione ... in silenzio.
Un assordante silenzio, e in fondo al tunnel non si vede nessuna luce. 

di Edoardo Medini