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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

22/03/14

Moretti: “Con i tagli agli stipendi i manager andranno via dall’Italia” Ma Renzi conferma: la stretta si farà






Gli stipendi d’oro dei dirigenti pubblici nel mirino. L’ad di Fs: è rischioso.
Ma il premier tira dritto: «Quando vedrà la ratio sarà d’accordo con me




Matteo Renzi all’attacco. Nel mirino evasori e stipendi d’oro dei manager pubblici. A Bruxelles per il consiglio europeo, il premier fornisce una serie di indicazioni in attesa delle decisioni politiche sul “menù” fornito nei giorni scorsi da Carlo Cottarelli, il supercommissario alla spending review, oggi bacchettato dalla Camera che ha definito sbagliati i numeri delle sue slides sui costi di Montecitorio. E se da un lato sembra sempre meno probabile un intervento sulle pensioni (Renzi si lascia solo uno spiraglio sulle pensioni d’oro), dall’altro una certezza Renzi la fornisce: ci sarà il taglio agli stipendi dei manager. Protesta l’ad di Ferrovie, Mauro Moretti ma appare decisamente critico anche il presidente degli industriali, Giorgio Squinzi. «Non si possono dare voti - dice Squinzi rivolgendosi a Renzi - credo che sia ancora a casa che si sta preparando alle interrogazioni». Poi critica con una battuta anche le lungaggini della burocrazia italiana per ottenere i permessi, parlando in un confronto pubblico con il governatore lombardo Roberto Maroni, pur parlando della necessità che le imprese italiane rimangano in lombardia, racconta la sua esperienza: «Anche oggi mi hanno offerto il Canton Ticino per il nuovo head quarter aziendale: se le lungaggini burocratiche mi fanno aspettare 4-5 anni - aggiunge - ci penso».


Intanto si consuma uno scontro a distanza tra l’ad di Ferrovie e il premier. «Io prendo 850 mila euro l’anno, - dice Moretti - il mio omologo tedesco ne prender tre volte e mezzo tanti». Poi avverte che molti manager, lui compreso, potrebbero decidere di andare via dall’Italia. Ironici i commenti: «se Moretti vuole andare via - dice ad esempio il Codacons - gli paghiamo il biglietto dell’aereo». A Moretti dopo molti commenti (da Loredana De Petris di Sel che dice «parole inaccettabili» a Giorgia Meloni presidente di Fratelli d’Italia «espatri pure») risponde direttamente Renzi: «Confermo l’intervento sugli stipendi dei dirigenti pubblici. Sono convinto che quando Moretti vedrà la ratio sarà d’accordo con me». Risponde Moretti: «di lui mi fido». Rilancia il segretario della Cisl Raffaele Bonanni che chiede di intervenire anche sugli stipendi dei manager delle molte municipalizzate.

Dunque qualche certezza ma tra pensioni, difesa, forze di polizia, sono molti i capitoli della spending attualmente in bilico. E allo stato sembra allontanarsi l’ipotesi di appesantire il deficit portandolo dal 2,6% stimato a ridosso (ma sotto) il 3% del limite europeo. Qualche indicazione in più arriverà comunque a breve con la presentazione del Def al Parlamento. E sul supercommissario si abbatte intanto la censura della Camera dei deputati. «Non corrisponde al vero per ciò che riguarda l’andamento della spesa della Camera dei deputati» quanto sostengono le slide di Cottarelli, pubblicate nei giorni scorsi, secondo le quali dal 2009 non sono calati i costi degli organi costituzionali.

Il “coniglio dal cilindro” di Renzi, con tutti i rischi del caso, potrebbe essere una nuova stagione di lotta all’evasione. Fatta però stavolta con strumenti più moderni. Una “cyber-guerra” agli evasori insomma. Renzi lo spiega con un tweet a chi gli chiede se aumenterà le tasse: «contro l’evasione ho intenzione di combatterla anche attraverso l’innovazione digitale e l’incrocio dei dati. Ne parliamo presto». Così le novità potrebbero arrivare a breve, cioè nel pacchetto di `riforma fiscale´ annunciato prima dell’estate. Ma come noto la strada della lotta all’evasione fiscale (260 miliardi sottratti ogni anno alle casse pubbliche) è assai difficile da percorrere. E ben lo sanno tutti i ministri che si sono alternati in questi anni al Tesoro che infatti, nelle varie leggi finanziarie, postavano cifre sempre molto prudenti su questo capitolo. Certo è che l’incrocio dei dati annunciato dal premier, in epoca di Agenda digitale, potrebbe tornare assai utile. Anche per “mirare” meglio il recupero dell’evasione che poi viene dato in carico ad Equitalia (60-70 miliardi su cui “lavorare” e circa 8 miliardi di recupero l’anno).

Economia -

"Così l'Italia fa fare affari alle milizie islamiste"

I pericoli sulla rotta dalla Libia. Un funzionario rivela: "Traffico d'uomini in mano a un capo filo Al Qaida".



da Tripoli
«Dall'inizio dell'anno gli sbarchi in Italia hanno raggiunto livelli senza precedenti (14mila ad oggi ndr). In Libia stanno arrivando frotte di clandestini e migranti provenienti da zone dell'Estremo Oriente che in precedenza non avevano alcun interesse per queste rotte.

Ahmed Asnawi, uno dei leader della rivolta anti Gheddafi, vicino ad Al Qaida, è ora a capo delle milizie islamiche che gestiscono il traffico di profughi
E dietro a quelli già sbarcati ci sono quelli in attesa.
Oggi abbiamo più di diecimila persone pronte a partire ammassate nei centri di raccolta o nelle case alla periferia di Tripoli, Zwara e Misurata. Ormai si è sparsa la voce che la traversata è facile e le navi dell'operazione Mare Nostrum salvano tutti. A fine inverno verremo sommersi dai nuovi arrivi».

GUARDA IL REPORTAGE

Il funzionario italiano che a fine febbraio passa al Giornale queste informazioni dai suoi uffici di Tripoli è un veterano della lotta all'immigrazione clandestina. Parla a titolo personale e non vuole veder pubblicato il proprio nome, ma fa chiaramente intendere come l'esodo senza precedenti sia diretta conseguenza dell'operazione «Mare Nostrum» messa in piedi dal governo Letta lo scorso autunno. «Quell'operazione – spiega il funzionario - ha generato aspettative in centinaia di migliaia di persone. La notizia delle navi italiane pronte a salvare chiunque si metta in mare ha fatto il giro del mondo. Per questo ormai arrivano dai quattro angoli del globo. E l'aumento della domanda moltiplica l'offerta. Ogni giorno compaiono nuove bande di trafficanti di uomini che non offrono più neppure le precarie garanzie del passato. Pur d'incassare li fanno salire su bagnarole di fortuna convinti che si salveranno grazie alle nostre navi. Ma quelle barche rischiano di colare a picco ad un miglio dalla coste libiche».


Oggi a tre settimane di distanza le previsioni del funzionario si stanno puntualmente avverando. E intanto l'operazione Mare Nostrum genera un'altra situazione tanto prevedibile quanto paradossale. «Quando i fondi di Mare Nostrum finiranno la Marina Militare sarà costretta a smettere di operare, ma le traversate non si fermeranno. I mercanti di uomini pur d'incassare continueranno a metter barche in mare e noi rischieremo nuove ecatombi. Per questo – avvisava già a fine febbraio l'anonima Cassandra - bisogna trovare una via d'uscita prima di venir nuovamente messi sotto accusa dalla comunità internazionale». Ora anche quella previsione si sta avverando . Proprio ieri il capo di Stato maggiore della Difesa Ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, ha annunciato la fine dei fondi. L'anticamera dell'ennesima tragedia con l'inevitabile coda di accuse al nostro paese è dunque già aperta. Ma i rischi per l'Italia non si fermano qui. «Nel sud della Libia – spiegava la “gola profonda” - la situazione è fuori controllo. A Saba, la capitale del sud, gli scontri fra le milizie filogovernative e i cosiddetti “anti gheddafiani”, hanno creato una situazione apocalittica. I confini non esistono più, e nessuno sa quante centinaia di migliaia di persone stiano risalendo da Sudan, Mali e Niger. In quelle zone desertiche non esiste alcuna autorità, comandano i più forti e si muove di tutto dalla droga, alle armi, agli esseri umani».


In questo caso l'allarme non riguarda solo l'esodo di centinaia di migliaia di disperati, ma anche il rischio terrorismo. Nell'immenso deserto a sud di Saba il lucroso affare dell'immigrazione clandestina è ormai sotto il controllo di una milizia alqaidista interessata non solo ai lucrosi proventi in denaro, ma anche alla possibilità d'infiltrare informatori e militanti sui barconi diretti in Italia. A spiegarlo al Giornale, a patto di non veder rivelato il proprio nome, è un inquirente della procura di Tripoli impegnato in una difficile indagine condotta dai settori dei servizi d'intelligence libici sfuggiti al controllo dei Fratelli Musulmani. «Al sud il gruppo di Al Qaida più attivo - spiega - è quello legato Ahmed Asnawi un comandante molto vicino ad Al Qaida. Lui e i suoi uomini sono stati i primi a cercar di mettere le mani sul commercio di esseri umani. Li prendono sotto il proprio controllo li trasferiscono verso la Cirenaica e la Sirte e da lì organizzano la partenza verso l'Italia su grosse imbarcazioni. A differenza dei trafficanti tradizionali garantiscono barche più sicure a prezzi inferiori, intorno ai mille dollari. Quei soldi oltre a finanziare il gruppo di Asnawi garantiranno l'arrivo nel vostro paese e nel resto d'Europa di molti terroristi».

GUARDA IL REPORTAGE
- Gio, 20/03/2014
fonte: http://www.ilgiornale.it/news/interni 

21/03/14

Marò – Soldati in India e Affari Sporchi – 4





VISTO CHE RISPUNTANO I DETRATTORI DEI NOSTRI FUCILIERI DI MARINA, “SCRITTORI” CHE A DISTANZA DI 24 MESI ANCORA DISQUISISCONO SULL’INTERNAZIONALITA’ O MENO DELLE ACQUE DOVE SONO AVVENUTI GLI EVENTI MA NON CI SPIEGANO PERCHE’ L’INDIA NON HA ANCORA PRODOTTO LE PROVE DEI FATTI E PRECISI ATTI DI ACCUSA, MI SEMBRA DOVEROSO RIPROPORRE QUALCHE ARTICOLO.......PER NON DIMENTICARE. 

" Chi vuole depistare disinformando sappia che più si cerca di nascondere la verità, più essa viene prepotentemente a galla "

............. segue le prime tre parti gia pubblicate su questo blog.

e.emme
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Sabato, Febbraio 15th/ 2014
- di C.Alessandro Mauceri -
Massimiliano Latorre, Salvatore Girone, India, ministro degli Esteri, Emma Bonino, La Russa, Monti, affidavit, Mancini, Corte del Kerala, Terzi, Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, Sua Act, Bureau centrale di polizia, Nia, National investigation agency, Angela Del Vecchio, Staffan De Mistura, Nazioni Unite, Unione Europea, Sonia Gandhi, Letta, Ashton, Ban Ki-moon, petroliera Enrica Lexie, Noviello, Finmeccanica, Times of India, C.Alessandro Mauceri 
Tragica Telenovela Marò: avanti tra contraddizioni, assurdi errori
procedurali e indifferenza sostanziale dei governi italiani
- Il ruolo impalpabile di Lady Ashton (UE) e Ban Ki-Moon (ONU)
- Lo sfogo di Massimiliano Latorre: "Scrivete la Verità!"


 
di C. Alessandro Mauceri
Vicenda Marò
 Telenovela Marò – La Bonino scarica il barile su "La Russa"                      
Roma, Kerala - Ormai Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vivono in India da oltre due anni. Per dirla con le loro stesse parole “in casa, ma non a casa”. E la soluzione di questa sporca vicenda non sembra essere prossima. Sì, “sporca” perché non è possibile definire in altro modo tutto quello che riguarda l’avventura dei nostri connazionali. Mesi fa (vedi qui Soldati in India e Affari Sporchi – Prima Parte   qui Soldati in India e Affari Sporchi – Seconda Parte  e  qui Soldati in India e Affari Sporchi – Terza Parte ) era già apparso evidente che i motivi che impedivano ai nostri marò (come se chiamarli così bastasse a farli sentire “in famiglia”) di tornare in Italia non avevano nulla a che vedere con ciò che avevano fatto (o non fatto). Per paradossale che possa sembrare, anche il nostro ministro degli Esteri Emma Bonino (parte di un governo di larghe intese e ministro appartenente ad un partito che non ha nemmeno un seggio in Parlamento: i radicali), in un momento tanto delicato ha affermato «il problema è la legge La Russa, che prevede la presenza di militari a bordo senza definire linee di comando». Invece di pensare alla salute dei nostri connazionali, il ministro ha pensato che fosse più saggio scaricare il barile sull’ex ministro delle Difesa (La Russa, N.D.R.). Come se questo “fattaccio” fosse un problema “tecnico”. In realtà, proprio dal punto di vista “tecnico” la vicenda che ha come protagonisti i nostri connazionali, presenta una sconvolgente sequenza di errori e imprecisioni degna di una telenovela di quart’ordine.
 
 Mario Monti, l'arbitrato ONU e le prime contraddizioni legali                   
Gli errori nel modo di gestire questa faccenda cominciano con Mario Monti, senatore a vita in fretta e furia e capo del governo con il mandato di "salvare l’Italia" (cosa che come tutti sanno non è avvenuto anzi, semmai, la situazione del Bel Paese è peggiorata grazie alle misure adottate dal professore). Fu Monti a sollecitare l’arbitrato delle Nazioni Unite (come sia stata accolta questa richiesta si vedrà in seguito). Poi il governo dichiarò che era doveroso che a giudicare i marò fosse la magistratura italiana. Salvo poi, contraddirsi con l’affidavit, l’impegno firmato dall’ambasciatore Mancini per la Corte del Kerala che garantiva il ritorno in India dei due marò, «nell’ambito dell’esercizio delle garanzie costituzionali». Eppure la Procura di Roma aveva aperto un’indagine per omicidio volontario a carico dei due marò. Quindi, in base alle prerogative della Costituzione italiana, l’azione penale era obbligatoria e prioritaria. Come, peraltro, suggerito dall’allora ministro Giulio Terzi: una volta che Girone e Latorre erano in Italia, c’era “l’opportunità, o meglio l’esigenza di segnalare formalmente alla Procura della Repubblica di Roma il ricorrere delle condizioni affinché la nostra giurisdizione fosse effettivamente esercitata”. Ciò avrebbe consentito ai due marò di non rientrare in India. Eppure nessuno si servì di questi strumenti. Perché? In un alternarsi di smentite e cambi di direzione, le voci ufficiali mutarono fino a rimandare i nostri connazionali in India. Nessuno tenne in alcun conto i suggerimenti (invero validi) di Terzi (tra i quali, che l’India «escludesse dalla competenza della Corte, fattispecie di reato tra cui l’omicidio volontario e il terrorismo, per le quali la normativa indiana prevede la pena di morte»).
 
 In Violazione alla Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE – Art. 19             
Anche il ricorso alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea che, all’articolo 19, riporta “Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti”. Quindi, se solo avesse voluto, l’Italia avrebbe potuto avvalersi del “diritto” di non rimandare i marò in India e l’Unione Europea avrebbe potuto sostenere questa decisione apertamente. Invece, si decise di rimandare i nostri marò in India, violando, di fatto, un trattato comunitario e, quindi, rischiando pure una "procedura di infrazione" da parte di Bruxelles. Nessuno di questi suggerimenti fu tenuto in alcun conto e Monti, con le elezioni ormai alle porte, pensò che fosse meglio farsi fotografare mentre rispediva i nostri connazionali in India piuttosto che garantire per le loro vite…
 Il Rientro in India e la Nuova accusa formale: "Terrorismo"                      
 
Rientrati in India, a sorpresa l’accusa nei confronti dei nostri connazionali fu cambiata in “terrorismo”. Così come quando erano stati richiamati in porto, nessuno aveva detto loro che dovevano farlo perché accusati di omicidio, allo stesso modo, prima del loro ritorno in India, nessuno aveva detto ai marò che sarebbero stati accusati non più “solo” di omicidio, ma di terrorismo. Ancora una volta i nostri politici dimostrarono grande competenza e rilevante peso politico. Nessuno capì che il solo motivo per cui l’India si era intestardita a ricorrere alla Sua Act, era che la legge antiterrorismo sulla sicurezza marittima estende la giurisdizione indiana a 200 miglia nautiche. Il motivo, peraltro palese, era che questo era l’unico modo per l’India per poter procedere legalmente contro i nostri marò, dato che il fattaccio, ammesso che sia avvenuto, pareva essersi verificato in acque internazionali, dove secondo il diritto del mare delle Nazioni Unite, ovvero le norme della convenzione di Montego Bay (ratificata sia dall'Italia che dall'India), il tribunale del Kerala non aveva alcuna competenzaMa non basta. 
 
Marò e Bugie

 L'Inversione dell'onere della prova                                                                       
Con il ricorso alle leggi antiterrorismo si è, di fatto, invertito l’onere della prova: se prima era la pubblica accusa a dover dimostrare la colpevolezza dei marò italiani, ora sono Latorre e Girone a dover dimostrare la propria innocenza. Anche il peggior avvocato penalista al mondo capirebbe subito le gravi conseguenze a cui si andava incontro con un simile gesto, ma non i nostri politici, che si sono ostinati a voler seguire la vicenda in modo “diplomatico”. Ciliegina sulla torta è il fatto che, proprio avendo fatto ricorso al Sua Act, a gestire le indagini non è più il Bureau centrale di polizia, ma la Nia, la National Investigation Agency. Che, come tutte le omologhe degli altri Paesi, opera con livelli di segretezza e di permissività e coinvolgimento dei legali difensori dei marò ben diversi dal Bureau….
 
 La presenza in aula di Staffan De Mistura? Un grave errore!                       
Ma gli errori fatti nel gestire la vicenda “Marò” non sono  finiti. Come ha confermato Angela Del Vecchio, docente di Diritto Internazionale Progredito alla Luiss di Roma, l’invio di Staffan De Mistura come incaricato del ministro della Difesa e “inviato speciale” del Governo, e la sua presenza in aula fu "sbagliatissima”, “perché significa accettare la competenza indiana: è come se l'India giudicasse l'Italia, perché i marò rappresentavano a tutti gli effetti il nostro Paese". Invece secondo un principio generale di diritto internazionale (che dovrebbe essere ben noto ai nostri politici e ai legali incaricati di gestire la questione) "par in parem non habet iurisditionem", ovvero soggetti di pari grado non possono citarsi in giudizio e giudicarsi l'uno con l'altro. Quindi agire in questo modo, ha di fatto significato riconoscere la competenza indiana e ammettere che i marò, rappresentando l’Italia ed essendo nell'esercizio delle proprie funzioni, abbiano fatto violare a tutta l’Italia le norme che regolamentano le operazioni antipirateria e gli obblighi internazionali, contratti in sede di Nazioni Unite e di Unione Europea. Naturalmente, dato che si tratta di soldati italiani, in questo caso i nostri militari, avrebbero dovuto potersi avvalere dell’”immunità” ed essere giudicati in Italia….Eppure anche questo non è stato chiesto.
 
 Altre strane omissioni e gravi errori di procedura                                            
E ancora, perchè l'Italia non ha insistito che la vicenda fosse giudicata dal Tribunale internazionale per il diritto del mare? Tale organo sarebbe il giudice internazionale competente in questi casi e che avrebbe valutato in tempi molto più rapidi e senza costringere l’Italia a questo stato di sottomissione nei confronti dell’India. Latorre e Girone, in realtà, non sono più imputati di un processo: sono diventati strumenti nelle mani della politica. Sia la nostra che quella indiana, dal momento che anche in India esistono forti conflitti tra le varie forze politiche e tra i vertici dei partiti, che si sono scontrati prima in occasione delle elezioni nello stato indiano del Kerala e poi con le politiche. Lo dimostra il fatto che i media in India non fanno altro che accusare i marò indicandoli non come italiani, ma come connazionali di una delle figure politiche di spicco, la leader del Congresso, Sonia Gandhi.
 
 Il ruolo di Lady Ashton (UE) e Ban Ki-Moon (ONU) nella vicenda          
Nei giorni scorsi Emma Bonino ha “rivendicato” il "grandissimo sforzo politico-diplomatico condotto per ottenere il sostegno delle organizzazioni internazionali". Lo stesso, ovviamente, ha fatto Enrico LettaLa verità è che la rappresentante per la politica estera dell’Unione, Lady Ashton, si è limitata a dichiarare che è “biasimevole” ciò che sta avvenendo in India e niente di più. Dall’altro, alla richiesta più volte avanzata sia dal governo Monti che dal governo Letta di intervento da parte delle Nazioni Unite, la risposta del segretario generale Ban Ki-Moon è stata la dichiarazione che a decidere sulla controversia tra India e Italia devono pensare i due Paesi e nessun altro (favorendo in tal modo la scelta “astensionistica” di tutti gli altri Paesi solo sulla carta alleati dell’Italia). Ma non finisce ancora. Da tempo si parla di una possibile mediazione offerta da Vinod Sahai, soprannominato «l'uomo che in India apre tutte le porte», il quale pare abbia più volte tentato di risolvere la questione “amichevolmente”. 
 
 Sahai, l'Uomo che apre tutte le porte… Tranne una…                                     
Vinod Sahai ha riferito, in una recente intervista, di aver avuto, circa un anno fa, contatti con il presidente della Corte suprema, Altamas Kabir, il quale gli riferì che, per sbloccare la questione, sarebbe bastata un’istanza formale proveniente dall’Italia. Per questo motivo Sahai aveva predisposto una petizione a nome degli indiani residenti in Italia in cui si chiedeva alla Corte Suprema di autorizzare il governo indiano a trovare una soluzione extragiudiziale oppure di rinviare il caso a un tribunale internazionale. Ebbene, secondo Sahai, prima sarebbe stato il ministro Di Paola a fermarlo, impuntandosi sul fatto che a risolvere la questione dovevano essere gli indiani e non gli italiani; poi, reiterata la richiesta al ministro Bonino, non avrebbe avuto alcuna risposta.  Il risultato degli sforzi diplomatici dei nostri politici è che non sono neanche riusciti a far sì che la pena di morte venisse in ogni caso esclusa, ovvero di imporre il rispetto dello straccio d’impegno sottoscritto a Roma tra India e Italia. Anzi, in un impeto di bravura diplomatica (sarebbe interessante sapere presso quale università hanno studiato i legali che stanno difendendo i nostri marò….), l’Italia ha confermato di aver “accettato” la giurisdizione indiana.
 
Caso Marò - Finmeccanica

 Massimiliano Latorre: "scrivete la verità!"                                                        
Massimiliano Latorre, uno dei nostri militari e nostro connazionale non ha potuto far altro che dire: "scrivete la verità. Ci sono due inchieste aperte. Non posso essere io a chiarire le cose". E ha invitato poi "a riascoltare l'intervista al comandante in seconda della petroliera Enrica Lexie,  Noviello". In realtà, nonostante siano trascorsi due anni, decine di inchieste e pubblicazioni in merito, non è ancora chiaro cosa sia avvenuto realmente. E nemmeno dove.
 
 La Morte dei pescatori indiani – Un'invenzione?                                             
In una intervista Noviello aveva definito "un'invenzione" la morte dei pescatori indiani. Secondo la sua versione dei fatti, i due marò avrebbero sparato colpi di avvertimento “in acqua” nel rispetto delle procedure previste. Il vero scontro a fuoco, invece, sarebbe avvenuto all'interno del porto di Kochi e senza il coinvolgimento dell'Enrica Lexie, ma tra la guardia costiera locale e un'imbarcazione sospetta che stava tentando l'approccio alla nave su cui si trovavano fucilieri della marina italianaAncora una volta sulla vicenda è intervenuto in modo “determinante” il nostro ministro degli Esteri. "Sul dossier dei marò e sull'inaffidabilità del regime indiano io credo che serva un'unità italiana", ha detto il ministro Emma Bonino a Zapping 2.0, su Radio Uno. E ha continuato: "Lasciamo per dopo la ricostruzione su cosa è successo, su chi ha sbagliato. Per ora tutto il Paese è teso ad affermare la dignità e lo stato di diritto applicato ai nostri due marò". Ma come! Per decidere se i nostri connazionali sono innocenti o meno, non è fondamentale conoscere come sono andate le cose?
 
 Il Nocciolo della Questione                                                                                      
Forse, a ben guardare, proprio questo è il nocciolo della questione: di come siano andati realmente i fatti forse non è mai importato a nessuno. Non importava al governo Monti, che a detta degli esperti avrebbe commesso una quantità di ingenuità dal punto di vista legale e dal punto di vista diplomatico (tanto da portare forse alle dimissioni di un ministro!). Non è importato al nuovo governo e al nuovo ministro degli Esteri, che hanno pensato solo a sfruttare l’occasione per attaccare una legge antecedente e non condivisa (il decreto legge del 12 luglio 2011: che rende possibile imbarcare militari italiani su navi civili, e la convenzione che la Difesa – allora guidata da La Russa – e Confitarma, la Confederazione Italiana Armatori, hanno firmato pochi mesi dopo) e il prosieguo degli scambi commerciali internazionali. Non importa alle grandi imprese italiane che in India fanno affari che generano profitti a nove zeri. 
 
 Affari & Co – La Commessa Finmeccanica                                                        
In merito, infatti, non va dimenticato che proprio nelle ore in cui il governo Monti, con l’ammiraglio Di Paola alla Difesa e Terzi alla Farnesina, rispediva in India i nostri marò, il ministro della Difesa di New Delhi annunciava il via libera per una generosissima commessa con il gruppo Finmeccanica. Come confermato anche dal Times of India che, in un articolo, si è domandato se il ritorno dei marò non fosse stato “influenzato” da valutazioni di ordine commerciale: “Non è chiaro se gli imprenditori italiani abbiano fatto pressioni al governo italiano per rimandarci i marò e a che livello”. Non importa alle circa 400 società italiane che operano in India con scambi che si aggirano intorno ai 8,5 miliardi di dollari a cui si devono aggiungere i 1.000 miliardi di grandi opere che l’India vorrebbe realizzare entro il 2017 e che sono una sorta di miniera per le industrie di tutto il mondo.
 
 Altri "non importa" di peso                                                                                      
Non importa al governo indiano, che, anzi, vede l’opportunità di confermare, a livello internazionale, la propria forza e, a livello interno, per attaccare gli avversari politici in vista delle elezioniNon importa alle organizzazioni internazionali, Nato, ONU e Unione Europea in primis, che ormai sembrano intervenire solo e unicamente per tutelare gli interessi economici di pochi, anzi pochissimi. E l’Italia, evidentemente, non è tra questi…. Gli unici a cui importa qualcosa della vicenda sono i nostri militari che, in cambio  di aver operato,  probabilmente, nel rispetto di protocolli sottoscritti per tutelare gli interessi delle grandi multinazionali che gestiscono gli scambi internazionali, dovranno subire due processi, rischiando l’esilio, la qualifica dispregiativa di “terroristi” e, forse, anche la pena capitaleLa verità è che, nonostante gli sforzi di tutti i nostri parlamentari governanti per far credere agli italiani che l’Italia è ancora uno dei maggiori Paesi del mondo, oggi il Bel Paese è solo un “bel mercato” per le aziende da sfruttare per vendere ai cittadini questo o quell’oggetto prodotto altrove. Spesso proprio in India.

C.Alessandro Mauceri 
 

Finmeccanica torna in utile, ordini in crescita.







Adnkronos – Tornano in nero i conti di Finmeccanica. Dopo un biennio di ”significative perdite”, la holding dell’aerospazio e difesa archivia l’esercizio 2013 all’insegna di un risultato netto positivo per 74 milioni di euro che si confronta con le perdite di 792 milioni del 2012. In crescita gli ordini pari a 17.571 milioni di euro rispetto a 15.869 milioni di euro dell’esercizio 2012, grazie alla performance del settore Aerospazio e Difesa significativamente superiore a quella del 2012. Per effetto di tale andamento il ”book-to-bill” (rapporto ordini/ricavi) e’ tornato superiore a uno (1,10).• Il portafoglio ordini si attesta a 42.697 milioni di euro rispetto a 44.908 milioni di euro del 2012: la contrazione e’ dovuta al deconsolidamento di Ansaldo Energia. La consistenza del portafoglio garantisce al Gruppo una copertura equivalente a circa due anni e mezzo di produzione. I ricavi sono pari a 16.033 milioni di euro rispetto a 16.504 milioni di euro dell’esercizio 2012, in lieve calo per effetto della contrazione dei budget della Difesa sia in Europa che negli USA.
L’ebita evidenzia una contenuta riduzione (949 milioni di euro del 2013 a fronte dei 1.006 milioni di euro del 2012), a causa del peggiore andamento di AnsaldoBreda e al persistere di difficolta’ in alcune aree di Selex ES (Air Traffic Control), riduzione parzialmente compensata dagli effetti positivi dei piani di ristrutturazione ed efficientamento, che hanno consentito il miglioramento della redditivita’ operativa del settore Aerospazio e Difesa dal 7,3% al 7,5% dei ricavi. Il free operating cash flow risulta negativo per 307 milioni di euro rispetto ai 91 milioni positivi dell’esercizio 2012, condizionato dai mancati incassi relativi alla commessa indiana di AgustaWestland, dagli esborsi relativi alla restituzione degli anticipi e dai minori incassi sulla commessa Fyra di AnsaldoBreda. Pur in presenza di queste difficolta’, il settore aerospazio e difesa ha realizzato una generazione di cassa positiva. L’ indebitamento netto di gruppo e’ pari a 3.316 milioni di euro rispetto a 3.382 milioni di euro del 2012.Con l’esercizio 2013 si chiude per Finmeccanica un anno di transizione nel quale e’ stata condotta una fase di profonda riorganizzazione e ristrutturazione del Gruppo attraverso tre interventi prioritari: il rafforzamento della governance, attraverso iniziative mirate ad accorciare le linee di controllo e a rendere la gestione piu’ efficace ed efficiente; la ristrutturazione delle attivita’ industriali, con significativi benefici, complessivamente superiori alle previsioni, nell’aerospazio e difesa, in particolare nei settori aeronautica ed elettronica per la difesa e sicurezza; la concentrazione nell’aerospazio e difesa, attraverso la cessione di Ansaldo Energia e la ricerca di soluzioni che consentano il deconsolidamento del settore Trasporti.
 




Grazie a questi interventi, sottolinea la societa’, Finmeccanica presenta una struttura piu’ solida e sostenibile, in grado di affrontare le sfide di uno scenario internazionale in continua evoluzione, caratterizzato da una concorrenza sempre più marcata. Si apre per Finmeccanica una fase di rilancio in cui l’assetto del Gruppo consentirà di rafforzare il posizionamento sul core business, con un portafoglio più omogeneo sia in termini di tecnologie e prodotti che di mercati. Quanto all’outlook, a partire dal primo gennaio 2014 entreranno in vigore i nuovi principi contabili in materia di consolidamento (IFRS 10, 11 e 12). Per Finmeccanica risulterà di particolare rilievo l’adozione dell’IFRS 11, che elimina il metodo di consolidamento proporzionale per le Joint Venture, che dovranno ora essere rilevate come partecipazioni e valutate con il metodo del patrimonio netto. Conseguentemente, Finmeccanica dovrà deconsolidare le proprie joint venture (principalmente ATR, MBDA, e JV Spazio), il cui contributo economico al bilancio sarà ora espresso unicamente dalla quota parte di risultato netto. Questi, pertanto, gli effetti attesi sui Key Performance Indicator 2013: ordini per 15,1 miliardi, ricavi per 13,7 miliardi, ebita 878 milioni, ros al 6,4%, focf negativo per 220 milioni e indebitamento netto di 3,9 miliardi. Nel 2014 le previsioni stimano ricavi tra 13 e 13,5 miliardi, l’ebita tra 930 e 980 milioni, focf da negativo per 100 milioni a zero.


Nel quarto trimestre 2013, gli ordini sono pari a 8.131 milioni di euro rispetto ai 5.729 milioni di euro del quarto trimestre 2012; • i ricavi si attestano a 4.690 milioni di euro rispetto ai 4.854 milioni di euro del quarto trimestre 2012. L’ebita e’ pari a 252 milioni di euro rispetto ai 300 milioni di euro del quarto trimestre 2012, il ros pari al 5,4% rispetto al 6,2% del quarto trimestre 2012; l’ebit è negativo per 247 milioni di euro rispetto ai 1.120 milioni negativi del quarto trimestre 2012. Il risultato netto registra 210 milioni di euro rispetto ai 933 milioni di euro negativi del quarto trimestre 2012. Il focf è pari a 1.433 milioni di euro rispetto a 1.255 milioni di euro nel quarto trimestre 2012.

di Redazione
20 marzo 2014, pubblicato in Analisi Industria
fonte: http://www.analisidifesa.it
 

I beni sequestrati alle mafie lasciati all’incuria


Nel Lazio oltre 600 immobili sottratti ai malavitosi, ma pochi sono tornati alla comunità. . Il record negativo spetta ad Ardea dove



Ardea: la Villa di Nicoletti confiscata dall’Antimafia e poi acquistata dal Comune per farne una scuola elementare (foto di Marco Stefano Vitiello) Ardea: 


la Villa di Nicoletti confiscata dall’Antimafia e poi acquistata dal Comune per farne una scuola elementare (foto di Marco Stefano Vitiello)
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Nella mega-villa con piscina e trampolino ad Ardea ci viveva Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda della Magliana. Oggi potrebbe ospitare un centro per disabili, invece è ricoperta dalle erbacce. Ad Anzio l’altra, spettacolare, villetta sul mare del boss, è addirittura occupata abusivamente. Stessi inquilini illegali per l’appartamento a Torvaianica, anche questo ex proprietà criminale. Beni sequestrati alle mafie e sparsi per la provincia di Roma, che prendono polvere invece di diventare patrimonio della comunità. Il Lazio, secondo i dati dell’Associazione Nazionale dei Beni Confiscati alle mafie, è la sesta regione per numero di immobili, sottratti ai ricchi patrimoni malavitosi: oltre 600 beni, come cifre sesta solo dopo regioni ad alto tasso di presenza mafiosa come Sicilia o Calabria.
La giornata della memoria
Un bilancio amaro che arriva il 21 marzo, «Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie», istituita dall’Associazione Libera, protagonista della marcia in bici che da Roma giungerà a Latina sabato 22. Il record negativo della provincia capitolina spetta ad Ardea. Record per una cittadina di 40mila abitanti, con ben 10 proprietà confiscate alle mafie: il paesino della rocca tufacea è al quarto posto tra i comuni del Lazio per immobili della mala, solo dopo Roma (188 beni), Gaeta (21) e Monterotondo (12). Di questi 10 solo uno è, per ora, realmente utilizzato. Sette sono stati consegnati da anni al Comune dall’Asnbc; assegnati con decreto di destinazione perché richiesti dall’amministrazione locale, come indica la legge Rognoni-La Torre n.109/96.
Le mani sulla città
Una cifra che rende l’idea degli interessi della malavita sul territorio. Era qui che si nascondeva in un anonimo villino uno dei 100 latitanti più ricercati, Angelo Cuccaro, boss di Napoli, arrestato solo pochi giorni fa. Un nascondiglio non casuale visto che negli ultimi 30 anni le organizzazioni criminali, dalla Banda della Magliana ai clan Gallace, Novello o Alvaro, hanno messo le radici proprio ad Ardea. Il numero di beni confiscati alle mafie nella cittadina rispecchia insomma questa «presenza» sotterranea. Un clima che ieri come oggi torna a farsi teso.
Focus dell’antimafia
Il radicamento delle organizzazioni mafiose nella provincia romana sono certificate, non senza allarme, dagli organi competenti. Lo stesso Giuseppe Pignatone, capo procuratore di Roma, giorni fa, in Commissione parlamentare antimafia, ha spiegato come si stia focalizzando la sua attenzione anche su Ardea. Che i riflettori siano puntati sul piccolo comune, ce lo ha confermato anche Claudio Fava, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, a margine di un convegno promosso da Sel a Ostia, altro punto caldo delle inchieste sui clan mafiosi laziali.
L’allarme
Il conto: più di 10 attentati incendiari in due anni, auto in fiamme per politici e giornalisti, oltre a diverse interrogazioni parlamentari che hanno chiesto la convocazione della Commissione di accesso nel Comune di Ardea, che verifichi «la presenza di condizionamenti da parte della criminalità organizzata». «Processi e sentenze ci confermano i forte interesse dei clan su questa area, l’attenzione deve essere altissima», sottolinea Edoardo Levantini del Coordinamento Antimafia Anzio-Nettuno. «La mia esperienza nell’antimafia di Palermo, mi spinge a vedere un disegno preciso dietro questi fatti che non vanno ignorati», sottolinea una delle vittime del fuoco, Walter Giustini, ex comandante della stazione dei Carabinieri di Ardea.
I beni
Tra i 7 beni monitorati dall’Agenzia Nazionale, in carico al Comune, spicca la super-villa di Nicoletti, confiscata nel 2001 e ad oggi solo un cimitero; la casa in via Terni «sarebbe» un centro giovanile ma è chiuso da oltre un anno; una villetta in via Corona Australe è stata ristrutturata dal Comune di Ardea per essere trasformata in centro Alzheimer. I lavori sono finiti da oltre un anno ma l’immobile intanto raccoglie rifiuti. Dai riscontri dell’associazione Libera, che da anni si batte per il riutilizzo di queste proprietà, spuntano poi terreni agricoli in zona Banditella, in teoria, destinati a centri di ippoterapia, un immobile occupato in via Calabria e l’altro in via Cavalli Marini, destinato allo Stato.
Cercasi fondi
Un’enorme casa di riposo in via Trapani è stata sequestrata un anno fa al medico delle cosche, Marcello Fondacaro che ad Ardea ci viveva: la struttura è off limits ma c’è persino la guardia giurata che passa a cacciare i senzatetto. «Per la villa Nicoletti, il problema sono i soldi: ristrutturarla costerebbe una cifra spropositata e chi si fa avanti? – chiarisce il sindaco di Ardea, Luca Di Fiori – Il centro giovanile noi l’abbiamo consegnato alla onlus che, a quanto so, paga regolarmente le bollette. Per il centro Alzheimer, attendiamo che la Regione faccia partire il bando». Sul «caso Ardea» e sul filo rosso che lega gli ultimi atti intimidatori, il primo cittadino si dichiara «preoccupato ma fiducioso nel lavoro di forze dell’ordine e magistratura».
Processi e polemiche
«Siamo di certo turbati, si sono verificati diversi episodi a danno di colleghi e giornalisti su cui credo si stia già concentrando chi di dovere», assicura Di Fiori, che ha già partecipato al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza incentrato proprio sulla sua città. Il commento arriva anche sul terremoto che lo ha travolto: appena rinviato a giudizio dai magistrati della Procura di Velletri per presunte tangenti sui passati appalti del cimitero, il sindaco si dice tranquillo, nonostante l’opposizione a gran voce chieda le sue dimissioni: «quando mi hanno eletto ero già indagato ma i cittadini mi hanno comunque votato quindi non vedo perché dovrei lasciare».
La reggia del «Secco»
Pochi chilometri più a sud del mare di Roma, a Lavinio, comune di Anzio, l’Agenzia conta tre immobili, destinati da decreti a centro per immigrati o attività sociali. Tetto azzurro a forma di vela, scenografiche architetture, piscina e giardino: l’altra villa di Nicoletti (il Secco della Banda della Magliana) ad Anzio, risalta in via del Tridente. Talmente particolare e grande che qualcuno ha pensato bene di occuparla: ci vive da un paio di mesi una coppia di stranieri. Degli altri due immobili, in via Smeraldo e Lungomare delle Sirene, non compaiono nemmeno i numeri civici. Insomma, tanti beni preziosi donati ai comuni paralizzati dai bilanci precari o ereditati magari a loro insaputa.
Sprecati e dimenticati
Comuni che spesso non rispondono però nemmeno alle richieste di monitoraggio dell’Anbsc: solo a novembre 2013 l’Agenzia aveva chiesto ragguagli sull’utilizzo dei beni ai Comuni di Ardea e Anzio, senza ricevere, per ora, risposte in merito. Solo dal Comune di Pomezia è giunto un chiarimento sui beni in dotazione: un immobile in via Cincinnato, risultato incompatibile ad accogliere la prevista struttura sociale, è stato destinato a Ufficio Tributi Comunale, il secondo è affidato a una onlus, il terzo, un appartamento sul Lungomare delle Sirene, è attualmente occupato abusivamente e al centro di una complessa diatriba legale.

di Valeria Costantini 21 marzo 2014

fonte: http://roma.corriere.it