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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

25/03/18

Peculato e pe(R)culati

X PAVANELIL SENATORE E IL MAGISTRATO
Che differenza c’è tra un senatore e un magistrato di fronte ad un’accusa di peculato provata?
La differenza è che il primo viene condannato (da un magistrato e dalla stampa); il secondo viene perdonato (da un magistrato e dalla stampa).
Il senatore in questione è Paolo Romani forzista della prima ora, ex ministro di Berlusconi e uomo di punta del centrodestra.
Il magistrato in questione è Nicolò Zanon, togato illustre della Corte Costituzionale scelto direttamente nel 2014 dall’allora Presidente Napolitano.
Il primo finisce nei guai per un telefonino. Il secondo per un auto blu.

IL CASO ROMANI
Romani, nell’Ottobre del 2017, è stato condannato in via definitiva per peculato; l’inchiesta, scaturita da uno scoop giornalistico del 2011, rivelò che il senatore, allora Ministro del Governo Berlusconi ma anche assessore all’Expo di Monza, aveva fatto utilizzare il telefonino di servizio del Comune alla figlia quindicenne. Romani si è sempre difeso affermando che non era a conoscenza dell’uso di quella Sim da parte della ragazza avendo lui un’altra utenza di servizio (quella del Ministero); e quando ha preso coscienza del guaio l’ex Ministro si è recato immediatamente in Comune a risarcire di tasca propria l’intero ammontare delle utenze telefoniche (circa 12 mila euro) tanto che l’amministrazione di centrosinistra di Monza non si è costituita neppure parte civile. Per il giudice invece Romani era a conoscenza dell’utilizzo che ne fece la figlia e anzi ne diede “pieno consenso” e per questo è stato condannato.

In questi giorni il caso è tornato alla ribalta essendo stata questa condanna alla base della decisione del M5S di non appoggiare la candidatura di Romani alla Presidenza del Senato.

La-Corte-di-CassazioneIL CASO ZANON
Il Giudice Zanon nei giorni scorsi è stato invece costretto ad auto-sospendersi poiché è emersa una vicenda più imbarazzante: dalle risultanze del suo autista di servizio si è scoperto che il magistrato ha fatto utilizzare una delle due auto blu di cui sono dotati i giudici della Consulta, ai suoi parenti per scopi del tutto privati.
La storia è emersa perché l’autista ha dovuto motivare le troppe ore di straordinario accumulate durante il servizio: ore che ovviamente paga lo Stato, cioè noi. E a quel punto si è scoperto l’uso non proprio d’ufficio dell’automobile con in più una nota curiosa: e cioè che spesso era la moglie del magistrato a chiamare direttamente il carabiniere-autista per dargli disposizioni di come usare l’auto blu del marito; insomma, era un “auto di servizio familiare” a tutti gli effetti.

La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta che è stata velocemente archiviata due giorni fa. Il motivo? Semplice: l’utilizzo “dell’auto di servizio a persone terze” è previsto dal Regolamento che i giudici si sono fatti da soli. È quindi del tutto lecito che l’auto blu del giudice Zanon sia stata utilizzata dalla moglie (esponente del Pd milanese) per recarsi più volte nella loro casa al mare in Versilia, per andare a prendere la cognata alla stazione o per accompagnare la figlia nei suoi giri privati. Incredibile vero?
La cosa è molta strana per due ragioni.
Primo, perché se fosse così, non si capirebbe il motivo per cui la Procura avrebbe aperto un’inchiesta; bastava leggere il Regolamento in vigore.
Secondo, perché questo significa che anche altri giudici della “Corte suprema” utilizzano le auto di servizio pagate dai cittadini magari per scorrazzare in giro parenti, amici, vicini di casa o per “ragioni istituzionali” di shopping, vacanza, cene fuori o serate a teatro.

Questo significa, tra le altre cose, che a differenza del Senatore Romani (che ha rimborsato il danno causato di tasca sua ancora prima dell’inchiesta), il Magistrato non pagherà lui le ore in cui il suo autista ha fatto da autista a moglie, figlia e cognata

Ma il vero problema è che è stato applicato il principio giuridico della “autodichia” che prevede che la Consulta è un organo “autogiudicante”; e cioé il magistrato Zanon può essere giudicato solo dai suoi colleghi della Consulta, che ovviamente (potendo per “Regolamento” fare la stessa cosa) difficilmente riscontreranno un abuso nel suo operato.

Ora alla Corte Costituzionale spiegano che stanno cambiando il Regolamento, ma finché il nuovo non entrerà in vigore, l’auto blu rimane un diritto inalienabile per i magistrati e i loro parenti.
Ovviamente la storia del senatore Romani ha trovato maree di editoriali scandalizzati (compreso quello dell’immancabile Travaglio) mentre quella del giudice Zanon, no (neppure uno dell’immancabile Travaglio).

LA VERA CASTA
Le due storie sono l’ennesima riprova di quale sia la vera casta intoccabile nel nostro Paese; e di come ai magistrati sia concesso fare ciò che per qualsiasi altro cittadino (politici compresi) sarebbe reato.
Perché in Italia la vera differenza che c’è tra un magistrato e un cittadino normale è la stessa che passa tra il peculato e i pe(r)culati.

di Giampaolo Rossi - 25 marzo 2018

24/03/18

Laura Boldrini e l’anniversario nefasto


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Il fascismo, per fortuna, non esiste più. La marea nera che doveva travolgere le italiche urne si è attestata su percentuali da prefisso telefonico. Esiste, però, l’ironia della sorte. Per cinque lunghi anni ci siamo dovuti sorbire una forma di antifascismo di ritorno in chiave istituzionale: Laura Boldrini ha parlato dell’imminenza di un pericolo fascista con la stessa cadenza con cui Giorgio Mastrota, nell’intera sua carriera televisiva, ha provato a piazzare materassi. Non è la stessa cosa, per carità. Però siamo arrivati a dover sopportare robe come questa: Il New Yorker si è chiesto come mai, differentemente dall’America dove hanno cancellato i simboli scomodi del passato, in Italia sia ancora pieno di monumenti del ventennio. Il clima alimentato nel belpaese, del resto, ha supportato questo genere di interrogativi.
La motivazione sarebbe banale: gli Stati Uniti sono una paese privo di un’epica. Noi non abbiamo avuto bisogno di costruire enormi grattacieli per farci notare dal mondo. E il fascismo si è richiamato ad un periodo, quello dell’antica Roma, che resterà sui libri di storia a prescindere dai desiderata boldrineschi. L’Appia, giusto per dirne una, è l’unica strada della Capitale che non è sprofondata in qualche voragine. Ma la Presidenta non si è mai arresa all’evidenza e pare sia persino arrivata a parlare di “disagio” in riferimento ai monumenti costruiti durante il ventennio. Pare, cara Presidenta, che il “Colosseo quadrato” e i suoi simili siano destinati a rimanere dove sono. Pare anche di poter dire, cara Presidenta, che l’estremismo antagonista di certi centri sociali sia considerato più pericoloso delle bottiglie di vino ritraenti il faccione del Duce.
Esisterebbe, questo sì, l’esigenza di pacificare per sempre la nazione e di porre fine a una dialettica, quella del fascismo/antifascismo, che certo non ha contribuito a rasserenare gli animi di un paese che avrebbe altro a cui pensare. I problemi degli italiani, e lei cara Presidenta se n’è accorta il 4 marzo scorso, sono del tutto differenti. Quelli che continuano a professarsi “fascisti” a settant’anni dalla fine della guerra, quei pochi, farebbero bene a smetterla. I rischi veri sono rappresentati dall’instabilità politica e dagli attacchi speculativi. E allora altro che raduni nostalgici a Predappio! Ma l’ironia della sorte, si diceva, esiste. E lei, cara Presidenta, lascia la presidenza della Camera dei deputati il 23 marzo. La medesima data in cui, nel 1919, vennero fondati i Fasci italiani di combattimento. Questa legislatura si insedia proprio in coincidenza di questo anniversario. E lei, onorevole Boldrini, avrebbe potuto proporre di abolire la data nefasta dal calendario gregoriano. E forse lo farà lo stesso, ma le sue parole avranno meno spazio mediatico e un peso diverso. Buona legislatura, ex Presidenta.

di Francesco Boezi - 23 marzo 2018

21/03/18

L’Italia merita un Presidente del Consiglio coraggioso come Vladimir Putin, non una manica di smidollati schiavi dei poteri forti come i nostri governanti


L’Italia merita un Presidente coraggioso come Vladimir Putin, non una manica di smidollati schiavi dei poteri forti
Immaginate un Presidente del Consiglio così: “Fin quando le persone sono determinate a combattere per la propria terra, la dignità e la libertà il nemico non passerà”. Un sogno, dopo anni di Grasso, Boldrini, Lorenzin, Renzi e compagnia cantante. Parole forti e decise che non lasciano spazio alla codardia, ma nemmeno al chiacchiericcio senza fondamento che permea i salotti televisivi italiani. Non è solo la “borghesia intellettuale” ad aver affievolito il popolo, ma una retorica senza morale che vede gli uomini di partito rispondere alle proprie segreterie dimenticandosi dei territori di appartenenza. Per fortuna c’è ancora una persona, seppur oltre i nostri confini, che ha il coraggio di agire, e non ha paura di difendere i suoi ideali. “Meno male che c’è Putin a combattere i terroristi islamici senza se e senza ma” ha affermato Magdi Cristiano Allam in un articolo di qualche anno fa. Vladimir Putin ha in questi giorni visto rinnovarsi il suo mandato di Presidente della Federazione Russa, con percentuali bulgare, da record, che lambiscono il 76,6%. Un plebiscito in favore dell’uomo di Leningrado. Quando a presiedere gli Stati Uniti d’America c’era Barack Obama e con l’Europa si trovava a discutere della situazione del Medio Orientale, situazione spesso condita da un ingiustificabile ritardo, Putin non ha esitato e ha dato il suo supporto alla Siria libera e laica del Presidente Bashar al-Assad, combattendo senza tregua la minaccia dell’Isis. Quello che vogliamo è sentirci sicuri, e questo non è possibile fino a quando al Governo del nostro Paese ci saranno persone senza attributi, senza coraggio e schiavi delle lobby. In pratica degli inetti travesti da politici. Non possiamo più accettare Presidenti del Consiglio privi dell’audacia di scegliere senza paura di difendere gli italiani. Vogliamo uomini e donne pronti a rispettare il loro mandato, pronti a sacrificarsi per i nostri connazionali. L’amore per l’Italia deve essere la base di ogni scelta politica, la base di ogni programma politico, la base di ogni azione volta a difendere il tricolore. Vogliamo credibilità, vogliamo attendibilità, vogliamo veridicità. Non ho visto nulla di tutto questo nei vari Monti, Letta, Renzi e non ultimo Gentiloni. Anime sordide, false guide di una Nazione che invoca, nei giorni dell’anniversario dei 170 anni delle Cinque Giornate di Milano, lo spirito dei Garibaldi, dei Mazzini, dei Cattaneo, dei Cavour e dei Pisacane per ritornare verso il primato nazionale, di cui parlava Berto Ricci, che ci compete. Non trovo questa verve nemmeno negli altri politici che riempiono le pagine dei giornali e le loro bacheche di Facebook con parole inutili. Siamo stanchi di ascoltare i soliti discorsi vuoti, vogliamo qualcuno che abbia le idee chiare. Anche questa campagna elettorale ci ha lasciato con l’amaro in bocca. Ribadiamo a chi fa orecchie da mercante l’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Sovranità che mi appartiene, che appartiene al nostro glorioso popolo. Dobbiamo scacciare le false promesse della solita vecchia classe politica. Promesse che vogliono gli italiani imbambolati e privati della dignità del lavoro, inebetiti a vita grazie ad un debito pubblico che è il 130% superiore al PIL. L’Italia necessità urgentemente di riscattarsi da questa Unione Europea che ci sta distruggendo giorno dopo giorno perché chi ci governa e schiavo delle lobby finanziarie che vogliono e godono nel vedere che il nostro paese è gestito da una classe politica di incapaci senza palle che non sono mai riusciti a far valere i diritti del proprio paese. Ci troviamo di fronte ad una situazione di crisi profonda. Oltre alla politica interna a generare in noi insicurezze sono fattori esterni, UE in primis, contro cui abbiamo sempre procrastinato i conti. “La forza risiede nella verità” dice Putin e la verità non è si è mai palesata in maniera così diretta. Siamo in guerra, e nessuna guerra è mai stata vinta con la sottomissione. Se Vladimir Putin fosse il mio Presidente riuscirei a guardare i miei figli negli occhi senza temere per il loro futuro. Saprei che la libertà per cui sto lottando strenuamente è difesa da qualcuno che ama l’Occidente quanto lo amo io. Voglio che il mio Governo mi difenda. Sono stanco di sentirmi abbandonato da chi dovrebbe pormi davanti a tutto. Per questo vi invito a soffermarvi sulle parole di Giuseppe Mazzini: “A Voi uomini nati in Italia, Dio assegnava, quasi prediligendovi, la Patria meglio definita d’Europa. In altre terre segnate con limiti più incerti o interrotti, possono insorgere questioni sulla vostra, no. Dio v’ha steso intorno linee di confine sublimi, innegabili”. Fatene tesoro e donatevi per la nostra Patria. 

www.IlGiornale.it Andrea Pasini Trezzano Sul Naviglio 

di Andrea Pasini - 20 marzo 2018

18/03/18

Mal di testa? Da Pavia, arriva una speranza


gammaCore_sites_device_large_tile_new (1)Soffrite di emicrania? Non sto parlando del classico mal di testa, quello passeggero che potrebbe essere risolto con un poco di riposo o, al più, con farmaci da banco. Mi riferisco a quella patologia considerata tra le più disabilitanti, riconosciuta come la terza malattia più diffusa al mondo, che compromette la qualità della vita di numerose persone. Grazie al cielo, non ne soffro, ma ho un’amica, Nadia, che è terrorizzata dall’arrivo di queste crisi di emicrania invalidanti, talmente forti che la costringono a letto, in sofferenza, spesso piangendo. Ora, sembra che qualcuno abbia trovato un parziale rimedio. La Fondazione Mondino ha condotto una sperimentazione clinica sull’utilizzo di una nuova opzione terapeutica. Si chiama GammaCore ed è un elettrostimolatore  già approvato dalla FDA e utilizzato negli Usa. Parere positivo è stato espresso anche dal britannico National Institute of Health and Care Excellence (NICE), che ha dato via libera all’utilizzo da parte del Servizio Sanitario Nazionale del Regno Unito. Come si utilizza? L’oggetto ha le dimensioni di un rasoio da barba;  basta che il paziente appoggi semplicemente sul collo questo GammaCore premendolo sulla cute, 120 secondi sulla parte destra e poi altri 120 sulla sinistra: l’apparecchio stimola elettricamente il nervo vago, riducendo il dolore da emicrania. Siete dubbiosi? Forse, potrebbe esservi d’aiuto sapere che l’efficacia del nuovo device è stata testata su 243 pazienti presso l’Headache Science Center di Pavia. Lo studio, interamente made in Italy, ha visto la partecipazione di 10 Centri Cefalee, tra cui quello di Pavia diretto da Grazia Sances, che hanno testato, nell’arco di 18 mesi, l’efficacia dello stimolatore su soggetti emicranici, alternando quello vero da uno con effetto placebo. I risultati? Oltre a ridurre le cefalee episodiche al 40-50%, sono calate anche le frequenze degli attacchi. Uno su due è un risultato interessante che potrebbe portare benefici a milioni di pazienti. E senza effetti collaterali, particolare non di certo trascurabile, anche se ci sono controindicazioni per i pazienti che posseggono in corpo apparecchiature che danno stimolazioni di qualche sorta (ad esempio, il pacemaker). E’ già disponibile la prima versione di GammaCore, anche se è in arrivo, sul mercato, la versione maneggevole e più facilmente ricaricabile. Ovviamente, se siete interessati, parlatene prima al vostro medico e valutatene l’utilità.

di Viviana Persiani - 13 marzo 2018

10/03/18

Fuori dal cazzo! di unità nazionale


SCHMELINGChiedo scusa a chi ama un giornalismo in punta di penna per il titolo volgare, populista, estremista, financo sessista. Ritengo tuttavia necessaria un’eloquenza pane e mortazza poiché l’incertezza sul nuovo governo sta oscurando l’esisto elettorale. Il mostro contro cui si è ribellata la cittadinanza sta fagocitando il voto, per poi digerirlo e cacarlo. La vita dopo la consultazione per il popolo italiano somiglia alla vita dopo la morte dei personaggi della Commedia di Samuel Beckett : «Credevamo che sarebbe stata una liberazione, che ci avrebbe portato la pace… perché allora le cose continuano, perché tutto continua?». Per ben valutare il reale ci sono due strade: la prima è quella di allenare la facoltà di giudizio, osservare, riflettere… e quindi deliberare; la seconda porta ad ascoltare la posizione ufficiale dei filistei fasulli, con la consapevolezza che il contrario di ciò che dicono si avvicina al vero e al giusto. Prendiamo a modello il reddito di cittadinanza. Indipendentemente dalle riserve che suscita, legittime se non doverose, è ributtante ascoltare gli stessi che ci hanno insegnato moralità sul bisogno di accogliere, sfamare, mantenere, integrare i più sfortunati del mondo… ora ridicolizzare chi vorrebbe garantire un sussidio a 4.7 milioni di italiani disintegrati sotto la soglia della povertà assoluta, accusandolo di populismo, di demagogia e di assistenzialismo. Il Caffè di Gramellini dà una svegliata costituzionale – velata da una punta di razzismo – a quegli zotici italiani del Sud che ingenuamente speravano in un aiuto economico, parlando di bignamini, di sue tasse, ma dimenticando che sono mie tasse quelle che vengono caritatevolmente offerte ai sempre più numerosi ed esigenti migranti economici, che di bignamini avrebbero forse ancor più bisogno degli anziani siciliani. Malgrado questi cortocircuiti procedurali, in queste ore è tutto un florilegio di ammiccamenti alla possibile alleanza di governo fra 5Stelle e PD. Da Scalfari a Confindustria, dal Foglio a Bernard Guetta, si tifa per una convergenza a sinistra. Ad accompagnare questa possibile transizione che escluda il Centrodestra, l’esercito impiegatizio dell’atlantismo, che con i soldatini della subcultura econometria insiste nel puntare le cerbottane contro i populismi e gli estremismi. Populismi ed estremismi che, usciti vittoriosi dalle elezioni, prendono ora il nome di volontà popolare e possono urinare ambrosia sulla testa degli automi a molla.

Stefano Feltri pubblica l’indispensabile “Populismo Sovrano” e da Corrado Formigli ci addottora sui severi vincoli che ci impone l’Europa; La Sibilla Cumana di Algebris, Davide Serra, non può che divinare la preoccupazione dei Mercati, spaventati dall’instabilità e dai massimalismi (i voti all’estero hanno premiato il PD, quindi mi auguro che la fuga di cervelli continui); Maurizio Molinari ci segnala come la Commissione Europea “punti il dito” sul debito italiano e parla di spillover, di rischio contagio su altri Paesi; Mario Monti, che è un contagio reificato, torna a farsi piuttosto ciarliero, sottolineando che «sarebbe auspicabile un governo 5Stelle-Pd se servisse a spartire le responsabilità di eventuali scelte impopolari che dovessero rendersi necessarie». Il sottotitolo a tutte queste odiose prese di posizione… che si rifanno ad una autorità ontologicamente superiore credibile quanto il dio del tuono azteco, è il mero auspicio di poter continuare a rapinare le moltitudini, oltraggiando il decoro e il messaggio lanciato dalle urne. Questa gente è stata azzittata dal voto del 4 marzo, annullata, eppure ancora blatera in cerca di consenso. Ancora alita zolfo e spread. Ma il suffragio è arrivato con una potenza reboante e comanda: Andate in culo! Andate fuori dai coglioni! Per questo serve un governo di unità nazionale che concretizzi la potestà degli elettori. Che consacri la democrazia rappresentativa.

Il rigurgito di orgoglio ha preso due direzioni, ha assunto due forme, due colori; ma è cementato da un disgusto comune verso questo apparato. La complicità fra i due vincitori delle elezioni – il Centrodestra a trazione salviniana e i 5Stelle – fiacca sul piano dei programmi e sull’idea di buona vita, è del tutto naturale su quello della priorità: estirpare il tumore che affligge il Paese. Populisti d’Italia unitevi!, questo il grido dell’arme che si è levato dai seggi. Il vile nemico usa tutte le risorse a sua disposizione anche in regime di cessate il fuoco. Usa lo spaventacchio del debito pubblico raffigurato in perenne agguato sul futuro delle nuove generazioni per suscitare inquietudine negli intelletti indifesi. Solletica le corde delle anime melliflue per far entrare il cavallo di Troia della manodopera a basso costo sotto la bandiera umanitaria. Mette le mimose alle sbarre della prigione globalista con il femminismo, l’europeismo, il cosmopolitismo di maniera. E la banalità del male si nota proprio dalla prevedibilità e dalla monotonia delle scemenze dinamitarde che vengono esplose – sempre uguali nel pre-Brexit, nel pre-Referendum, alla vigilia delle Politiche – che vaticinavano cataclismi economici e inondazioni nazifasciste. Scemenze a tal punto ricandidate da fare ormai sull’opinione pubblica l’effetto di fialette puzzolenti. E questa è la galvanizzante presa di coscienza degli ultimi mesi. Le democrazie occidentali, e quella italiana su tutte, hanno avuto lo scatto di scetticismo necessario alla loro sopravvivenza. Un’epoché salvifica, una ribellione gloriosa. Ora la politica trionfante deve utilizzare il voto per diradicare ciò che rimane di una metastasi che ha infettato la stampa, la televisione, i teatri, la giustizia, le scuole, le università. La sinistra liberista, atlantista, massonica, cripto-fascista e finto-corretta, va sbriciolata. Nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ Principi … si guarda al fine … I mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati. I grillini pasticcioni, che hanno il merito di averne nasato il fetore, saranno i mezzi onorevoli per il fine ineludibile. Non è più il momento di essere attendisti, di fare i puristi, i fighetti. Lo squalo che sente l’odore del sangue… attacca. Altrimenti è un pesce gatto.

Si legge sulle pagine del Giornale: «”Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno condiviso le manifestazioni di sostegno per Mustafa”, ha scritto ieri pomeriggio Mohamed Ali Arafat, sindacalista a Piacenza, per annunciare l’avvenuta scarcerazione del compagno di lotta. “La liberazione di Moustafa è solo il primo di una serie di passaggi necessari a liberare tutti i protagonisti di quella grande giornata di lotta antirazzista – si legge nella pagina Facebook di Si Cobas Piacenza – Chiediamo con forza la liberazione di tutti i compagni arrestati per i fatti di Piacenza e una piena assoluzione per loro e per i compagni piacentini colpiti da denunce e perquisizioni. La necessità di lottare contro il razzismo e le sue sedi è sotto gli occhi di tutti: quotidianamente si succedono gli atti di terrorismo a matrice fascista e leghista contro immigrati o le intimidazioni contro esponenti delle lotte sociali e sindacali. Per noi la dimostrazione empirica della debolezza propria delle argomentazioni razziste continua a risiedere nei risultati che giornalmente otteniamo nei luoghi di lavoro, dove solo lottando uniti, italiani e immigrati fianco a fianco, si può ottenere ciò che padronato governo provano a sottrarci”».

C’è una classe dirigente, meglio… una conventicola, meglio… una cosca nazionale avida di avidità sovranazionali… che ha permesso tutto questo. Che tutto questo difende e promuove. Una cosca che dopo il 4 marzo barcolla tragicamente, che si attacca alle corde, che prova a legare. Adesso va messa al tappeto. Dopo le consultazioni Mattarella dovrà contarla e decretarne il k.o. tecnico alzando il braccio a un governo Centrodestra-5Stelle. I nodi da sciogliere saranno tanti. Il parlamento dovrà parlamentare. Il destino del Paese resterà incerto e le scie di condensazione aleggeranno su di noi. Ma avremo scongiurato, forse per sempre, le magnifiche sorti e progressive. Questa è la mia immodesta opinione sul da farsi; ora ditemi la vostra!

dal blog "Colpi bassi" di Augusto Bassi
di Augusto Bassi - 9 marzo 2018