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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

18/11/15

Siamo in guerra contro il Male e dobbiamo liberarcene


I nuovi attentati terroristici che hanno messo a ferro e fuoco Parigi dovrebbero far cadere le fette di salame dagli occhi di coloro che si ostinano a non vedere, non sentire e non capire. Cosa? Che siamo in guerra, cazzo! Una guerra che non è mai stata dichiarata formalmente, salvo considerare l’11 settembre 2001 l’inizio ufficiale delle ostilità. Una guerra senza quartiere e regole che ci coglie increduli e impreparati.
La guerra che il terrorismo islamico sta conducendo contro la civiltà occidentale è figlia di un disegno preciso, spietato. L’Islam vuole sottometterci, convertirci forzatamente oppure annientarci. Dopo avere visto le angoscianti immagini parigine, sento il bisogno di schierarmi apertamente dalla parte di coloro (Fallaci docet) che ci mettono in guardia contro il relativismo che obnubila la mente. Non esiste un Islam buono e uno cattivo. Non ci sono musulmani moderati e musulmani integralisti. Esistono i “muslim” e basta. E sono tutti colpevoli di ciò che sta accadendo, anche quelli che non fanno del male o fingono di deprecare il jihadmentre in cuore loro ne godono. Scusate la franchezza, ma non faccio differenze tra il fanatico che impugna il Kalashnikov e il clandestino sbarcato da un barcone che impugna solo il telefonino. Il primo è una minaccia palese, il secondo un pericolo latente. Tutti, senza eccezioni, credono in Maometto e nel Corano. Ebbene, basta leggerlo il Corano per rendersi conto che le sue pagine sono intrise di odio e intolleranza religiosa. Smettiamola di fare distinzioni ed eccezioni. Finiamola di essere servili e comprensivi, giustificare e invitare al dialogo, quasi sempre unilaterale. Non può esserci dialogo con chi ci odia e rifiuta ciò che ha reso luminosa la civiltà occidentale: la democrazia, la libertà, l’intelligenza laica, il cristianesimo. Non è possibile attuare l’integrazione di chi oltraggia le nostre leggi, sputa sulle nostre tradizioni, insulta i nostri valori. Peggio di costoro ci sono solo gli stronzi di casa, gli ipocriti e i falsi buonisti che ci ammorbano con la loro presunta superiorità morale, quelli che corrono in difesa di Caino e ci invitano a condividere il loro stile di vita, che in nome di un aberrante concetto chiamato politically correct ci impongono di togliere i crocefissi dalle scuole e abolire il Natale. In fondo, i musulmani li capisco. Imparano da piccoli che noi siamo il nemico perciò meritiamo solo disprezzo e odio. Capisco che le menti labili dei fondamentalisti islamici, a qualunque farneticante sigla appartengono, siano facilmente plasmate nelle madrase e nelle moschee. E capisco che nutrirsi quotidianamente del Corano avveleni la mente e il cuore. Quello che non capisco è l’imbecillità di chi li difende e protegge anche dopo un attentato terroristico, di chi tende loro la mano con la stessa incoscienza di chi offre il latte a un serpente. Cos’hanno nel cervello costoro, segatura? A questi paladini cerebrolesi che dimorano nei palazzi del potere, a questi traditori della patria che hanno aperto le porte al nemico, auguro di trovarsi nel mezzo di una strage attuata dal Califfato o dai Fratelli Musulmani, giusto per provare l’ebbrezza del caos e finire nell’elenco dei martiri coatti. 
È ora di dire basta e promuovere leggi speciali, chiudere le frontiere, setacciare le città e le moschee per stanare i sorci verdi. È il momento di reagire con forza e orgoglio, di colpire e punire in modo implacabile, di comportarsi come quando si è in pericolo, senza se e senza ma, perché siamo in guerra, altro che balle. Ed è una guerra sporca, subdola, ignobile. Una guerra condotta da una torma di scellerati, mentecatti che uccidono senza compassione anche donne e bambini. In questo momento così triste servono due cose all’Occidente. La prima, che auspico fortemente, è che la gente si decida a sfogliare qualche pagina del Corano. Se lo farà, capirà molte cose. Su tutte, che il libro che Maometto sostiene sia stato dettato da Dio è una feroce istigazione alla violenza, all’odio, al terrore e alla prevaricazione (compresa quella maschile sulla donna). I fatti accaduti a Parigi sono il frutto disgustoso dell’insegnamento del Coranoe stupirsi che avvengano significa ignorare ogni cosa del nemico, che non è sprovveduto ma agisce in maniera logica e prevedibile, convinto di essere nel giusto, di combattere una guerra santa. Ora, visto che la parole stanno a zero e in questo momento contano solo i fatti, voglio riproporre alcune “perle di saggezza” contenute nel Corano, giusto per favorire l’orientamento di chi, in queste ore, si sente un po’ smarrito. 
La prima sura che cito suggerisce: “Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa dei miscredenti.” (2:191). La seconda promette:  “Instillerò il mio terrore nel cuore dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo, recidete loro la punta delle falangi!” (8:12). La terza raccomanda: “Non obbedire ai miscredenti; lotta invece con essi vigorosamente.” (25:52). La quarta è esplicita: “Combattili fino a quando non ci sia più tumulto o oppressione, e prevalga la giustizia e la fede in Allah ovunque e dovunque.” (8:39). Ancora più inequivocabile è la quinta: “Ai miscredenti saranno tagliate vesti di fuoco e sulle loro teste verrà versata acqua bollente, che fonderà le loro viscere e la loro pelle. Subiranno mazze di ferro, e ogni volta che vorranno uscirne per la disperazione vi saranno ricacciati: Gustate il supplizio della Fornace“ (22:19-22). Ma ecco la sesta: “O voi che credete! Combattete i miscredenti che vi stanno attorno, che trovino durezza in voi. Sappiate che Allah è con coloro che lo temono.” (9:123). Il profeta rinnova l’invito altrove: “Combattete coloro che non credono in Allah” (9:29) e afferma che “Il loro rifugio (dei miscredenti) sarà l’Inferno, qual triste rifugio!” (9:73). Insiste con questo tono:  “Combatteteli finché Allah li castighi per mano vostra, li copra di ignominia, vi dia la vittoria su di loro, guarisca i petti dei credenti.” (9:14) ed esplicita che “La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso.” (5:33). Infine: «Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri» (47:4). In definitiva, Maometto tuona così: “Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete [raccogliere] e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro e altri ancora che voi non conoscete, ma che Allah conosce.” (8:60). Vi basta? Potrei continuare...
Poc’anzi ho sostenuto che servono due passi per consapevolizzare l’emergenza e ora vi chiederete qual è il secondo. Il secondo è risvegliarsi dal torpore in cui siamo caduti a causa del benessere, dell’apatia e delle cattive ideologie. Dobbiamo metterci in testa che non stiamo lottando contro esseri umani come noi ma contro il Male, di cui dobbiamo liberarci. Presto e a qualunque costo. La nostra inerzia, l’impotenza di cui abbiamo dato prova lo rafforza. Il mio auspicio è che la Comunità Internazionale si mostri unita e invii un segnale forte, contrattaccando, economicamente, socialmente e militarmente, per estirpare il male alle radici. Le guerre non si vincono porgendo l’altra guancia. E al Male non si pone fine con la retorica ma con le azioni inesorabili. Non possiamo permetterci di ignorare questa guerra globale e tanto più di essere sconfitti. 
 
 di Giuseppe Bresciani -14 novembre 2015
fonte:http://www.giuseppebresciani.com

17/11/15

Il Front National corre nei consensi E Hollande chiama la Le Pen


TERRORE ISLAMICO


Prima di oggi il partito di destra era sempre stato escluso dai vertici


Merkel receives Hollande in Berlin 
 
Nel terrificante caos civile e politico in cui è caduta la Francia, dopo il venerdì di sangue tra le strade della sua Capitale, c’è un dato che sembra certo per analisti e osservatori: l’ascesa del Front National a poche settimane dal voto per le Regionali. Accanto a questo proprio ieri è arrivata una novità assoluta e di rilievo: il partito fondato da Jean Marie Le Pen, da sempre escluso dai vertici, è entrato a pieno titolo nella dinamica della Republique. «Siamo d'accordo con questo stato d'emergenza a patto che si decida finalmente di andare a disarmare le banlieue», ha spiegato Marine Le Pen all’uscita dell’incontro con il presidente Francois Hollande che l’ha ricevuta nello stesso giorno di Nicolas Sarkozy. Una sorta di “prima assoluta”, questa, che arriva sì come risposta di unità della nazione all’emergenza del terrorismo ma che si innesta in un percorso governista che anche in queste ore il leader del Fn ha dimostrato di voler e saper percorrere.
A partire dalla reazione agli eventi. Marine Le Pen, appena emerse le prime notizie sugli attacchi, ha scelto infatti un atteggiamento da solidarietà nazionale ed evitato accuratamente ogni intervento a gamba tesa sulla vicenda, onde evitare accuse di speculazione sull’“effetto Parigi”. «La Francia e i francesi non sono più in sicurezza: è mio dovere dirvelo. Si impongono delle misure d’urgenza», così, dopo gli attacchi terroristici rivendicati dall’Isis, si è rivolta direttamente alla nazione in un intervento, in alcune parti, più vicino alla cifra dialettica di un uomo di Stato che di rappresentante dell’opposizione più intransigente. Prima di questo, nei minuti successivi alla strage, aveva annunciato la decisione di stoppare la propria campagna elettorale (e con lei anche la nipote Marion) per le Regionali a tempo indeterminato: un gesto valutato positivamente anche dalla stampa mainstream. Le Pen, nel suo intervento, ha parlato alla Francia indicando un percorso più che lanciando strali contro il governo: «I nemici della Francia sono quelli che intrattengono rapporti con l’Islam radicale – ha attaccato -. I suoi nemici sono anche quelli che hanno un atteggiamento ambiguo nei confronti delle organizzazioni terroristiche. Tutti quegli Stati che invece combattono il terrorismo dobbiamo trattarli come alleati». Implicito il riferimento, per ciò che riguarda gli alleati, alla Russia di Putin. Certo, se il leader frontista ha abbassato i toni non ha annacquato di certo i concetti: «La Francia deve vietare le organizzazioni islamiste. Bisogna chiudere le moschee radicali ed espellere gli stranieri che predicano odio sul nostro territorio». E se ancora la precisa identità degli attentatori di Parigi non si conosce, Le Pen ha già messo in chiaro l’eventuale misura-shock per i francesi di seconda o terza generazione che dovessero subire il richiamo della “guerra santa”: «Per quanto riguarda i cittadini stranieri con doppia nazionalità che prendono parte a movimenti islamisti: dovranno essere privati della nazionalità francese e banditi dal territorio».
I sondaggi precedenti l'attentato, del resto, davano già il Fn come primo partito del paese, con il 52% degli intervistati che dichiarava di non vedere nulla di male nell'avere un presidente di regione frontista. Dopo i fatti di questo fine settimana, il bisogno di sicurezza e il fatto che – per la seconda volta in meno di un anno – la Francia si sia svegliata impaurita e frastornata da un attacco terroristico, sono da indicare come elementi di questo ulteriore riconoscimento alla Le Pen. Da parte sua madame Le Pen ha evitato – a differenza di ciò che accadde con la vicenda di Charlie Hebdo – ogni attacco diretto ad Hollande per non fornire assist al “cordone sanitario” anti-Fn sempre dietro l’angolo, e concordato con il presidente sulla necessità di chiudere le frontiere (Le Pen spera che ciò avvenga anche oltre l’emergenza). Uno scenario questo che segna, da un lato, un nuovo passaggio nella definizione di un profilo maturo del Front National che da ieri si può ritenere un partito pienamente legittimato; dall’altro che in un Paese che si sente sotto attacco anche i vecchi schemi e le esclusioni sono destinati a essere messi da parte.

Antonio Rapisarda- 16 nov 2015
fonte: http://www.iltempo.it

Corpo Militare della Croce Rossa Italiana. Non è il momento di chiuderlo



Il clima teso a livello internazionale e la maggiore attenzione che anche il governo italiano sta riservando ai problemi di sicurezza interna del Paese impongono scelte radicali sia dal punto di vista operativo che da quello qualitativo delle forze da mettere in campo. Queste scelte, frutto di decisioni contingenti, possono però confliggere con orientamenti assunti soltanto qualche tempo addietro; faccio naturalmente riferimento al Corpo Militare della Croce Rossa Italiana.
Questa importante componente del sistema di difesa nazionale non deve essere valutata soltanto alla stregua di forza di completamento degli assetti sanitari delle nostre Forze Armate in ogni possibile teatro o scenario ma avendo maturato nel tempo un'elevatissima autonomia logistica ha oggi le qualità di interoperabilità dei sistemi, modularità e scalabilità della propria componente base e un'ampia capacità di proiezione che possono renderla protagonista in ogni possibile scenario d'impiego. Proprio per queste ragioni il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana è considerato, insieme al Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, tra gli attori principali di ogni pianificazione dei sistemi di Difesa Civile nazionale, prima delle stesse Forze Armate e di quelle di Polizia.
Nel tempo il proprio personale, per la gran parte riservista, ha acquisito elevata capacità di risposta NBCR e può contare su propri Nuclei di Decontaminazione campale in grado di attuare una importante tutela della popolazione in caso di eventi antropici gravi quali attacchi terroristici o incidenti industriali. Anche la struttura dei propri Nuclei Sanitari rende la risposta in caso di emergenza molto flessibile e rapida in quanto detti assetti sono già schierati secondo la dislocazione geografica dei quattordici Centri i Mobilitazione diffusi su tutto il territorio nazionale e le isole maggiori.
Tanta potenzialità deve ora fare i conti con un processo di riordino che, pur mutuando il termine dal titolo del decreto legislativo 178 del 2012 che ne ha sancito l'avvio, sta stravolgendo letteralmente struttura, compiti e finalità di un Ente pubblico nato tre secoli orsono. Il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana sta subendo, dopo i drastici tagli alle proprie spese di funzionamento tali da rendere difficile non solo l'addestramento del personale ma anche la corretta manutenzione dei propri beni strumentali, una procedura di mobilità che nei primi giorni del 2016, in pieno esercizio giubilare, avrà visto ridurre la forza del personale in servizio continuativo ad un quarto delle attuali disponibilità.
La forza del Corpo Militare della Cri sono però i riservisti, circa diecimila uomini contro i 1.300 effettivi attuali, che allo Stato non costano nulla, nemmeno quando vengono richiamati in servizio per addestramento o prestano la loro opera in teatri ad elevato rischio quali le missioni Triton o Resolute Support, in quanto a mente di quel provvedimento governativo non possono essere retribuiti. Ma a loro non importa, continueranno a fare il loro dovere con l'abnegazione e lo spirito di sempre, naturalmente con difficoltà crescenti perché dal prossimo gennaio verranno meno il contributo logistico e formativo dei loro colleghi inseriti nel quadro permanente e tutto si farà più difficile. Proprio mentre il paese e l'intero continente stanno affrontando una nuova minaccia concreta, proprio quando un ripensamento del governo nazionale su una strategia, nata come riordino e tradotta quale smobilitazione, potrebbe fare la differenza.

(foto dell'autore)

(di Cristiano Adolfo Degni)
16/11/15 
fonte: http://www.difesaonline.it

16/11/15

Marò e il castello di carte indiano - Annex 8 Scena del crimine: il sopraluogo.


Scene examination report No. B1-873/FSL/2012, 19 April 2012
In questo documento gli inquirenti indiani esaminano la scena del crimine:
  1. Salme
  2. Petroliera Enrica Lexie
  3. Peschereccio St. Antony
Ci interessa per le conclusioni a cui giunge:

ANNEX 8 Le conclusioni
ANNEX 8: Conclusioni finali
  1. I proiettili sono sparati da fucili cal. 5.56;
  2. La direzione della traiettoria è verso il basso.
Quindi ci troviamo di fronte a conclusioni precise, ma di cui dobbiamo trovare riscontri nel testo del documento.

Il documento

Si tratta di un documento in 5 pagine (cinque!) in cui si esaminano:
- Due salme di persone uccise con armi da fuoco
- Una petroliera da 50.000 tonnellate
- Il peschereccio
Al peschereccio sono dedicate 2 (due!) pagine in cui si rilevano gli impatti di tre proiettili che hanno colpito l'imbarcazione, che è fatta interamente in legno.
Il sopralluogo è fatto il 17 febbraio 2012, quindi 2 giorni dopo i fatti.
Queste le misure dei fori rilevati:
  1. Proiettile n. 1
  2. - ovale di 80,1x 13,5 mm
  3. - ovale 22,1x 9,7 mm
  4. - ovale 51,2x 16,7 mm
  5. - ovale 7x 5,6 mm
  6. Proiettile n. 2
  7. - ovale 5,5 x 2,2 mm
  8. - ovale 4,2x 3,6 mm
  9. - ovale 3 x 2,2 mm
  10. Proiettile n. 3
  11. - ovale  5,1 x 5,5 mm
  12. - ovale  5,3 x 5,7 mm
  13. - ovale  7,7 x 26,9 mm
  14. Regolatore
  15. - 6,1 x 6,5 mm
  16. - 6,4 x 4,8 mm
  17. - 5,5 x 7,1 mm
  18. - 4,8 x 4,7 mm

Discussione

proiettili sparati da fucili cal. 5.56

Si può affermare che sulla base dei dati rilevati le conclusioni a cui giunge il documento (proiettili cal. 5.56 mmsono assai stravaganti.

Anti Piracy AK Rifle
ANNEX 8: Fucili AK Impiegati nei servizi di Marine Security

Per chiarire il concetto possiamo citare l'esistenza documenta nell'area di fucili mitragliatori della serie "AK" di fabbricazione ex sovietica, cinese e di altri paesi, che possono essere in calibro 7.62x39mm (AK47) e dal 1974 in calibro 5.45x39mm (AK74).

Anti Piracy AK74 Rifle
ANNEX 8: Esercitazione anti-pirateria. Tutti gli operatori utilizzano AK74

Il calibro 5.45 mm è appena 11 centesimi di mm (11/100) più piccolo del 5.56mm e qui si vorrebbe che il funzionario indiano abbia potuto distinguere a occhio nudo una differenza di 11/100 di millimetro (0.004 inch) e quindi concludere che si tratta di fori di proiettili cal. 5.56mm;

5.56vs5.45
ANNEX 8: Comparazione calibri: 5.56 vs 5.45
Il tutto su fori fatti sul legno, senza considerare che in mare il legno si inumidisce, si gonfia etc... (è notorio che le parti in legno delle imbarcazioni se danneggiate o scheggiate vanno immediatamente protette con apposite vernici, altrimenti si infradicia tutto)
Anche in un video del 7 marzo 2012 relativo a un sopralluogo sul St. Antony che non risulta in atti giudiziari appare che queste analisi tecniche furono eseguite senza particolari dotazioni tecniche.
Video VENAD News del 7 marzo 2012

Traiettorie "downwards" (verso il basso)


Nel documento mancano del tutto fotografie, disegni,ricostruzioni in 3D che ormai sono alla portata di tutti ed essenziali per ricostruire la "scena del crimine".
Non sono state ricercate le tracce ematiche per stabilire dove sono cadute le vittime.
Non sono stati fatti prelievi per stabilire la presenza e la natura di residui di polvere da sparo (rilevabili a livello di molecole con lo spettrometro di massa).
E così via.

Classici elementi di un sopralluogo

Il sottoscritto analizzando la traiettoria sull'unico foro di proiettile di cui è possibile rilevare da immagini pubbliche sia il foro di entrata che quello di uscita è arrivato a conclusioni opposte riguardo alla direzione "alto verso basso".
Vedere il documento al link: seeninside.net/piracy/esposto2.pdf
La traiettoria esaminata è praticamente orizzontale, del tutto incompatibile con spari dall'altro dell'ala di plancia di destra (24 metri sul mare) della Enrica Lexie. Quindi il sottoscritto giudica che anche le traiettorie "downwards" siano come il calibro 5.56mm: campate in aria.

Aspetti di procedura penale

Il giorno 17/2/2012 i due militari italiani non erano ancora stati arrestati, ma successivamente, e purché questo sopralluogo non abbia eseguito atti non ripetibili, l'analisi tecnica del peschereccio andava rifatta alla presenza degli esperti nominati dalla difesa, secondo la normale metodologia e con strumenti tecnici adeguati.
Questo non è avvenuto, e ad aprile 2012 il St. Antony è stato riconsegnato al proprietario che lo ha affondato, pregiudicando qualsiasi ulteriore analisi.
Successivamente è stato tirato in secca e abbandonato alle intemperie, aperto a chiunque (ci sono video di troupe televisive salite a bordo per girare filmati)
Per cui ormai il relitto è inutilizzabile ai fini giudiziari.

Il St.Antony in abbandono a Neendakara


Conclusioni

Questo "sopralluogo" sulla scena è inconsistente nella metodologia e fuorviante nelle conclusioni.
Serve unicamente a creare un'altro documento dove si proclama la "colpevolezza italiana" senza la base di una evidenza non dico probatoria, ma nemmeno indiziaria.
Qui non si vuole sostenere che il funzionario di polizia (NISHA NG, che ritroveremo come firmatario della "Perizia Balistica") sia uno sprovveduto che misura i fori col metro a nastro e conclude coi centesimi di millimetro. Al contrario, trattandosi di persona con adeguate competenze professionali, sapeva benissimo cosa stava facendo.
 
Di Luigi Di Stefano 
Fonte: seeninside

ATTENTATI A PARIGI "Giampaolo Pansa, dopo la strage di Parigi la loro ferocia, la nostro viltà"



La strage di Parigi

Confesso che la strage di Parigi non mi ha affatto sorpreso. Sono uno dei tanti che guardano con realismo al conflitto tra l' Occidente e quello che chiamiamo lo Stato islamico. Una entità statuale con molti protagonisti, a cominciare dall' Isis, il Califfato nero. Non abbiamo di fronte soltanto un terrorismo di tipo nuovo, connotato da una ferocia che in altre epoche non si è rivelata in tutta la sua geometrica potenza. Siamo alle prese con una guerra che non abbiamo mai dichiarato, ma che i combattenti abituati ad andare all' assalto urlando «Allah è grande!», stanno da tempo conducendo contro di noi.
Esiste una verità che è da suicidi fingere di non vedere. Gli islamici sono in vantaggio perché possiedono un' arma che noi non abbiamo: la ferocia, anche contro se stessi, come confermano i tanti kamikaze. Noi siamo sconfitti, almeno per ora. Poiché il nostro connotato è la viltà, con tutto quello che segue: le divisioni, le incertezze, le beghe fra stati, l' egoismo, la pavidità. L' arma numero uno del nuovo terrorismo è il fattore umano. E la sua determinazione di distruggerci, anche a prezzo di rimetterci la vita.
L' ho compreso sino in fondo leggendo sulla Stampa del 12 novembre un lungo colloquio fra un jihadista quasi professionale e un giornalista che stimo molto. È Domenico Quirico, 64 anni, astigiano, un reporter, ma forse è meglio definirlo un inviato speciale di grande coraggio e forte esperienza.
Tanti giovani colleghi forse lo riterranno un vecchio signore, senza rendersi conto che è un loro maestro. Abituato a inoltrarsi in territori che i media odierni osservano soltanto da lontano. Quirico l' ha fatto di continuo. È già stato sequestrato due volte: nel 2011 mentre tentava di arrivare a Tripoli e nel 2013 in Siria. In entrambi i casi, l' ha scampata, la seconda volta dopo una brutta detenzione durata cinque mesi.
Perché quel suo articolo mi ha colpito? Perché ci mette di fronte a un problema dal quale possono dipendere le nostre vite.
Lui scrive: «Ci sono professionisti della guerra santa che con la violenza stanno scardinando il mondo e che noi non conosciamo. Riempiono i giornali, le televisioni e la Rete, e non li conosciamo. Ci prepariamo a combatterli, forse, e non li conosciamo».
Il jihadista che Quirico ha interrogato è un tunisino quarantenne, Abu Rahman che si è arruolato con Al Quaeda, prima in Iraq e adesso in Siria. Ha famiglia, un mestiere, il commerciante, ma il suo scopo esistenziale è combattere gli infedeli: «Uccido in nome di Dio, per dovere e non per scelta.
Così aiuto i fratelli musulmani». Abu chiede a Quirico: «Vuoi sapere che cosa provo a uccidere? E se ricordo chi è il primo che ho ammazzato? È stato in Iraq, al tempo degli americani. Ho detto: grazie, Dio. Ti ringrazio perché hai guidato la mia mano».
«Dopo quattro mesi trascorsi in Siria, sono passato con Al Nusra, gli uomini di Al Quaeda. Quelli sono i veri combattenti. I loro emiri sono grandi uomini. Guerrieri puri, i migliori, i più dotti nell' islam. La Siria è piena di gruppi di banditi, gente che dice di essere musulmana, ma in realtà cerca denaro e traffici. Non ci sono pensieri impuri in quelli di Al Nusra. Hanno molta forza, altrimenti non saprebbero reggere alle difficoltà della guerra santa».
«La jihad è dura! Non c' era nulla da mangiare, spesso per giorni. Eravamo assediati, abbiamo mangiato l' erba come le bestie e i frutti verdi degli alberi. Uno di noi era un contadino e ha impiantato un piccolo orto. Per bere raccoglievamo l' acqua piovana. Faceva freddo su quelle montagne, le montagne dei curdi dannati, c' era un freddo da morire e noi non avevamo vesti pesanti. In tutto il villaggio esisteva un solo televisore. E quando non cadevano le bombe, noi si andava a vedere Al Jazeera».
«Tu mi chiedi della jihad.
Per me è un dovere. Non c' è scelta. La terra musulmana è in mano ai senza Dio, agli sciiti infami. Dobbiamo riprendercela. Per questo la guerra santa viene prima dei figli, del mangiare, della casa, del paese. Devi combattere gli sciiti con la parola, i soldi, le armi, le leggi. Morire, vivere… Parole! Ci sono mujaheddin che combattono da trent' anni e sono ancora vivi, altri che sono morti dopo un' ora. A decidere è Dio. Quello che voi occidentali non potete capire. Avete perso la voglia di combattere per la fede. La religione per voi funziona come per me il commercio».
«Voi occidentali siete più forti per il denaro, i mezzi, le armi che possedete. Ma proprio per questo avete paura di morire. E volete vivere a tutti i costi. Noi no. Vedi la saggezza di Dio? Attraverso la debolezza, lui ci rende più forti di voi».
«Sai perché sono venuto via dalla Siria e non sono rimasto lì a morire, come è successo al mio amico Adel Ben Mabrouk, una delle guardie del corpo di Bin Laden, sopravissuto a otto anni di carcere duro a Guatanamo? Perché è arrivato Isis, il Califfato nero. I loro capi non sono veri musulmani come siamo noi. Sono ex funzionari dei servizi segreti di Saddam Hussein o ex ufficiali dell' esercito iracheno. Non vogliono concorrenti. Ma se decidi di lasciarli, ti uccidono. I loro emiri non sanno nulla del Corano, sono ignoranti. Anche i combattenti dell' Isis sono giovani ignoranti, affascinati dalla loro propaganda».
«Ecco perché sono venuto via dalla Siria. Non posso stare in un posto, e morire, dove i sunniti, la gente di Dio, combattono non contro gli sciiti e gli americani, ma tra di loro.
Non so se tornerò, forse andrò da un' altra parte. Voglio combattere per far nascere un governo islamico in Siria. E dopo andremo a liberare la Palestina dai giudei. I russi ci bombardano? Che importa. Noi combattiamo per una fede, loro no. Per questo perderanno».
Così parlava a Quirico Abu Rahman, guerrigliero o terrorista islamico. E noi occidentali, noi italiani siamo disposti a batterci? E per che cosa? Se penso all' Italia del 2015 mi sento tremare. Vedo nel mio paese un governo che non sa domare neppure i califfi di casa nostra. Guidato da un ceto politico che vuole soltanto accrescere il potere del proprio cerchio magico. Vedo il dilagare del menefreghismo, della corruzione, dell' evasione fiscale, dell' assenteismo. Vedo maestroni incapaci di trasmettere ai giovani un po' di moralità, di abnegazione, di rinunce. Vedo un territorio sfasciato, scuole che vanno in pezzi, città senza acqua potabile. Vedo finti statisti e aspiranti dittatori. Vedo montagne di promesse a vuoto. Vedo molta boria, e ras arroganti che spingono sulla scena battaglioni di cortigiani.
Vedo penalizzare la competenza e mettere da parte l' esperienza onesta. Gli altri, quelli di Allah è grande, sono feroci. Hanno scatenato la guerra a Parigi. E prima o poi tenteranno di portare il terrore anche in Italia.
Del resto, il Califfato nero l' ha già annunciato. Il loro obiettivo è di arrivare a Roma. Il Vaticano è un piatto prelibato che vogliono mangiarsi. Il vicino Giubileo della misericordia è una grande torta che attirerà nugoli di uccelli feroci.
Il Vaticano di papa Bergoglio si affanna a inseguire chi ha ispirato due libri che ritiene degni di essere messi all' indice. Ma ben altro è il pericolo che minaccia San Pietro. Il vero rischio è di cadere nell' orrore scatenato a Parigi la sera di un tranquillo venerdì di novembre.

Giampaolo Pansa - 16 novembre 2015
fonte: http://www.liberoquotidiano.it