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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

13/11/15

Immigrati: i muri balcanici e il funerale dell’Europa



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Dopo aver informato i Paesi vicini delle proprie intenzioni, nella giornata di ieri Lubiana ha iniziato a sistemare la recinzione in filo spinato lunga 80km che servirà ad impedire che gli immigrati diretti verso nord possano attraversare in maniera incontrollata il fiume Sotla/Sutla, che separa Slovenia e Croazia.
La reazione di Zagabria non solo non si è fatta attendere, ma è stata anche molto decisa: nella città di confine di Harmica, infatti, sono stati inviati alcuni appartenenti ai reparti speciali della Polizia a cui è stato ordinato di eliminare una parte della barriera che, a detta delle autorità croate, era stata posizionata all’interno del suo territorio nazionale.
Come riportano il quotidiano zagabrese Jutarnji List e quello lubianese Delo, all’inizio delle operazioni di rimozione sono seguiti momenti di impasse, durante i quali i gli specijalci dei due Paesi sono rimasti in attesa che l’intervento dei rappresentanti civili risolvesse la questione, che in realtà resta tutt’ora aperta in assenza di un chiaro accordo politico.

 

Secondo le notizie riportate da alcuni media croati, inoltre, nella giornata di oggi la Slovenia avrebbe rafforzato la propria presenza nei pressi del valico oggetto del contendere, che attualmente sarebbe controllato da circa 20-30 effettivi delle forze speciali (armati e a volto coperto).
Al di là delle ovvie conseguenze che avrà tale vicissitudine, emerge chiaramente che la situazione “immigrazione” ha raggiunto un livello di guardia così alto che anche i Paesi che inizialmente criticavano la decisione ungherese di costruire un muro lungo il confine con la Serbia hanno deciso di imitare Orbán e, in certi casi, di “superarlo”, tanto che in Slovenia il Partito giovanile Mlada Slovenija ha chiesto di multare di 400 euro tutti i clandestini.
Oltre a ciò, risulta chiaro che piccole crisi come quella di cui sopra rischiano di capitare con sempre maggiore frequenza, perché al sangue freddo delle Forze dell’ordine, che regolarmente cercano di stemperare gli animi, si contrappone una certa superficialità degli esecutivi.

 

I vertici politici, infatti, pressati da ragioni di politica interna, prendono decisioni palesemente destinate a suscitare le reazioni dei vicini, senza considerare le conseguenze o gli incidenti che possono verificarsi. Tale comportamento, che perdura ormai da mesi, ha contribuito ad esacerbare relazioni già tese (come quelle fra Budapest e Zagabria) o a mettere a rischio quelle che invece sono tradizionalmente abbastanza buone, come dimostrano i fatti di Harmica.
Più in generale, colpisce l’atteggiamento passivo della UE, che al di là dei proclami ufficiali non ha svolto un ruolo significativo. L’Europa, infatti, non solo non ha fornito il supporto necessario affinché gli stati ex-jugoslavi e l’Ungheria possano affrontare in maniera congiunta la questione immigrazione, ma è stata anche percepita come un potere lontano che si palesa solo quando vuole imporre l’accoglienza di un certo numero di richiedenti asilo.

 

Secondo il quotidiano Politika, ad esempio, in questi giorni Bruxelles avrebbe chiesto a Skoplje di accettare circa 20mila richiedenti asilo, in gran parte afghani, una cifra che corrisponderebbe a circa l’1% della popolazione totale della Macedonia e che non tiene conto del fatto che il Governo si era dichiarato in grado di ospitarne massimo 2.000 e comunque per non più di 72 ore.
Indipendentemente dalle ragioni che hanno portato alla decisione di non immischiarsi in questi problemi, comunque, l’inazione dell’Unione Europea rischia di trasformarsi in un autogoal, poiché manda un chiaro messaggio agli Stati membri: ognuno è libero di affrontare a modo proprio l’emergenza, anche violando i principi base dell’integrazione europea, senza che vi siano conseguenze negative.
 

Oltre a ciò, l’assenza di un intervento deciso in un’area storicamente soggetta a scontri culturali e a una certa animosità nei rapporti bilaterali, fa sì che i Balcani si trovino nuovamente nell’occhio del ciclone, con il concreto rischio che la situazione possa complicarsi improvvisamente, come hanno dimostrato alcune recenti crisi diplomatiche.
Nei mesi successivi all’aumento dei flussi migratori lungo la direttrice Grecia-Austria, infatti, si è assistito a duri confronti politici, nei quali spesso è stata la Croazia ad avere un ruolo chiave, come confermano le liti con Serbia, Ungheria e, più recentemente, Slovenia.


 

Alla luce di ciò, ci dovrebbe essere una maggiore attenzione nei confronti della crescente tendenza alla costruzione di barriere lungo i confini dei paesi ex-jugoslavi poiché, al di là dell’ovvia considerazione secondo cui sia notevolmente più facile costruirli che abbatterli, i muri non sono la soluzione.
Si tratta, infatti, di un semplice palliativo che cerca di nascondere l’incapacità e la mancanza di volontà dell’Europa di risolvere alla radice il problema dell’immigrazione e che rischia di aprire nuove fratture in zone ancora più vicine al cuore del Vecchio continente.

Foto ANSA

di Luca Susic13 novembre 2015

fonte: http://www.analisidifesa.it


Così i secessionismi europei fanno il gioco di Bruxelles


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Se prima, a partire dalla Rivoluzione Francese, le centrali del potere erano a favore – in chiave anti-clericale e anti-imperiale – dei nazionalismi in Europa, oggi queste mirano alla distruzione della sovranità degli Stati per forgiare il “villaggio capitalistico globale”. Di conseguenza sorge questa domanda: per combattere l’ordine precostituito non diventa dunque necessario sostenere il concetto di “nazione” in quanto parametro filosofico-culturale di riferimento che non è l’unico possibile ma risulta quello strategicamente più pertinente?
Oggi i Veneti, domani i Triestini, i Lombardi, i Friulani, e poi ancora i Calabresi, i Siciliani, i Sardi.  L’Italia rischia di implodere per due motivi: da una parte esiste una protesta legittima su scala locale contro uno Stato parassitario, burocratico, esattore, privato, dall’altra invece sussiste una legislazione che garantisce ad alcune regioni (Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta), un’autonomia speciale mentre quelle ordinarie sono relativamente svincolate da un sistema che converge più verso il federalismo che al giacobinismo alla francese. La “balcanizzazione” dell’Italia è però solo il riflesso di quello che sta accadendo nel resto dell’Europa. Questo processo secessionistico è iniziato con la disintegrazione della Yugoslavia nel 1991 e rischia di diventare irreversibile per tutte le nazioni europee che possiedono all’interno movimenti e partiti indipendentisti o legislazioni flessibili. Si pensi alle rivendicazioni autonomiste in Spagna (baschi, catalani, ecc.), in Belgio (fiamminghi e valloni), in Francia (Corsica, Alsazia), o ancora al diritto dei “land” (potere esecutivo e legislativo) in Germania.
In realtà questi progetti, seppur idealmente identitari e autonomisti, non fanno altro che rinsaldare l’Unione Europea che a suo modo vede di buon occhio l’abolizione di ogni potere statale. Bruxelles infatti già promuove questa logica implosiva: da un lato ci sono i fondi strutturali (che non passano più nelle mani dei governi nazionali per poi essere ridistribuiti, ma si protraggano direttamente verso le regioni che li gestiscono a loro uso e consumo) dall’altro esistono alcune istituzioni riconosciute dal Trattato di Lisbona che hanno come obiettivo di mutare le frontiere attraverso una cooperazione locale e transfrontaliera (Alpen Adria, Assembly European Region, Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa). Le piccole patrie europee (dalla Repubblica di Venezia fino al Paese Basco passando per la Corsica e la Catalogna) hanno una storia millenaria, una forte identità e legittimamente custodiscono con gelosia la propria storia, ma è ancor più vero che questo ruolo di salvaguardia – ai tempi dell’ideologia europeista – deve perpetuarsi nel quadro nazionale. Secessione non fa sempre rima con sovranità. Niccolò Machiavelli affermava categoricamente che “uno Stato è libero e sovrano quando ha l’egemonia sulle armi e la moneta”. A cosa servirebbe invero conquistare l’indipendenza se poi l’economia gira intorno all’Euro e l’esercito viene subordinato al Comando militare della Nato?
di Sebastiano Caputo - 11 novembre 2015
fonte:http://blog.ilgiornale.it/sebastianocaputo

#VoxPopuli – Nassiriya, i Marò e i manifesti all’americana





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ROMA – Amo la Marina militare. Da ragazzotto – tra le tante altre fantasie che mi animavano – c’era quella di fare l’accademia per diventare ufficiale di Marina, confesso attratto anche dalla favolosa uniforme.
Oggi, portando i bambini dal medico, mi sono imbattuto in cartelli che invitano ad arruolarsi in Marina. All’inizio il messaggio non mi era chiaro, perché sui cartelloni sono ritratti dei Rambo dalle fattezze  occultate  dal  nerofumo  o  camuffate  in  varia  maniera.  Sembrava  il  cartellone  di  un 

ennesimo film americano di azione nella giungla. Un Rambo 33. Ma ho notato che c’era anche una confortevole bandiera con le insegne di quattro delle nostre cinque repubbliche marinare (la quinta, Ragusa la bella, oggi si chiama Dubrovnik e per non dare fastidio ai vicini croati abbiamo deciso di cancellarla addirittura dai libri di storia e dalle insegne militari), quindi mi sono detto che doveva essere roba nostra. Poi, l’ennesimo choc, quasi terminale: sotto il cartello una scritta angloamerica che strilla “Join the Navy”.
Join the navy? Ma a chi è rivolto il manifesto di reclutamento? Se fosse rivolto – che so – ai miei figli, ci sarebbe scritto un banale “arruolati in Marina”. Ma “join the navy”?
“Non è una canzone di quel gruppo gay che andava tanto negli anni Ottanta?” azzarda mia moglie che mi è seduta accanto. “I Village People?” butto lì. Effettivamente c’era una loro canzone che si intitolava “In the Navy” e nel video due dei baffuti membri del gruppo indossavano belle uniformi bianche. A risentirla bene anche quella canzone suonava come un bando di reclutamento…
Penso – e come non potrei? – alle fotografie di militari della marina alle quali ci hanno abituato ormai da più di tre anni. Quelle dei due marò che abbiamo consegnato in mani ostili e senza alcuna garanzia su richiesta delle autorità di uno Stato indiano. Sul come e perché uno Stato come il nostro, che in teoria ha un certo riconosciuto ruolo anche internazionale, abbia deciso di autoinfliggersi una tale pubblica umiliazione non è ancora chiaro. Anche sulle reali responsabilità della gestione quanto meno pecoreccia della vicenda ci sono stati in passato orrendi rimpalli e poi è caduta una cappa di omertà… il che fa pensare che le responsabilità siano diffuse e trasversali…
Non credo che il manifesto “Join the navy” potrà mai cancellare dagli occhi di un ragazzo italiano l’immagine fiera dei due sottufficiali sacrificati a non si sa quale Ragion di AntiStato. E temo che un ragazzo (o una ragazza) di buon senso possa cancellare il sospetto che non sarebbe così tanto tutelato se si imbarcasse in divisa su una nave italiana, visto il precedente.
Certo non con la facilità con cui in Italia si cancella il ricordo dei propri caduti o prigionieri, quando le cose non vanno per il meglio. Per 60 anni abbia cancellato dai nostri libri di scuola persino l’esistenza della pulizia etnica sofferta dopo la guerra dai nostri concittadini giuliano dalmati, migliaia dei quali sono stati infoibati.
Mentre scrivo leggo pochi e brevi annunci di celebrazioni locali dell’anniversario della strage di Nassiriya, accaduta 12 anni fa. Ricordo inevitabilmente un pessimo servizio di un Tg Rai alla camera ardente allestita per le vittime all’altare della Patria a Roma. Fuori del monumento c’era una fila interminabile di persone che aspettavano il loro turno solo per entrare e mettere un fiore, compostamente e in silenzio. Una giornalista andava da uno all’altro sbattendogli il microfono in faccia e chiedendogli “Lei perché è qui?”, con evidente fastidio. Infine si è lanciata su una ragazza, che avrà avuto forse 20 anni, vestita di scuro, che aveva poggiato sula spalla un piccolo tricolore. Alla domanda di rito la giornalista pensò bene di anticipare la risposta che aveva in mente e cioè “sei di destra?”, reputando evidentemente che chi stava lì doveva farlo per una motivazione in qualche modo “viziata” almeno dall’ideologia. La ragazza la guardò, giustamente, come si guarda una povera pazza che ti apostrofa per strada; e le rispose: “non lo so se sono di destra, ma sono italiana e chiunque muore sotto un tricolore è un morto che mi appartiene. E quindi gli rendo omaggio”. Mi fece commuovere. Invece la giornalista mi fece imbufalire, ma mi costrinse ad abbandonare il divano e il telecomando e fare quello che avrei dovuto fare sin dalla mattina: andarmi a mettere in fila anch’io. Perché la mia Italia era quella della ragazza con il vestito nero, non quella della giornalista pagata con i soldi pubblici per disprezzare chi dava ancora un minimo di valore a una bandiera che non fosse una bandiera di partito.

di Marcello De Angelis - 12 novembre 2013
fonte: http://www.lavocedelpopolo.net - redazione

12/11/15

CASO MARO': " Toni Capuozzo: "Così vi racconto come l'Italia abbandona i marò" "


Lo storico giornalista ed inviato di guerra presenta il nuovo libro dedicato al caso dei due fucilieri di Marina: "L'Italia sperava che finisse a tarallucci e vino e per questo non ha mai avuto il coraggio di proclamare la loro innocenza"


"Due persone sul cui capo pende un'accusa ma che in tre anni e mezzo non sono ancora state rinviate a giudizio: questi sono i marò. Due uomini a cui viene negato qualcosa che sarebbe scontato in qualsiasi Stato di diritto."



Toni Capuozzo parla con passione di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri di marina detenuti in India dal 2012 con l'accusa, infamante, di aver ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati. Capuozzo ha conosciuto di persona Latorre, nel lontano 2006 e sul caso dei due marò ha scritto anche un libro, "Il segreto dei marò", che verrà presentato domani sera alle 21 al "Presidio" di piazza Aspromonte alla presenza degli ex ministri Mario Mauro e Ignazio Larussa, insieme a Matteo Carnieletto de ilGiornale.it.
Ieri Mattarella ha auspicato il rientro dei marò in Italia. Qual è lo stato attuale delle cose?
"È preoccupante. Sono appena stati nominati in giudici della Corte arbitrale internazionale dell'Aja, ma è difficile aspettarsi una decisione diversa da quella del Tribunale del Mare di Amburgo, che aveva pilatescamente sospeso ogni iter giudiziario."
Nel concreto che significa?

"Che Latorre e Girone restino sotto scacco della giustizia indiana per anni. Italia e India si confronteranno per decidere chi ha diritto a processarli. E loro continueranno a non aver diritto a un processo che attendono già da tre anni."
Come siamo arrivati a questa situazione?
"Nella diplomazia, come in ogni altro confronto, i rapporti di forza contano. Qui abbiamo una diplomazia indiana da sempre determinata all'offensiva e una diplomazia italiana sempre in ritirata e sempre in cerca di un accordo al ribasso. Lo stesso governo Renzi avviò un negoziato che era in buona sostanza un patteggiamento."
La responsabilità politica, dunque, di chi è?
"Dal 15 febbraio 2012, giorno dell'incidente, si sono succeduti cinque ministri degli Esteri e tre della Difesa. Non metto tutti sullo stesso piano, perché è evidente che quelli del governo Monti portano colpe maggiori, ma non posso negare che siano tutti compartecipi di un fallimento."
Tra i responsabili di questo disastro, qualcuno ha pagato per i propri errori?
"Nessuno. Corrado Passera, che si impegnò per farli tornare in India, continua a far politica e ha fondato un partito. L'ex Presidente Napolitano li ricevette al Quirinale per poi rimandarli a Dehli: non si riceve al Colle chi ha ucciso, sia pure per sbaglio, due pescatori inermi."
Come si esce da questo impasse?
"È il momento di una soluzione extragiudiziale, serve un'iniziativa politica. Roma e Dehli dovrebbero intrecciare un dialogo costruttivo: Modi avrebbe l'occasione di un gesto magnanimo, Renzi potrebbe risolvere un problema che si trascina da troppo tempo. Bisogna riportare il conflitto nell'alveo di un confronto giuridico serio. Solo quello."
In che senso?
"Lo scontro diplomatico ha coinvolto i rapporti tra i due Paesi ad ogni livello: l'India non ha partecipato ad Expo 2015, importanti aziende italiane vengono esclusi da appalti in India per centinaia di milioni di euro. Bisogna svelenire il clima, lo chiedono le comunità commerciali dei due Paesi."
E lo chiedono soprattutto i fucilieri di marina. Come convincere l'India a permettere loro di tornare in Italia, in attesa che venga celebrato il processo?
"Impegnandosi a presentarsi a Dehli il primo giorno della prima udienza, se il processo si terrà in India. Trattando i pescatori indiani morti come se fossero italiani, nel caso il processo dovesse celebrarsi a Roma. Del resto anche dovessero tornare in Italia non ci sarebbe pericolo di fuga, né di inquinamento delle prove, né di reiterazione del reato."
Da sempre convinto dell'innocenza dei marò, lei conosciuto personalmente Latorre, in Afghanistan, nel 2006: che tipo d'uomo é?
"Una persona perbene. A Kabul mi faceva da capo scorta: mai una sgommata, mai una spacconata. E se in Afghanistan uno vuole giocare a fare il Rambo ti assicuro che le occasioni non mancano."
Il suo libro si intitola "il segreto dei marò": qual è questo segreto?
"È un segreto di Pulcinella: quello sulla loro innocenza. Loro hanno sempre detto di non essere colpevoli, ma le Istituzioni italiani hanno sempre tenuto questo segreto nascosto."
Perché?
"Sostenere apertamente l'innocenza dei marò avrebbe causato un aspro braccio di ferro diplomatico, cosa che l'Italia non voleva fare, temendo per i propri affari. Eravamo convinti che si sarebbe risolto tutto a tarallucci e vino. E invece..."

 Giovanni Masini  - Gio, 12/11/2015
fonte: http://www.ilgiornale.it/ 


CASO MARO' - " Quando il governo Monti disse: "Non li ridaremo all’India"


LE ULTIME PAROLE FAMOSE

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Le autorità italiane hanno più volte annunciato «svolte» e «cambi di passo», nella vicenda dei marò, ma ogni proclama, in questi tre anni e mezzo, si è rivelato solo uno spot.
 
«Tre punti di accordo»
22 febbraio 2012 - «Su tre punti siamo in accordo con il governo indiano», annuncia il sottosegretario agli Esteri del governo Monti Staffan De Mistura: «I due marinai indiani purtroppo sono morti, l’incidente è avvenuto in acque internazionali, tutti vogliamo la verità, perché solo la verità ci permetterà di trattare nel modo giusto questa vicenda ».
 
Il governo Monti paga
20 aprile 2012 - Dai giornali indiani: 290mila euro sono stati consegnati alle famiglie dei due pescatori uccisi al largo delle coste del Kerala il 15 febbraio scorso, vicenda nella quale sono implicati i marò Latorre e Girone. La notizia è stata confermata dal ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, e potrebbe portare ad una rapida soluzione il caso dei marò. Ma l’ammiraglio sottolinea che l’accordo «non ha nulla a che fare» con il procedimento giudiziario.
 
Licenza elettorale
23 febbraio 2013 - I due marò tornano in Italia. Questa volta per votare alle Elezioni Politiche e Regionali 2013. Il permesso, di quattro settimane concesso dalla Corte suprema di New Delhi arriva dopo quello natalizio. Il clima è disteso, la vicenda sembra quasi risolta .
 
«Restano in Italia»
11 marzo 2013 - Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non torneranno in India. Lo annuncia il ministero degli Esteri del governo Monti Giulio Terzi in una nota. «L’Italia ha informato il Governo indiano che, stante la formale instaurazione di una controversia internazionale tra i due Stati - si legge nel comunicato - i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non faranno rientro in India alla scadenza del permesso loro concesso». Poi il governo Monti si rimangia l’annuncio, i marò tornano in India, il ministro degli esteri Terzi si dimette.
 
«Devono tornare»
18 febbraio 2014 - Dopo l’ennesimo rinvio di una udienza da parte dei magistrati indiani il ministro degli Esteri Emma Bonino richiama l’ambasciatore e afferma: «Quello che sta accadendo ai due marò «non è più accettabile: non possono essere vittime di lungaggini e complessità, per non dire altro...». Non possiamo andarli a prendere «manu militari, ma devono tornare a casa».
 
«Non saranno processati»
26 marzo 2014 - «Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non andranno a processo»: a garantirlo, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, è Staffan de Mistura, l’inviato speciale del governo: « Al processo noi non andiamo, non presenteremo i nostri fucilieri, insistiamo per la giurisdizione internazionale della questione ». Entro un mese, assicura, si vedranno gli effetti dell’azione del governo. Nessun altro dettaglio, fa sapere de Mistura, «per non favorire eventuali contromosse di Delhi».
 
«Strategia condivisa»
24 aprile 2014 - Il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ha annunciato che per la soluzione del caso dei due marò «si apre la procedura internazionale». Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti: «il governo lavora unito sul tema, che è essenziale». Si tratta di una «precisa strategia condivisa con il Parlamento che poggia sull’internazionalizzazione della vicenda ». L’arbitrato internazionale sarà attivato solo il 26 giugno 2015, più di un anno dopo.
 
«A casa definitivamente»
23 dicembre 2014 - Dopo un incontro con il presidente Napolitano il premier Renzi: «Dobbiamo portare tutti in Italia» definitivamente. «Se c’era da fare un processo sono passati quasi tre anni», quindi «siamo al lavoro con il governo, in un clima di rispetto reciproco, ma chiediamo che si faccia rapidamente».
 
«Rapporti diretti»
14 aprile 2015 - Sulla questione dei marò «stiamo cercando di risolvere con rapporti diretti» con l’India: riferisce il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. «Ci stiamo lavorando, purtroppo non abbiamo ancora trovato una soluzione» malgrado i «canali politici con la nuova leadership indiana», precisa il titolare della Farnesina.
Oggi Salvatore Girone è agli arresti domiciliari nell’ambasciata italiana a New Delhi, mentre Latorre, colpito da un ictus il 31 agosto 2014, è in Italia per curarsi.

Antonio Angeli- 12 novembre 2915
fonte:http://www.iltempo.it