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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

04/03/15

IMMIGRAZIONE - ''Ora l'Europa rinnega il politicamente corretto''

L’ultima strage del mare ha spinto i burocrati dell’Ue a uscire dalle righe. Vedremo quanto a lungo...



Toh, l’Europa si è accorta che l’immigrazione incontrollata è diventata un’emergenza. Non c’era bisogno di prendere il binocolo per capirlo. 



Eppure, da oltre un anno la miopia di Bruxelles ha permesso e incoraggiato quest’invasione di disperati, caratterizzata troppo spesso da tragedie evitabili.
L’ultima strage del mare ha spinto i burocrati dell’Ue a uscire dalle righe e a rinnegare (vedremo quanto a lungo) il politicamente corretto. L’apripista è stato ieri il vice presidente della Commissione Franz Timmermans, il quale ha affermato senza mezzi termini che l'Unione europea deve cooperare anche con i regimi dittatoriali per fronteggiare il fenomeno dell'immigrazione, contrastare i trafficanti e proteggere meglio i propri confini. “Il dibattito è stato abbastanza acceso - ha ammesso Timmermans durante la conferenza stampa congiunta con il commissario all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos -. Queste tragedie nel Mediterraneo rafforzano il sentimento di urgenza”. “Non dobbiamo essere ingenui – ha affermato dal canto suo Avramopulos -.
Il fatto che cooperiamo nell'ambito dei processi di Khartoum e Rabat... con dei regimi dittatoriali non significa che li legittimiamo. Noi non offriamo alcuna legittimità democratica e politica a questi regimi, ma dobbiamo cooperare laddove abbiamo deciso di lottare contro il traffico di esseri umani”. Finita l’ipocrisia, finalmente. Dire che è musica per le nostre orecchie ci sembra eccessivo, ma vogliamo ricordare agli smemorati di Bruxelles che l’Italia, prima che l’Europa rincorresse la Francia di Sarkozy nella guerra alla Libia, aveva degli accordi di cooperazione proprio con Gheddafi. Nessuno dimentica che con l’ex regime libico quei porti della Cirenaica e della Tripolitania, da cui oggi partono senza sosta le carrette del mare, erano off limits per i trafficanti di uomini. Anche un bambino avrebbe capito che, senza un interlocutore, anche se impresentabile, sarebbe ripartita l’invasione. Certo, anche il governo Renzi ha dato il suo salutare contributo con la missione Mare Nostrum. Il risultato? Un’ondata record d’immigrati irregolari: nel 2014 sono stati oltre 170mila. E sono solo i numeri ufficiali. Ora da Bruxelles ci dicono che c’è un’emergenza, che è meglio trattare con i regimi dittatoriali, insomma, che era meglio prima. I burocrati europei hanno scoperto l’acqua calda. E noi dobbiamo pure pagarli.

fonte: http://www.ilgiornale.it

FORZE DELL'ORDINE - '' 3MILA EURO. ECCO QUANTO VALE PER 3 CRIMINALI, LA VITA DI UN APPARTENENTE ALLE FORZE DELL’ORDINE ''



Tremila euro. Ecco quanto vale, nella mente di tre criminali, la vita di un Appartenente alle Forze dell’Ordine. E purtroppo sappiamo che anche per altri il nostro sacrificio non vale molto di più.


Certamente per tutti quelli che non comprendono l’assoluta necessità di profondere il massimo dell’impegno e dell’investimento per garantire all’intero Comparto la maggiore funzionalità con il minimo rischio per gli Operatori. La cosa è provata, dal momento che ancora troppe falle e troppe carenze che invece sarebbero facilmente risolvibili non sono al primo posto nell’agenda di Politica e Istituzioni. E, intanto, giornalmente i Tutori della sicurezza continuano a pagare un prezzo altissimo per svolgere il loro dovere, un prezzo rispetto al quale la squallida offerta di 3.000 euro, fatta solo per guadagnarsi uno sconticino di pena, è un’offesa intollerabile. Un prezzo che può trovare un vago senso di compensazione solo e unicamente se la legge sarà applicata in maniera seria, reale e concreta, e se chi ha commesso un reato sapendo bene di stare attentando alla vita di un collega pagherà fino in fondo il suo debito in galera”.
E’ questo il commento di Franco Maccari, Segretario Generale del Sindacato Indipendente di Polizia, a proposito delle indiscrezioni giunte da Castelfranco, in provincia di Treviso, dove, secondo notizie non confermate né smentite dal diretto interessato, tre banditi albanesi avrebbero offerto 3.000 euro di risarcimento al Brigadiere Maurizio Biasini, investito durante la trappola tesa loro dai carabinieri dieci giorni fa sotto un condominio di Treviso.


“Ma in un’occasione come questa – aggiunge Maccari – non possiamo che rilevare, invece, quanto lontana dalle reali esigenze degli Appartenenti alle Forze dell’Ordine sia la mentalità sempre più diffusa che non solo non ci riconosce la dovuta tutela, ma anzi va nella direzione di affievolire e neutralizzare quella minima che ancora ci spetta. Come altro dovrebbe intendersi, ad esempio, il progetto di depenalizzare i reati contro i pubblici ufficiali? O gli interminabili tempi per dotarci di strumenti e protocolli operativi che ci garantiscano un maggiore spettro di difesa? O, ancora, il silenzio assoluto rispetto alla necessità impellente di sbloccare assunzioni e turn-over perché le gigantesche carenze di organico vengano colmate ed il roboante proposito, invece, di tagliare e spazzare via innumerevoli presidi di Polizia dislocati sul territorio?”.

“E la lista delle storture che riguardano la gestione del Comparto è ancora lunga – conclude il Segretario Generale del Coisp -, e si aggiunge e accresce la sofferenza e allo svilimento di tutti gli Operatori che quotidianamente finiscono all’ospedale e dei colleghi che assistono impotenti”.

3 marzo 2015
fonte: http://www.infodifesa.it

NICOLA CALIPARI 4 MARZO 2005 - 4 MARZO 2015 __ "Ecco la verità su Calipari a dieci anni dall'uccisione"


L'ex direttore Sismi ricostruisce i fatti e replica alla vedova del dirigente ucciso durante la liberazione della Sgrena in Irak: "Fu lei a rifiutare il sostegno Usa"


Roma - «Siamo in tre, siamo in macchina e stiamo rientrando», sono le ultime parole pronunciate da Nicola Calipari. All'altro capo del telefono c'è il direttore del Sismi Nicolò Pollari. Giuliana Sgrena è libera. 




Ma quel 4 marzo 2005, esattamente dieci anni fa, qualcosa va storto: la Toyota Corolla che dovrebbe condurre all'aeroporto Calipari, l'agente Carpani e la giornalista del Manifesto finisce nel mirino del fuoco alleato. Fuoco americano.
Generale Pollari, la morte di Calipari è rimasta senza colpevole.
«Calipari è stato un fedele servitore dello Stato che ha sacrificato la propria vita per il Paese. Quella sera a Bagdad, in un posto di blocco americano non segnalato, un soldato Usa sparò e Calipari fu colpito a morte. Il processo ha riconosciuto l'immunità funzionale in capo al militare e l'assenza di giurisdizione italiana. È la supremazia della legge».
La commissione d'inchiesta Italia-Usa ha prodotto due relazioni. Secondo quella italiana l'auto si muoveva a velocità moderata, con i fari accesi e la luce di cortesia accesa.
«Ho voluto con tutte le mie forze quella commissione. Esiste un'articolata e documentata inchiesta guidata dal generale Campregher e dal diplomatico Ragaglini. In essa sono riportati fatti mai smentiti. Nella relazione americana si parla di regole d'ingaggio non violate dai soldati americani ma i block point non hanno regole d'ingaggio. Ciò detto, non convengo su alcuna tesi complottistica».
Nel libro Il mese più lungo (Marsilio, 2015) dell'ex direttore del Manifesto Gabriele Polo, la vedova Rosa Calipari, oggi deputata Pd, parla di una direzione del Sismi «ambigua che agiva machiavellicamente su due linee strategiche opposte e alla fine contrapposte, un gioco che costerà la vita a Nicola».
«Ho rispetto per lei e per il suo dolore».
Le due linee sarebbero quella del poliziotto Calipari e del carabiniere Marco Mancini: il primo a favore della trattativa invisa agli americani; il secondo favorevole al blitz.
«Il libro tradisce una scarsissima conoscenza dei fatti. Entrambi erano titolati a occuparsi di quel dossier essendo Mancini direttore della divisione che si occupa di controterrorismo, controspionaggio e criminalità organizzata transnazionale; e Calipari direttore della Ricerca».
A leggere il libro sembra che Calipari fosse l'unico, o il principale, referente del Sismi in Irak.
«In Irak agivano almeno tre articolazioni del servizio. Ciascuna seguiva uno o più percorsi operativi. Nel caso della Sgrena vi erano una ventina di percorsi paralleli. La nostra forza era data dalle reti di intelligence di cui nessuno era monopolista esclusivo. Si è sempre rivelato vincente il lavoro d'equipe che ha portato all'arresto e alla condanna da parte della giustizia irachena dei sequestratori, tra gli altri, delle “due Simone”, di Florence Aubenas e della Sgrena».
Abbiamo pagato per ciascuna delle rapite italiane?
«Le modalità di liberazione sono coperte dal segreto di Stato. Deve essere chiaro però che quella sera nessuno di noi, neanche Calipari, aveva la certezza di essere a un passo dal rilascio. Quello era uno degli “n” tentativi messi in campo. Mi permetta di aggiungere che il primo video della Sgrena fu individuato grazie a una fonte araba che avevo messo in contatto con Calipari. Il secondo video fu recuperato tramite la rete di Mancini».
Il libro racconta che, appresa la notizia della morte, lei impedì ai «calipariani» di andare a Bagdad e mandò soltanto Mancini.
«I “calipariani” non sono mai esistiti. Calipari e Mancini erano amici, io stesso ho cenato con loro a casa di Mancini e so che i due si vedevano spesso in un ristorante siciliano della Capitale. Probabilmente erano competitor professionali. Dopo l'incidente gli americani negavano l'accesso a chiunque. Mancini riuscì a superare le resistenze, entrò nell'ospedale militare e fotografò di nascosto il cadavere del collega».
La vedova racconta che Calipari le avrebbe riferito una sua confidenza: «Mancini me lo ha imposto la politica».
«Mancini era al Sismi dal 1984 ed era una risorsa importante nello scacchiere mediorientale. Io sono arrivato alla fine del 2001. Al Sismi invece ho portato Calipari che me ne ha fatto calorosa richiesta dichiarandosi insoddisfatto della propria posizione nella polizia. L'ho inquadrato come vicedirettore di divisione e l'ho poi promosso direttore».
Per bocca della moglie, si apprende che nel caso Abu Omar il marito temeva che uomini della sua divisione non si fossero limitati a pedinamenti e rapporti sull'imam egiziano. È la vicenda per la quale lei è stato assolto dopo dieci anni.
«Ribadisco che io e il Sismi da me diretto, e quindi tutti gli imputati, siamo estranei alla vicenda. Se la notizia è vera, siamo in presenza di una notizia di reato da riferire all'autorità giudiziaria».
C'è stata in questi anni qualche compensazione da parte americana?
«Portai io stesso l'ambasciatore americano Sembler a casa della signora Calipari. Lui le offrì ogni forma di sostegno ma la signora rifiutò mentre accettò, a mia conoscenza, la somma raccolta dal quotidiano Libero ».
Dicono che lei abbia contribuito alla candidatura di lei nelle liste del Pd.
«Ho curato, nei limiti delle mie possibilità, ogni aspetto di carriera e di impiego relativo a Calipari e ai suoi familiari».
Scarsa riconoscenza?
«Non faccio mai nulla con l'aspettativa della riconoscenza altrui».


Annalisa Chirico -  03/03/2015
fonte: http://www.ilgiornale.it


01/03/15

Fenomenologia del Califfato, l’Islam che non vuole confini



Le spiegazioni a fenomeni di emulazione del modello Stato Islamico in altri Paesi sono da rintracciare nelle peculiarità delle società arabo-musulmane, tra ingiustizie, povertà, età della popolazione e cultura


ISIS_Iraq



Se ascoltassimo bene le parole dei salafiti di Tunisi, degli islamisti di Bengasi, della Fratellanza Musulmana nel Sinai, dei miliziani del Califfato siro-iracheno, dei nigeriani di Boko Haram o anche degli adepti della Jemaah Islamiah in Indonesia, comprenderemmo meglio come e perché, secondo loro, l’Islam non ha confini. Il che, tradotto per l’Occidente, significa che quell’Islam, di cui poco sappiamo, non riconosce e non accetta le frontiere statali.

È questo il punto-chiave, la base di partenza per analizzare le recenti vicende che hanno modificato – e in certi casi sconvolto – il panorama geopolitico di una parte di mondo, che sino a ieri si rifaceva ancora alle logiche definite lungo il corso del secolo passato.

Pur nelle loro evidenti differenze, questi gruppi appena citati condividono una medesima visione dell’orizzonte sociale e politico al quale – secondo loro – ogni comunità musulmana dovrebbe tendere per essere giusta davanti a Dio, e grazie alla quale si possono giustificare i più barbari comportamenti, dal terrorismo alla guerra.

I tratti comuni del radicalismo islamico
Soprattutto negli ultimi quindici anni, molti degli Stati in cui l’Islam è dominante – e dunque anzitutto Medio Oriente, Nord Africa e Africa subsahariana – hanno conosciuto un’ondata di radicalismo religioso che, pur differentemente declinato, porta dietro di sé alcuni tratti comuni e punti di contatto.

Per chi ha sposato le visioni radicali dell’Islam sunnita, ad esempio, vedere circoscritta la propria fede entro i confini stabiliti senza troppa cognizione di causa da potenze dominatrici straniere e subire un modello istituzionale imposto dall’Occidente non soltanto è sbagliato, ma va contro i precetti imposti dalla religione.

Il che, se si considera l’importanza dell’Islam e il suo profondo radicamento nelle società arabo-musulmane, ha portato spesso numerose popolazioni a percepire una crescente insoddisfazione e rabbia tali che spesso – unite a condizioni di povertà, sottosviluppo e sottomissione – si sono poi tradotte in sollevazioni popolari o in vere e proprie rivoluzioni.

Abbattere le frontiere del Novecento
Prima di biasimare chi vede nella lotta contro gli Stati moderni e le loro istituzioni una giusta causa, dobbiamo ammettere che quelle linee di confine disegnate tanto dagli Accordi Sykes-Picot quanto dai Paesi vincitori delle guerre del Novecento, sono state tracciate contro la volontà delle popolazioni locali e senza una chiara comprensione delle prerogative etniche delle comunità che si andavano a dividere.

Per i Touareg libici o i berberi del Mali, ad esempio, i punti di riferimento sono ancora oggi le oasi e non certo le capitali o le frontiere disegnate sulle mappe tracciando una riga in verticale o in orizzontale, senza sapere che nel deserto non c’è modo di segnare un confine. Il frutto di quelle spartizioni, insomma, lo raccogliamo oggi. È anche così – oltre ai meccanismi del disagio economico, che incide ben più della mancanza di diritti – che nascono fenomeni eversivi, scontri etnici e violenze, rivolti anzitutto all’interno delle comunità di appartenenza. Un fatto non certo nuovo o estraneo al mondo islamico.


I giovani, target del Califfato
Il Califfato si presenta come il mezzo per cancellare i confini imposti dal colonialismo europeo e creare un nuovo mondo panislamico, inteso come la prosecuzione delle volontà di Maometto stesso. L’imposizione di una forma estremizzata della legge islamica (Sharia) è allora necessaria ai loro occhi così come la violenza si giustifica con l’obbligato morale di abbattere gli Stati arabi moderni.

L’immaturità delle società islamiche e dei loro protagonisti politici fa il resto. L’arretratezza tecnologica ed economica però spiegano solo in parte l’incertezza politica di queste regioni, mentre concorre moltissimo anche la giovane età della popolazione. Come noto, in molti Paesi arabo-musulmani l’età media è intorno ai vent’anni e i tassi di crescita sono tra i più alti al mondo, mentre la popolazione over 65 spesso non raggiunge il 15% del totale. La partecipazione dei giovani alla politica è dunque altissima, ma altrettanta è l’inesperienza e la radicalità.

Anche su queste basi si fonda il successo del modello estremista del Califfato, che ha puntato tutto sull’istruzione dei giovani, dalla cultura all’addestramento militare. Pur ripresentando un modello antico, il Califfato viene così percepito come qualcosa di nuovo e diverso. Ed è anche in questo modo che le spregevoli azioni dei miliziani dello Stato Islamico riescono a far presa su parte delle nuove generazioni musulmane. Una parte certo minoritaria, ma non per questo meno pericolosa. Basti pensare a cosa sono riusciti a combinare trentamila soldati in un Paese di oltre trenta milioni di abitanti come l’Iraq.

Da qui, discendono lo spirito di emulazione e il proliferare di bandiere nere. Un prodotto, quello dello Stato Islamico, che non ha bisogno di passaporto e che è facilmente esportabile in ogni luogo dove siano presenti quelle condizioni economiche, sociali e statistiche sopra descritte.

Il modello dello Stato Islamico
Queste società, alla ricerca di forme di stato e di governo adeguate alla propria fisionomia, hanno di fronte un lungo percorso che l’Europa stessa ha dovuto trovare non senza guerre e inutili spargimenti di sangue.

Di fronte al vuoto istituzionale e all’incertezza sociali diffuse soprattutto in Africa e Medio Oriente, lo Stato Islamico ha dunque sufficiente terreno fertile per attecchire e per tentare di sostituirsi alle istituzioni che lo hanno preceduto, anche grazie a una buona amministrazione del territorio, funzionale ad allargare e a radicare il consenso. Questo produce come per gemmazione un franchising del terrore che, pur non avendo connessioni dirette tra i vari nuclei e focolai, viene percepito come un unico soggetto e replicato con facilità in molte parti del mondo islamico.

Come frenare questa eco di morte che si riverbera fino a lambire Roma e Parigi? Sinora l’Occidente non ha trovato risposte adeguate al fenomeno. Tuttavia, anziché limitarsi a giudicare, un buon inizio potrebbe essere una maggiore capacità di ascoltare e conoscere.

di Luciano Tirinnanzi - 1 marzo 2015
fonte:  http://www.lookoutnews.it

L'Isis abbandona Derna. Ma la Libia è terra di nessuno. Piattaforme energetiche a rischio: l'intervento della Marina.

 Libia, navi italiane in azione

"Stiamo addestrando le nostre navi e i nostri uomini, solo questo. La nostra attività non ha nulla a che fare con altri scenari" 

L’ammiraglio Pierpaolo Ribuffo è il comandante del Gruppo navale impegnato in "Mare aperto", l’esercitazione che prende il via dopo lo stop di Mare Nostrum.

Risponde così quando gli si chiede che connessioni vi siano tra questa attività addestrativa e la crisi libica. "Certo, la presenza delle navi in mare significa anche sicurezza, deterrenza e dissuasione", aggiunge l’ammiraglio, mutuando il ragionamento del nuovo capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano. "Ma questo è normale: è come quando si vedono i carabinieri pattugliare le nostre strade". Eppure, anche se quello avviato venerdì al largo della Libia non è un piano di intervento militare, gli assomiglia molto.
Gli uomini dello Stato islamico che occupavano da tempo la città di Derna, in Cirenaica, l'avrebbero abbandonata improvvisamente ritirandosi in località imprecisate. Le fonti di intelligence che ne parlano non sono state in grado di spiegare il motivo di questi movimenti. Quel che è certo è che la Libia è un vero inferno. Terra di nessuno dove le milizie islamiste, non solo quelle fedeli al califfo Abu Bakr Al Baghdadi, terrorizzano e ammazzano la popolazione locale e minacciano le piattaforme petrolifere dell'Eni. Venerdì scorso la Marina Militare ha avviato le prime manovre navali nel Mediterraneo. I vertici dell’esercito fanno trapelare che le navi in azione sono già tre: il San Giorgio, salpato da Brindisi e ora in rada alla Maddalena dopo una sosta a La Spezia, il Duilio e il Bergamini, un cacciatorpediniere e una fregata, salpate da Taranto e ora in navigazione nel Tirreno. Ma, a breve, potrebbero arrivare a quattro. Durata stimata dell’esercitazione: "Sette-dieci giorni - afferma l’ammiraglio Ribuffo - anche se ancora non c’è certezza".
Mare Aperto è la prima esercitazione "maggiore" che la Marina Militare svolge dopo circa un anno di fermo dopo il grande impegno, sia economico che di uomini e di mezzi, legato all’operazione Mare Nostrum. "Ora che questo impegno è finito, possiamo riprendere le nostre normali attività addestrative e non sapete quanto ce n’è bisogno - spiega il generale Graziano - dopo un anno di stop riprendere un’attività del genere può destare interesse e fare rumore, ma noi esercitazioni così le abbiamo sempre fatte". Mare Aperto è un’esercitazione ad ampio spettro. Come spiega Ribuffo, gli ambiti addestrativi vanno dalla sicurezza marittima alla difesa aerea e antisommergibile, al contrasto delle attività illegali in mare, in cui si addestrano anche gli incursori di Marina, gli uomini del reggimento San Marco e gli elicotteri imbarcati. Secondo indiscrezioni riportate dalla Stampa, le navi si posizioneranno a ridosso dalle acque internazionali per monitorare la piattaforma offshore di Sabratha che si trova a un'ottantina di chilometri dalle spiagge libiche. Se venisse colpita salterebbe il rifornimento al terminal di Mellitah che triangola con il gasdotto dell’Eni Greenstream. In caso di un attacco militare il personale posto a difesa del gasdotto potrebbe, tuttavia, non bastare. È già successo a metà febbraio quando vennero presi di mira i giacimenti di Mesla e di el-Sarir.

fonte: http://www.ilgiornale.it