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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

02/12/14

La vera spending rewiev si fa abolendo le Regioni




Il non voto, al pari del voto, è un modo degli elettori per comunicare. In questo caso il loro malessere e la loro disaffezione, non necessariamente verso il governo o la politica in generale, sicuramente verso le istituzioni per le quali non vogliono votare. Del resto, come dargli torto, se c'è nell'Italia un'articolazione dello stato che andrebbe soppressa senza discettarne inutilmente a lungo, questa è proprio quella rappresentata dalle Regioni. Fallito, travolto dagli scandali dei falsi rimborsi spese, dalle giunte costrette a ripetizione alle dimissioni anticipate, dai derivati finanziari e dai bilanci sanitari troppo spesso fuori controllo, il tentativo di avere un federalismo italiano compiuto, oggi le Regioni incarnano il peggio della spesa pubblica mal gestita. Sono l'idealtipo della spending review che mai diventa realtà, come i numerosi articoli di Tino Oldani su questo giornale hanno documentato. In questo quadro, sorprendersi che gli elettori non perdano più neanche cinque minuti per contribuire all'elezione di consigli regionali avvertiti come insostenibile spesa pubblica corrente, non può e non deve sorprendere.
Anche perché gli elettori sono molto più intelligenti di quanto i politici non credano e hanno già capito che nel 2015 le Regioni si preparano a scaricare sulle loro tasche i tagli per 4 miliardi di euro decisi dal governo Renzi. Non faranno nessuna spending review da 4 miliardi, più semplicemente aumenteranno le addizionali fiscali a loro disposizione per vessare ancora di più cittadini e imprese. Quindi più Irpef e più Irap per consacrare la più tradizionale partita di raggiro italiana: il governo nazionale annuncia tagli che la improduttiva burocrazia regionale trasforma in maggiori imposte. In questo rimpiattino, tutto giocato sulla pelle del pil e della competitività del Belpaese, il premier ha l'occasione di prendere la palla al balzo, messa sul dischetto del rigore dall'astensionismo record dell'Emilia-Romagna, per fare la vera riforma costituzionale che la maggioranza assoluta degli italiani desidera: abolire le Regioni trasferendone le competenze. Questa sarebbe una vera rottamazione capace di rimettere in moto la crescita italiana e di comunicare in maniera forte e chiara agli investitori internazionali che Renzi non ha alcuna intenzione di tirare a campare a Palazzo Chigi. Una riorganizzazione vera di tanta spesa corrente pubblica, che sfugge ai controlli di produttività e ai costi standard con tutta la forza che le lobby sanno esprimere, in grado di dare un'accelerazione al cambiamento. La rottamazione delle Regioni la vogliono i cittadini, Renzi deve solo metterla in pratica.

di Edoardo Narduzzi  - 2 dicembre 2014
fonte: http://www.italiaoggi.it



 

L’obiettivo? Un’Italia povera e cattocomunista

“Tutti – nessuno escluso – tutti i provvedimenti, le leggi, i decreti, i regolamenti approvati, e non solamente a livello dello Stato, in Italia a far luogo dall’avvento del governo di Mario Monti avevano e hanno l’unico intento di impoverire i cittadini e il Paese e di consegnarlo definitivamente al cattocomunismo”.
Avevo appena pronunciato tra amici queste lapidarie parole che un ricco industriale, operante nell’editoria ma non solo, nell’intento di contraddirmi e di giustificare il voto da lui (e da mille e mille uomini di destra) dato alle europee a Matteo Renzi, ha ricordato la recente disposizione che consente di assumere nuovi operai o impiegati, potendo, se del caso ed entro un certo limite temporale, licenziarli, non essendo più obbligati i datori di lavoro, anche a fronte dell’inettitudine o dell’incapacità degli assunti, al mantenimento a vita dell’instaurato rapporto.
“Mio caro”, ho allora replicato. “Si vede che non hai mai operato nel mondo del gioco inteso professionalmente. Nel mondo di quelli che sanno come e cosa fare avendo vissuto sulla propria pelle le nefaste conseguenze dell’agire secondo una irrazionale razionalità.
Così fosse, sapresti bene che il professionista dell’azzardo in gamba che conosce la vita e i polli da spennare, quello che vive largamente e bellamente rimpannucciato dai proventi derivanti dal maneggio delle carte come della stecca del biliardo, non vince tutte le partite.
Di quando in quando, al momento giusto, perde.
E’ non rivelandosi imbattibile che riesce a spremere gli avversari con bella costanza.
Chi mai, difatti, perdendo sempre continuerebbe a giocare?
E’ questa la ragione della legge o decreto che sia di cui parli: vi hanno dato un contentino, che poi si rimangeranno, come all’asino si dà una carota. Ve l’hanno dato perché guardando al dito non vi accorgiate della Luna “.
Non l’ho convinto, ma quale sia l’intenzione, in che direzione volutamente in Italia si vada è evidente ove si guardi, certamente ai singoli interventi punitivi nei confronti di quanti dispongono di denaro, ma ancora, ancora e viepiù al clima culturale, sociale, politico, prima che economico, creato nel corso degli ultimi anni.
Un clima nel quale l’odio verso i ricchi e perfino i semplici abbienti è coltivato, in cui si nutre e si cerca di accentuare la purtroppo naturale, umanissima invidia.
Fuori dai denti: dove porteranno se non alla miseria tutte le azioni in atto e programmate per impedire (impedire!) che le persone ‘che possono‘spendano?
Dove, gli asfissianti controlli?
Dove l’obbligo di documentare il possesso anche di dieci euro?
E si aggiungano le irresponsabili decisioni assunte e studiate in ogni campo dalle ‘anime belle’ in ragione del cretinissimo e deleterio ‘politically correct’, l’incapacità assoluta ad (o la non voglia di) affrontare con giusta determinazione i gravissimi problemi che ad ogni pie’ sospinto, proprio per l’inettitudine dei governanti, insorgono, la presenza e le esternazioni di un papa che ‘apre bocca e gli dà fiato’…
Certo, qualcuno potrebbe sostenere che tutto ciò si stia verificando perché una serie di imbecilli si vanno da tempo susseguendo al governo.
Io non sono tanto cattivo: non ritengo siano degli imbecilli.
Penso abbiano un ben preciso piano: impoverire il Paese e consegnarlo definitivamente al cattocomunismo.
Non, semplicemente, al comunismo che qualcosa di buono nella sua ferocia ha.
A quel pattume nato in Italia (e solamente ‘nostro’) dalla commistione tra cattolicesimo e marxismo: una vera schifezza!
Una schifezza contro la quale pare non sia possibile battersi, tanto gli orrendi principi che la sorreggono sono oramai diventati patrimonio di tutti.
Amen.

La Danimarca paga sussidi ai "suoi" jihadisti in Siria


Choc per le rivelazioni di un tabloid: 28 assegni di disoccupazione, fino a tremila euro al mese

La Danimarca manda i cacciabombardieri per colpire le basi del Califfato, ma paga il sussidio ai volontari della guerra santa che sono andati a combattere in Siria




Il 25 % dei mujaheddin «danesi», che hanno imbracciato le armi per lo Stato islamico, incassava l'assegno di disoccupazione.
Il paradosso del politicamente corretto è venuto a galla grazie ai servizi segreti di Copenaghen, come ha riportato Gianandrea Gaiani, esperto di temi legati alla Difesa. Il tollerante e ricco welfare danese pagava il sussidio a 28 seguaci del Califfo partiti per combattere. L'assegno di disoccupazione può superare i tremila euro al mese. Un sussidio fra i più alti al mondo di 801 corone (180 euro) al giorno, anche se alcuni jihadisti incassavano di meno dallo stato danese. L'assurdo è che la Danimarca ha inviato sul fronte del Califfato 7 cacciabombardieri F-16 con un gruppo di appoggio di 250 uomini schierati in Giordania e Iraq. La partecipazione degli aerei di Copenaghen allo sforzo della coalizione a guida Usa di piegare il Califfato ha registrato a fine novembre 74 missioni ed una sessantina di obiettivi attaccati. Il tabloid Bt ha rivelato che l'agenzia di sicurezza interna danese ha identificato 28 jihadisti beneficiari del sussidio. Quindici devono restituire il maltolto incassato mentre combattevano contro gli infedeli, 8 sono ancora sotto inchiesta e per 5 le indagini sono state archiviate per insufficienza di prove.
Non è un caso che la Danimarca vanta il record negativo di secondo Paese europeo per il più alto numero di combattenti della guerra santa in proporzione alla popolazione (5,6 milioni). Oltre 100 danesi avrebbero lasciato il Paese, che li ha ospitati e nel 25% dei casi sovvenzionati come disoccupati, per combattere in Siria. La Danimarca è seconda solo al Belgio quanto a volontari della guerra santa.
Lo scandalo del buonismo occidentale che concede assegni caritatevoli alle serpi in seno ha riguardato ancora prima l'Inghilterra. Abu Hamza, il predicatore della guerra santa con l'uncino, perché ha perso un braccio combattendo in Afghanistan, otteneva addirittura il sussidio per le menomazioni di guerra dal governo inglese.
Nel 2005, dopo il secondo attacco alla metro di Londra, Hamdi Adus Issac, alias Osman Hussain, uno dei terroristi del fallito attentato, poi arrestato a Roma, viveva grazie ai sussidi inglesi. Dalla casse britanniche fra assegni di disoccupazione, appartamenti gratis, benefit per la moglie ed i figli incassava l'equivalente di 21.119,20 sterline all'anno, oltre 32mila euro. Gli altri quattro componenti della cellula africana ricevevano in sussidi un totale di 71mila sterline l'anno.
L'ultimo scandalo a Londra è venuto a galla nell'ottobre 2013, quando gli americani hanno catturato a Tripoli Abu Anas Al Liby, un terrorista super ricercato. Nel 1995 aveva ottenuto l'asilo politico in Gran Bretagna e relativo sussidio. Due anni prima fotografò le ambasciate americane in Kenya e Tanzania in una missione di ricognizione. Nel 1998 Al Qaida fece saltare in aria le due sedi diplomatiche, grazie ai piani di Al Liby, provocando 224 morti.

www.gliocchidellaguerra.it
- Mar, 02/12/2014  
 

Boldrini & C. raccontano bugie: in Parlamento solo finti tagli


La riduzione degli stipendi entrerà a regime solo nel 2018. E anche in futuro si guadagnerà di più a Palazzo Madama o a Montecitorio  che al Bundestag o alla Camera dei Comuni


Tanto rumore per poco. Sugli stipendi dei funzionari di Camera e Senato le polemiche sono state nei mesi scorsi infuocate.




In nome del principio della cosiddetta autodichia (autonomia giuridica) non sono stati toccati dal provvedimento sul tetto ai dipendenti pubblici. Ma le retribuzioni di Palazzo Madama e Montecitorio sono da record mondiale: il segretario generale del Senato Elisabetta Serafin è a 427mila euro, l'omologo della Camera Ugo Zampetti è a quota 406mila euro, i suoi due vice Guido Letta e Aurelio Speziale a 304mila, i consiglieri parlamentari di Montecitorio (in organico ce ne sono 167) con 30 anni di carriera possono toccare i 300mila. E anche a livelli più bassi i numeri sono diventati quasi proverbiali delle distorsioni del sistema di remunerazione in campo pubblico: alla Camera un centralinista entrava in servizio con un assegno di oltre 30mila euro l'anno ma con 30 anni di anzianità poteva guadagnarne più di 120mila. Cifre politicamente insostenibili in tempi di crisi. Così i vertici hanno provato a darci un taglio. Il braccio di ferro, accompagnato dalle sdegnate proteste delle numerose sigle sindacali, ha portato a un compromesso che in realtà annacqua abbondantemente le richieste iniziali di moderazione salariale. I tagli saranno il più possibili indolori ed entreranno a regime solo nel 2018. Ma soprattutto: anche con il nuovo corso ai piani alti di Montecitorio si guadagnerà molto ma molto di più di quanto si incassa negli altri Parlamenti dei Paesi più avanzati. 
Il principio di base della riduzione concordata è semplice: anche per i dipendenti del Parlamento viene fissato un tetto a quota 240mila euro. Da qui in poi però il percorso si fa complicato. Prendiamo l'esempio della Camera: dal conteggio sono esclusi gli oneri previdenziali (fino a 50mila euro). Non contano nemmeno le indennità di funzione (fino a 15mila lorde). Non vale nemmeno un premio di produttività fissato al 10% dello stipendio che verrà erogato a partire dal 2016. Per averne diritto bisogna essere stati presenti l'80% dei giorni di lavoro e avere fatto almeno 100 ore di straordinario l'anno. Di qui al 2018 è prevista un'entrata in vigore graduale con un sistema di scaglioni e aliquote crescenti. «Il risultato - sostiene il deputato grillino Riccardo Fraccaro, componente dell'ufficio di presidenza della Camera - è quello di dare il tempo ai funzionari con gli stipendi più alti di raggiungere l'età della pensione mantenendo un assegno ai massimi livelli». 
Alla fine, prudentemente, si può valutare che i burocrati top vicino alla presidente Laura Boldrini porteranno a casa 300mila euro e più. Un sacrificio? Tutto dipende dai punti di vista. In Gran Bretagna, patria del parlamentarismo, il numero uno della Camera dei Comuni, costretto a vivere in una Londra il cui costo della vita è ben più alto di quello italiano, guadagna 274mila euro l'anno. Il suo collega berlinese, numero uno del Bundestag, equiparato a un Segretario di Stato, si accontenta di 220mila euro circa. In fondo alla classifica il più alto funzionario del Senato americano: 140mila euro. Lui sì farebbe carte false per avere diritto a uno stipendio italiano.

Angelo Allegri 01 dicembre 2014
fonte: http://www.ilgiornale.it

01/12/14

Emergenza banlieue: ecco le città italiane a rischio conflitti sociali


Allarme criminalità nelle periferie delle nostre metropoli: "Bologna peggio di Reggio Calabria"


"Bologna peggio di Reggio Calabria". È la conclusione a cui è arrivata la fondazione Leone Moressa, il cui obiettivo è quello di "colmare i pregiudizi sulla popolazione immigrata attinenti alla sfera economica e finanziaria, in modo tale da contrastare la diffusione di determinati stereotipi e gli atteggiamenti discriminatori che ne derivano", che ha recentemente stilato l'elenco delle città più pericolose d'Italia.




La classifica è stata realizzata tenendo conto di tre fattori: "La marginalità socio-economica degli stranieri", "i livelli di criminalità e la spesa pubblica per l'integrazione". Bologna, secondo i dati derivati da questi tre parametri, risulta esser così la città più pericolosa d'Italia: "Forte la differenza di reddito tra italiani e stranieri (oltre 11mila euro nel 2013). Abbastanza alti il tasso di delittuosità (66 arrestati ogni mille immigrati residenti) e la percentuale di detenuti stranieri sul totale (51,5%)".
Il secondo posto è occupato da Milano, in cui "il tasso di detenuti stranieri è molto alto (61,3%)" e la differenza di reddito tra italiani e stranieri è stata calcolata a 11300 euro. In terza posizione c'è Genova, dove la differenza di reddito si aggira intorno ai 10mila euro e la percentuale di immigrati arrestati oltrepassa il 10%: "Ogni mille immigrati ne vengono arrestati 102". Al quarto posto si trova infine Roma, "sia per le alte diseguaglianze di reddito, che per i reati degli stranieri".
Lo studio conclude che "laddove si riscontra una forte concentrazione in periferia, forti differenze di reddito rispetto agli italiani, alti tassi di disoccupazione, alti tassi di criminalità e scarsi investimenti pubblici a favore dell'integrazione, si crea inevitabilmente terreno fertile per situazioni di disagio e conflitto".

- Lun, 01/12/2014
fonte: http://www.ilgiornale.it