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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

27/11/14

BARNARD, CHIESA, GALLINO, LANNES, MALANGA: SE UNITI IMBATTIBILI!


----Messaggio originale----
Da: alby1286@hotmail.it
Data: 26-nov-2014 19.51
A: <giuliettochiesa@gmail.com>, <luciano.gallino@unito.it>, <dpbarnard@libero.it>, <malanga@dcci.unipi.it>, <sulatestaitalia@libero.it>
Ogg: Uniti nella consapevolezza
Gentili Paolo Barnard, Giulietto Chiesa, Gianni Lannes, Corrado Malanga, Luciano Gallino,
scrivo questa mail perché ho capito grazie al vostro lavoro e a quello di numerosi, ma comunque pochi, altri studiosi che il tempo a disposizione per salvarci e per difenderci è ormai agli sgoccioli. Questa penso sarà l’ultima mail che scriverò a voi studiosi . Voi “studiosi della realtà” avete migliaia di pregi e siete stimabili e stimati per questo, ma avete un grave difetto: siete divisi. Ognuno di voi porta avanti un lavoro che cerca di custodire per sé, per il quale si impegna a mantenerne la proprietà e i diritti. Ognuno di voi, senza esclusione, si impegna nell’organizzare o partecipare a conferenze nel quale esprime il proprio pensiero e cerca di “aumentare o far nascere la consapevolezza della realtà” nelle persone. Ognuno di voi scrive o ha scritto libri, saggi, nel tentativo di diffondere i propri pensieri. 
Sono d’accordo con voi sul fatto che l’UNICA POSSIBILITA’ DI SALVEZZA è far nascere quella consapevolezza, quella coscienza nella popolazione, con la quale possa difendersi. Finora la cosa non è andata molto bene, inutile fingersi ottimisti, il 99% della gente non sa neanche di cosa state parlando, perché purtroppo, come ovviamente sapete benissimo, al “potere” bastano 2 minuti di televisione per cancellare completamente ore di conferenze e pagine su pagine dei vostri libri. Vi apprezzo tantissimo e riconosco in voi i veri valori dell’essere umano, non è un modo di dire, lo penso davvero, in quanto: avete coraggio, affrontate minacce e intimidazioni, molti di voi hanno rinunciato alla propria carriera, molti di voi rinunciano alla propria serenità, siete fondamentalmente umili pur a volte mostrando una certa arroganza, anche a ragione. Ho letto molti dei vostri saggi, Invece della catastrofe, Il più grande crimine, Terra muta ecc. ecc., ho partecipato ad alcune conferenze, avrò visto centinaia di ore dei video delle vostre conferenze, e credo di aver raggiunto un elevato livello di consapevolezza della realtà, perché ho messo insieme tutte le vostre idee ed è nata in me un’anima indistruttibile, una roccia di consapevolezza, immune al consumismo, alla tecnologia spazzatura, alla pubblicità, alla propaganda dei politici marionette, ai talk-show, ai social network ecc.; credo insomma che le vostre idee e le vostre fatiche abbiano fatto nascere o risvegliare in me l’essere umano ideale, quello che il “potere” detesta. Mi sento oserei dire quasi perfetto in tal senso.
Tenendo presente che ho iniziato a “studiarvi” a 22-23 anni e ora ne ho quasi 28, potete immaginare cosa significa in questa società e a questa età avere questi ideali e credere in ciò a cui voi credete. Significa soffrire, poco da aggiungere. Bene, detto questo, fatta eccezione per mio fratello, la quasi totalità dei miei amici, parenti, colleghi e conoscenti non sa o non crede a NIENTE di ciò di cui parlate, perché non vi conoscono nemmeno. Allora secondo me l’unica possibilità, l’unico tentativo che possiamo fare (potete fare in realtà, perché io non sono nessuno), è di UNIRCI, UNIAMOCI, UNITEVI. Discutiamo e discutete, litighiamo e litigate, prendetevi anche a parolacce, ma FORMATE UN’ALLEANZA. Avrete dei punti in cui la pensate diversamente, ma non è certo questo il momento di dividersi. La cosa importante è che TUTTI, senza esclusione alcuna, avete in comune le cose fondamentali: sapete che il “potere” dietro le quinte manovra come marionette i politici, che gli Stati-Nazione stanno rapidamente scomparendo, che i Parlamenti stanno perdendo completamente la sovranità, che la finanza internazionale, il mercato, stanno mettendo in ginocchio i popoli, che tutto il sistema mediatico occidentale è in mano al “potere”. 
Poi avrete magari visioni diverse sul terrorismo, l’11 settembre, le scie chimiche, la Cina, la terza guerra mondiale; ma la cosa importante è UNIRSI. Questo è il mio modesto invito, unirsi, unirsi in un partito, in un’organizzazione, in qualcosa. Potrebbe nascere un partito, che magari nei media sarebbe considerato il partito dei pazzi, ma pensate quale grande cambiamento sarebbe la presenza di un partito con le vostre idee, insomma Grillo che è un comico è entrato in Parlamento, perché non dovreste riuscirci voi? Provate almeno a fare questo passo, l’unione, poi succeda quel che succeda. Se lo farete io avrò ancora un barlume di speranza, mi metterò a disposizione e sarò uno dei vostri militanti, altrimenti, se rimarrete separati, questo è il mio umile e insignificante parere: abbiamo perso, voi sarete ricordati in futuro, forse, come quelli che ci avevano azzeccato e io continuerò ad essere uno di quei pochi esseri umani coscienti, leali, ma senza speranza e intrappolati in un mondo falso.
Con stima e rispetto,
Alberto


Buonasera Alberto!

Che dire, hai semplicemente ragione, e noi non abbiamo attenuanti! Sono pronto a stringere la mano a Chiesa, Barnard, Malanga, Gallino, che però non ho mai incontrato in vita mia. Non vanto alcuna proprietà e non possiedo diritti. Su la testa!

Gianni Lannes
 Grazie, se ci uniamo siamo imbattibili, se restiamo separati siamo consapevoli e sconfitti.
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2014/11/barnard-chiesa-gallino-lannes-malangase.html#comment-form




tramite: http://alfredodecclesia.blogspot.it/

Crisi libica, un affare italiano

Gli sforzi diplomatici dell’occidente sinora non sono serviti a frenare l’avanzata delle milizie islamiste a Tripoli e Bengasi. Per l’Italia potrebbe essere l’ultima occasione per marcare la propria presenza nell’area del Mediterraneo

A member of the Libyan army is seen at the Mellitah Oil and Gas complex, west of Tripoli


Prima la conferenza internazionale di Madrid tra i rappresentanti dei Paesi del Mediterraneo e del Nord Africa del 17 settembre. Poi, tra il 29 settembre e l’11 ottobre, i negoziati separati tra i rappresentanti dei due parlamenti di Tobruk e Tripoli, organizzati a Ghadames e Tripoli con la supervisione della missione UNSMIL (United Nations Support Mission in Libya). Infine, la dichiarazione congiunta attraverso cui il 18 ottobre Francia, Italia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti hanno chiesto la cessazione delle ostilità, minacciando di applicare sanzioni individuali contro chiunque “tenti di sabotare il processo di riconciliazione nazionale”.

Riavvolto il nastro delle trattative e dei proclami, non è rimasto granché degli sforzi dell’Occidente se non la consapevolezza che per evitare il fallimento dello Stato libico serviranno operazioni militari più incisive. Altro che diplomazia. Settimane fa, prima che la Corte Suprema libica invalidasse le elezioni legislative del 25 giugno sciogliendo il parlamento e il governo laico scelto dal popolo, se ne era reso conto anche l’ex premier Abdullah Al Thinni, il quale dopo le titubanze degli ultimi mesi, per fermare l’avanzata delle milizie islamiste a Bengasi e Tripoli si era visto costretto a metà ottobre a concedere carta bianca a un alleato scomodo come il generale Khalifa Haftar, pur dubitando della sua lealtà.

A parlare in Libia è dunque ancora il linguaggio delle armi, mai realmente deposte dalla guerra civile che nel 2011 ha portato all’uccisione del Colonnello Gheddafi. L’immagine della Libia odierna mostra che i tempi per la democrazia non sono affatto maturi, e forse non lo saranno ancora per molto. Lo dicono le profonde spaccature politiche e l’instabilità istituzionale, con doppi parlamenti e doppi governi a contendersi il potere per mesi: uno legittimamente eletto alle elezioni del 25 giugno scorso, a maggioranza laica e guidato da Al Thinni, confinato a Tobruk, vicino al confine egiziano, prima di essere esautorato; l’altro nella capitale Tripoli, espressione delle fazioni islamiste e il cui premier è Omar al-Hassi.

A questa frammentazione politica corrisponde una fragilità militare manifesta, per rimediare alla quale sinora non sono bastati né la campagna antiterrorismo “Operazione Dignità” lanciata a maggio da Haftar, né i raid aerei condotti dai caccia delle aviazioni di Egitto ed Emirati Arabi Uniti sulle postazioni degli islamisti.

Mentre i morti aumentano e i focolai di tensione si estendono dalla Cirenaica alla Tripolitania con la complicità ormai certa di governi e finanziatori esteri (leggi Sudan e Qatar), la missione volta a sradicare dalla Libia il terrorismo di matrice islamista diventa sempre più proibitiva. Ansar Al Sharia a Bengasi e la coalizione Alba Libica a Tripoli hanno ormai stretto in una morsa il governo, forti del patto di alleanza con lo Stato Islamico annunciato a inizio ottobre a Derna. Lo stesso Califfo siro-iracheno Al Baghdadi ha fatto sentire la sua vicinanza agli jihadisti, invitando centinaia di miliziani da Tunisia e Algeria a raggiungere il Paese e ottenendo l’appoggio di un numero consistente di uomini delle tribù berbere che controllano la regione meridionale del Fezzan.

Perché l’Italia deve intervenire in Libia

Sono almeno due i motivi che dovrebbero spingere le potenze euro-atlantiche a non abbandonare questa causa. Il primo rimanda agli interessi energetici e al controllo di larga parte dei giacimenti e dei terminal degli idrocarburi presenti in territorio libico. Il secondo – che riguarda principalmente l’Unione Europea – riconduce all’annoso problema dei migranti che dall’Africa subsahariana risalgono fino alle coste libiche per poi affrontare la traversata del Mediterraneo.
Stati Uniti, Francia e Regno Unito, registi della caduta del Colonnello, hanno deciso di voltare le spalle a Tripoli e dirottare i loro interessi strategici nella grande guerra contro lo Stato Islamico. L’Italia si è accodata, ma è ancora in tempo per colmare questo vuoto.

Lo ha detto chiaramente il premier Matteo Renzi, lo ha sottolineato l’Alto rappresentante UE Federica Mogherini e, il primo novembre, lo ha annunciato anche il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, durante una visita al Cairo, dove ha incontrato il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi e il ministro della Difesa, Sedki Sobhi. Al momento, la missione militare italiana in Libia – rimodulata nell’ottobre del 2013 – prevede il monitoraggio e l’organizzazione delle attività addestrative delle forze armate libiche. In totale, sono stati formati 1.345 militare ed è stata supportata la fase di screening del primo contingente libico (254 militari) arrivato in Italia nel gennaio del 2014. Nell’immediato futuro, l’impegno del nostro Paese potrebbe però aumentare in maniera sensibile. “Siamo disponibili a dare una mano a costituire delle forze armate in grado di tenere in sicurezza la Libia – ha affermato dal Cairo il ministro Pinotti – a condizione di avere un interlocutore credibile. Certamente, ci sarà bisogno di fornire anche delle armi”.

Oggi invece è stata la volta del nuovo ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. “Non dobbiamo ripetere l’errore di mettere gli stivali sul terreno prima di avere una soluzione politica da sostenere – ha affermato a Repubblica -. Ma certo un intervento di peacekeeping, rigorosamente sotto l’egida ONU, vedrebbe l’Italia impegnata in prima fila. Purché preceduto dall’avvio di un percorso negoziale verso nuove elezioni garantito da un governo di saggi. In assenza del quale mostrare le divise rischia solo di peggiorare la situazione. Ci stiamo lavorando, con i Paesi dell’area e con le Nazioni Unite. Di certo non ci rassegniamo alla dissoluzione della Libia”.

Il momento dell’Italia potrebbe dunque arrivare a breve. La Libia, in ogni caso, non può aspettare ancora a lungo.


di Rocco Bellanton - 26 nov 2014
http://www.lookoutnews.it

"La terza guerra mondiale non ci spaventa", Poroshenko. Intanto la Nato dispiegherà carri armati in Europa Orientale

La terza guerra mondiale non ci spaventa, Poroshenko. Intanto la Nato dispiegherà carri armati in Europa Orientale

"La pressione della Russia sull'Ucraina sta crescendo molto, un'altra guerra è imminente". Vice presidente del Parlamento Ue



La questione in Ucraina sembra subire una nuova escalation, i cui scenari finali sembrano essere di difficile previsione. Questa mattina il vice-presidente del Parlamento europeo Saryusz-Wolski ha lanciato un monito preciso che la maggior parte dei media non ha colto: "la pressione della Russia sull'Ucraina sta crescendo molto, un'altra guerra è imminente". Eventualità per la quale il presidente ucraino Poroshenko ha risposto (via Twitter) piuttosto sinistramente che una " terza guerra mondiale non ci spaventa", avendo ribadito in precedenza la necessità per il suo paese di ottenere l'adesione alla NATO.




Il vice-presidente del Parlamento europeo Jacek Saryusz-Wolski ha twittato:




Russia's pressure on Ukraine mounting high, further war imminent.
A questo il presidente ucraino ha rincarato:
La traduzione è più o meno: “Una terza guerra mondiale non ci spaventa... per la verità, nessuno la sta per iniziare”, ha poi aggiunto.


Infine, il comandante militare della Nato Philip Breedlove, riporta Al-Jazeera, si è dichiarato "molto preoccupato" del fatto che il rafforzamento militare della Russia nella regione di Crimea potrebbe essere utilizzato come piattaforma di lancio per attacchi su tutta la regione del Mar nero. Il generale ha lasciato aperta la pista che la NATO potrebbe schierare carri armati in Europa orientale. “Le capacità che sono state istallate in Crimea sono in grado di esercitare influenza sull'intero Mar Nero”, ha dichiarato.


Per concludere il quadro, il ministro della Difesa russo aveva dichiarato martedì di aver dispiegato 14 jet militari in Crimea come parte di una flotta di 30 che stazioneranno perennemente nella penisola. Gli Stati Uniti stanno spingendo l'Ucraina nell'abisso di una guerra civile che ha già portato via migliaia di vite, ha sottolineato il vice-ministro alla Difesa Anatoly Antonov in un summit con altri colleghi asiatici nello Sri Lanka. “Le forze militari americane e della Nato si stanno avvicinando alla soglia della Russia e gli Usa hanno intensificato la loro attività nelle ex repubbliche sovietiche”.
http://www.lantidiplomatico.it - 27 nov 2014

Attenta Italia, guai a fidarsi del metodo Juncker

Per mesi gli Stati dell’Eurozona hanno fatto affidamento sul piano ultramiliardario d’investimenti del presidente della Commissione senza però riuscire a superare la crisi. Ecco come può ripartire il nostro Paese

Italian Prime Minister Matteo Renzi talks with European Commission President Luxembourg Jean-Claude Juncker before the arrival of Pope Francis at the European Parliament in Strasbourg


Il Documento di Economia e Finanza per l’anno 2015 ha ottenuto la sospensione di giudizio della Commissione Europea, almeno fino alla prossima primavera. Può dunque continuare il suo iter parlamentare in Commissione Bilancio, dove ancora nei giorni scorsi sono stati presentati nuovi emendamenti (quota 96 della scuola, lavoratori precoci, revisione tassazione fondi pensione integrativi, etc.). Resta quindi in piedi l’impianto della Legge di Stabilità voluta dal premier Matteo Renzi, che cerca di riavviare la crescita puntando su una ripresa dei consumi interni e degli investimenti privati sostenendoli direttamente e indirettamente attraverso trasferimenti (80 euro), riduzione di tasse e oneri fiscali, (riduzione del costo del lavoro) e riforma del mercato del lavoro (Jobs Act).

I dati che però giungono dall’Eurozona sono tutt’altro che incoraggianti. Pur in presenza di un record dell’attivo del bilancio delle partite correnti di 75,7 miliardi di euro nel terzo trimestre del 2014 (7,8 miliardi per l’UE), che per l’Italia si è tradotto in un attivo di oltre 26 miliardi (Germania +138 miliardi, Olanda +38 miliardi, mentre hanno fatto registrare un deficit la Francia -49 miliardi e la Spagna “dei miracoli” -17 miliardi), la crescita media nel terzo trimestre è stata dello 0,2% (0,3% nell’UE), con un misero +0,1% per la Germania e un desolante -0,1% per il nostro Paese.

Purtroppo i dati sulle vendite al dettaglio nell’UE hanno registrato in settembre una caduta dell’1,3% rispetto ad agosto, la riduzione maggiore dal 2012, mentre i dati destagionalizzati nel settore delle costruzioni, considerato un buon rivelatore della ripresa economica, indicano una riduzione della produzione dell’1,8% con un picco negativo del -10,6% in Italia. In queste condizioni, aggravate da un tasso medio d’inflazione intorno allo 0,4%, che quando non diventa negativo come in Spagna e Grecia (deflazione) approssima lo 0 come in Italia, non c’è molto da sperare da una manovra che concentra i propri interventi sul rilancio della domanda privata in un Paese che affronta il terzo anno consecutivo di recessione e si avvia a precipitare nella deflazione.

Come ogni manuale di economia insegna, e come la storia ricorda, in queste condizioni ci sarebbe bisogno di una crescita della domanda aggregata sostenuta da una spesa pubblica in investimenti, anche in deficit, ma il Trattato di Stabilità e Sviluppo non consente di perseguire questa strategia. Per mesi si è quindi fatto affidamento sul mitico piano ultra miliardario d’investimenti del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. Purtroppo la realtà è ben diversa dai sogni e il favoloso piano per gli investimenti strategici di Juncker si è rivelato il classico topolino partorito dalla montagna.

Il Fondo per gli Investimenti Strategici avrà un capitale di soli 21 miliardi (in tre anni e per 28 paesi) di cui 6 provenienti dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI) e 15 dal bilancio comunitario. Il piano conta di superare i 300 miliardi sulla base di un effetto di leva sugli investimenti dei singoli Paesi. La Commissione si è riservata infatti il diritto di decidere quali tra i progetti presentati dai singoli Stati possano essere finanziati in deficit senza però essere contabilizzati. L’incertezza delle regole decisionali e la non chiarezza dei criteri di selezione dei progetti, indeterminatezze volute per non rischiare la bocciatura preventiva dei tedeschi e dei loro alleati rigoristi, rendono gli effetti del piano Juncker assolutamente aleatori. Soprattutto sorgono molti dubbi sulla possibilità che il pacchetto italiano di oltre 2.000 progetti per un valore di 40 miliardi pronto da mesi – e che ha al suo interno gli investimenti per la Banda Larga, la TAV, progetti autostradali e per l’energia – sia approvato. Senza lo scorporo dal deficit, la cui decisione spetta però alla Commissione Europea, l’Italia, il cui deficit è stimato al 2,6% dal governo ma al 3% dall’OCSE, non ha alcuna possibilità di attivare investimenti pubblici e il piano Juncker lascerebbe un Paese condannato alla cura spagnola, ovvero al decino industriale e sociale.

Come però più volte ricordato e riaffermato recentemente anche dal presidente della Cassa Depositi e Prestiti (CDP) Franco Bassanini, l’Italia ha alcune istituzioni con una grande quantità di risparmio (fondi pensione, casse previdenziali e assicurazioni) che può essere mobilizzato per l’approntamento di un’arma non convenzionale di protezione di massa: la cartolarizzazione di parte del patrimonio pubblico non strategico in un fondo garantito da CDP e allocato ai grandi collettori di risparmio privato. Cosa si aspetta?

http://www.lookoutnews.it - 27 nov 2014

Per i ciechi è sempre più buio: tagliati i fondi Alle associazioni di categoria solo 1,5 milioni. Fino all’anno scorso il budget era 4 volte tanto







La scorsa settimana il governo ha annunciato l’aumento, nella legge di stabilità, del fondo per disabili non autosufficienti e Sla portandolo da 250 a 400 milioni, un gesto propagandistico e nulla più visto che tanti disabili continueranno a non beneficiare di consistenti aiuti. A cominciare dai ciechi che, se non dovessero arrivare modifiche all’impianto attuale della norma, si troveranno ancora di più al buio. La questione è abbastanza semplice: la legge che regolerà le entrate e le uscite per il 2015 prevede una sensibile riduzione dei fondi concessi all’Unione italiana ciechi, anche perché tutti gli emendamenti presentati in Commissione per confermare quelli dello scorso anno sono stati bocciati. Una situazione che sta ovviamente allarmando il settore, con la Uici che ha annunciato l’agitazione della categoria ricordando che a rischio ci sono servizi di cui hanno bisogno circa un milione di persone. Dal dopoguerra ad oggi, infatti, tramite la legge 1047 del 1947, lo Stato ha delegato a questo ente la tutela e la gestione della categoria.

STANZIAMENTO FALCIDIATO
Il problema attuale è figlio di una legge del 1993 in base alla quale i fondi destinati all’Uici dovevano essere tagliati del 90%. Tale norma, però, fino ad oggi è stata sempre aggirata mediante alcune misure straordinarie che hanno permesso uno stanziamento quasi costante, anche se lievemente calato negli ultimi anni. Se ora però il Senato non dovesse modificare il testo, il denaro concesso sarà ridotto ad appena un milione e mezzo di euro, con una riduzione di circa i tre quarti rispetto allo scorso anno. Dodici mesi fa, infatti, il governo Letta aveva assegnato all’Uici poco più di 6 milioni di euro per la gestione delle sue attività facendo riferimento alla legge che finanzia la formazione, a quella che prevede la realizzazione di libri parlati e qualla che disciplina le cooperative sociali. Grazie a queste norme i contributi erano stati erogati anche a tutta una serie di realtà collegate.

SENZA RISPOSTA
Tramite una nota l’associazione ha lanciato un ultimo appello al governo affinché torni sui propri passi. Il presidente Mario Barbuto ha anche riferito di aver più volte chiesto, in modo ufficiale, di incontrare il Sottosegretario alla presidenza Graziano Delrio senza però ricevere risposta. Qualora l’esecutivo non cambiasse rotta, non sarebbe a rischio solo l’esistenza dell’associazione ma anche l’autonomia e la crescita di molti disabili.

di Fabrizio Di Ernesto - 27 nov 2014
fonte: http://www.lanotiziagiornale.it