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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

22/10/14

CASO MARO' L’India non è interessata a uno scambio tra i due marò Latorre e Girone e un gruppo di 18 marinai indiani - NESSUNA LUCE IN FONDO AL TUNNEL.



L’India non è interessata a uno scambio tra i due marò Latorre e Girone e un gruppo di 18 marinai indiani arrestati dalla Guardia di Finanza italiana nel canale di Sicilia, sospettati di traffico di droga. ( Corriere della Sera, martedì 21 ottobre 2014 )


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Roma 22 ottobre 2014 - Buona notizia, un eventuale scambio, onestamente,  sarebbe stato poco onorevole ed umliante per i nostri fucilieri e credo che questa soluzione non sia stata mai presa in seria considerazione dagli azzecca-garbugli indiani, nè tantomeno da quelli nostrani. Ma quale "exit strategy" ?
Difficile anche solo immaginare che l'India riconosca le schifezze compiute da politici e organi di polizia nel Kerala per incastrare i nostri Marò.
Una soluzione che accontenti le due parti, altrettanto difficile, l'India comunque ci rimetterebbe di più, ed è in gioco l'ambizione ad avere un posto come membro permanente del consiglio di sicurezza dell'ONU.
Battere finalmente i pugni sul tavolo ed abbracciare con determinazione le ragioni dell'innocenza, e non sono poche, mettendo da parte gli intrecci economi/commerciali?
L'Italia ha già dimostarto di non volerlo fare quando per la seconda volta, nel marzo 2013, ha rispedito i due fucilieri in India, forse con qualche assicurazione o promessa: " “Abbiamo ubbidito ad un ordine, abbiamo mantenuto una parola, quella che ci era stata chiesta, e oggi siamo ancora qui”, questa la denuncia di Salvatore Girone fatta con voce ferma, dura, a tratti rabbiosa, nella video conferenza del 2 giugno 2014.
Parole riprese, solo in parte, dall'Ammiraglio Accame, come si evince in un articolo centrato sulle "Regole di ingaggio", di Il Caramellaro, (http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=23593) per avvalorare alcune osservazioni e rischieste sulle suddette regole, e rilanciare la perizia tecnica di Abbo, un improbabile e fantasioso spiattellamento dei proiettili che avrebbero colpito i due pescatori, chi ha seguito la vicenda sa di cosa si tratta:  ".... Accame riaffermava il principio che  ".. tali regole di ingaggio hanno un particolare interesse legittimo per le associazioni che rappresenta e che la conoscenza delle regole d’ingaggio è particolarmente necessaria, tra l’altro, in relazione a quanto hanno affermato i marò nella conferenza stampa del 2 giugno circa gli ordini ricevuti. Ordini che certamente riguardano il tema del tiro dissuasivo effettuato, che ha portato presumibilmente alla morte dei due pescatori indiani..." "

Un peccato che anche in questa occasione si eviti di sottolineare incongruenze e lati oscuri, e nemmeno tanto, di questa indecente vicenda; peccato che un "Principe Del Mare" non difenda i suoi uomini ma si ostini, di fatto, a voler ritenere i due Sottufficiali, anche se  involontariamente, autori della morte dei due pescatori, pur di avvalorare le sue osservazioni sulle regole di ingaggio ritenute poco chiare; e peccato che si voglia, credo volutamente, porre l'accento su "ordini ricevuti" e non anche su "abbiamo mantenuto una parola, quella che ci era stata chiesta"

Tutti i militari eseguono ordini ... ma cosa era stato assicurato, e cosa era stato chiesto per convincerli a rientrare in India.

Intanto continuare a prediligere la via diplomatica .. sembra tempo perso;  denunciare l'India presso i competenti organismi internazionali.... nemmeno a parlarne;  avviare finalmente l'arbitrato internazionale ......... si prospetterebbero tempi lunghi, e non si capisce perchè non sia stato fatto subito; un accordo consensuale ......... come crederci, se non sbaglio le ultime parole di Modi sono state quelle rivolte a Renzi nel corso di un colloquio telefonico: “Bisogna che impariate ad accettare i tempi della nostra magistratura”

Fa veramente rabbia, nel seguire questa vergognosa vicenda, continuare a porsi lo stesso interrogativo: Perchè all'Enrica Lexie fu dato l'ordine di invertire la rotta ed entrare nelle acque territoriali indiane? Perchè fu permesso alle autorità indiane di salire su una nave battente bandiera italiana e quindi territorio italiano?
Nonostante tutte le giustificazioni che si sono  volute dare, senza quella sciagurata, incomprensibile ed inperdonabile decisione, che sa di "intelligenza con il nemico", questa vicenda non avrebbe mai avuto inizio.
E dopo questi errori iniziali, perchè i due fucilieri sono stati restituiti all'India dopo che era stato deciso di trattenerli, con validissime motivazioni,  In Italia ? 

Nel frattempo, dopo quasi tre anni, a parte il susseguirsi di illazioni e il fuoco amico che non manca mai, tutto tace ... nulla accade, diplomazia, politica, e suppongo vertici militari, dicono di lavorare tutti i giorni per risolvere la vicenda, ma con discrezione ... in silenzio.
Un assordante silenzio, e in fondo al tunnel non si vede nessuna luce. 

di Edoardo Medini



Kobane e Califfato, la Turchia cede e fa passare i curdi

Sul fronte iracheno ancora attentati contro la comunità sciita attribuiti all'Isis e al fondamentalismo sunnita

La Turchia consentirà ai peshmerga curdi iracheni di entrare in Siria per sostenere i difensori di Kobane assediata da Isis. Ankara, finora restia a dare aiuti alle milizie curde siriane dell’Ypg, che considera terroristi pericolosi per la stessa Turchia, ora cede alle pressioni internazionali
Dunque la Turchia alla fine è costretta a cedere. Da quasi un mese nell’occhio del ciclone per non essere intervenuta militarmente di terra contro il Califfato e per avere chiuso il confine anche per gli aiuti di uomini e di armi agli assediati, alla fine si arrende. O forse sente che non sarà Isis a vincere a Kobane e non vuole finire tra gli sconfitti. Peggio, il suo chiamarsi fuori dal campo di battaglia è costato parecchio dal punto di vista della sicurezza interna con curdi, ultra nazionalisti e filoislamici ad ammazzarsi per strada nel sudest dell’Anatolia con un bilancio di 42 morti e centinaia di feriti.


Combattente   peshmerga a Kobane
Combattente peshmerga a Kobane

Concessione da parte della Turchia per rimanere in campo nella guerra di Erdogan contro Bashar al-Assad, e la speranza di riuscire ad imporre una no-fly zone per gli aerei governativi di Damasco. La versione del No turco imposto sino a ieri ad aiuti verso Kobane. Data dal presidente Recep Tayyip Erdogan. Il partito curdo siriano dell’Unione democratica e il suo braccio armato Ypg, ha affermato il presidente, altro non sono che una “organizzazione terroristica” al pari del Partito dei lavoratori del Kurdistan. Ma, ammette oggi Ankara, una telefonata Erdogan e Obama avrebbe sbloccato tutto.

Decollo da una delle porterei Usa dei cacciabombardieri usati su Kobane
Decollo da una delle porterei Usa dei cacciabombardieri usati su Kobane

Americani che proprio ieri hanno iniziato a paracadutare armi ai guerriglieri curdi che stanno combattendo con un certo successo contro gli integralisti che assediano Kobane. Le milizie curde dell’Ypg resistono da settimane, grazie anche ai raid aerei della Coalizione. Ora da parte curda si chiede anche di aprire “corridoi di sicurezza” all’interno della Siria per collegare Kobane con due zone a maggioranza curda nel nord del Paese: “Abbiamo decine di migliaia di uomini e armi pesanti a Hasaka e Afrin, vogliamo solo farle arrivare qui”, ha detto il comandante militare curdo di Kobane.

http://www.remocontro.it - 21 ottobre 2014

21/10/14

CASO MARO' ______ India/Lasciate ogni speranza o voi che entrate… nell’argomento: marò.


 
Il rientro di Latorre non sia pretesto per nuove illusioni.
Articolo di Giuseppe Fabbri – Autore Ospite de La Lampadina 

Conosco l’India abbastanza bene avendoci vissuto alcuni anni della mia vita e, il caso vuole che, degli amici che mi sono fatto in loco e che mi sono rimasti la maggior parte sono legali e conoscono, quindi, l’argomento magistratura indiana. Come il lettore di giornali avrà capito l’India è un Paese che ci somiglia moltissimo e…., forse, in peggio.


 

 A questo proposito ricordo la battuta esilarante di un mio vecchio conoscente indiano che diceva sempre: “India and Italy same Country!” se gli si chiedeva il significato della battuta lui rispondeva: “ We are both a peninsula”!  Tra gli elementi della somiglianza ci sono due pessimi capitoli che sono la corruzione diffusa nell’apparato statale e di Governo e i tempi biblici della magistratura. Però con ridicola fierezza di stampo britannico, ridicola anche perché di britannico non c’è più niente, essi sostengono che tra il potere esecutivo e quello giudiziario non c’è alcuna possibilità di interferenza e, per di più, in India la magistratura è veramente indipendente da tutto e da tutti. Sottintendendo che se anche dei ministri o alti funzionari di Stato fanno la cresta quando comprano gli elicotteri militari, la Suprema Corte al contrario, è un’inattaccabile roccaforte di cristallina onestà. Hai capito che stravaganza.


 

Ora accade che i nostri fucilieri sono agli arresti domiciliari presso l’Ambasciata Italiana di New Delhi e quindi sotto la competenza della magistratura che dovrà pronunciarsi sul loro conto. Non c’è Governo o Ministero degli Esteri che tenga, è la Suprema Corte che dovrà pronunciarsi quando finalmente lo riterrà opportuno. E, guarda caso, quali sono le parole che sono sgorgate dalla bocca di quel prodigio di incorruttibilità e di efficienza che è il nuovo primo ministro indiano Narendra Modi nella sua conversazione telefonica con il nostro Matteo Renzi: “Bisogna che impariate ad accettare i tempi della nostra magistratura”! E meno male che non ha aggiunto: “Del resto in Italia dovreste essere esperti sui tempi della suddetta”! A parte che la suddetta si è permessa il lusso di sputtanarci davanti al mondo con la storia delle tangenti sulla vendita degli elicotteri al nostro Ministero della Difesa. E una piccola ritorsione non ce la volete concedere?
Narendra Modi è l’espressione del Janta Party il partito che ha vinto le elezioni e che è un partito nazionalista molto meno aperto alle relazioni internazionali di quanto non lo sia il Partito del Congresso che è stato al potere quasi ininterrottamente dai tempi dell’indipendenza e che fino alle ultime elezioni aveva come leader in pectore l’italiana Sonia Gandhi madre di Raul Gandhi rivale di Narendra Modi.
Per più di due anni quindi, dal febbraio 2012 al maggio 2014, il caso dei nostri fucilieri poteva essere in qualche modo facilitato da questa figura Sonia che pur non avendo ruoli esecutivi era pur sempre punto di riferimento del partito al potere, ma Sonia, per non rischiare di essere accusata di partigianeria, non ha mosso un dito. Né lo ha fatto Raul che non ha altri meriti se non quello di avere il cognome Gandhi ed essere nipote indegno della nonna Indira.
Alla luce di tutto ciò mi sembra puramente illusorio pensare che la vicenda possa essere gestita e velocizzata tramite le relazioni diplomatiche dei due Paesi in questione. E velleitario andare in giro dicendo “riportiamoci i due marò a casa”. Aveva ragione Terzi di Sant’Agata, l’unica soluzione era non rimandare i marò in India dopo la licenza natalizia in Italia. Brutto quanto volete perché significava venir meno alla parola data ma l’unica soluzione efficace tutto il resto è poesia. Sui giornali si è scritto di tutto sull’onda emotiva di questa disgraziata vicenda ma sono tutte cose che scuotono i sentimenti del lettore facendo più danno che profitto. Si è arrivati persino a rievocare il blitz di Entebbe trascurando che l’India non è l’Uganda e l’Italia non è Israele. Al giorno d’oggi c’è un tale intreccio di interessi commerciali tra Paesi che assumere atteggiamenti intransigenti è praticamente impossibile.

 

 Si guardi anche al caso recente dell’estradizione di Cesare Battisti dal Brasile. L’unica cosa che si poteva giocare senza smuovere lo spaventoso intreccio di interessi economici tra i due Paesi era il supplichevole sorriso del vecchio comunista Napolitano alla giovane comunista Dilma Roussef. Risultato zero.
Quindi oggi, i marò se ne facciano una ragione, se l’Italia vuole anche solo offrire i suoi elicotteri all’India, non dico vendere, deve chiedere scusa per essersi la nostra magistratura lasciato scappar detto che sulla fornitura precedente c’era stata puzza di tangenti pagate al Ministero della Difesa indiano.
E i fucilieri per ingannare il tempo possono sempre cominciare a imparare l’hindi.

Giuseppe Fabbri - 30 settembre 2014
fonte: http://www.lalampadina.net

L’operazione contro il Califfo ha un nome che non convince




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Dopo oltre due mesi di vita, l’operazione militare americana contro lo Stato Islamico (IS) ha finalmente un nome, “Inherent Resolve Operation”, che si può tradurre in “determinazione innata”. Il nome della lunga guerra contro il Califfo è stato annunciato ad alcuni giornalisti al Pentagono il colonnello Edward Thomas, portavoce del generale Martin Dempsey, capo degli Stati maggiori riuniti, senza specificare nulla sulla genesi che ha portato a questo nome né tanto meno spiegate perché è stato necessario così tanto tempo per sceglierlo. In effetti, il 3 ottobre scorso il Wall Street Journal aveva scritto che il nome era stato proposto ai vertici del Pentagono che l’avevano però bocciato senza mezzi termini, perché “faceva schifo”.





Il fatto che l’operazione lanciata l’8 agosto scorso, con i raid in Iraq poi allargati anche al territorio siriano, fosse ancora dopo tante settimane senza nome era diventato un motivo di ilarità a Washington e negli ambienti militari. Il Washington Post aveva lanciato su un suo blog anche un concorso per il migliore nome: la proposta più votata più Twitter era stata “Operation Dude, where’s my humvee” (Operazione, ehi tipo dove è il mio humvee), con il riferimento al fatto che i missili americani spesso colpiscono mezzi che l’esercito americano aveva lasciato agli iracheni ed ora sono nelle mani dei militanti dell’IS. Oltre alla battute umoristiche il Pentagono ora deve fare i conti con le critiche ad un nome che non sembra convincere veramente neanche gli stessi vertici del Pentagono.





Evidentemente le cose sono cambiate, ed ora “dopo questo strano ritardo”, ha scritto il WSJ, si è deciso che questo nome possa descrivere questa operazione “dalla natura amorfa”.
“Questo nome evoca la sua solitudine, la lunghezza ed anche la tristezza, non ispira neanche fiducia, anzi in un certo senso scoraggia”, commenta ancora il giornale conservatore che fa il paragone con i “più ottimistici nomi scelti per le guerre americane nella regione”: Operation Desert Storm lanciata dopo l’invasione irachena del Kuwait nel 1991, Operation Enduring Freedom lanciata dopo gli attacchi dell’11 settembre e Operation Iraqi Freedom per l’invasione dell’Iraq del 2003.
A difendere la scelta del nome è arrivato un comunicato del Central Command (Centcom), il comando delle operazione militari americane in Medio Oriente e Iraq, in cui si sottolinea come si voglia indicare “l’inflessibile determinazione ed il profondo impegno degli Stati Uniti e dei partner nella regione ed in tutto il mondo di eliminare il gruppo terroristico IS”.





Ma questo non ha impedito che, subito dopo l’annuncio del nome, su Twitter cominciassero a fioccare critiche e prese in giro: “parlare di innata determinazione è una strana scelta per l’operazione anti-IS, vacillante andrebbe meglio, ed a pensarci bene neanche determinazione funziona” recita un tweet, mentre in un altro si contesta anche il fatto che “la determinazione può essere molte cose ma non credo che possa essere innata”.
Insomma, non piace questo nome poco incisivo e comunicativo che alla fine è stato scelto, quasi a conferma del modo cerebrale, e sempre vacillante, con cui il comandante in capo Barack Obama, non a caso soprannominato il guerriero riluttante, affronta gli impegni bellici.





Scorrendo la lista dei nomi scelti in questi 35 anni dal Pentagono per le operazioni militari americane nel mondo si può leggere come sia cambiato, con il cambiare delle amministrazioni, il modo di intendere e gestire, anche dal punto di vista dell’immagine e della comunicazione, le guerre americane. Non è la prima volta che un nome scelto dai vertici militari dell’amministrazione Obama suscita perplessità e polemiche: nel marzo 2011 non era sembrata la cosa migliore scegliere Odyssey Dwan (l’alba dell’Odissea) per un intervento che intendeva essere lampo in Libia.
Allora il Pentagono fu costretto a precisare, affermando che non c’era nessun simbolismo nella scelta delle peripezie dell’eroe omerico, ma che era solo il frutto dell’applicazione delle regole ben precise per attribuzione dei nomi in codice alla missione. Africom, comando delle forze americane in Africa, spiegò che doveva per forza usare un termine che iniziava con la “O”.





Considerate le regole che vietano di usare “termini che esprimono ostilità”, che “sono offensivi verso particolari gruppi”, parole doppie, parole trite o usate per slogan commerciali, alla fine si era arrivati a scegliere il nome del poema omerico che, considerando la vera odissea che sta vivendo la Libia nel cammino verso la stabilità politica, sembra essere stato effettivamente di cattivo auspicio. Assolutamente evidente invece il simbolismo nella scelta dei nomi delle altre tre operazioni lanciate dagli Stati Uniti in Iraq e nella regione, sotto amministrazioni repubblicane guidate da sempre da un Bush. Nel 1991 la guerra lanciata da George H. Bush  contro l’Iraq dopo l’invasione del Kuwait portava ancora un nome decisamente militaresco e aggressivo, e di grande efficacia comunicativa, “Desert Storm” (tempesta nel deserto).





Ideologicamente improntata alla “freedom”, la libertà messa sotto attacco dai terroristi che nel 2001 hanno colpito al cuore l’America, l’operazione “Enduring Freedom”, lanciata da George Bush jr contro al Qaeda ed Talebani in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre. Ed il concetto viene ribadito per ‘Iraqi freedom’, come venne chiamata l’invasione dell’Iraq nel 2003, per comunicare, l’idea tutta neocon, dell’esportazione militare della libertà e della democrazia.
Se si va indietro negli anni, la Washington capitale occidentale della Guerra Fredda, che con Ronald Reagan alla Casa Bianca si accingeva a vincere, non aveva timori a scegliere nomi esplicitamente marziali per le proprie guerre, come appunto ‘Urgent Fury’ (pressante furore) per l’azione condotta nel 1983 contro Grenada e il suo ”uomo forte”, il marxista leninista Maurice Bishop . Ma anche l’ora super pacifista Jimmy Carter nel 1980 non esitò a far chiamare ”Eagle Claw” (artiglio di aquila), l’operazione da lui ordinata per cercare di liberare i 52 diplomatici tenuti in ostaggio nell’ambasciata di Teheran.





La missione fallì e l’umiliante dibattito pubblico sul suo fallimento fu una delle ragioni della sconfitta del democratico alle elezioni di quell’anno. Alla fine del 1992 – il Muro di Berlino è caduto e a Washington è stato appena eletto a novembre di nuovo un democratico, Bill Clinton – gli Stati Uniti lanciano insieme agli alleati, una missione internazionale nella Somalia devastata della guerra civile. Si sceglie il nome ottimista “Restore Hope”, ma l’intervento, condotta sotto l’egida dell’Onu come missione umanitaria, fallisce e gli Stati Uniti l’anno dopo lasciano il paese.
E’ con il conflitto nell’ex Jugoslavia che, nella seconda metà degli anni novanta, che si impone il concetto il ‘intervento umanitario’ da parte dell’amministrazione Clinton, sotto l’ombrello della Nato. Così anche i nomi delle guerre si fanno meno aggressivi, come l’”Operation Deliberate Force”, lanciata nell’agosto del 1995 per colpire le forze serbo bosniache. Una campagna che durò fino alla fine di settembre, aprendo poi le porte alla conferenza di Dayton. Le caccia americani e della Nato tornarono in azione nel 1999, bombardando questa volta la Serbia di Slobodan Milosevic per fermare i massacri in Kosovo. Anche in questo caso si scelse di puntare sulla forza, chiamando l’operazione “Operation Determined Force’.

(Con fonte Adnkronos) – Foto US DoD

di Redazione - 20 ottobre 2014
http://www.analisidifesa.it

20/10/14

PANSA MASSACRA RENZI:”VI SPIEGO PERCHE E’ INFANTILE, CAROGNA E FIFONE”- DA LEGGERE TUTTO DI UN FIATO





Sino a venerdì sera non mi ero accorto di una verità: il miglior testimone della crisi italiana non è un storico, un economista, un filosofo, bensì un comico, Maurizio Crozza. Me ne sono reso conto quando ho visto sulla Sette il suo spettacolo, «Crozza nel Paese delle meraviglie». Qualcuno mi domanderà: che cosa aveva di speciale la puntata dell’altro ieri, tranne il fatto che lei non aveva visto quelle di prima? La mia risposta è semplice: perché ci presentava una foto di famiglia dei big politici italiani scattata con sacrosanta crudeltà. 

Per cominciare c’era il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, presentato come un bambinone per metà carogna e per metà coglione. Intento a giocare con il telefonino e con altri aggeggi infantili nel pieno della conferenza stampa indetta per illustrare la manovra finanziaria. Il suo ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, parlava, parlava, parlava. E il premier si trastullava, faceva versacci, si divertiva con due ministre. Un bamboccione scemo con la crapa ricoperta da un caschetto di capelli neri e due dentoni da castoro. 
 
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Pubblicato il 17/ott/2014
Maurizio Crozza torna con una nuova puntata di Crozza nel Paese delle Meraviglie, con Matteo Renzi alla Conferenza Stampa di presentazione della legge di stabilità, Silvio Berlusconi alle prese con la Pascale e le difficoltà nel partito, il grande ritorno di Antonio Razzi, le difficoltà del sindacato con Landini e Camusso e le nuove creazioni di Banderas nel mulino.

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Poi entravano in scena i boss del sindacato rosso: Susanna Camussoe Maurizio Landini. La segretaria generale della Cgil, interpretata anche lei da Crozza, risultava un donnone vestito come una kulaka russa sopravvissuta a Stalin. Del tutto scema, mezza sorda, incapace di comprendere questioni da nulla. Il capo della Fiom, con la famosa felpa rossa dei metalmeccanici, era un ritardato mentale, sempre deciso a occupare fabbriche che non esistono più. 
Infine arrivava il momento di Silvio Berlusconi. Qui la crudeltà di Crozza diventava sublime. Il povero Cavaliere appariva un signore anziano, ben tenuto sotto l’aspetto fisico, ma del tutto ebete. Nelle mani di una giovane fidanzata, la signorina Pascale, bella, elegante e autoritaria. La morosa gli scagliava addosso un telefono, ordinando: «Chiama i tuoi parlamentari e fatti restituire i soldi che hanno ricevuto da te. Ne hai bisogno perché Forza Italia ha le tasche vuote». 

Silvio obbediva e cominciava a telefonare. Chiamava Renato Brunetta, poi Gianfranco Rotondi. Ma loro gli rispondevano picche: niente conquibus. Rotondi, ossia un Crozza diventato il suo sosia, gli rispondeva in dialetto avellinese: «Presidente, sei tu che devi dei soldi a me!». Allora la Pascale, spazientita, trascinava via l’amato Cavaliere. A fare che cosa? Non si sa. 

Ho sempre pensato che prendere per i fondelli i padroni del vapore sia un sacrosanto diritto in tutte le democrazie. Ma lo spettacolo di Crozza mi ha confermato che l’Italia è un paese dove il caos sta diventando micidiale. Gli spettatori che affollavano lo studio del comico genovese si sganasciavano dalle risate. Ho riso anch’io, mentre avrei dovuto piangere. Per un terribile sospetto: i big messi in scena forse erano davvero così. Oppure non molto differenti dalle loro caricature. 

Renzi sarà pure un capo di governo che alle elezioni europee ha preso il 40,8 per cento dei voti. Ma ogni volta che lo vedo alla televisione, dove lui imperversa tutti i giorni a tutte le ore, non mi sembra diverso dall’imitazione che ne fa Crozza. Con qualche aggravante. La più vistosa sta emergendo in queste settimane balorde, dovute alle alluvioni e alla crisi che attanaglia anche grandi aziende. Vogliamo dirla tutta? Renzi sarà un genio della politica e un rottamatore mai soddisfatto, però è un fifone, un signore che ha paura. Dobbiamo considerarla una colpa? No, in base al vecchio adagio che se un uomo non possiede il coraggio, di certo non può darselo da solo. 

Il nostro premier rifugge dalle situazioni rischiose. L’avete visto a Genova, per ringraziare e rincuorare gli angeli del fango? No. L’avete visto a Terni, per sfilare insieme a una città che può morire con l’acciaieria della Thyssen? No. Quel pomeriggio, mentre i cittadini di Terni protestavano in modo pacifico anche se alle prese con un disastro, Renzi se n’è stato chiuso dentro Palazzo Chigi a fare il cascamorto con una seducente conduttrice televisiva americana. E ha voluto che lo fotografassero, per dimostrare che il sex appeal degli italiani è intatto, sia pure del genere «poveri ma belli». 

Ha persino più coraggio di lui Padoan, il ministro dell’Economia. In questi giorni, senza batter ciglio, ha ripetuto un’enormità: «Noi i tagli li abbiamo fatti e anche la riduzione delle tasse. Se poi le regioni decideranno di aumentare le imposte, i cittadini se la prendano con loro». Una perfetta dichiarazione da giocatore delle tre carte. Recitata con la faccia distrutta di un ministro alle prese con un compito immane. Deve avergliela suggerita Renzi, con l’aria di dire: «Vai avanti tu, che a me viene da ridere». 
Un altro avamposto cruciale dell’Italia di oggi, è la Sicilia degli sbarchi dei clandestini che arrivano in casa nostra partendo dall’Africa sub sahariana. Renzi è mai andato di recente a ringraziare i marinai dell’operazione «Mare nostrum» e i sindaci delle città dapprima siciliane e adesso di tante aree del Sud, alle prese con i giganteschi problemi dell’accoglienza di migliaia di profughi? No
. 
Non sappiamo neppure quanti siano i clandestini arrivati in Italia. Il capo di Stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, ha detto a Chiara Giannini di Libero: «In un anno di attività, la Marina, con l’aiuto di altre forze armate, ha tratto in salvo quasi 200 mila persone». Il ministero dell’Interno continua a parlare di 140 mila. Qual è la verità, dove sono finiti e quanto ci costano? Mistero. L’operazione «Mare nostrum» dovrebbe concludersi tra due settimane, il 1° novembre. E nessuno sa dirci che cosa accadrà dopo. 

Gli storici che in futuro si occuperanno di Renzi, dovranno spiegarci il mistero di un giovane leader politico che preferisce l’apparenza alla sostanza. Di solito, questa è una prerogativa dei vecchi politicanti, quelli che Matteo cerca di rottamare. Invece è diventata la bandiera di un premier non ancora quarantenne. L’Italia va a ramengo e lui va ad Assisi a improvvisare un comizio su San Francesco. Una delle vanterie renziste recita: «Io ci metto la faccia». È vero, ma soltanto dove ad aspettarlo non c’è gente infuriata, bensì una troupe televisiva. 

Non è un caso che si assista a un paradosso. I media stampati mostrano dei dubbi sempre più forti sull’efficacia delle imprese di Renzi. L’Espresso di questa settimana è uscito con una copertina che dice: «Promesse da Matteo». In sette mesi di governo, l’elenco degli annunci rimasti nel limbo delle parole a vuoto si è fatto sempre più lungo. Invece certe emittenti televisive sono diventate quello che l’Eiar, l’Ente italiano audizioni radiofoniche, era per Benito Mussolini. Durante il regime fascista ero un bambino e me li ricordo i discorsi del Duce che la radio diffondeva sulle piazze. Quando vedo apparire nel telegiornale di Sky la faccia compunta di Andrea Bonini, penso con malinconia a un bravo giornalista costretto a fare ogni sera il megafono di Renzi. 

Che cosa accadrebbe se l’Europa, Iddio non voglia, ritenesse insufficiente la manovra finanziaria presentata dal governo italiano? L’ipotesi più infausta sarebbe quella di andare a elezioni anticipate. Ma anche in quel caso, i problemi del premier non verranno risolti. Infatti, manca ancora la nuova legge elettorale promessa dal governo. Allora ci troveremmo nella nebbia più fitta. La condizione ottimale per andare a sbattere e finire nei marosi tutti insieme. E ad aspettare l’arrivo della Troika.