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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)
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17/09/14

Salesiani di Siria: “ Non c’è più speranza ? ”


martedì 16 settembre 2014

Lettera di  Abuna Munir El Rai

Visita alla Siria
dal 2 luglio – 4 agosto

Introduzione
In Siria, dopo ormai tre anni di conflitto armato, le persone e i giovani sono rassegnati e hanno perso molta della loro speranza e fiducia, ma non hanno perso la fede pur essendo provata. È molto difficile andare avanti perchè è quasi impossibile prevedere quando la guerra finirà e soprattutto è difficile capire cosa succederà dopo, e quanto tempo ci vorrà per ricostruire tutto. E, come se non bastasse, si ha grande paura degli estremisti islamici e di quello che potrebbe accadere.
Per questo motivo moltissime persone, senza alcuna distinzione religiosa, stanno emigrando. La percentuale di cristiani che è partita è molto elevata e questo fenomeno ha gettato nello sconforto le persone che hanno deciso di rimanere. Pur di partire, intere famiglie sono pronte a vendere tutti i loro averi e a correre rischi enormi.
La perdita del lavoro, il caro-vita e una situazione politica molto complessa sono sicuramente tra le cause di questo fenomeno migratorio massiccio.
Non dobbiamo poi dimenticare tutto ciò che sta accadendo attorno alla Siria. Si pensi alla situazione dei Cristiani in Iraq, o a ciò che sta accadendo in Libano.
Il problema dell’emigrazione è un dramma da conoscere e da affrontare e tutti, a partire dalla Comunità Internazionale e dalle Nazioni Unite, dovrebbero contribuire a risolvere questa grande catastrofe.

È difficile continuare a mantenere viva la speranza, ma ci sono segnali positivi che fanno capire che le persone che restano in Siria fanno affidamento sul loro grandissimo coraggio. La vita continua, ci si sposa, si organizzano feste. I giovani continuano ad andare a scuola e all’università e chi può si inventa un nuovo lavoro, svolgendo anche attività molto umili. C’è forte spirito di adattamento e ogni occasione è buona per poter festeggiare. Chi rimane, non ha alcun timore a mettersi in gioco, ma fino a quando questa forza di volontà durerà?
Queste considerazioni e riflessioni sono come una premessa e un risultato della mia recente visita alle presenze Salesiane in Siria e al vicino Libano. Questa mia comunicazione è come un resoconto di tale mia visita, e in essa vorrei presentare sia l’aspetto umano e sociale, sia le opere salesiane e le loro attività in tali frangenti.

Salesiani di Kafroun
Mercoledì 2 luglio 2014 sono entrato in Siria dal Libano e ho immediatamente visitato la comunità di Kafroun. La strada che ho percorso era relativamente tranquilla, ma sono rimasto impressionato dalle numerose foto, poste ai lati della strada, che sono lì a ricordare i tanti caduti di questa guerra che dura ormai da tre anni.
La comunità di Kafroun accoglie gli sfollati provenienti soprattutto dalla famiglia Salesiana di Aleppo. Gli sfollati sono prevalentemente familiari dei cooperatori, parenti dei Salesiani o familiari di qualche collaboratore.
La casa è meravigliosamente diretta da un unico missionario italiano, Don Luciano Buratti, che può contare sul prezioso aiuto dei cooperatori salesiani, tutti laici che portano avanti le attività presso l’oratorio e il Centro Giovanile.
Per la prima volta, all’interno dell’Ispettoria del Medio Oriente (MOR), l’amministrazione della casa è stata affidata a un economo laico, il Sig. Johnny Ghazi.

Durante la mia visita ho avuto il piacere di partecipare alle attività dell’oratorio e, in particolare, all’inizio dell’Estate Ragazzi che ha visto la partecipazione di almeno 300/350 ragazzi di cui molti sono sfollati. La zona di Kafroun è una delle più tranquille della Siria. Per questo motivo molte famiglie provenienti da Homs, Damasco e Aleppo sono venute a vivere in questa vallata.
Mi hanno chiesto di inaugurare le attività e di fare un discorso di apertura. Ho voluto parlare ai ragazzi della vera gioia, quella che nasce dal cuore grazie al nostro incontro con Cristo. Ho detto loro che nelle situazioni di grande sofferenza dobbiamo affidarci a Cristo che sicuramente ci darà conforto.

In oratorio sono stati aperti anche corsi di preparazione alla scuola media e di preparazione agli esami di maturità. I Salesiani sono riusciti a coinvolgere un buon numero di professori che ora insegnano ai ragazzi.
Dobbiamo ringraziare la Provvidenza che, tramite parecchi benefattori, negli ultimi due anni ci è venuta incontro e ci ha permesso di accogliere e ospitare gratuitamente una cinquantina di famiglie. Dobbiamo, inoltre, ringraziare i tanti collaboratori e benefattori che ci hanno aiutato e sostenuto nel portare avanti le attività dell’oratorio. 


Salesiani di Aleppo
Sabato 5 luglio 2014, accompagnato da una famiglia, siamo partiti in auto per raggiungere Aleppo. Abbiamo percorso una strada relativamente sicura, ma che mi ha permesso di vedere la grande distruzione che questa lunga guerra ha provocato. Ho pensato a quante persone hanno combattuto, hanno sofferto e sono morte. Ho visto i segni di una guerra feroce un po' dappertutto. Ho visto villaggi completamente vuoti, case diroccate o completamente distrutte. La distruzione fa piangere il cuore e la brutalità della guerra ha profondamente colpito la vita quotidiana delle persone.
Dopo quasi 7 ore di viaggio e diversi posti di blocco superati, siamo arrivati ad Aleppo utilizzando una strada secondaria. Non venivo qui da almeno un anno e mi ha davvero impressionato vedere una città sofferente, interamente colpita e fiaccata dalla guerra. Si nota chiaramente che in città regna il caos, come si capisce benissimo che Aleppo è stata una delle città più colpite dal conflitto.
È sempre molto emozionante arrivare al Centro Salesiano dove io sono nato, sono cresciuto e ho vissuto da Salesiano. Ho gioito molto nel vedere i Salesiani, i ragazzi e giovani. Sono stato accolto molto calorosamente da tutti. Mi hanno abbracciato, baciato e gettato addosso dell’acqua, ovvero il loro bene più prezioso. È da almeno quattro mesi che manca l’acqua potabile!
Abbiamo cantato, abbiamo gioito e ci siamo abbracciati. Il centro salesiano è veramente un’oasi di pace e di speranza!

Prima di andare a dormire sono rimasto colpito dal cartello che ho trovato affisso sulla porta di camera mia. C’era scritto: “Benvenuto ad Aleppo che resiste pur essendo considerata una delle città più pericolose al mondo”.
La domenica mattina ho celebrato una messa in ricordo di Jacques, un ragazzo di 11 anni morto mentre veniva da noi al catechismo nel gennaio 2014.
Durante la mia permanenza ad Aleppo ho cercato di visitare diverse zone della città e ho visto solamente distruzione e dolore. La quotidianità è caratterizzata dai combattimenti e dalla mancanza di elettricità e acqua. Si è cercato di sopperire alla mancanza d’acqua scavando alcuni pozzi, ma parte della popolazione si è ammalata perché l’acqua è infetta. In alcuni casi è possibile comprare acqua di pessima qualità a prezzi molto alti e questo fa soffrire molto le persone.
Ogni famiglia ha un parente ferito, morto o rapito. I giovani non ce la fanno più e vorrebbero partire, sarebbe disposti ad andare ovunque. I giovani hanno perso la speranza. Negli ultimi due anni non sono mai usciti dalla città e ogni giorno convivono con la morte, uscendo di casa senza sapere se saranno in grado di tornarci a causa delle continue esplosioni.
Le persone sono stanche, stressate e depresse. Ecco perché molti di loro hanno lasciato Aleppo per spostarsi in altre zone o per emigrare all’estero.
I Salesiani, assieme alla chiesa locale e a tutti gli uomini di buona volontà non cristiani stanno facendo veri e propri miracoli per sostenere in tutti i modi la popolazione. All’estate ragazzi si sono iscritti più di 600 ragazzi e giovani. La popolazione ha ringraziato i Salesiani per tutto ciò che stanno facendo attraverso il sostegno economico alle famiglie e l’organizzazione di attività spirituali e ricreative per tutti. Il direttore Don Georges Fattal, assieme a Don Simon Zakarian e il diacono Pierre, che li ha aiutati nel periodo estivo, hanno dato una grande testimonianza di generosità, amore e dedizione per i giovani.
Ho avuto un bell’incontro con gli animatori che, nonostante tutte le varie difficoltà, danno gratuitamente il loro tempo per stare con i ragazzi e trasmettere loro gioia e un pò di serenità. Ho incontrato anche i Salesiani cooperatori, che sono indispensabili, e ho infine avuto modo di incontrare singolarmente alcune famiglie e alcuni giovani. È molto importante ascoltare le loro sofferenze: hanno bisogno di condividere spiritualmente e umanamente ciò che stanno provando. Avevano bisogno di sfogarsi e io ho fatto del mio meglio per confortarli.
Il Signore poi ci ha benedetti e ci ha donato una nuova vocazione, l’unica di tutta l’ispettoria MOR (Medio Oriente)  proviene da un luogo di grande sofferenza.



Salesiani di Damasco

Da Aleppo sono dapprima tornato a Kafroun e poi mi sono diretto a Damasco, accompagnato da una famiglia. Sulla strada che abbiamo percorso si vedevano chiaramente le conseguenza della guerra in corso.
Arrivato alla Casa di Damasco ho avuto la gioia di incontrare i confratelli, ovvero il Direttore Don Alejandro Leon, il suo vicario Don Munir Hanasci e Don Felice Cantele. I tre confratelli sono stati coadiuvati dal prenovizio siriano Mehràn, delle zone della Mesopotamia, che quest’anno parte per il suo periodo di noviziato a Genzano di Roma.
Ho avuto il piacere di partecipare alle attività dell’Estate Ragazzi che hanno visto l’afflusso di più di 350 ragazzi e giovani provenienti da zone abbastanza lontane dal centro, a circa un’ora di macchina. È stato bello vedere come i ragazzi abbiano voluto partecipare alle attività, pur dovendo rischiare a causa dei molteplici posti di blocco sulla strada. Per aiutarli i Salesiani li vanno a prendere e li riportano a casa in pullman e garantiscono loro almeno un pasto presso il Centro.
I ragazzi partecipano con gioia alle tante attività preparate dagli animatori e sono entusiasti di poter vivere qualche momento di tranquillità, pace e spensieratezza.
Abbiamo celebrato una Messa in cortile perchè la chiesa non riusciva a contenere tutti i presenti e l’abbiamo terminata con una processione e l’ostensione del Santissimo a cui abbiamo affidato la pace in Siria.
Ho discusso con i ragazzi di quello che sta accadendo nel loro Paese e di come la Siria sia stata colpita dal Maligno. Nessuno di loro riusciva ad accettare che fosse possibile compiere così tante atrocità.
Ho poi incontrato entrambe le comunità delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Nella prima le suore gestiscono una scuola per l’infanzia e organizzano corsi di tagli e cucito per le donne, mentre l’altra comunità gestisce l’ospedale italiano di Damasco.
Anche qui a Damasco, come succede a Kafroun e ad Aleppo, i nostri Salesiani portano avanti attività di supporto socio-economico per alcune famiglie. Ho incontrato alcune di loro in diversi quartieri della città. Una di queste famiglie, che vive in una zona di frontiera e il cui padre è appena morto per malattia, mi ha fatto capire cosa sia la rassegnazione. Pur essendo in zona di guerra nessuno di loro vuole lasciare la propria casa, perché con la morte del loro padre per loro la vita è finita. Continuavano a ripetermi Inte u hàzzak, dipende tutto da quanto sarai fortunato. Perciò, biddna na’ìsh, vogliamo vivere! Nonostante tutto, anche se solamente in alcuni quartieri, la vita quotidiana continua e negozi e ristoranti sono aperti.

I Salesiani, infine, sono riusciti a organizzare un bel campeggio e hanno portato i ragazzi e i giovani nel nostro centro di accoglienza di Maarra e hanno passato diversi giorni tutti insieme in un clima di fraternità e di serenità.
Da Damasco sono tornato nuovamente in Libano per visitare e incontrare i nostri confratelli Salesiani a Al Houssoun dove abbiamo un oratorio/centro giovanile e a Al Fidàr dove c’è invece una scuola tecnica. Anche in questa comunità i Salesiani, insieme con i cooperatori, portano conforto e assistenza ai nostri profughi siriani che vivono in situazioni difficili e possono contare su un sostegno spirituale e socio-economico.
Conclusione
Ciò che sta capitando in Siria è molto complesso, poichè operano varie componenti e potenze interne ed esterne, ed è difficile capire quale sarà la soluzione di tutto ciò. Ad oggi non c’è alcun segnale che faccia percepire la volontà di arrivare a una pace duratura. Ci sono molti interessi in gioco e a pagarne le conseguenze sono le persone comuni e i ragazzi e giovani, e in modo speciale anche le minoranze cristiane.
È un momento particolare per tutto il Medio Oriente, è un momento delicato e di grande trasformazione storico-politica. Le conseguenze di queste guerre porteranno alla costruzione di un altro Medio Oriente che sarà ferito, debole e diviso, dove sono a rischio le comunità cristiane ed altre minoranze.
Per questo motivo chiediamo al Signore di darci la vera pace e di purificare il cuore degli uomini, affinché ne possano capire il senso e ambire a una convivenza il più possibile pacifica. Che il Signore conceda forza, coraggio, costanza ai nostri fratelli cristiani in questi momenti drammatici della nostra storia, e a tutto il popolo “dell’amata Siria”.


Abuna Munir El Rai
SDBMOR
Fraternità Maria Gabriella

15/04/14

Il Sarin turco di al-Nusra per accusare Assad




Il 21 agosto 2013 un attacco provocò una strage che sconvolse il mondo. Obama decise di “punire” Assad, poi fece un passo indietro. Perché il gas non sarebbe stato di Damasco Ecco la “verità” di un giornalista premio Pulitzer.

Dopo l’attacco chimico a Damasco, l’agosto scorso, Obama stava per lanciare un raid aereo alleato contro la Siria, come punizione per avere infranto la “linea rossa” sull’uso delle armi chimiche. Poi, di colpo, il raid fu sottoposto all’approvazione del Congresso, infine annullato dopo la rinuncia di Assad all’arsenale chimico, concordata dalla Russia. Perché Obama s’è tirato indietro? I militari Usa erano convinti che la guerra fosse ingiustificata e potenzialmente disastrosa. Il ripensamento di Obama si fonda sulle analisi condotte nel laboratorio della Difesa britannica su un campione di sarin usato nell’attacco del 21 agosto. Il campione non corrispondeva ai lotti dell’arsenale chimico siriano noto. L’accusa contro la Siria non reggeva, fu informato lo Stato maggiore Usa. Da mesi i militari e l’Intelligence osservavano con preoccupazione l’ingerenza dei Paesi confinanti, in particolare della Turchia, nella guerra siriana. Che il premier Erdogan sostenesse il Fronte al-Nusra, una fazione jihadista dell’opposizione, e altri gruppi islamisti, era noto. «Sapevamo che alcuni nel governo turco credevano di prendere Assad per le palle, inscenando un attacco col sarin in Siria», dice un ex alto funzionario della Intelligence Usa, aggiornato sui dati attuali. «Così avrebbero costretto Obama a intervenire, memore della “linea rossa”».



Lo Stato maggiore inoltre sapeva che non era vero quel che l’amministrazione Obama sosteneva in pubblico, cioè che soltanto l’esercito siriano possedesse il sarin. Le Intelligence americana e britannica sapevano dalla primavera del 2013 che gruppi di ribelli in Siria stavano fabbricando armi chimiche. Il 20 giugno la DIA (Defense Intelligence Agency) americana preparò un’informativa top secret: al-Nusra aveva una cellula dedicata alla produzione di sarin; era il “complotto al sarin più sofisticato sin da quelli di al Qaeda prima dell’11 settembre”. Il rapporto attingeva a dati segreti di molte Intelligence: “Mediatori in Turchia e Arabia Saudita tentavano di ottenere grandi quantità di precursori del sarin, decine di chilogrammi, verosimilmente per la produzione su larga scala in Siria”. In maggio una decina di membri di al-Nusra furono arrestati in Turchia. Secondo la polizia locale erano in possesso di due chili di sarin. Cinque tornarono in libertà. Gli altri, tra cui il capo, Qassab, in attesa di processo. Stando alla DIA, gli arresti sono la prova che al Nusra stava espandendo l’accesso alle armi chimiche. Qassab s’era “auto identificato come membro di al-Nusra, legato a Abd-al-Ghani, l’emiro per la produzione militare”. Qassab lavorava con Unalkaya, impiegato della Zirve Ezport, una ditta turca.




Nel piano di Abd-al-Ghani i due dovevano “perfezionare un sistema per produrre sarin, poi recarsi in Siria ad addestrare altri per avviare la produzione su larga scala”. Una serie di attacchi chimici in marzo e aprile 2013 è stata indagata da una missione speciale dell’Onu. Una persona ben informata sull’attività dell’Onu in Siria, mi riferisce di prove di un collegamento tra l’opposizione siriana e il primo attacco con il gas, il 19 marzo a Khan Al-Assal, vicino ad Aleppo. “È chiaro che i ribelli hanno usato il gas. Non è stato rivelato al pubblico perché nessuno voleva che si sapesse”, dice. Dopo l’attacco d’agosto, Obama ordinò al Pentagono di individuare bersagli da bombardare. La mia fonte dice che «la Casa Bianca bocciò 35 obiettivi perché non abbastanza “dolorosi” per il regime di Assad”. Erano siti militari, nessuna infrastruttura civile. Su pressione della Casa Bianca, il piano Usa si trasformò in un “monster attack”: due squadroni di bombardieri B52 furono spostati in basi vicine alla Siria, e sottomarini e navi equipaggiati con missili Tomahawk. Anche Gran Bretagna e Francia avrebbero partecipato. A fine agosto Obama aveva dato allo Stato maggiore un termine preciso per l’attacco. «L’ora H doveva scattare il lunedì mattina (2 Settembre), un assalto massiccio per neutralizzare Assad». Fu grande, perciò, la sorpresa quando Obama il 31 agosto sospese l’attacco e si rivolse al Congresso.



Il presupposto di Obama — che solo l’esercito siriano fosse in grado di usare il sarin — stava sgretolandosi. L’intelligence russa aveva recuperato campioni di sarin nella Ghouta, li aveva analizzati e passati ai britannici. La Difesa britannica, nel comunicare quei risultati allo Stato maggiore Usa, stava di fatto dicendo agli americani: “Attenzione, ci hanno teso una trappola”, dice l’ex ufficiale di intelligence. (Questo chiarisce il lapidario messaggio di un alto ufficiale della CIA a fine agosto: “Non è stata opera dell’attuale regime siriano. Uk e Usa lo sanno”). L’attacco era questione di giorni, e gli aerei le navi e i sottomarini erano pronti. Responsabile dell’attacco era il generale Dempsey, capo dello Stato maggiore. Secondo l’ex ufficiale d’Intelligence, fin dall’inizio lo Stato maggiore dubitava che la Casa Bianca avesse solide prove a sostegno della responsabilità di Assad, come sosteneva. Chiese alla DIA e ad altre agenzie prove più consistenti. «Escludevano che la Siria avesse usato il gas nervino, infatti Assad stava vincendo la guerra». Il rapporto britannico spinse lo Stato maggiore ad esprimere al presidente una preoccupazione più seria: l’attacco sarebbe stato un atto ingiustificato di aggressione. Lo Stato maggiore ha convinto Obama a invertire la rotta. Il ricorso al Congresso si rivelò un vicolo cieco. «Il Congresso non gli avrebbe reso la vita facile», dice l’ex funzionario dell’Intelligence. «A differenza dell’Iraq, il Congresso sarebbe stato ferreo».



Alla Casa Bianca erano disperati. «Così spuntò il piano B. Annullati i bombardamenti, Assad avrebbe firmato il trattato sulle armi chimiche, con la distruzione dell’arsenale sotto la supervisione Onu’. L’accordo mediato dalla Russia era già stato discusso da Obama e Putin tempo prima: nell’estate 2012. Pur avendo archiviato l’attacco, la Casa Bianca ha continuato a ripetere la versione addotta per l’intervento. «Non potevano ammettere: “ci siamo sbagliati”», dice l’ex agente d’Intelligence riferendosi ai vertici della Casa Bianca. Non è ancora affiorata alla luce l’intera portata della collaborazione Usa con la Turchia, l’Arabia Saudita e il Qatar nel sostenere l’opposizione ribelle in Siria. L’amministrazione Obama non ha mai ammesso pubblicamente il proprio ruolo nella nascita della ”rat line” (“la linea dei topi” nel lessico della CIA), una “autostrada clandestina” verso la Siria. Autorizzata agli inizi del 2012, la “rat line” portava armi e munizioni all’opposizione in Siria dalla Libia attraverso la Turchia. Le armi sono finite in molti casi ai jihadisti, alcuni affiliati ad al-Qaeda. In gennaio è uscito un rapporto della commissione Intelligence del Senato Usa sull’attacco del 2012 al consolato americano e alla sede segreta della CIA a Bengasi, in Libia. Un allegato top secret parlava di un accordo segreto tra i governi di Obama e Erdogan. Riguardava la “rat line”.



Turchia, Arabia Saudita e Qatar erano i finanziatori. La CIA con il sostegno dell’MI6, doveva recapitare in Siria le armi degli arsenali di Gheddafi. In Libia vennero stabilite varie società di facciata, alcune come enti australiani. Furono ingaggiati militari americani veterani, a volte ignari di chi fossero i veri datori di lavoro. L’operazione era guidata da Petraeus, allora direttore della Cia (un portavoce di Petraeus smentisce). Le Commissioni d’Intelligence e i leader del Congresso sono stati tenuti all’oscuro, violando la legge in vigore dagli Anni Settanta. La partecipazione dell’-MI6 ha consentito alla Cia di eludere la legge, definendo la missione un’operazione congiunta. «L’unica missione del consolato era fornire copertura al movimento di armi», dice l’ex agente d’Intelligence che ha letto l’allegato secretato. Dopo l’attacco al consolato, Washington ha bloccato di colpo il ruolo della CIA nel trasferimento di armi dalla Libia, ma la “rat line” ha continuato a funzionare. «Gli Usa non avevano più il controllo di quel che i turchi consegnavano ai jihadisti». In poche settimane, circa 40 “manpads”, lanciamissili portatili antiaerei erano finiti nelle mani dei ribelli siriani. Al termine del 2012, l’Intelligence americana s’era convinta che i ribelli stessero perdendo la guerra. «Erdogan era incavolatissimo », dice l’ex funzionario d’Intelligence, «I soldi erano suoi e l’interruzione gli è parsa un tradimento ». Nella primavera del 2013, l’Intelligence Usa ha scoperto che il governo turco — tramite il MIT, il servizio segreto, e la Gendarmerie, organizzazione paramilitare di polizia — lavorava direttamente con i jihadisti di al-Nusra e i loro alleati per produrre armi chimiche. «Erdogan sapeva che se avesse smesso di sostenere i jihadisti, per lui tutto sarebbe finito. La sua speranza era provocare un evento che costringesse gli USA a intervenire». Un esperto di politica estera americana in contatto con funzionari a Washington e Ankara mi ha parlato di una cena organizzata da Obama per la visita di Erdogan nel 2013.



I turchi insistevano che la Siria aveva superato la “linea rossa”, e protestavano contro la riluttanza di Obama. L’informazione viene alla mia fonte da Donilon, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale (poi confermata da un ex funzionario Usa). A un tratto Erdogan, era esasperato: «ha tirato fuori il dito medio e lo agitava davanti al presidente nella Casa Bianca». Allora Obama s’è rivolto a Fidan (il capo dei servizi turchi): «Sappiamo cosa state combinando con i radicali in Siria». Senza il sostegno Usa ai ribelli, dice l’ex funzionario, «il sogno di Erdogan di trasformare la Siria in uno stato vassallo sfuma, e secondo lui la colpa è nostra. Quando la Siria vincerà la guerra, lui sa che i ribelli probabilmente gli si rivolteranno contro. Rimarrà con migliaia di radicali fondamentalisti nel suo giardino». Un consulente dell’Intelligence Usa mi dice che poche settimane prima del 21 agosto ha visto un rapporto top secret preparato per Dempsey e il ministro della difesa Hagel. Avvisava che il governo turco riteneva «necessaria un’azione che innescasse un intervento militare americano».



L’esercito siriano aveva la meglio sui ribelli, dice l’ex funzionario, e solo l’aviazione americana poteva capovolgere le sorti. In autunno, l’intelligence Usa «capì che la Siria non era responsabile dell’attacco chimico. Ma chi era l’autore allora? Il sospetto è caduto subito sui turchi, perché avevano tutto per farlo succedere». Le prove vennero da intercettazioni e altri dati raccolti relativi all’attacco del 21 agosto. «Ora sappiamo che si è trattato di un’azione segreta ideata da quelli di Erdogan per spingere Obama ad intervenire », dice l’ex funzionario d’Intelligence. «L’idea era di inscenare qualcosa di spettacolare, un attacco con il gas a Damasco o dintorni quando gli ispettori dell’Onu erano in Siria. I nostri vertici militari sono stati informati dalla Dia e altre agenzie di intelligence che il sarin è arrivato attraverso la Turchia — il che è possibile solo con il sostegno turco. I turchi hanno anche fornito l’addestramento su come produrre e maneggiare il sarin». Questo è stato confermato in gran parte dai turchi stessi, nelle conversazioni di giubilo intercettate subito dopo l’attacco. Senza una nuova politica di Obama, l’ingerenza della Turchia nella guerra civile siriana continuerà. Come impedirlo? «”Siamo fregati”, m’hanno risposto i colleghi», dice l’ex agente. La Turchia è un alleato Nato, e rivelare in pubblico il ruolo di Erdogan nell’attacco chimico sarebbe disastroso». I turchi ci direbbero: «È odioso che voi ci diciate cosa possiamo fare o non fare»

di Seymour M. Hersh da La Repubblica 9 aprile 2014
di Redazione -10 aprile 2014
(Tratto da London Review of Books — traduzione di Emilia Benghi)
Foto: Reuters, AP, MIT, BBC

fonte: http://www.analisidifesa.it

11/04/14

SIRIA: IL GAS USATO PER LE STRAGI ERA TURCO. LO SCOPO: L’INTERVENTO MILITARE USA. LA COMMISSIONE ONU STA ANCORA STUDIANDO. LA SCOPERTA FU INGLESE. LO RIVELANO ALLA VIGILIA DELLE CONCESSIONI PETROLIFERE.

 

 

La rivelazione giunge a proposito poco prima dello sblocco delle gare di concessione per le prospezioni nel Levante mediterraneo.                                                                                                  Seymour M. Hersh è un premio Pulitzer di giornalismo ( meritatissimo) che scrive da anni sul New Yorker di segretissimi segreti.  Le sue fonti nella intelligence community americana sono sempre affidabili e non si è mai prestato a versioni compiacenti.                                                                         
Se riesce a sapere una verità nascosta, la spiattella senza complimenti. Questa volta ha scritto sulla London Review of books ( http://www.lrb.co.uk ) ed ha spiattellato alcune verità scottanti sul conto di  Tajip Erdoghan, il cattivo di turno.
Per i lettori del “corrieredellacollera.com ” nulla che non sappiano già da almeno un anno ( e nei dettagli): il famoso gas Sarin usato in due riprese in Siria ed attribuito al cattivo Bashar el Assad è stato una iniziativa turca ordita dal premier turco Tajip Erdoghan in combutta con Arabia Saudita e Katar.
Lo scopo, evidente era quello di provocare un intervento USA che schiacciasse l’esercito siriano e consentisse alla Turchia ed ai suoi alleati di Al Kaida e Al Nusra di dilagare in Mesopotamia sia politicamente che fisicamente, accerchiando l’Irak, ultimo avamposto non sunnita nell’area, placando così gli incubi del moribondo re Abdallah ben Adelaziz.
Questa parte delle rivelazioni ( uscite anche su Repubblica in traduzione) i nostri lettori-amici già la conoscono nei dettagli oltre che nella parte strategica ( i gas sono l’arma del disperato, mentre Assad stava vincendo su tutti i fronti, sarebbe stato assurdousare i gas).
Quel che sappiamo di nuovo è comunque una serie di succulenti dettagli:
a) lo Stato Maggiore USA  (  Martin Dempsey) era contrario all’intervento e commissionò alla DIA ( il servizio informazioni militare) un supplemento di informazioni. Ottenuto un campione di Gas Sarin, lo diede da analizzare ai laboratori inglesi e questi lo identificarono positivamente come un Gas non appartenente al ceppo siriano, bensì a quello in possesso dell’esercito turco. Una seconda prova venne dalle intercettazioni dei militari turchi subito dopo lo spargersi della notizia della strage.
b) il MIT ( l’intelligence turco) era coinvolto nella gestione della “rat line” ( gergo CIA per definire linee di rifornimento occulte) che era alimentata a partire dalla sede CIA di Benghazi, la cui cessazione costò la vita all’ambasciatore americano Chris Stevens per ritorsione.
Ad onta di questo assassinio e della chiusura della linea di rifornimento, i turchi continuarono a rifornire i Kaidisti – in particolare con 40 manpad , temibile arma antiaerea portatile.
Chiarita la situazione e capito che i turchi e consoci volevano combattere la Siria fino all’ultimo americano,  Dempsey informò la Casa Bianca che 48 ore prima dell’ora X  fissata per l’attacco, diede il contrordine e poi reagì.
Seguirono il pensionamento dello Sceicco del katar ( Al Thani), i moti studenteschi in Turchia,  la “lezione” ai Sauditi che si erano permessi di prendersi gioco del governo degli Stati Uniti con l’apertura di  uno spiraglio nei confronti dell’Iran, un altro illustre calunniato di area, oltre al sollevamento dall’incarico di Bandar Bush Sultan  ( dal dossier siriano ) del quale sono riaffiorate alla memoria anche le giustificazioni, non solidissime, con cui aveva spiegato un assegno della moglie a uno degli attaccanti del World Trade Center.
Il ruolo di Israele e del Mossad non viene chiarito e non viene esaminato, il che è più eloquente di cento spiegazioni.
b) la seconda parte delle rivelazioni riguarda gli inglesi dell’M I 6 che avrebbero nell’ordine: raccolto le prime notizie sulla manina turca, analizzato i campioni e tempestivamente riferito al capo degli Stati Maggiori Riuniti  Dempsey ( se lo avessero comunicato attraverso la CIA come da prassi dell’M I 6,  la notizia si sarebbe probabilmente arenata – o non giunta in tempo –  perché a nessuno piace ammettere di essere stato turlupinato.


SE NE DEDUCE CHE:
Barak Obama si è , come dire, alterato di fronte a questa vera e propria mancanza di rispetto per un alleato di peso;
anche Hersh, ogni tanto, è tempestivo nei suoi scoop;
gli inglesi continuano a fare la parte dell’amico degli arabi per avere spazi petroliferi adeguati equamente suddivisi tra Shell e BP;
Erdoghan, ad onta della vittoria elettorale nelle amministrative finirà schiacciato dagli scandali finanziari assieme al figlio ( che è stato finora il dominus del  vasto contrabbando strategico che ha consentito all’Iran di sopravvivere e a lui di arricchirsi a dismisura) e dovrà guardarsi dalle Forze Armate che sono sempre pronte a riprendere il ruolo di guardiane della laicità affidato loro da Ataturk;
la storia dell’aereo siriano abbattuto per aver violato lo spazio aereo era una ulteriore provocazione, come anche i due attacchi aerei israeliani su obbiettivi siriani.  Una bella soddisfazione per i pochi ( tra questi la magistrata svizzera Del Ponte)  che hanno resistito ai provocatori che chiedevano  e prevedevano la guerra con altre vittime siriane innocenti.
Aspettiamo le spiegazioni del Corriere della Sera.( corriere.it) o almeno un cambio di commentatori. Se l’ho pubblicato io, con prove induttive e deduttive, avrebbero potuto farlo anche loro, se non avessero creduto di essere nell’Olimpo…

 di Antonio de Martini

fonte: http://corrieredellacollera.com