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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)
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23/09/14

Al Qaeda – Isis l’illusione Usa sul terrorismo usa e getta




Foto copertina. Osama bin Laden, 1989, Afghanistan con i combattenti anti-sovietici sostenuti dagli Usa 

 

 

E’ davvero tutto e solo ‘Califfato’ l’eversione jihadista oggi? Torniamo ad Al Qaeda: dall’uccisione del fondatore Osama bin Laden la rete qaedista ha mutato strategie, ha nominato nuovi leader e stretto nuove alleanze. Cos’è oggi l’organizzazione terroristica che era la più pericolosa al mondo
Tutti ricordano l’11 settembre 2001, la data della sfida vincente di Bin Laden alla superpotenza planetaria. Pochi ricordano il primo maggio 2011, quando gli Stati Uniti saldarono il conto personale con Osama bin Laden. Ebbene, da allora nel mondo paranoico dell’integralismo jihadista, molto è cambiato. Interessanti alcuni dettagli rilevati da LookOut, ad esempio il salto generazionale avvenuto. Con un primo distinguo di strategie netto: dal “Far Enemy”, il nemico lontano combattuto da Bin Laden, il “Near Enemy”, il nemico interno contro cui si rivolge invece al-Zawahiri.

ALQAEDA VECCHIA SITO

C’è uno studio molto interessante di Murad Batal al-Shishani, esperto di terrorismo e movimenti islamisti, in cui osserva che il 70% dei discorsi di Bin Laden era incentrato su ‘crociati ed ebrei’, mentre solo il 10% era diretto a rovesciare i regimi arabo-musulmani considerati ‘apostati’. Al contrario, al-Zawahiri e le molte altre filiazioni regionali di Al Qaeda, si mostrano molto più concentrati sul “nemico vicino”. Il medico egiziano erede di Bin Laden affronta in almeno il 50% dei suoi discorsi i temi di jihadista nazionale prima di unirsi agli appelli generici alla jihad globale.

Anche il terrorismo, nel tempo si adatta e muta. Quello qaedista del dopo Bin Laden, è sempre più invischiato nelle dinamiche specifiche dei singoli teatri nazionali di guerre e insurrezioni. Diventa facile e storico l’esempio Afghanistan e la sua ‘formula magica’. La somma di ‘Islam radicale + petrodollari + CIA + missili Stinger’, che aveva allora fatto miracoli contro l’Urss. Oggi un tentativo decisamente mal riuscito di mix simile è evidente in Siria, divenuta ormai arena di scontro di logiche tribali, settarie, religiose oltre che di dinamiche egemoniche e di supremazia regionale.


Proprio in Siria emerge evidente l’evoluzione della rete qaedista. Un vero e proprio mutamento generazionale. La prima generazione qaedista, quella degli attentati di Nairobi e Dar al-Salam degli anni Novanta, quella del nemico esterno e di un centro di comando stabile nelle basi afghane. La seconda generazione entra in campo dopo l’11 settembre, con l’invasione Usa in Afghanistan e Iraq, che scuote la struttura e costringe alla dispersione dei bersagli dai nemici con un fiorire di reti locali decentralizzate e indipendenti tipo AQAP, AQIM e AQI e altre filiazioni di Al Qaeda prima di IS.

La ‘terza generazione’ -analisi LookOut- è quella delle Primavere Arabe che scuotono il fondamento ideologico delle violenza necessaria, alla base della filosofia di Al Qaeda. Dopo di che l’uccisione di Bin Laden assesta il colpo di grazia alla rete globale e al comando centrale. Ma è il progetto di Al Qaeda in Siria a segnare l’avvio della “quarta generazione”, il futuro stesso dell’Organizzazione e la sua momentanea sconfitta rispetto a Isis. Tutto reso possibile dall’implicito consenso occidentale che, come CIA in Afghanistan, ha pensato di poter sfruttare i qaedisti come soci nella lotta ad Assad

Supporters of al-Qaeda tote their rifles

L’Al Qaeda che conoscevamo non esiste più. Oggi l’espressione più efficace di jihad è praticata in forme diverse da Isis. E come osserva lo studioso di terrorismo J. M. Berger, la nuova Al Qaeda è sempre radicale, estremista e violenta e fa terrorismo ma ha la sua prima strategia sul campo di battaglia, sempre più simile a un esercito di combattenti in prima linea. Resta ancora traccia dell’ impronta originaria di Al Qaeda cui in qualche modo al-Zawahiri cerca di richiamarsi, ma nel mondo della rivolta jihadista assoluta oggi vince il Califfo. Col rischio di dover rimpiangere il passato.

23 settembre 2014

fonte:http://www.remocontro.it

22/09/14

"Attacchi dell'Isis anche in Italia. Massima allerta per il Vaticano"







"Il rischio 'foreign fighters' è concreto anche in Italia", afferma Andrea Margelletti, presidente del CeSi (Centro Studi Internazionali). Si tratta di quei cittadini europei o statunitensi addestrati alla morte in Siria e Iraq che possono tornare nelle proprie nazioni. A San Pietro resta alta l'allerta su possibili attacchi. Ma a rischio non è solo il Vaticano...


Cittadini europei o statunitensi addestrati alla morte in Siria e Iraq possono tornare nelle proprie nazioni. Sono i jihadisti della porta accanto, e possono colpire. Molti di loro sono andati a combattere sotto la bandiera dell'Is, in Siria e Iraq o ingrossano le fila dei gruppi terroristici e delle milizie in conflitti non convenzionali.

«Il rischio ''foreign fighters'' è concreto anche in Italia», mette in guardia Andrea Margelletti, presidente del CeSi (Centro Studi Internazionali), che sul sito de Il Messaggero spiega: «Mentre disegniamo giotteschi buchi nel terreno, frutto di armi intelligenti più che della strategia che le utilizza, c'è il pericolo che cittadini europei o statunitensi addestrati alla morte in Siria e Iraq, possano tornare nelle proprie nazioni attraversando le maglie della nostra presunzione e, potenzialmente, provare a mettere a segno attentati nel cuore dell'Occidente. Combattono con l'esercito nero -sottolinea l'esperto di strategia militare- ma non sono organici allo Stato islamico. È questa la minaccia che può far davvero male all'Europa. La campagna militare contro l'Is -rimarca Margelletti- potrà essere tanto efficace quanto saranno mirati e strategici gli interventi dell'intelligence dei paesi occidentali, ma occorre riconquistare anche le tribù sunnite della provincia di Al Anbar, che in passato avevano combattuto contro Al Qaeda. I miliziani di queste tribù rappresentano infatti l'ossatura del cosiddetto esercito di Abu Bakr al Baghdadi», l'autoproclamato Califfo dello Stato islamico. Usa, Iran e Siria che non si parlavano da tempo ora hanno ripreso il confronto.

Per il presidente del CeSi, «finora il vero successo ottenuto nella lotta contro l'Isis, è il fatto che nazioni che non si parlavano da tempo, come Usa, Iran e Siria, ora abbiano ripreso il confronto. L'ideologia senza senso ha lasciato spazio a una ''Realpolitik'' più concreta e in grado di attrezzarsi di fronte alla minaccia terroristica. Il salto dell'amministrazione Usa che dal bombardare Assad ora lo considera uno dei suoi validi alleati, spiega come la politica Washington sia ancora confusa e priva di una strategia a lungo termine».

Per Margelletti, «ci sarebbe da augurarsi che l'Europa o perlomeno nazioni come la Francia -particolarmente capace nell'avviare azioni militari e molto meno nel firnirle, e più interessata ad avere un palcoscenico per la propria industria della difesa che a risolvere effettivamente i problemi- siano in grado di proporre concrete idee piuttosto che appiattirsi su posizioni precotte da altri. La lotta all'Isis -taglia corto il presidente del CeSi- forse è l'ultima possibilità occidentale per mettere del buonsenso e provare a rimediare ai disastri fatti negli ultimi anni in Medioriente».

A San Pietro resta alta l'allerta su possibili attacchi. L'attenzione dell'intelligence resta alta. E niente, dell'impianto di sicurezza, viene trascurato per fronteggiare possibili minacce dopo l'allerta su possibili atti terroristici contro il Papa o il Vaticano. Al momento non risulta un rafforzamento dell'organico della Polizia di Stato in Vaticano, ma in luoghi come San Pietro, da sempre considerati tra gli obiettivi sensibili per quanto riguarda possibili attacchi del terrorismo internazionale, l'allerta delle forze di polizia è costante anche in assenza di minacce specifiche.

La possibile minaccia terroristica al Vaticano, peraltro, è stata più volte al centro dei lavori del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, presieduto da Giacomo Stucchi. Il tema è stato infatti affrontato durante l'audizione del direttore del Dis, ambasciatore Giampiero Massolo e a quanto si apprende anche giovedì scorso, quando a palazzo San Macuto è stato sentito il capo degli 007 di Forte Braschi, il generale Alberto Manenti, direttore dell'Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna). La questione, riferiscono le stesse fonti qualificate, sarà uno dei temi al centro dell'audizione al Copasir del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in programma il prossimo 30 settembre.

22 settembre 2014
fonte: http://www.affaritaliani.it




19/09/14

L’OCCIDENTE SI SVEGLIA: trenta Paesi si alleano per aiutare l’Iraq a contrastare l’ISIS.






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Ventinove Paesi, tra cui le cinque potenze del Consigli di Sicurezza dell’ONU ed i Paesi del Golfo Persico, con l’esclusione dell’Iran, si sono incontrati, lunedì 14 Settembre, a Parigi per appoggiare il Governo dell’Iraq contro i jihadisti dell’ISIS, con tutti i mezzi necessari, inclusa l’opzione militare.
All’orizzonte, quindi, si intravede una nuova massiccia campagna di bombardamenti aerei in cui gli Stati Uniti avranno il comando delle operazioni.
Sempre lunedì, l’aeronautica francese ha effettuato i primi voli di ricognizioni per stendere delle mappe degli obbiettivi che colpirà dalla sua base di Dubai, dove sono attualmente dislocati sei caccia Rafale, pronti ad attaccare l’ISIS nei prossimi giorni.
Il Presidente Hollande, ha proposto a tutti i membri della riunione, di includere, nella lotta al terrorismo, una soluzione direttamente nel luogo dove l’ISIS è nato: la Siria.
A tal proposito, Hollande, ha richiesto di appoggiare maggiormente la forza di opposizione democratica siriana, un soggetto politico su cui, la settimana scorsa, il quotidiano francese Le Figaro ironizzava definendolo “una specie in pericolo di estinzione”.

Guardiamo in faccia alla realtà: l’ISIS è il prodotto diretto e naturale dei disastri del prematuro ritiro delle truppe americane dall’Iraq, fortemente voluto da Obama, e degli ultimi interventi militari in Siria e Libia, in cui vi è stata la palese responsabilità dell’Occidente e gli ingenti finanziamenti dei regimi “amici” del Golfo Persico.
Ma è anche il risultato della ”diplomazia dell’esclusione” ossia di una politica internazionale che tende a non aprire il dialogo verso Paesi “segnalati” e ch contraddice l’essenza stessa della diplomazia.
In un’intervista con la radio francese, il presidente iracheno ha dichiarato “molto probabilmente alcuni dei paesi riuniti a Parigi hanno finanziato lo Stato islamico”.
Questa conferenza parigina è stata anche occasione per intraprendere colloqui segreti tra Russia, Germania e Francia in merito alla questione ucraina: non si esclude un buon risultato di Putin in cambio dell’appoggio russo contro l’ISIS.

E mentre 29 Paesi si coalizzano contro i jihadisti, la Turchia, dapprima titubante, ha dichiarato al Segretario Americano John Kerry ed al Segretario alla Difesa Chuck Hagel, che non concederà le proprie basi aeree per bombardare il Califfato islamico, almeno in via ufficiale. Erdogan sta apertamente dimostrando al mondo che il miglior alleato dei terroristi operanti in Siria ed Iraq non è solo il Qatar ma anche la Turchia, quella Turchia che sta abbandonando la laicità per abbracciare leggi sempre più degne di uno stato teocratico, quella Turchia che sta guadagnando dalla guerra civile in Siria e che allo stesso tempo finanzia l’ISIS attraverso il contrabbando di greggio che avviene al confine turco-siriano, quella Turchia, che tanti vorrebbero paese membro dell’Europa e che nell’ultima settimana ha assistito inerme all’attraversamento del confine siriano di 53 famiglie, emigrate per unirsi all’ISIS.

Gian Giacomo William Faillace - 17 settembre 2014
fonte: http://www.lacritica.org