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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

09/03/19

È un abuso di Stato sui bambini. Non con i miei soldi

La decisione di inserire i farmaci blocca-pubertà tra quelli a carico del Servizio sanitario nazionale è terrificante. Ci si è inventati una malattia - la disforia di genere - e si interviene su un processo delicato di maturazione di un adolescente devastandone la personalità. È una violenza di Stato inaudita.




La decisione è stata presa dall’AIFA, l’Agenzia del farmaco, con la copertura di un parere positivo del CNB, il cosiddetto Comitato nazionale di Bioetica. La parola bioetica ci fa una paura maledetta. Anche la parola biopolitica ci fa ogni giorno più paura, vuol dire che lo Stato mette le mani anche nella biologia, stabilisce chi sia maschio e chi sia femmina, può entrare a casa tua e dirti se tuo figlio nato sano dovrà passare tutta la vita da malato.

La vicenda è questa: con Determina del 25 febbraio 2019 il dirigente dell’area pre-autorizzazioni dell’AIFA ha inserito la molecola TRP-triptorelina fra i medicinali erogabili a carico del Servizio sanitario nazionale. Il farmaco potrà essere somministrato ad adolescenti ritenuti affetti da disforia di genere, per bloccare anche per qualche anno un evento fisiologico fondamentale, la pubertà. Questo per alleggerire il “percorso di definizione della loro identità di genere”, frase questa semplicemente terrificante, perché non c’è nessun percorso da fare.

L'umanità è passata dal dogma dell'infallibilità del Papa al dogma dell'infallibilità dell'APA. (Associazione psichiatri americani). L’APA regna sul mondo modificando leggi, costituzioni, il tessuto antropologico della società mediante un testo: il DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali. Senza il DSM non si può fare una diagnosi, senza il DSM non si può fare una perizia. Il DSM mobilita e attira verso di sé, verso i propri creatori, fiumi di denaro. Da quando esiste e paralizza il pensiero scientifico con le sue affermazioni dogmatiche, ottenute per votazione in un’assemblea molto politicizzata, la depressione, i disturbi fobici, il disturbo ossessivo compulsivo sono aumentati del 1200%; il disturbo alimentare è diventato la norma, come la norma sono diventati comportamenti tragici di autodistruzione in adolescenza.

Chiunque abbia chiaro in mente il concetto di scienza e di metodo scientifico, si può rendere conto che il DSM e i suoi dogmi sono il paradigma della non scientificità in un campo - quello della psichiatria - che, al contrario, deve essere delicatissimo. La psichiatria, al momento, non ha ancora il controllo di quella che è la sovrana della medicina, vale a dire l’anatomia patologica: il vetrino, il microscopio, il riscontro fisico della lesione che c’è o non c’è. La psichiatria è una scienza non esatta che deve nutrirsi di ipotesi e osservazioni e invece è ridotta a questionari e diagnosi che sono macigni.

Tra le malattie comparse per votazione dell’APA c’è anche la disforia di genere, che per millenni non avevamo mai sentito nominare - e sono stati i nostri millenni migliori - e che indica il rifiuto del proprio sesso e il desiderio di quello opposto. Nei testi di pediatria, fino a pochi decenni fa il bambino che voleva essere una bambina e viceversa non sono nemmeno nominati. Esisteva lo scontento, esattamente come esiste l’infelicità umana, che fa parte dell’essere uomo, una creatura con un’intelligenza straordinaria che può essere autodistruttiva.

L’APA dando un nome e un cognome allo scontento lo cristallizza e lo amplifica. L’odio di sé non è sempre uguale: ci sono momenti in cui si amplifica, altri in cui si attenua. Poi qualcosa fiorisce nella nostra vita e l’odio ce lo dimentichiamo, cominciamo un pochino ad amare la nostra vita e noi stessi. L’odio di sé può manifestarsi in molti modi. Uno dei modi è non amare il proprio sesso, il proprio essere maschio o femmina. Succede! Succede perché non è facile fare l’essere umano, succede quando qualcosa si è inceppato nel normale processo di identificazione col genitore del proprio sesso.

Stiamo parlando di corpi sani. Esistono anche persone con patologie cromosomiche, genetiche, endocrinologiche, anatomiche per cui non c’è l’espressione di un sesso o dell’altro in maniera completa: sindrome di Morris e altro. Qui però stiamo parlando di corpi sani e di menti molto fragili che decidono di modificarli. Perché succede? Per esempio per una situazione di belligeranza eccessiva tra i genitori: se uno dei due disprezza l’altro, lo svaluta e rende difficile identificarsi. Perché il bambino ha l’impressione che mamma e papà vogliano più bene alla sorellina, e la guardano di più. Perché la bambina è convinta che se lei fosse nata maschio il padre l’avrebbe amata di più e non vuole diventare come la mamma, che considera una perdente. Oppure perché sono stati proposti modelli inarrivabili e il bambino o la bambina si sentono inadeguati. Le figure di attaccamento per millenni sono stati padre e madre, ora includono anche maestri, insegnanti e soprattutto televisione e internet.

Il processo che porta all’equilibrio, all’accettazione del proprio corpo, cioè della realtà, è magnifico ma delicato. È capitato anche a me: mia madre era inarrivabile, bellissima, perfetta, io ero goffa. Come sarebbe stato più semplice essere maschio! Nel 90-95% dei casi con l’arrivo della pubertà tutto si risolve. Quindi la cosa da fare è aspettare e contemporaneamente aiutare il bambino a riscoprire l’orgoglio di se stesso rinforzando il legame col genitore dello stesso sesso. E nei pochi casi in cui restasse l’odio di sé e del proprio sesso, occorrerà curare la mente, che è plastica, non il corpo che invece si ammala e sanguina.

Ora invece anche in Italia si è arrivati alla conclusione opposta: somministrare un farmaco che blocca la pubertà, alterando tutto il sistema endocrinologico e quindi tutto il sistema PNEI. Con l’acronimo PNEI, psiconeuroendocrinoimmunologia si intende l’insieme degli strettissimi rapporti tra mente, cervello, sistema endocrinologico e sistema immunologico Alterando uno, si altera tutto. Se si modifica il sistema endocrino, si modifica la mente. Sui foglietti illustrativi sono segnalati rischi di depressione anche gravi, che in un adolescente sono particolarmente devastanti, perché la depressione demotiva in un'età che deve essere appassionata.

E poi possiamo ipotizzare un’altra conseguenza, oltre i mal di testa, i dolori ossei e muscolari segnalati dai foglietti illustrativi. Una conseguenza più sottile, meno dimostrabile, ma intuitiva: senza la potenza della pubertà non si ha la maturazione cerebrale. La pubertà è, insieme al periodo neonatale, l’epoca di maggiore produzione di sinapsi. La mente infantile deve lasciare il posto alla mente adulta. Una volta bloccata la pubertà la mente resta un po’ più infantile, con una assertività un po’ più bassa, più suggestionabile. Restano infantili gli organi sessuali, e questo fa sentire ancora più inadeguati nel proprio sesso così da essere spinti alla scelta del sesso opposto. Se i genitali restano piccoli è un problema anche per l’intervento erroneamente chiamato "cambiamento di sesso". Il sesso non si cambia: dato che non c’è abbastanza tessuto per costruire la falsa vagina e l’inutile scroto che non conterrà mai veri testicoli ma solo protesi in silicone, allora bisogna ricorrere a innesti con ulteriori rischi. Per questo motivo i pediatri statunitensi dell’American College of Pediatricians dichiarano che la somministrazione del farmaco per bloccare la pubertà è un abuso su minore. Con un documento chiarissimo, hanno sancito 8 punti (clicca qui per il testo originale):
  1. La sessualità umana è oggettivamente binaria: xx=femmina, XY= maschio
    2. Nessuno è nato con un genere, tutti sono nati con un sesso.
    3. Se una persona crede di essere ciò che NON è, questo è da considerare quantomeno come uno stato di confusione.
    4. La pubertà non è una malattia e gli ormoni che la bloccano possono essere pericolosi.
    5. il 98% dei ragazzini e l’88% delle ragazzine che hanno problemi di identità di genere durante la pubertà li superano riconoscendosi nel proprio sesso dopo la pubertà.
    6. l’uso di ormoni per impersonare l’altro sesso può causare sterilità, malattie cardiache, ictus, diabete e cancro.
    7. il tasso di suicidi tra i transessuali è 20 volte quello medio, anche nella Svezia che è il paese più gay friendly del mondo
    8. è da considerarsi abuso sui minori convincere i bambini che sia normale impersonare l’altro sesso mediante ormoni o interventi chirurgici.
La cosiddetta disforia di genere è dannatamente peggiorata dalla martellante propaganda fatta da televisione, real time, serie televisive, film, biblioteche per bambini dove le fiabe sono lette da trans, orripilanti libercoli dove qualcuno che ha buttato via il proprio sesso per una specie di imitazione dell’altro, è presentato come un eroe del pensiero e della volontà. A questo aggiungiamo l’effetto placebo e l’effetto nocebo, la capacità di guarire e ammalarsi per autosuggestione, e il desiderio di molti bambini di essere al centro dell’attenzione a tutti i costi, anche a costo di ammalarsi, anche a costo di essere medicalizzato, e otterremo la via per il disastro.

L’intervento chirurgico di castrazione e chirurgia estetica per somigliare all’altro sesso è lungo, necessita di mesi di convalescenza, e per tutta la vita il perineo rischia di essere un problema. La diagnosi di disforia di genere è ora anche da noi una via per il disastro. Da quando le hanno dato un nome e un cognome la disforia di genere è comparsa sulla scena, come una primadonna che entra solo all’ultimo atto, ma ugualmente monopolizza il palco. Mentre la malaria continua a imperversare in intere regioni e il cancro infantile aumenta vertiginosamente, tutti i governi hanno deciso che deve essere curata la disforia di genere.

Una persona sana non produce reddito. Un malato fornisce fiumi di denaro. Un malato cronico è una fonte costante di denaro. Un bambino di sesso maschile che voglia vivere la sua virilità somigliando al padre e ai nonni non fornirà un euro a nessuna casa farmaceutica. Noi che siamo complottisti e malfidati oltre che bigotti e antipatici, abbiamo la dannata impressione che questa improvvisa urgenza a curare la disforia di genere, dagli stessi governi che non sembrano minimamente impressionati dalla permanenza della malaria e dall’aumento del cancro infantile, ha qualcosa di sospetto.

Il compito della medicina è curare i corpi malati. La medicina non deve e non può trasformare corpi sani in corpi malati. La prima regola è non nuocere. Il rimpianto dopo questi interventi è frequente e atroce. Non si possono fare danni in medicina. Non si possono fare con denaro pubblico. Not with my money.
Che ognuno si tenga i genitali migliori e gli ormoni migliori. Che sono i suoi. 

Silvana De Mari - 09-03-2019

02/03/19

Degrado a Marina di Ardea: auto abbandonate e quadri elettrici manomessi

Alcune carcasse di auto sono state già rimosse e ne rimangono altre da rimuovere. Importante ripristinare il quadro elettrico per evitare che qualcuno si faccia male
Generica
Auto abbandonate Marina di ArdeaArdea – L’Associazione RivaluTiAmo Marina di Ardea nel segnalare, purtroppo, il solito degrado della zona, evidenzia che, dopo diverse segnalazioni  sono state rimosse le macchine abbandonate da mesi che si trovavano nella zona: quella ribaltata sul prato di Via Bergamo, la Y10 lato opposto e quella bruciata in Via Bolzano incrocio Via Brindisi; così come segnala che ci sono ancora da rimuovere al più presto, anche le altre seguenti tre macchine abbandonate da mesi, una in Via Bolzano incrocio Via Enna, le altre due in Via Bologna (ex Centro Regina) ed un’altra in Via Cavarzere (Via delle Idrovore), come da foto qui alato.
Auto abbandonate Marina di Ardea_1Inoltre, l’Associazione, a seguito di indicazioni di un residente, segnala che il quadro elettrico del semaforo posto sul Lungomare degli Ardeatini, risulta divelto e chiunque può accedervi, come si può apprezzare dalla foto qui pubblicata.
La persona residente nel quartiere che ha segnalato il fatto, fa sapere che il quadro elettrico è da giorni nelle condizioni dalla stessa evidenziate e che si possono verificare dalla foto qui pubblicata e che potrebbero esserci cavi scoperti ed essere oggetto di curiosità da parte di qualche bambino che, incoscientemente, andandoci a mettere le mani, potrebbe procurarsi dei seri danni. La cassetta che contiene il quadro di comando elettrico, si trova a lato di una fermata del “Cotral” sul Lungomare degli Ardeatini a Marina di Ardea.

di - 02 marzo 2019

01/03/19

Aumentano le rapine ad Ardea…anche a mano armata

Colpite molte attività commerciali e rapine anche in strada, a qualsiasi ora del giorno e della notte


Ardea – La notizia di una rapina avvenuta giovedì 21 febbraio,  in via Sassari angolo via Pratica di Mare ad Ardea, è trapelata soltanto poco fa. Tre malviventi a bordo di un’auto “Lancia Y” hanno rapinato un dipendente che effettuava il ritiro degli incassi dalle Slot Macchine nella zona. Il commesso, uscito da un negozio dove aveva appena prelevato le monete dalle slot machine, è stato avvicinato da un uomo con sciarpa in faccia e pistola in pugno che gli ha ordinato di dargli l’incasso.
Somma, che non era soltanto quanto prelevato dall’ultimo locale dove si era recato ma, addizionata da altri incassi ritirati, precedentemente, da altre attività. Rapinato il commesso, il malfattore con la pistola è risalito in auto dove lo attendevano gli altri due complici per darsi alla fuga.
Sul posto il personale della tenenza dei Carabinieri di Ardea che ha preso la denuncia dal derubato. Ovviamente, la notizia sembra vecchia ma nulla era trapelato prima. Cosa strana in quanto mostrerebbe un paese tranquillo dove mancavano soltanto le rapine a mano armata. E per non farsi mancare nulla, ora, ad Ardea c’è anche di questo!!!
La settimana scorsa, scorribanda di ladri hanno razziato in diversi negozi durante la notte. Ormai, Ardea è sempre più allo sbando e sempre più la popolazione è sfiduciata dall’incapacità di chi dovrebbe assicurare una vita tranquilla al popolo. Ancora non si hanno notizie di eventuali arresti di ladri che hanno visitato in questo periodo diverse attività.
A tal proposito, la consigliera comunale e presidente della commissione trasparenza e verifica atti, Luana Ludovici (Lega), ha presentato giorni fa un dettagliato esposto al Ministro degli Interni Matteo Salvini, al Prefetto di Roma, al Comando Generale dei Carabinieri ufficio operazioni, al Questore di Roma e per conoscenza al sindaco Mario Savarese, segnalando i malumori e le paure della popolazione, chiedendo tra l’altro di sapere se e quanti di questi malviventi sono stati assicurati alla giustizia.
Intanto, le indagini proseguono e sono coordinate da Ardea dal C/te Antonio Leggiero e da Anzio dal C/te Lorenzo Buschittari.

di - 01 marzo 2019 

25/02/19

Il socialismo ha ucciso il Venezuela



A Caracas stiamo assistendo al collasso di un modello. Eppure un terzo dei cittadini continua a credere nel socialismo e c’è ancora chi ha nostalgia di un leader come Chávez

25 Febbraio 2019 alle 09:29

Il socialismo ha ucciso il Venezuela

Dall’inizio delle proteste in Venezuela contro il presidente Nicolás Maduro, Flora Blanco, una sarta di 57 anni, si è ripetutamente scontrata con suo marito su una domanda fondamentale: il socialismo ha ucciso il Venezuela?”. Così inizia l’articolo di Anthony Faiola, che sul Washington Post cerca di rispondere a questa domanda. Flora Blanco ha perso ogni speranza con il socialismo (“E’ una farsa”), mentre suo marito è ancora convinto che l’ideologia di Hugo Chávez abbia restituito dignità ai lavoratori. Molti osservatori notano che il ruolo del socialismo nella crisi venezuelana è più complesso di quanto riconosca l’opinione pubblica. Le politiche socialiste finanziate attraverso le esportazioni di petrolio hanno reso il Venezuela una delle società più eque dell’emisfero occidentale. Tuttavia, hanno anche distorto i prezzi e i tassi di cambio, danneggiando l’economia del Venezuela. Molti manifestanti venezuelani vogliono farla finita col socialismo, altri vogliono semplicemente liberarsi del presidente Maduro. Secondo i sondaggi, un terzo dei cittadini continua a credere nel socialismo – ma soltanto la metà di loro ha fiducia in Maduro. “Chávez ha fatto degli errori, ma aveva una vera vocazione sociale”, ha detto Juan Barreto, un ex sindaco di Caracas: “Il sistema imposto da Maduro non ha nulla a che fare col socialismo. Maduro è semplicemente un despota”. Ultimamente, molti ex sostenitori di Chávez hanno fatto mea culpa, e si sono schierati contro Maduro.

L’economia del Venezuela è cresciuta dal 2003 al 2007 sotto la presidenza di Chávez, soprattutto grazie all’aumento del prezzo del petrolio. C’è stata una recessione dopo il crollo di Wall Street nel 2008, ma le contraddizioni dell’èra Chávez non erano nulla rispetto a oggi. Il Venezuela è un lontano parente del socialismo occidentale: non puoi paragonarlo al welfare del Canada e della Francia. Per molti osservatori, è sbagliato dare la colpa al sistema economico. La Bolivia ha vissuto un periodo di crescita prolungata malgrado lo statalismo dell’ex presidente di sinistra, Evo Morales. Ancora oggi, molti venezuelani hanno nostalgia di Chávez. Nella periferia di Caracas c’è una sua statua in cima a una collina. Dopo la morte di Chávez nel 2013, molti residenti hanno costruito un santuario per commemorarlo. Tuttavia, le proteste delle ultime settimane hanno polarizzato l’opinione pubblica. Alcuni “non vogliono più sentire pronunciare la parola ‘socialismo’”, altri continuano ad avere dubbi sul leader dell’opposizione Juan Guaidó. “Se ne dovrebbe andare in America, agisce per conto loro”, ha detto Elisabeth Torres, la custode del santuario di Chávez. Molti altri continuano a essere fedeli al regime perché hanno paura – temono di subire la repressione del governo e di perdere le scorte di cibo che vengono elargite dallo stato. “Io sto dalla parte di Maduro perchè è il presidente”, ha detto Maria Alejandra Sanchez, una giovane madre che frequenta il santuario di Chávez: “Ma lui (Maduro, ndt) non è all’altezza del suo predecessore. Io vivo come una mendicante, non ho i soldi per nulla. Ciò che mi resta è andare a casa, piangere e deprimermi”.

19/02/19

I casi Diciotti e Renzi lo dimostrano: comanda la magistratura


In questi giorni stavo sfogliando i quotidiani degli anni Ottanta. È cambiato quasi tutto, tranne una cosa: la potenza della magistratura nel dettare l’agenda politica o agenda setting, come dicono gli «esperti». Certo, allora si trattava solo di qualche arresto di amministratori locali (ovviamente dei partiti di governo) il giorno prima delle elezioni o di scontri tra il presidente Cossiga e il Csm. Niente rispetto a quello che sarebbe accaduto dopo. Ma era già visibile il disegno e già percepibile la tentazione.
Sono passati più di trent’anni e siamo ancora qui, a confrontarci con quello che, parafrasando De Gasperi, potremmo chiamare il «quarto partito», quello della magistratura che, ad ogni snodo, si esprime, sconvolge i piani degli uni e degli altri: in ogni caso plasma il corpo della Repubblica.
Simbolicamente la giornata del 18 febbraio è stata l’apoteosi del trionfo del «quarto partito»: la votazione nella piattaforma Rousseau sul caso Diciotti, che ha spaccato il principale attore della coalizione di governo (e ora vedremo nel voto reale, quello dell’aula). E, nel frattempo, l’arresto dei genitori di Renzi, cioè di colui che stava per rientrare in scena, ammesso ne fosse mai uscito, sia nelle primarie del Pd che nel quadro più generale.
Perché ci siamo ridotti così, ovvero come abbiamo lasciato che la magistratura dettasse l’agenda politica? Le cause sono molte ma il colpevole è soprattutto uno: la classe politica. La magistratura, infatti, è un potere che si è lasciato espandere e una legge della politica vuole che, una volta cresciuto, nessun potere tenda a tornare al suo posto, a meno che qualcuno non lo forzi.
Perché la classe politica non vi è riuscita?
Per almeno tre ragioni; una devianza culturale, un errore di lettura politica e una tendenza internazionale. Sulle prime due cause la politica avrebbe potuto intervenire, e forse, anche sulla terza. Vediamole.

1. Devianza culturale. Decenni se non secoli di divisione partigiana del paese hanno fatto in modo che sempre sia valsa la regola di Giovanni Giolitti: «la legge si interpreta per gli amici e si applica ai nemici». Vale a dire che, quando la magistratura mira ai tuoi avversari politici, si diventa giustizialisti, mentre ti trasformi in garantista e persino duro critico dei giudici, quando vengono colpiti i tuoi amici. Le dichiarazioni di Renzi e dei renziani di queste ore sono da manuale: gli stessi che nei giorni precedenti gridavano «onestà onestà» nelle piazze e chiedevano la gogna per Salvini.

2. Errore politico. Per ragioni storiche comprensibili (l’alleanza tra i comunisti e il partito dei giudici fin dagli anni ottanta) quello che più a fondo cercò di risolvere la questione magistratura, Silvio Berlusconi, commise un duplice errore: primo, ritenere che il tarlo della magistratura covasse nella sua popolosa componente «rossa». Mentre in realtà ciò che muove il quarto partito non è tanto o solo l’ideologia ma proprio la volontà di egemonia corporativa. Secondo errore: nel difendersi contro gli attacchi, il Cav elaborò una strategia di leggi ad personam che però finì per indebolire, se non delegittimare, la sua azione.

3. Tendenza internazionale. Il potere dei giudici e il loro obiettivo, di determinare ormai non più solo l’agenda politica ma anche quella di governo (il caso Diciotti è un salto di qualità in tal senso) fa parte di una tendenza internazionale, che vede ceti tecnocratici e le burocrazie, nazionali e internazionali, non solo farsi autonomi dal potere politico, ma anche finire per dominarlo. Ovunque in Europa ogni governo deve ormai passare sotto le forche caudine di poteri non elettivi, da quelli della Commissione Ue alla sentenza della Corte di giustizia europea a quelle delle singole procure nazionali. La Repubblica giudiziaria e quella dominata dalla tecno-burocrazie «europeistiche» sono più sorelle di quanto non sembri a prima vista.

Ma nessun paese come l’Italia è appesantito da un potere dei giudici così esteso, pervicace e determinante, e per così lungo tempo. Per salvarsi, tutta la classe politica, al di là delle divisioni tra maggioranza e opposizione, dovrebbe siglare un grande patto che riformi radicalmente la giustizia. Non è stato mai tentato, e oggi sembra davvero difficile: ma qualcuno dovrebbe provarci.

Marco Gervasoni, 19 febbraio 2019