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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

12/03/16

L’eccezionalismo americano presenta elezioni infernali

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Se le elezioni presidenziali statunitensi finiscono con Hillary Clinton contro Donald Trump, e il mio passaporto viene confiscato e in qualche modo vengo costretto a scegliere o sono pagato per farlo, pagato bene… voterei per Trump. La mia preoccupazione principale è la politica estera. La politica estera statunitense è la peggiore minaccia a pace, prosperità e ambiente mondiali. E quando si tratta di politica estera, Hillary Clinton è un disastro diabolico. Da Iraq e Siria a Libia e Honduras il mondo è un posto assai peggiore per causa sua; tanto è vero che la chiamerei criminale di guerra che andrebbe perseguita. E non molto meglio ci si può aspettare sulle questioni interne di questa donna pagata 675000 dollari da Goldman Sachs, una delle più reazionarie aziende anti-sociali di questo triste mondo, per quattro discorsi, e ancor più con donazioni politiche in questi ultimi anni. Aggiungasi la disponibilità di Hillary ad essere per sei anni nel consiglio di amministrazione di Wal-Mart, mentre il marito era governatore dell’Arkansas. Possiamo aspettarci che cambi il comportamento delle imprese da cui prende soldi?
Il Los Angeles Times ha pubblicato un editoriale il giorno dopo le varie elezioni primarie del 1° marzo che iniziava: “Donald Trump non è adatto ad essere il presidente degli Stati Uniti“, e poi dichiarava: “La realtà è che Trump non ha nessuna esperienza di governo“. Quando devo aggiustare la mia auto cerco un meccanico con esperienza sul modello della mia auto. Quando ho un problema medico preferisco un medico specializzato nella parte del corpo malata. Ma quando si tratta di politici, l’esperienza non significa nulla. L’unica cosa che conta è l’ideologia della persona. Tra chi votare per una persona per 30 anni al Congresso di cui non si condivide alcuna opinione politica e sociale, e vi si è anche ostili, e qualcuno che non ha mai avuto un incarico pubblico prima, ma è un compagno ideologico su ogni importante questione? I 12 anni di Clinton ai vertici del governo non mi significano nulla. The Times ha continuato su Trump: “Ha una vergognosamente scarsa conoscenza delle questioni del Paese e del mondo”. Anche in questo caso, la conoscenza è ingannata (non intesa) dall’ideologia. Da segretaria di Stato (gennaio 2009-febbraio 2013), con ampie conoscenze, Clinton svolse un ruolo chiave nel 2011 nel distruggere il moderno Stato sociale e laico della Libia, schiantandola nel caos più totale da Stato fallito, disperdendo nel caotico Nord Africa e Medio Oriente il gigantesco arsenale che il leader libico Muammar Gheddafi aveva accumulato. La Libia è ora un santuario dei terroristi, da al-Qaida allo SIIL, mentre Gheddafi ne era stato uno principali nemici. Saperlo cos’è servito alla segretaria di Stato Clinton? Le bastava sapere che la Libia di Gheddafi, per diverse ragioni, non sarebbe mai stato uno Stato cliente obbediente a Washington. Fu così che gli Stati Uniti, insieme alla NATO, bombardarono il popolo della Libia ogni giorno per più di sei mesi, avendo come scusa che Gheddafi stava per invadere Bengasi, il centro dei suoi avversari, e così gli Stati Uniti salvarono la gente di quella città dal massacro. Il popolo e i media statunitensi, naturalmente ingoiarono questa storia, anche se alcuna prova convincente del presunto massacro imminente è mai stata presentata. (La cosa più vicina a un resoconto ufficiale del governo degli Stati Uniti sulla questione, un rapporto del Congressional Research Service sugli eventi in Libia dell’epoca, non fa alcuna menzione su minacce di massacri) (1). L’intervento occidentale in Libia fu ciò che il New York Times disse che Clinton “sosteneva”, convincendo Obama a “ciò che fu probabilmente il momento di maggiore influenza da segretaria di Stato” (2). Tutta la conoscenza che aveva non le impedì l’errore disastroso in Libia. E lo stesso si può dire del sostegno a un cambio di regime in Siria, il cui governo è in lotta contro SIIL e altri gruppi terroristici. Ancora più disastrosa fu l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, che da senatrice supportò. Tali politiche sono naturalmente delle chiare violazioni del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.

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Un’altra politica estera di “successo” della Clinton, i cui svenevoli seguaci ignorano, i pochi che lo sanno, fu il colpo di Stato per abbattere ila moderatamente progressiva Manuel Zelaya in Honduras nel giugno 2009. Una storia vista molte volte in America Latina. Le masse oppresse finalmente misero al potere un leader impegnato a cambiare lo status quo, determinato a cercare di porre fine a due secoli di oppressione… e in poco tempo i militari rovesciarono il governo democraticamente eletto, mentre gli Stati Uniti, se non la mente dietro il colpo di Stato, non fecero nulla per punire il regime golpista, in quanto solo gli Stati Uniti possono punire. Nel frattempo i funzionari di Washington fecero finta di essere molto turbati da questo “affronto alla democrazia“. (Vedasi Mark Weisbrot su la “Top Ten dei modi con cui si può dire da che parte il governo degli Stati Uniti fu attivo nel colpo di Stato militare in Honduras“) (3). Nel suo libro di memorie, “Scelte difficili”, del 2014, Clinton rivela quanto indifferente fosse al ritorno di Zelaya alla sua carica legittima: “Nei giorni successivi (al colpo di Stato) parlai con i miei omologhi in tutto l’emisfero… preparammo un piano per ristabilire l’ordine in Honduras e garantire che elezioni libere ed eque si svolgessero in modo rapido e legittimo, rendendo la questione di Zelaya discutibile”. La domanda di Zelaya era tutt’altro che irrilevante. I leader latino-americani, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e altri organismi internazionali con veemenza ne chiesero l’immediato ritorno in carica. Washington, tuttavia, subito riprese normali relazioni diplomatiche con il nuovo Stato di polizia di destra, e l’Honduras da allora è diventato un importante fonte di bambini migranti che attualmente si versano negli Stati Uniti. Il titolo dell’articolo della rivista Time sull’Honduras alla fine dello stesso anno (3 dicembre 2009) riassume così: “La politica in America Latina di Obama sembra quella di Bush“.
E Hillary Clinton si presenta da conservatrice. E da molti anni; almeno dagli anni ’80, quando era la moglie del governatore dell’Arkansas, quando sosteneva con forza i torturatori degli squadroni della morte noti come Contras, l’esercito di ascari dell’impero in Nicaragua. (4) Poi, durante le primarie presidenziali del 2007, la venerabile rivista conservatrice degli USA, National Review di William Buckley, pubblicò un editoriale di Bruce Bartlett. Bartlett fu consigliere politico del presidente Ronald Reagan, funzionario del Tesoro col presidente George HW Bush e ricercatore presso due dei principali think-tank conservatori, Heritage Foundation e Cato Institute. Cogliete il quadro? Bartlett diceva ai lettori che era quasi certo che i democratici avrebbero vinto la Casa Bianca nel 2008. Allora, cosa fare? Sostenere il democratico più conservatore. Scrisse: “La destra disposta a guardare oltre, cerca ciò che probabilmente ha le sue identiche visioni tra i candidati democratici, ed è abbastanza chiaro che Hillary Clinton è la più conservatrice”. (5) Nelle stesse primarie vedemmo sulla rivista leader della più ricca corporatocrazia degli USA, Fortune, la copertina con foto della Clinton e il titolo: “Hillary ama il Business“. (6) E cosa abbiamo nel 2016? Tutti i 116 membri della comunità di sicurezza nazionale del Partito Repubblicano, molti dei quali veterani delle amministrazioni Bush, firmare una lettera aperta minacciando che, se Trump viene nominato, diserteranno e alcuni passerebbero a Hillary Clinton! “Hillary è il male minore, con ampio margine“, dice Eliot Cohen del dipartimento di Stato di Bush II. Cohen aiuta i neocon a firmare il manifesto “Dump-Trump”. Un altro firmatario, l’ultra-conservatore autore di politica estera Robert Kagan, dichiara: “L’unica scelta sarà votare per Hillary Clinton“. (7) L’unica scelta? Cosa c’è di sbagliato in Bernie Sanders o Jill Stein, il candidato del Partito Verde?… Oh, capisco, non sono abbastanza conservatori.
E Trump? Molto più di un critico della politica estera degli Stati Uniti di Hillary o Bernie. Parla di Russia e Vladimir Putin come forze positive e alleate, e vi sarebbero assai meno probabilità di entrare in guerra contro Mosca che non con Clinton. Dichiara che sarebbe “imparziale” nel risolvere il conflitto israelo-palestinese (al contrario del sostegno illimitato di Clinton ad Israele). S’è opposto a chiamare il senatore John McCain “eroe” perché fu catturato. (Quale altro politico oserebbe dire una cosa del genere?) Definisce l’Iraq “un completo disastro”, condannando non solo George W. Bush, ma i neocon che lo circondavano. “Hanno mentito. Hanno detto che c’erano armi di distruzione di massa e non c’erano. E sapevano che non ce n’erano. Non c’erano armi di distruzione di massa“. Ed alla domanda se “Bush ci ha tenuti al sicuro”, risponde che “Che piacesse o no Saddam, uccideva i terroristi“. Sì, è personalmente antipatico. Avrei avuto molta difficoltà ad essergli amico. Ma che importa?

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Il motto della CIA: “Orgogliosamente tentiamo di rovesciare il governo cubano dal 1959“

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Ora cosa? Forse si pensa che gli Stati Uniti siano finalmente cresciuti capendo che possono in realtà condividere l’emisfero col popolo di Cuba, accettando la società cubana senza discuterla come fa col Canada? Il Washington Post (18 febbraio) riferiva: “Nelle ultime settimane, i funzionari dell’amministrazione hanno chiarito che Obama si recherà a Cuba solo se il suo governo fa ulteriori concessioni nei diritti umani, accesso ad internet e liberalizzazione del mercato“. Immaginate se Cuba insistesse sul fatto che gli Stati Uniti facciano “concessioni sui diritti umani”; questo potrebbe significare che gli Stati Uniti s’impegnino a non ripetere roba come questa:
Invadere Cuba nel 1961 con la Baia dei Porci.
Invadere Grenada nel 1983 e uccidere 84 cubani, principalmente operai edili.
Far esplodere un aereo passeggeri cubano nel 1976. (Nel 1983, la città di Miami tenne una giornata in onore di Orlando Bosch, una delle due menti dell’atto terribile, l’altro autore, Luis Posada, è protetto a vita nella stessa città)
Dare agli esuli cubani, per usarlo, il virus della peste suina africana, costringendo il governo cubano a macellarne 500000.
Infettare i tacchini cubani con un virus che produce la fatale malattia di Newcastle, provocandone la morte di 8000.
Nel 1981 un’epidemia di febbre emorragica dengue afflisse l’isola, la prima grande epidemia di DHF mai avutasi in America. Gli Stati Uniti da tempo ne sperimentavano l’utilizzo come arma. Cuba chiese agli Stati Uniti il pesticida per debellare la zanzara responsabile, ma non l’ebbe. Oltre 300000 casi furono segnalati a Cuba con 158 decessi.
Questi sono solo tre esempi della pluridecennale guerra chimica e biologica (CBW) della CIA contro Cuba. (8) Dobbiamo ricordare che il cibo è un diritto umano (anche se gli Stati Uniti l’hanno ripetutamente negato) (9). Il blocco di Washington su beni e denaro per Cuba è ancora forte, un blocco che il consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Clinton, Sandy Berger, nel 1997 definì “le sanzioni più pervasive mai imposte a una nazione nella storia del genere umano”. (10) Tentò di assassinare il Presidente cubano Fidel Castro in numerose occasioni, non solo a Cuba, ma a Panama, Repubblica Dominicana e Venezuela (11). Con un piano dopo l’altro negli ultimi anni, l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (AID) di Washington cercò di provocare il dissenso a Cuba e/o di fomentare la ribellione, con l’obiettivo finale del cambio di regime. Nel 1999 una causa cubana chiese 181,1 miliardi di risarcimento agli Stati Uniti per morte e ferimento di cittadini cubani in quattro decenni di “guerra” di Washington contro Cuba. Cuba chiese 30 milioni in risarcimento diretto per ciascuna delle 3478 persone che dice furono uccise dalle azioni degli Stati Uniti e 15 milioni ciascuno per i 2099 feriti, ha anche chiesto 10 milioni per ciascuna delle persone uccise e 5 milioni per ciascuno dei feriti, per ripagare la società cubana dei costi che ha dovuto subire. Inutile dire che gli Stati Uniti non hanno pagato un centesimo.
Una delle critiche yankee più comuni allo stato dei diritti umani a Cuba era l’arresto di dissidenti (anche se la grande maggioranza fu rapidamente rilasciata). Ma molte migliaia di manifestanti anti-guerra ed altri furono arrestati negli Stati Uniti negli ultimi anni, come in ogni momento della storia statunitense. Durante il movimento Occupy, iniziato nel 2011, più di 7000 persone furono arrestate il primo anno, molte furono picchiate dalla polizia e maltrattate durante la detenzione, i loro gazebo e librerie fatti a pezzi (12); il movimento Occupy continuò fino al 2014; così il dato di 7000 è un eufemismo). Inoltre, va ricordato che con tutte le restrizioni alle libertà civili che vi possano essere a Cuba, rientrano in un contesto particolare: la nazione più potente nella storia del mondo è a sole 90 miglia di distanza ed ha giurato, con veemenza e ripetutamente, di rovesciare il governo cubano. Se gli Stati Uniti erano semplicemente e sinceramente interessati a fare di Cuba una società meno restrittiva, la politica di Washington sarebbe chiara:
– Fermare i lupi, i lupi della CIA, i lupi dell’AID, i lupi ruba-medicine, i lupi ladri di giocatori di baseball.
– Pubblicamente e sinceramente (se i capi statunitensi ricordano ancora cosa significa questa parola) rinunciare ad utilizzare CBW e agli omicidi. E chiedere scusa.
– Cessare l’incessante ipocrita propaganda, sulle elezioni, per esempio. (Sì, è vero che le elezioni cubane non hanno Donald Trump o Hillary Clinton, né dieci miliardi di dollari, e neanche 24 ore di pubblicità, ma non è un motivo per ignorarle?)
– Pagare le compensazioni, molte.
– Sine qua non, la fine del blocco demoniaco.
Per tutto il periodo della rivoluzione cubana, dal 1959 ad oggi, l’America Latina ha assistito a una terribile sfilata di violazioni dei diritti umani, torture sistematiche; legioni di “scomparsi”; squadroni della morte sostenuti dal governo che uccidevano individui prescelti; stragi di contadini, studenti e altri. I peggiori autori di tali atti in quel periodo furono le squadre paramilitari e associate ai militari di El Salvador, Guatemala, Brasile, Argentina, Cile, Colombia, Perù, Messico, Uruguay, Haiti e Honduras. Tuttavia, neppure i peggiori nemici di Cuba accusano il governo dell’Avana di simili violazioni; e se si considera istruzione e sanità, “entrambi”, ha detto il presidente Bill Clinton, “funzionano meglio (a Cuba) che nella maggior parte degli altri Paesi” (13), garantiti da “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” delle Nazioni Unite e dalla “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”, sembrerebbe che in oltre mezzo secolo di rivoluzione, Cuba ha goduto delle migliori condizioni sui diritti umani in tutta l’America Latina. Ma mai abbastanza buono per i capi statunitensi per parlarne in alcun modo; la citazione di Bill Clinton è un’eccezione in effetti. E’ una decisione difficile normalizzare le relazioni con un Paese la cui polizia uccide i propri civili inermi quasi quotidianamente. Ma Cuba deve farlo. Forse può civilizzare un po’ gli statunitensi, o almeno ricordargli che per più di un secolo furono i massimi torturatori al mondo.

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Note

1. “Libia: transizione e politica degli Stati Uniti“, 4 marzo 2016
2. New York Times, 28 febbraio 2016
3. Mark Weisbrot, “La Top Ten dei modi con sui si può dire da che parte il governo degli Stati Uniti si è attivato sul colpo di Stato militare in Honduras“, Common Dreams, 16 dicembre 2009
4. Roger Morris, ex-membro del Consiglio Nazionale di Sicurezza, Partners in Power (1996), p.415. 5. Per una panoramica completa su Hillary Clinton, vedasi il nuovo libro di Diane Johnstone, Queen of Chaos.
6. National Review, 1 maggio 2007
7. Fortune, 9 luglio 2007
8. Patrick J. Buchanan, “Gli oligarchi uccideranno Trump?“, Creators, 8 marzo 2016
9. William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti. Guida all’unica superpotenza del mondo (2005), capitolo 14
10. Ibid., p.264
11. Casa Bianca, conferenza stampa, 14 novembre 1997, US Newswire
12. Fabian Escalante, Azione esecutiva: 634 modi per uccidere Fidel Castro (2006), Ocean Press (Australia)
13. Huffington Post, 3 maggio 2012
14. Miami Herald, 17 ottobre 1997, p. 22A
Ogni parte dell’articolo può essere diffuso senza autorizzazione, a condizione dell’attribuzione a William Blum e di un link a Williamblum.org.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

William Blum - 11 marzo 2016

11/03/16

Sapete di cosa discute il Palazzo mentre l’Italia annaspa nelle emergenze?



Siamo in prima linea su profughi, crisi Libica, crollo demografico. Camera e Senato però si occupano di unioni civili e varie proposte in tema di eutanasia e droghe “leggere”


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Solo per capire se siamo pazzi. Tutti segnalano che stiamo vivendo il momento più difficile per l’Unione Europea da quando è stata istituita. Tra le prime ragioni di implosione è la drammatica incapacità di gestire l’emergenza immigrazione: sono bastati 300 mila profughi provenienti in larga parte dalla Turchia per mettere in crisi la scorsa estate una realtà di 500 milioni di persone, per renderne evidenti le divisioni interne, per certificare la mancata individuazione di soluzioni. Su questo fronte è superfluo ricordare che l’Italia, come la Grecia, è in prima linea; e lo sarà ancora di più se nel giro di poche settimane gli Stati balcanici sigilleranno i confini meridionali e orientali.Tutti concordano che quanto accade oggi in Libia non ha eguali in altri paesi sovvertiti dalle cosiddette primavere del 2011. La frammentazione è tale da far coniare neologismi, non essendo più sufficiente il termine di balcanizzazione. Pure sul fronte libico è l’Italia a correre i rischi più gravi: per la ramificata presenza dell’Eni, per il rilievo che quel territorio ha sul nostro fabbisogno energetico, per le poche miglia marine che ci separano da esso in linea d’aria, perché la sua costa è il luogo di partenza via mare di coloro che puntano ad arrivare da noi, per l’assoluta inadeguatezza della nostra presenza sul posto (come attesta l’epilogo del rapimento dei quattro tecnici nostri connazionali).
Sul fronte interno, non ha ancora avuto una spiegazione l’incredibile sbilancio dei 110 mila morti in più registrati fra il 2015 e il 2014: soprattutto non ha ricevuto la più flebile attenzione politica, come se si fosse trattato di uno scroscio di pioggia; eppure l’interrogativo sulla condizione del nostro welfare (in particolare sanitario) è ineludibile vista la consistenza del dato, che affianca quelli riguardanti il crollo dei matrimoni e delle nascite.
Sarebbero sufficienti queste voci – ce ne sono tante altre, dalla sicurezza alla giustizia – per giustificare settimane di intenso impegno del parlamento, teso alla più adeguata analisi, allo studio delle cause, al confronto tra le forze politiche per individuare soluzioni efficaci. Passiamo in rassegna l’ordine del giorno della Camera e del Senato: non rintracciamo nulla, neanche una informativa del governo o una sottospecie di mozione, che evochi da lontano qualcuna delle voci accennate. Troviamo invece, alla Commissione Giustizia della Camera, iscritti per la trattazione, il ddl sulle unioni civili e varie proposte in tema di eutanasia; al Senato sta per avviarsi la discussione di un ddl che reca numerosissime firme, e che punta alla legalizzazione delle droghe cosiddette leggere. L’intenzione di andare avanti su questi tre fronti è concreta; per il ddl Cirinnà i tempi di esame si prospettano brevi: l’onorevole Micaela Campana non ha mancato di notare nella sua relazione come, nonostante la formale eliminazione della stepchild adoption, «l’attuale formulazione fa salva la giurisprudenza in merito che consente ai giudici, dopo una valutazione caso per caso, di poter concedere l’adozione anche al genitore sociale per i bambini che sono presenti nelle coppie omosessuali». Alla faccia di chi ha vantato come un successo lo stralcio dell’adozione!
Se dall’esterno qualcuno mettesse a confronto le emergenze reali dell’Italia e quelle che sono ritenute priorità dal parlamento e dal governo sarebbe logico che si chiedesse quale grave sindrome di distacco dalla realtà ha colpito le nostre istituzioni. Appare materia più da esorcista che da medico, visto il filo conduttore profondamente antiumano, di fatto diabolico, che lega le materie in discussione nelle aule parlamentari col sostegno di Palazzo Chigi. Ma noi non siamo spettatori esterni; siamo parti della tragedia in corso. Noi, come i milioni di famiglie che per due volte, il 20 giugno 2015 e il 30 gennaio scorso, hanno riempito le più grandi piazze del paese, patiamo l’assenza nelle istituzioni di chi si fa portavoce del buon senso e dei problemi concreti. Questa esigenza deve trovare seguito, non improvvisato né isolato. Serve il parto di una rappresentanza coerente con le necessità dell’Italia di oggi. Un parto, non un aborto.
Foto Ansa


Alfredo Mantovano - 11 marzo 2016
 

10/03/16

Il risiko della Libia: un presente (e un futuro) da decifrare

 

Bernardino Leon, U.N. special envoy for Libya, attends a meeting with members of the Libyan General National Congress in Tripoli 

A chi interessa la giungla libica, divisa e percorsa da guerre intestine, con due governi, che però non spaventa tanto quanto attira il suo petrolio? La risposta è: a tanti. All’Italia, che con la Libia ha un rapporto particolare (contiamo tanto da suscitare fastidio tra gli alleati europei), alla Francia, alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. E poi al mondo arabo, all’Egitto, e al Qatar e agli Emirati, che giocano a Risiko coi loro soldi e i morti degli altri. Roma intrattiene rapporti con Tripoli da sempre, e le relazioni si sono intensificate dal 1988, quando tra la Libia e l’Occidente calò il gelo dopo l’abbattimento del volo Pan Am sui cieli della Scozia. L’Italia è rimasta costantemente legata alla nazione nordafricana, per retaggio coloniale e per interessi strategici, ben curati dal triangolo Eni, Enel e Saipem. Al contrario di quel che si pensa, l’Italia sa che cosa accade in Libia, molto meglio d’altri. Gli uomini dei servizi, che proteggono i lavoratori italiani sul terreno libico, svolgono una vitale azione d’intelligence per il nostro Paese. L’attuale capo dei servizi segreti della Repubblica italiana, Alberto Manenti, in Libia ci è nato.

La Libia è una miniera d’oro, che sforna il 38% del petrolio dell’Africa, che corrisponde all’11% dei consumi europei. A estrarre questo petrolio, a largo di Zuwarah, nell’est del Paese, c’è solo Eni. E questo agli alleati europei non va affatto bene. Non aggrada alla Francia, che ha avviato una conquista un po’ velata, quasi segreta, con le sue truppe speciali sul territorio libico da mesi, come ha rivelato Le Monde la scorsa settimana, suscitando l’ira dei vertici della difesa. In realtà, l’invidia d’oltralpe per la capillare e storica presenza italiana sul territorio libico è nota. Da quando Gheddafi impiantò la sua tenda nel cortile dell’Eliseo, nell’inverno 2007, sino al fragoroso intervento di Sarkozy, appoggiato da Cameron, il 19 marzo 2011, il passo è breve. E ora sappiamo, grazie alle prove emerse dal server dell’account mail dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, che cos’accadde davvero. Sarkozy inviò i suoi Rafale in Libia, senza neanche farci una telefonata, perché era intenzione di Gheddafi istituire una nuova valuta panafricana per tutti gli Stati filo-francesi del Sahel, compromettendo così Parigi, dove le ex colonie detengono il 65% delle loro riserve valutarie. Insomma ognuno fa i suoi interessi in Libia, da anni. Ma quel che si profila all’orizzonte per l’Italia ha tutta l’aria d’essere un “andate avanti voi”, una spinta, un incoraggiamento dietro le quinte. La conferma è la quantomeno inopportuna intervista dell’ambasciatore USA in Italia pubblicata dal Corriere della Sera. Phillips parla di un invio di 5 mila uomini italiani sul terreno. Frasi smentite da Palazzo Chigi, per quel che può contare. Ma la tendenza c’è, il terreno è pronto, e la Tripolitania ci aspetta.

Con le sue ricchezze energetiche la Libia vale 130 miliardi di dollari ora, e tre o quattro volte di più se tornasse ai livelli dell’èra Gheddafi, quando aveva l’indice di sviluppo umano ONU più alto di tutta l’Africa. È comprensibile che Francia e Gran Bretagna non vogliano lasciare tutto a noi. Per questo sono già sul terreno, la Gran Bretagna in Cirenaica e la Francia nel Fezzan, parte del suo Sahel, da mesi con truppe speciali e in gran segreto. Ci aspettano, perché non vogliono certo fare il lavoro sporco da sole. Il progetto è delineato, si punta alla creazione di uno Stato confederale, fatto dalle tre principali regioni divise tra Italia, Gran Bretagna e Francia, per spartirsi il controllo sulle risorse energetiche e lo spazio geopolitico. A noi la Tripolitania, agli inglesi la Cirenaica e ai francesi, naturalmente, il Fezzan. Nei pozzi, insieme all’Eni, la Francia vuole Total, Londra invece BP e Shell. (Fonte cartina: Il Sole 24ore).

Cartina 1

Nel frattempo, il mondo arabo gioca la sua partita. Al-Sissi supporta il generale Haftar, padre padrone della Libia orientale, rappresentante del governo di Tobruk (internazionalmente riconosciuto) ed ex condottiero di Gheddafi in Africa. Oltre al Cairo c’è il Qatar, che incanta coi suoi dollari gli islamisti di Tripoli, e gli Emirati, che hanno comprato l’appoggio dell’inviato ONU Bernardino Léon verso il governo di Tobruk. Questo disegno complicato, cui si aggiunge la Turchia, che dalla Siria ha rimandato i jihadisti in Libia, non tiene conto di diversi fattori. Primo, i libici. Il popolo libico è fatto di tribù, uomini che si combattono tra loro strenuamente, ma che impiegherebbero un secondo a rivoltarsi contro qualsiasi potenza straniera che tenti d’impossessarsi delle loro ricchezze. Secondo, l’ISIS. Il Califfato sguazza nel pantano libico, guadagna terreno alle porte dell’Europa, combatte contro una stremata ma gloriosa Tunisia, che difende in queste ore la sua democrazia a Ben Guerdane, ultima città prima dell’inferno libico. Terzo fattore, ma non meno importante, gli altri attori regionali. Oltre alla Tunisia, ci sono l’Algeria, il Marocco e gli altri Stati del Sahel. L’ex colonia francese, guidata dall’ottuagenario presidente Bouteflika, può saltare da un momento all’altro sotto le pressioni dell’instabile vicino libico. Non coinvolgere il Marocco in un’eventuale risoluzione del conflitto libico sarebbe poco saggio.
Da ultimo, gli Stati dell’area del Sahara sono estremamente instabili; una divisione della Libia in tre regioni provocherebbe implicite alleanze tra queste e le nazioni vicine, per motivi di protezione. Un Fezzan allo sbaraglio, anche se pieno di truppe francesi, è il più potenziale bacino di sfogo per Boko Haram, che aumenta la sua mortale presenza in Niger, con cui la regione del Fezzan confina. I disegni di spartizione porterebbero sì al quadruplo delle ricchezze d’ora in Libia, ma anche a un canale privilegiato del terrorismo, una fascia diretta che viaggia nel deserto, tra Califfato nero a jihadisti del Sahel. Non si può concepire scenario peggiore.
Tutto questo non significa che l’Italia, attore con interessi strategici enormi in Libia, tanto quanto la sua esposizione al pericolo terrorismo, debba stare ferma a guardare. L’abbiamo fatto nel 2011, e non è andata bene. Un qualsiasi intervento dovrà essere estremamente ponderato, valutato nei suoi costi, pensato nel suo significato, concordato con le Nazioni Unite e con interlocutori ufficiali in Libia. Dobbiamo difendere i nostri interessi, i nostri connazionali (basti pensare ciò che è successo a due di loro pochi giorni fa) e soprattutto il Paese, esposto enormemente al jihadismo attraverso le migrazioni dalla Libia. Però non bisogna cadere nella trappola (perché tale è) dell’invio di truppe da soli, allo sbaraglio, con Parigi e Londra che guardano da altre sponde.
La Libia non è la Siria. Lì ognuno combatte per un ideale, chi per l’ipotetica gloria del suo Dio, chi per un’agognata rivoluzione, chi per Assad. In Libia non c’è ideale, c’è l’inferno, il caos delle fazioni, che trovano ragione delle loro lotte solo nella ricchezza che quell’oro nero, che sgorga dai deserti bollenti, gli dona.

di Luca Orfanò - 10 marzo 2016

fonte: http://thefielder.net


Le opzioni per un intervento italiano in Libia



Voci, indiscrezioni e qualche notizia concreta consentono di ipotizzare quale potrebbe essere l’impegno militare italiano in una eventuale operazione in Libia. Operazione internazionale ma a guida italiana su cui premono (pure troppo !) gli Stati Uniti ma che per Roma non è attuabile finché non si concretizzeranno i prerequisiti richiesti per dare il via al dispiegamento di una missione di stabilizzazione e cioè la nascita e l’insediamento a Tripoli del governo di salvezza nazionale guidato da Fayez al-Sarraj. Ipotesi che appaiono oggi piuttosto remote.
I piani elaborati dal Comando Operativo di Vertice interforze contemplano diverse opzioni, in base allo sviluppo degli eventi, anche se nessuna decisione sia stata finora presa dal vertice politico.
Le forze navali già in campo con l’Operazione Mare Sicuro includono una mezza dozzina di navi, fucilieri di Marina e forze speciali (circa mille effettivi) destinati a proteggere le piattaforme off-shore ed eventualmente del terminal del gasdotto Greenstream di Melitha, a ovest di Tripoli.

 

Qualora il governo di al-Sarraj riuscisse a nascere con il supporto di tutte le fazioni libiche e a chiedere l’intervento  internazionale, l’Italia potrebbe assumere la guida di una missione di stabilizzazione approvata dalle Nazioni Unite ponendovi al vertice un generale di corpo d’armata.
La missione, che dovrebbe prendere il nome di Lybian International Assistance Mission (LIAM), verrebbe strutturata su più componenti con l’obiettivo di fornire sicurezza ad alcune aree e infrastrutture strategiche (come pozzi e terminal di gas e petrolio, sedi istituzionali e infrastrutture strategiche) oltre ad assicurare istruttori e consiglieri militari alle forze libiche che dovranno combattere lo Stato Islamico.

 

L’Italia è in grado di trasferire in Libia il comando della Divisione Acqui come quartier generale multinazionale. Si tratta di un comando costituito e preparato proprio per essere proiettabile ma per l’eventuale operazione in Libia pare metterebbe a disposizione solo i suoi veicoli e le strutture campali poiché il personale verrebbe probabilmente fornito dalla Divisione Friuli che non dispone di strutture per schierarsi all’estero e in Italia ha alle sue dipendenze le brigate Ariete, Friuli e Pozzuolo del Friuli.
Si tratta delle brigate che sembrano destinate a fornire contributi al contingente il cui grosso sarà probabilmente costituito dalla brigata paracadutisti Folgore e dai fucilieri di Marina della brigata San Marco oltrte ai consueti assetti di forze speciali.

 

Lo staff della Divisione Friuli si è del resto recentemente addestrato a Bracciano (esercitazione per posti comando Pegaus) simulando uno scenario “reso sempre più reale e aderente ai contesti operativi attuali”, come recita un comunicato pubblicato sul sito dell’Esercito.
Tra i mezzi non è certo vi siano limitate forze corazzate e d’artiglieria ma sarebbero previsti elicotteri multiruolo  NH-90, da trasporto CH-47 e da attacco AW-129D Mangusta.
Alla forza terrestre sono pronte a partecipare anche unità britanniche (con alcune posizioni loro assegnate nel comando) e tedeschi che vorrebbero schierare istruttori in Tunisia per addestrare le forze libiche.  Londra sta inoltre inviando in Tunisia 20 consiglieri militari per migliorare il controllo della frontiera libica attraversato dai miliziani dello Stato Islamico men te anche la Francia potrebbe essere della partita

 

La componente aerea potrebbe venire basata inizialmente a Trapani per poi trasferirsi eventualmente in un aeroporto libico ritenuto sicuro mettendo in campo aerei cargo C-130, velivoli teleguidati Predator e Reaper oltre a cacciabombardieri AMX  (4 sono già stati rischierati a Trapani per ogni evenienza) e Tornado da impiegare per compiti di ricognizione anche sui territori controllati dallo Stato Islamico.
La componente navale della LIAM verrebbe probabilmente assicurata inglobando la missione italiana Mare Sicuro e quella europea Eunavfor Med (già a comando italiano), nata per contrastare i trafficanti di immigrati clandestini ma che finora è risultata piuttosto inconcludente anche perché non è autorizzata a operare nelle acque libiche. Nel complesso l’Italia potrebbe mettere in campo da 3 a 5 mila uomini (per lo più dell’Esercito ma con componenti di Marina, Aeronautica e Carabinieri).

 

La determinazione di Roma di evitare il coinvolgimento in operazioni belliche contro lo Stato Islamico rappresenta però un limite alle ambizioni di guidare la missione internazionale ma potrebbe venire aggirata separando nettamente la LIAM dalle forze da combattimento che singoli Stati volessero mettere in campo.
Già ora le forze speciali francesi, britanniche, statunitensi e egiziane presenti in Libia rispondono a comandi nazionali. Una missione di stabilizzazione e una di combattimento,  come è già accaduto nei primi anni dell’intervento della NATO in Afghanistan quando la missione Isaf non aveva compiti di combattimento assegnati invece all’operazione “parallela” statunitense Enduring Freedom.
Nel 2011, in Libia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti mantennero forze da combattimento aeree, terrestri e navali sotto il comando nazionale che operavano in modo autonomo dal comando NATO di Napoli.
Differenziando compiti e missioni l’Italia avrebbe il suo “posto al sole” ma francesi, britannici, egiziani e statunitensi manterrebbero mano libera per operazioni militari tese a perseguire interessi nazionali, non necessariamente coincidenti con quelli italiani.

 

Non si può del resto escludere che il fallimento del governo di al-Sarraj induca gli alleati a scatenare un’operazione militare contro lo Stato Islamico in Libia anche senza “l’invito” di un governo locale. In tal caso l’Italia dovrebbe scegliere se chiamarsi fuori o partecipare alle operazioni ma, come nel 2011, con un ruolo che difficilmente sarebbe di leader.
In tal caso Roma potrebbe mettere in campo le forze d’élite, qualche centinaio di uomini per colpi di mano e incursioni dal mare e dal cielo, appoggiati dalle navi già oggi assegnate a Mare Sicuro e da una forza aerea di almeno una quindicina di velivoli tra AMX, Tornado ed elicotteri da attacco Mangusta:  un dispositivo non dissimile da quello attivato nel 2011 per le operazioni contro le forze di Gheddafi.
(con fonte Il Mattino)

di Gianandrea Gaiani - 5 marzo 2016,
fonte: http://www.analisidifesa.it

Gianandrea GaianiGianandrea Gaiani

Giornalista nato nel 1963 a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Attualmente collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Corriere del Ticino e con il settimanale Panorama sul sito del quale cura il blog “War Games”. Dal febbraio 2000 è direttore responsabile di Analisi Difesa. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

09/03/16

Se l’omicidio è gay, va detto. Per dovere di cronaca


luca varani 

Di solito non mi occupo di fatti di cronaca, però in questo caso faccio un’eccezione e mi riferisco al terribile omicidio di Luca Varani. La versione che è stata diffusa all’inizio e che ha creato enorme sensazione è quella che il ragazzo sia stato ucciso da Manuel Foffo e Marco Prato “per vedere l’effetto che fa”. Col passare delle ore però sono emersi altri aspetti tutt’altro che secondari.
I due omicidi non erano semplici amici, erano gay. Ma non tutti i giornali lo hanno scritto. Non tutti i giornali hanno scritto che facevano pesante uso di stupefacenti, di cocaina e di GHB meglio nota come la droga dello stupro. Non tutti i giornali hanno scritto che la vittima avrebbe accettato un incontro omosessuale in cambio di 100 euro.
Soprattutto Repubblica ha brillato per ipocrisia e omissioni. Non una riga su questi aspetti. Ma perchè? Perchè non raccontare tutti i dettagli raccolti dai cronisti sulla base di testimonianze e delle solite confidenze degli inquirenti?
Il Corriere della Sera, ad esempio, ha raccontato tutto e nei toni giusti. Repubblica invece no. E chi lo ha denunciato per primo, come Mario Adinolfi, è stato sommerso da critiche e insulti.


adinolfi


Il Fatto Quotidiano ha ripreso le sue denunce ma in modo davvero subdolo, usando tecniche ben note agli esperti di comunicazione, ad esempio facendo notare nel sommario dell’articolo che Adinolfi è l’ideatore del movimento No Gender nelle scuole ma è “un giocatore professionista di poker” e sin dalle prime righe dell’articolo che è uno degli animatori del Family Day, ma si è risposato a Las Vegas; insomma mettendo in dubbio implicitamente la credibilità dell’autore. Tecnica subdola ma sempre molto efficace, che mira a far sorgere nel lettore il pensiero: “Ah, ma è Adinolfi, un retrogrado”. Dunque, qualunque cosa scriva non ha legittimità.
Il problema è che ci troviamo di fronte agli eccessi del “politicamente corretto” che sfocia nel pensiero unico e settario. Qui non si tratta di criminalizzare i gay (ci mancherebbe altro!) ma di adempiere fino in fondo al proprio dovere di cronaca. Se questo omicidio fosse maturato sulo sfondo di relazioni eterosessuali, magari per gelosia, anche “Repubblica” avrebbe pubblicato tutto e con dovizia di dettagli. Invece in questo caso ha preferito l’omissione, totale, per ragioni fin troppo ovvie, evidenziando così un paradosso della nostra epoca. I gay, fortunatamente, possono vivere la propria sessualità senza più nascondersi e con ampia, diffusa accettazione da parte della popolazione. E’ una conquista civile, che comporta inevitabilmente anche parità di trattamento mediatico in casi drammatici di cronaca come quello di Roma.
Dovrebbe essere un requisito normale in una società libera e rispettosa. E di una stampa davvero oggettiva, davvero libera. Anche dai propri pregiudizi che sfociano in un’ingiustificata censura.