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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

05/05/14

Scuola libera? «Qui in America esiste perché vige il principio di responsabilità. Non comandano sindacati e burocrati»



Charles Glenn, esperto mondiale di sistemi educativi: «Per arginare lo Stato serve un modello come le charter school statunitensi. I cattolici? Prima di combattere la secolarizzazione dovrebbero riflettere su cosa insegnano»
liberiamo la scuola

Si fa presto a dire libertà di educazione, principio a tal punto intoccabile quando ci si muove nello spazio senza gravità delle pure idee che anche la burocrazia sopranazionale non manca di ammetterlo nella Dichiarazione universale dei diritti umani, nella Convenzione europea per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali e in decine di incartamenti belli e fumosi. Si fanno più complicate le cose quando il principio deve tradursi nella pratica terragna delle decisioni politiche, degli ordinamenti, quando tocca contemperare diritti che confliggono, trovare compromessi e far precipitare concetti chiari e distinti come “autonomia”, “merito”, “responsabilità” e “qualità” nel complicato reame delle cose perfettibili. Per tacere poi dei delicatissimi rapporti fra Stato, società civile e mercato quando si tratta di educazione. Come dev’essere la scuola? Pubblica, privata, parificata, charter, mista, unica, plurale, religiosa, secolare, obbligatoria, for profit, sindacalizzata? Bisogna virare verso l’homeschooling, dividere i maschi dalle femmine, abolire i voti, imporre il grembiule?
Su queste traduzioni del concetto di libertà di educazione il consenso diventa irrimediabile divisione, ma anche potenziale propulsore di soluzioni alternative. Liberiamo la scuola, il recente pamphlet in cui Andrea Ichino e Guido Tabellini propongono di affidare le scuole pubbliche alla gestione di soggetti della società civile, sottraendole all’inefficiente Stato centrale – sul modello delle charter school americane –, ha attirato molti complimenti teorici e molto silenzio pratico. Perché fra sindacati, graduatorie, reclutamento centralizzato degli inseganti, burocrazia diffusa e l’immancabile retaggio moderno dello Stato che eroga servizi in modo esclusivo e con rigoroso spirito egalitario (e pazienza per la liberté), riformare l’immobile sistema scolastico, in Italia, è un’impresa che fa sembrare la soglia del 3 per cento nel rapporto fra deficit e Pil un obiettivo facilmente abbordabile.

Bill de Blasio 

Quando il privato è pubblico
Le idee ragionevoli e moderate di Ichino e Tabellini mettono il dito in una delle ruote principali del gigantesco ingranaggio scolastico, quella che riguarda i soggetti titolati a offrire un servizio educativo finanziato dal contribuente. Se nessuno è profeta in patria, i profeti bisogna cercarseli all’estero, e il modello delle charter school americane e delle grant maintained inglesi offre un’ipotesi esportabile, almeno a livello teorico.
Funziona così: un soggetto privato, di solito un’associazione di genitori, ma anche soggetti del terzo settore creati ad hoc, s’incarica della gestione di una scuola, dalla selezione degli insegnanti alla creazione dei programmi fino alla gestione tecnico-amministrativa. Non lo fanno però in un vuoto spazio di autonomia, ma attenendosi a rigorose linee guida fissate dallo Stato, il quale non esce di scena, ma gioca la sua funzione fondamentale nel ruolo di giudice e garante di questi istituti a gestione mista. Se una scuola supera gli standard statali riceve i finanziamenti pubblici che la tengono in vita, se non li supera chiude. L’autorità statale si occupa della concessione dello status di charter e della valutazione del servizio, ma non entra nel merito della proposta educativa né s’infila nella struttura organizzativa del singolo istituto.

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Prendiamo ad esempio New York. Quando Michael Bloomberg è diventato sindaco, nel 2002, c’erano duemila studenti iscritti alle charter school della città, ora gli studenti sono 70 mila, con risultati di rendimento superiori alla media, specialmente nei quartieri più poveri, dove le charter non sono soltanto erogatori di conoscenze ma anche propulsori della valorizzazione di aree urbane difficili. Bloomberg probabilmente verrà ricordato più per i metodi spicci della sua polizia e per le paturnie paternaliste per salvaguardare la salute pubblica, ma il punto del programma su cui ha investito più tempo ed energie è quello scolastico, entrando in una guerra di logoramento con i sindacati degli insegnanti in una città che viene messa in ginocchio anche soltanto da un’agitazione sindacale dei guidatori di school bus.
Ora il suo successore, Bill de Blasio, animato da un senso dello Stato onnipresente e livellatore che non sfigurerebbe nell’Europa novecentesca, la guerra la sta facendo proprio alle charter school, che fra i benefici concessi dall’amministrazione cittadina avevano quello, nient’affatto secondario, specialmente a New York, dell’affitto gratuito dei locali. I sindacati gongolano, assai meno le famiglie che vedono nelle charter la possibilità di trovare un’offerta formativa adeguata alla loro visione del mondo, e ancora meno i gestori di un servizio cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni.

GLENN

Chi vede nelle charter un modello positivo è Charles Glenn, professore di “Educational Leadership” alla Boston University, uno dei massimi esperti mondiali di sistemi educativi. Per vent’anni ha lavorato come funzionario scolastico nel Massachusetts, stato modello per il sistema scolastico, e ha condotto ricerche a livello internazionale sulla storia dell’educazione, la competizione fra modelli scolastici, il rapporto fra educazione e religione, la sociologia educativa e la giustizia sociale legata allo sviluppo del settore formativo.
La confidenza con certi termini della burocrazia scolastica italiana testimonia una profonda conoscenza del nostro sistema «messo in ginocchio dal modo rigido con cui vengono reclutati gli insegnanti». Con il libro Il mito della scuola unica (Marietti, 2004) ha smontato l’idea della scuola centralizzata e “one size fits all”, come dicono gli americani. In un recente articolo apparso sulla rivista Vita e Pensiero spiega che la libertà di educazione, per essere veramente tale, deve contemplare due diritti fondamentali, anche se non assoluti: il diritto dei genitori di scegliere «la forma di educazione che essi ritengono possa contribuire meglio alla crescita dei figli come esseri umani» e quello degli insegnanti di «lavorare in una scuola che riflette le loro convinzioni personali e professionali relative all’educazione».
In un’intervista con Tempi, Glenn spiega innanzitutto che le «scuole che funzionano sono come le famiglie che funzionano: non le puoi creare a tavolino, c’è un aspetto che sfugge al controllo dei politici, degli insegnanti e degli esperti di educazione» e contemporaneamente osserva che «l’Occidente sta vivendo una fase di creatività educativa».

Manifestazione studenti e lavoratori della scuola contro il Governo Monti 

Creatività? Dice sul serio?
Certo. Ci sono molte situazioni in cui chi è incaricato di scrivere le politiche scolastiche deve rispondere a genitori sempre più insoddisfatti dell’educazione dei propri figli. I dati Ocse testimoniano la generale debolezza dei sistemi educativi, e questo spinge verso il cambiamento, che non necessariamente coincide con un miglioramento, ma trovo che sperimentare forme diverse sia un bene, specialmente nei sistemi molto centralizzati.
In Italia tutta questa sperimentazione non si vede. Chi propone moderate interazioni fra pubblico e privato si trova, quando va bene, isolato dal dibattito.
Uno dei grandi problemi dell’Italia è che per qualche motivo le Regioni non si sono assunte le responsabilità della gestione del sistema scolastico, come previsto dalla Costituzione. Questo fa sì che le questioni fondamentali vengano decise a Roma, soprattutto per quanto riguarda il reclutamento degli insegnanti. Questo ha due conseguenze immediate: ostacola la crescita di scuole alternative a quelle statali, e fa un enorme favore ai sindacati, che non sto qui a ripetere quanto siano potenti. Trovo che questo vincolo centrale, che ha origini culturali antiche, costituisca la grande differenza fra il sistema italiano e quello anglosassone.

obama-michelle-scuola 

Quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato nella scuola?
Voglio fare una precisazione: non sono un libertario, lo Stato non è il mio idolo polemico. Ho lavorato nel settore pubblico per vent’anni e credo fermamente che lo Stato abbia un ruolo importante e positivo. Ma deve essere un ruolo chiaramente circoscritto. Prendiamo l’esempio delle charter school: in quel caso lo Stato risponde al modello “tight-loose” (stretto-lasco, ndr), cioè è stretto nella valutazione ma lasco nella selezione del personale, dei programmi, dei metodi di gestione. In quel caso lo Stato trova il suo giusto posto, quello di garante e guardiano dell’efficienza di un istituto. Se una scuola non funziona deve chiudere, ma se funziona deve poter procedere in autonomia. Solo introducendo l’idea della responsabilità si possono ottenere questi risultati, e questo implica, ad esempio, un sistema pubblico che giudichi davvero le scuole.
Perché è così difficile esportare questo modello?
Due ragioni: una è quella sindacale cui accennavo prima. Gli insegnanti delle charter in America non sono obbligati a iscriversi a un sindacato, quindi si tratta di una minaccia per le Unions. E chiaramente i sindacati americani sono molto meno potenti di quelli europei. La seconda ragione è ideologica. Molti burocrati e politici sono contrari alla scelta fra varie alternative scolastiche, perché intacca il pensiero dominante, quindi ogni volta che si parla di rapporto fra pubblico e privato gridano alla svolta mercatista, alla mercificazione dell’educazione, al capitalismo selvaggio e ad altri spauracchi assai radicati fuori dal mondo anglosassone.

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In America si parla molto di Common Core, i programmi scolastici standardizzati. Qualcuno trova questo modello, in cui un gruppo di tecnici decidono le linee guida, potenzialmente rischioso per la libertà di educazione. Cosa ne pensa?
Sono un sostenitore del Common Core, il che non significa che sia il migliore dei modelli possibili, ma dobbiamo renderci conto che ci muoviamo nell’ambito dei compromessi. La relazione fra gli standard e la libertà è il grande tema di riflessione in questo momento, e io trovo innanzitutto che avere linee guida uguali per tutti sia importante per chi è povero e per le scuole più disastrate, sarebbe un miglioramento decisivo per chi è ai margini. L’impatto sociale di una riforma non è mai trascurabile. Quello su cui insisto è che esista sempre la possibilità per le scuole di avere curriculum diversi ma equiparati allo standard, creando un sistema di eccezioni motivate, uno standard flessibile, che è praticamente un paradosso ma può funzionare.
Una schiera di professori cattolici vede annidarsi nel Common Core una certa idea dell’uomo e del mondo contraria a quella cristiana, secondo uno schema di “neutralizzazione” dell’educazione già visto altrove, dalla Francia della laïcité alla zapateriana “Educación para la Ciudadanía”. Le pare una preoccupazione reale e condivisibile?
L’ideologia può annidarsi ovunque, non c’è dubbio su questo. Ma l’idea, secondo me, è che i cattolici e tutti i gruppi religiosi, dovrebbero insegnare questi standard in un modo che riflette la loro “worldview”, hanno tutti gli strumenti per discernere e giudicare. Si può insegnare l’evoluzionismo senza aderire allo scientismo darwinista, come la legge olandese prevede con un escamotage che, secondo me, è un buon esempio di compromesso. In questo periodo sto studiano il modo in cui le scuole islamiche americane spiegano il concetto di cittadinanza, che è una grande sfida. Ma io non credo che il modo di risolverla sia eliminare la questione della cittadinanza dai programmi per non entrare in conflitto con l’identità religiosa della scuola. Le posso dire qual è la vera difficoltà delle scuole cattoliche, almeno in America?
Prego.
Uno studio importante, il Cardus Study, ha osservato che le scuole cattoliche hanno un enorme successo a livello accademico. L’incidenza degli studenti che una volta diplomati accedono alle università più importanti è altissima, così come il placement nel mondo del lavoro. Non dico che iscriversi a una scuola cattolica sia garanzia di successo, ma quasi. Il problema è che non hanno successo nell’educazione alla fede. Gli studenti tendono ad abbandonare la Chiesa in modo massiccio. Per gli evangelici è vero il contrario: le loro scuole sono peggiori, ma gli studenti rimangono legati alla Chiesa. Questo per dire che i cattolici devono fare un enorme lavoro sul contenuto della loro proposta educativa, sull’idea antropologica che comunicano. Sono pure d’accordo sulla battaglia contro la secolarizzazione forzata e i dettami del laicismo, ma forse bisognerebbe prima riflettere sul tipo di educazione che viene impartita negli spazi di libertà di cui attualmente le scuole cattoliche godono.

maggio 5, 2014 Mattia Ferraresi
 
fonte: http://www.tempi.it 


Vicenda Fucilieri di Marina: dovrebbe essere iniziata una nuova fase, quale?



maro

Appena 10 giorni orsono tutti coloro che dal primo momento si occupano della triste vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, hanno gridato un entusiastico “evviva!” leggendo le agenzie di stampa attraverso le quali la Ministro Mogherini annunciava l’inizio di una nuova fase per i due Fucilieri di Marina.
Dopo mesi di buio assoluto, infatti, in cui il Governo Letta aveva proseguito la linea di accondiscendenza nei confronti dell’India instaurata dal Governo Monti, qualcosa di nuovo sembrava affacciarsi all’orizzonte.
De Mistura l’inviato speciale italiano veniva sollevato dall’incarico di “inviato speciale” seppure accompagnato da parole di “summa cum laude” in cui probabilmente ha creduto solo lui  dopo che il suo machiavellico approccio al problema aveva prodotto i risultati a tutti noti.
Finalmente la Responsabile della Farnesina ci faceva sapere che “E’ stato avviato un percorso di procedura internazionale sul caso dei due fucilieri detenuti in India”, sostituendo le ricorrenti assicurazioni del precedente Ministro che per quasi un anno insieme a de Mistura ci avevano assicurato con cadenza ciclica “un processo rapido ed equo”, con qualcosa di concreto sul piano giuridico. Qualcosa da tempo auspicato da moltissimi, esperti di Diritto Internazionali, analisti di situazione, esperti di pirateria marittima, comuni cittadini ed in primis l’Ambasciatore Terzi che dall’11 marzo 2012 tuonava, solo contro tutti, la necessità di ricorrere all’Arbitrato internazionale.
Una voce quella della Mogherini a cui faceva da controcanto l’altra importante dichiarazione del Ministro della Difesa Pinotti che nella stessa circostanza invocava il diritto italiano di garantire ai due militari l’immunità funzionale, prerogativa riconosciuta in tutto il mondo e non invocata – almeno per quanto noto – solo dai predecessori della Pinotti nei precedenti Governi Monti e Letta.
La Ministro in quei giorni annunciava quindi l’inizio di “una fase nuova” anche se forse iniziata in un modo non completamente condivisibile, partendo da un atto ufficiale come la quinta nota verbale inviata all’India, riservandosi di decidere il tipo di passi successivi da compiere dopo la risposta indiana.
Oggi, 5 maggio tutto è tornato nel silenzio più assoluto come se il problema dei due Marò non esistesse da 800 giorni. Così però non è e lo  sappiamo tutti noi che in questi lunghi mesi non ci siamo mai arresi e non ci arrenderemo  di fronte all’isteresi che contraddistingue molti dei livelli Istituzionali impegnati nella vicenda specifica.
Non ci si può accontentare solo di dichiarazioni del momento peraltro, si conceda l’espressione, viziate da un’inerzia incomprensibile dal momento che il MAE ancora produce note verbali quando, generalmente, dopo la prima nota formalizzata senza esito si procede agli atti che il Diritto Internazionale mette a disposizione, primo fra tutti l’Arbitrato.
Non ci si può accontentare che il Premier Renzi continui ad assicurare il suo personale impegno nella vicenda e di farsi carico di parlare della vicenda  con il Segretario Generale delle Nazioni Unite, dimenticando alcune precedenti posizioni dello stesso sul problema e dimenticando, soprattutto, che un’ingerenza ufficiale delle NU nel caso specifico non rientra nelle attribuzioni dell’ONU. Ci saremmo aspettati, invece, un’iniziativa che confermasse l’approccio decisionista che sembra contraddistinguere l’attuale Premier: avviare immediatamente un Arbitrato Internazionale, prassi usuale in ambito di controversie fra Stati che solo l’Italia ha abiurato nel caso di due Marò, forse per non disturbare altri interessi ben più importanti della sorte di due militari svenduti ad un Paese Terzo.
Il silenzio di regime è tornato ad essere imperante e quello che più preoccupa, fatte salve poche eccezioni, è la condivisione del mutismo da  parte degli organi di informazione forse più interessati a non disturbare chi garantisce loro il sostegno pubblico attraverso le prebende di Stato. Aspettiamoci altre parole a ridosso del 25 maggio, sicuramente non fatti.


E’ assurdo che i Presidenti delle Commissioni Esteri e Difesa sono stati pronti a far sentire il loro sdegno con altisonanti proponimenti che tali sono rimasti, quasi che esistano note di linguaggio di regime che non possono essere superate.  E’ una vera e propria presa in giro che non credo gli italiani meritino, soprattutto Massimiliano, Salvatore e le loro famiglie.
Tutto ciò è inaccettabile in quanto lede i diritti dei cittadini di una democrazia moderna ai quali non può essere negata l’informazione in particolare quando trattasi della sorte di due Militari italiani colpevoli solo di aver adempiuto il compito loro assegnato.
Non lasciamoci trascinare dal silenzio, non lasciamoci convincerci che la riservatezza gioca a vantaggio dei nostri “fratelli” e scuotiamo la polvere che si è depositata su tutti i media per nascondere la loro accondiscendenza a ciò che i regime vuole o non vuole.
L’annunciata nuova fase ormai è tempo che inizi e non sia invece l’ennesimo motivo per guadagnare tempo nell’affrontare una vicenda che ormai ha del grottesco se non fosse vera e per la quale cediamo giorno dopo giorno un pezzo di credibilità nazionale.
Massimiliano e Salvatore attendono da troppo tempo alla stessa stregua delle loro famiglie, non dobbiamo renderci complici di chi forse ha già pianificato di accettare condanne lievi, un rientro (quando?) in Italia in base ad accordi bilaterali sottoscritti con l’India sulla sorte dei delinquenti comuni dei due Paesi ed intanto prende tempo stilando note verbali.
Non stiamo contrattando lo scambio di merci ma della vita e del futuro di nostri concittadini che hanno scelto di dedicare la propria vita al servizio dello Stato.

Fernando Termentini - 5 maggio 2014

fonte: http://www.lavalledeitempli.net

04/05/14

Perché l’Est Ucraina non è la Crimea


 

 

 
(foto: Wikipedia)

Quello che sta accadendo nelle città occupate dei filorussi è estremamente più complesso, confuso e potenzialmente pericoloso di quanto non fosse la situazione della penisola crimeana, geograficamente delimitata e abitata da una popolazione per la stragrande maggioranza russa. Gli scontri di Donetsk, Kharkiv e di altre città hanno aperto una nuova fase della crisi ucraina e nessuno può dire con certezza quali saranno le conseguenze per il futuro assetto del paese e le sue relazioni internazionali. Per meglio comprendere le implicazioni di questa situazione è necessario domandarsi quale porzione dell'Ucraina è realmente da includere in questo “Est” in rivola, quali sono le sue divisioni etno-linguistiche, perché le regioni orientali sono così importanti per l’economia del paese, chi le governa e che relazioni ha con Mosca, qual è - se c’è - una strategia russa dietro ai disordini e perché difficilmente potrà replicarsi uno scenario simile a quanto avvenuto in Crimea con un referendum secessionista plebiscitario e una rapida annessione alla Russia.

A differenza della Crimea, l’Est ucraino è un’area dai confini più incerti e dall’identità più eterogenea. Questo articolo del Moscow Times ripercorre la turbolente storia del Donbas a lungo conteso tra Ucraina e Russia e in particolare la questione della città di Odessa, secondo Putin parte della cosiddetta "Novorossia" in quanto non facente parte dell’Ucraina ai tempi della Russia zarista, ma situata al confine con la Moldavia, a ovest. Inoltre, la diversa composizione etnica rispetto alla Crimea rende queste regioni meno favorevoli a una possibile annessione alla Russia come dimostra il sondaggio condotto dal Istituto di sociologia di Kiev.
 
Seppur interessate da una pesante crisi economica, le regioni orientali dell’Ucraina restano le locomotive del paese. La sola regione di Donetsk, che occupa il 5% del territorio nazionale e ospita circa il 10% della popolazione, produce più del 20% del prodotto interno nazionale e un quarto del suo export. Nonostante l’est resti la parte più ricca del paese (mappa) la recente crisi del settore estrattivo, perno dell’economia locale, e la chiusura di diverse grandi fabbriche hanno compromesso le capacità industriali della zona, rendendola per la prima volta dipendente dai sussidi pubblici, come riferisce Deutsche Welle.
 
Appena insediato, il governo di Kiev - per evitare le ritorsioni dell'est dell'Ucraina, tradizionalmente sostenitrice di Yanukovich - ha subito nominato come governatori diversi oligarchi proprietari di grandi imprese nazionali, contando sulla loro influenza (Ria Novosti) Questo, come spiega il Carnegie, è stato permesso dalla prontezza degli oligarchi a cambiare bandiera presentandosi improvvisamente come filoeuropeisti, sostenitori di Euromaidan e quidni antirussi. Come dimostrano le continue dichiarazioni in merito del Presidente Putin (si vedano ad esempio le prime battute della sua diretta alla tv nazionale, questo tema è poco discusso dalla stampa occidentale ma centrale nel dibattito politico russo, che sa da un lato di poter ricattare gli oligarchi, molto dipendenti dagli scambi con Mosca, e allo stesso di poter sfruttare l'ostilità della popolazione nei loro confronti, confermata da sondaggi indipendenti dell'Istituto di sociologia di Kiev.
 
Per capire la strategia russa serve conoscere l’evoluzione della politica estera di Putin: per il professor Galeotti (NYU) è stata estremamente pragmatica durante i suoi primi due mandati (2000-2008), ma molto meno prevedibile già dal 2012, fondata su un’idea autocratica di eccezionalismo del popolo russo che spiega bene il perché della crisi ucraina. Da questa premessa generale tutti gli esperti, tra questi Eugene Rumer del Carnegie, distinguono l’azione russa in Crimea dalla “nuova fase” a cui stiamo assistendo nell’est dell’Ucraina: al contrario che per la penisola, nel secondo caso la Russia non sembra avere alcuna strategia predeterminata e sa di rischiare molto. Nonostante ciò ad opinione del National Interest l'intervento militare nel Donbass non è per niente da escludere.
 
Su modello di quanto avvenuto in Crimea anche le regioni orientali dell’Ucraina vorrebbero tenere un referendum secessionista, verosimilmente l’11 maggio. Tuttavia, difficilmente si ripeterà il risultato plebiscitario crimeano in quanto molte sono le differenze tra i due situazioni. Ad esempio, fa notare il Time, la percentuale di russofili è sensibilmente inferiore e il governo centrale ha avuto molto più tempo a disposizione per inviare forze di sicurezza nella regione orientale. Inoltre, i gruppi armati che occupano i palazzi pubblici e issano bandiere secessioniste non rappresentano gli interessi di quella maggioranza silenziosa che, riporta Aljazeera, si accontenterebbe di poter usare il russo come lingua madre e godere di ampia autonomia all’interno di un’Ucraina più federale.

fonte: http://www.ispionline.it - 30 aprile 2014



03/05/14

Nazioni SENZA ricchezze e ricchezze SENZA Nazioni !






Majolino_PaoloPaolo Majolino

Ho già denunciato l’anno scorso, con un dettagliato articolo, questa ennesima mossa per ridurci ad essere sempre più poveri ed indifesi.
Se la politica è prona ai poteri economici, chiedo ed invito la MAGISTRATURA: unico baluardo rimasto al Popolo, ad attivarsi acchè sia fatto tutto il possibile per evitare questo inimagginabile pessimo futuro.
Buona Stella a Tutti i Magistrati!
Da “Realeinformazione”
SAPETE CHE COS’ E’ IL “TTIP” ?? E’ il “THE TRANSATLANTIC TRADE & INVESTMENT PARTNERSHIP”  ENTRERÀ IN PIENO VIGORE ENTRO IL 2016 IN TUTTI GLI STATI CHE FANNO PARTE DI QUESTI ACCORDI PER LA GLOBALIZZAZIONE E CHE I NOSTRI POLITICI SEGRETAMENTE HANNO FIRMATO, DECAPITANDO LA VITA DEGLI IGNARI CITTADINI…INFATTI: CHIUNQUE E QUALUNQUE ORGANIZZAZZIONE DI CITTADINI PROVI A FERMARE L OPERATO DI QUALSIASI MULTINAZIONALE PER DANNO AMBIENTALE, EPIDEMIE COLPOSA, DANNI ALIMENTARI, PAGHERANNO DI TASCA LORO QUESTE ULTIME, PERCHÉ ABBIAMO NOI CITTADINI, CREATO INGENTI DANNI AI LORO PROFITTI.. PRATICAMENTE GIOCANO CON LE NOSTRE VITE E NON LO SAPPIAMO !!

Aprite il link

https://www.facebook.com/photo.php?v=648771558511785

FONTE: “Realeinformazione” / http://www.lanuovaitalia.eu

02/05/14

Rivelazioni: dopo le europee il diluvio !






Mi riferisco esclusivamente all’Italia. Un caso ha voluto che il sottoscritto abbia potuto accedere a “notizie riservate” che riguardano la reale situazione italiana, il rapporto fra il governucolo Renzi e la scadenza elettorale europide, ciò che accadrà al paese dopo questo appuntamento. Non posso e non voglio rivelare la mia fonte d’informazione. Non lo farò mai, neppure se mi arresteranno e mi metteranno sotto tortura. Quel che posso anticipare è che si tratta di “notizie riservate” di larga massima, ma sufficienti per rivelare i contorni di un vero e proprio piano, ordito per l’Italia … anzi, contro il nostro paese. L’attore sub-politico principale, qui, in loco, è il pd. Il pd da considerarsi nel suo complesso, senza distinzioni di corrente, quale forza collaborazionista ed euroserva organizzata. Matteo Renzi non è “colui che cambia le cose”, come alcuni credono, ma è solo l’ultima espressione mediatico-propagandistica del pd. Di tutto il pd. Chi tira i fili sta ovviamente fuori dalla penisola, molto sopra la dimensione nazionale.
Dunque … le informazioni che ho ricevuto provengono dal “ventre della balena”, o meglio, di quella disgustosa balenottera chiamata pd. Nonostante la sostanziale compattezza del partito euroservo, neoliberale e americanista, è evidente che non tutto può filar liscio al suo interno, e che gli odi reciproci, le vendette, le imboscate, le fronde di burocrati scontenti non cessano dietro le quinte. E’ così che si producono le “fughe di notizie”, provenienti da fonti bene informate.
A. Prima informazione, che ci chiarisce con chi e con cosa abbiamo a che fare, a che razza di sub-potere siamo sottoposti. Non c’è alcun dubbio che Il pd opera costantemente, sotto vari mascheramenti di corrente e sotto vari nomi (renziani, bersaniani, lettiani, cuperliani, civatiani), contro il popolo e il paese. Fin dall’inizio ho avuto ben chiaro che l’”operazione Renzi” mal celava una natura squisitamente mediatico-elettoralistica, nonché lo scopo di trattenere consenso, a livello di massa, evitando di scoprire le carte e rinviando tutto a dopo le europee. Infatti, la mia fonte conferma in pieno questo sospetto, che per me era già diventato certezza. La legislatura deve – ripeto, deve – restare in piedi fino a scadenza naturale, cioè fino al 2018, o mal che vada ancora un paio d’anni (seconda metà del 2016, inizi 2017). Questo per consentire di “fare le riforme”, di avviare e di applicare fino alle estreme conseguenze l’arcinoto fiscal compact (per noi, legge del 24 dicembre 2012, n. 243), il mes (meccanismo di stabilità, a tutto favore delle banche dei paesi europei più forti) e il cosiddetto erp (european redemption fund, sulle garanzie per le “eccedenze del debito pubblico”) che è minacciosamente in arrivo. Inoltre, il risultato del pd alle europee non può essere troppo basso, perché si deve mostrare che il consenso popolare alle controriforme neoliberiste e all’eurounionismo c’è. Ecco il perché del successo di Matteo Renzi, almeno fin che dura.
Nella realtà, Renzi non è il frutto di una rivoluzione generazionale e/o riformista, ma il suo esatto contrario. Egli è l’immagine scelta dalla burocrazia politica piddina – che è molto più compatta di ciò che appare, su certe questioni di fondo – per raggiungere due importanti obiettivi, elencati di seguito in ordine temporale.
1) Affrontare la scadenza elettorale di maggio senza troppe perdite, o addirittura con successo. La tenuta del pd, o addirittura una sua vittoria alle europee, allungherebbe la vita alla legislatura. Almeno quanto basta per … 2) “Fare le riforme” rapidamente, come ordinato dai padroni sopranazionali, ma ovviamente dopo le elezioni di maggio. La verità è che i vari D’Alema, Bindi, Finocchiaro e poi Bersani, Fassino, Veltroni e compagnia bella non sono stati “rottamati”, non sono scomparsi, ma sono sempre presenti, sia pur in posizione defilata. Sono loro, di nascosto, di comune accordo, talora fingendo aperta ostilità nei confronti del sindaco di Firenze, che hanno deciso di lasciare che il “ciclone Renzi” si sfoghi (ciclone, come l’ha chiamato il ciarpame giornalistico). E questo – udite, udite! – nonostante qualche perplessità di Napolitano, che sapeva del gioco fin dall’inizio, un po’ ha resistito, ma poi improvvisamente ha “mollato” Letta. A quel punto, una ventata di novità era di vitale importanza, e così la simulazione della rottura dei ponti con il passato (“l’Italia cambia verso”), in nome del rinnovamento. Tanto il popolino, per come è stato ridotto, ci sarebbe cascato di sicuro.
Da ciò che mi è stato detto appare chiaro che nel pd non vi è mai stata vera lotta fra il vecchio e il nuovo. Solo una trista rappresentazione scenica, a uso e consumo di un elettorato sempre più idiota e manipolabile. Inscenare le primarie con vincitore già deciso e la “comunicazione” renziana amplificata dai media, rientrano pienamente in questo ordine d’idee. La cosa divertente, che mi rivela la mia fonte d’informazione, è che Matteo Renzi, pur non essendo un’anima bella, un illuso o un grullo, ma un figlio di puttana sotto mentite spoglie, non è del tutto consapevole di questo. Cioè di essere un mero prodotto della propaganda, della burocrazia politica piddina, dei media “salva-pd” e affossa-verità. Nonostante si guardi le spalle e nutra in proposito qualche sospetto (si pensi alla spinosa questione del senato e al disegno di legge del “ribelle” Vannino Chiti), Renzi crede veramente di essere il gran capo del partito collaborazionista e di poterlo cambiare a suo piacimento. Sta di fatto, però, che Letta è stato esautorato non tanto dall’esuberante ciarlatano di Firenze, che ha eseguito la sentenza davanti ai media, ma dal suo stesso partito, i cui “dinosauri” restano prudentemente nell’ombra. Questo ci fa capire perché, nonostante Renzi invocasse elezioni politiche per la sua investitura, il suddetto è diventato presidente del consiglio senza elezioni, per volontà dei burocrati del pd. Ciò spiega, altresì, perché i cosiddetti renziani, che fino a ieri erano quattro gatti, oggi sono maggioranza (o quasi). Il bello è che nella realtà non ci sono renziani, bersaniani, lettiani, civatiani, eccetera eccetera, ma solo piddini.
Non ci sono stati (e non ci sono) scontri fra “conservatori” e “riformisti”, fra “rivoluzionari” e “reazionari”, se non nella proiezione mediatica esterna, ma vi è sempre unità d’intenti nel servire, fino alle esterne conseguenze, il padrone euroatlantista. Come mi conferma la mia fonte, gli stessi renziani, proliferati in pochi mesi, non sono che mascheramenti per conseguire i due obiettivi prima elencati. I burocrati piddini sanno che possono (e anzi, in certi momenti devono) fingere che ci sia un po’ di maretta nel partito, su temi importanti (legge elettorale, decreto lavoro, riforma del senato) dando la sensazione che il “pluralismo” delle opinioni e la democrazia esistono … e sono nel dna del pd. Dato che il programma politico applicato è unico (deciso nel sopranazionale), lo fanno unicamente per catturare e trattenere il consenso di coloro che, altrimenti, gli volterebbero la schiena disgustati. Ma sanno altrettanto bene che non possono spingersi fino al limite di rottura, proprio perché il confronto interno è una finzione. Così Civati, così Fassina, così tutti i finti oppositori di Renzi.
Ciò che ho rivelato fin qui ad alcuni potrà sembrare ovvio, ma la cosa importante è che mi è stato detto con chiarezza – in via del tutto riservata – da chi conosce bene esponenti del direttivo piddino (e forse della presente o passata segreteria, ma su questo voglio lasciare il dubbio) che con lui parlano e talora privatamente si confidano. Pensate in quale merda un intero popolo, quello italiano, è costretto a sguazzare!
B. Seconda informazione, riguardante il programma di governo e le “riforme”. Qui viene il bello … e il drammatico per il paese. Gli alti gradi piddini sanno bene che tutto è rimandato a dopo le europee. Una piccola sosta, nella strage sociale, può essere accettata dal padrone o addirittura da lui consigliata, e infatti lo è. Non a caso lo spread sta andando in discesa, con puntate sotto i 160 punti. E’ in discesa “politicamente”, in attesa di ripartire dopo il 25 di maggio, se non si rispetteranno i parametri e i trattati con l’unione. O anche se si rispetteranno a fatica, potrà schizzare ugualmente verso l’alto, perché la posta in gioco delle riforme è altissima. Questo lo pensano i piddini di vertice che si confidano con il mio “informatore” (o “informatrice”, voglio mantenere l’ambiguità). Anzitutto, gli ottanta euro propagandistici, netti e mensili, da erogare ai lavoratori poveri, è certo come la morte che saranno “una tantum”, fino alla fine dell’anno in corso, o poco oltre. Nessun piddino lo ammetterebbe mai in pubblico, ma tutti lo sanno, Renzi e le sue veline compresi. Le coperture in tal caso sono provvisorie e non reggeranno a lungo, soprattutto se dopo le europee si dovranno fare le “riforme”, quelle vere che restano in caldo, quelle richieste dagli euroglobalisti. Nonché rispettare il pareggio di bilancio, alimentare il mes e sottomettersi all’erp dando garanzie per le “eccedenze” del debito oltre il 60% del pil. Ai vertici del pd (direzione, segreteria) sanno che non è nemmeno lontanamente pensabile ricontrattare con successo le regole europoidi, semestre o non semestre italiano di presidenza. Quindi finora hanno mentito sapendo di mentire, come avverte il mio “informatore” (o la mia “informatrice”?). Ed ora i dolori in arrivo per il pubblico impiego. I dipendenti pubblici a rischio saranno – udite, udite! – almeno duecentomila (se non duecento e cinquanta mila), con buona pace per gli ottantacinque mila pensionamenti anticipati 2014 e prepensionamenti annunciati a suo tempo da Madia. Inoltre, l’espulsione dei “vecchi” dal pubblico impiego (non tutti pensionati o prepensionati!), contrariamente a quanto ha cercato di far credere Madia, non libererà posti di lavoro in egual misura per i giovani disoccupati. Neppure lontanamente (e con il blocco del turn over come la mettiamo?). Se questo ancora non bastasse, ci sia avvierà a un blocco praticamente perpetuo delle retribuzioni nel pubblico impiego, che dovranno essere rapidamente compresse (complice lo spread in risalita e la maggior spesa per interessi). Se i dipendenti pubblici sapessero tutto questo, voterebbero alle europee per il pd e per le veline-capolista di Renzi? Sul fronte del lavoro e della contrattualistica nel settore privato, c’è poco da aggiungere a quanto già si sa. Tranne che, mi avverte la mia fonte, il contratto d’ingresso renziano avrà tutele … ben poco crescenti, dando per certa un’ulteriore diffusione della precarietà. Per questo è stato rinviato. Pensionati e precari è certissimo (come la morte, ma purtroppo la loro) che non avranno un emerito cazzo, né il prossimo anno né quello successivo. Nonostante Renzi dica, a poco meno di un mese dalle europee, di voler intervenire a loro favore nel 2015.
Per ora, questo è quanto. E’ tutto ciò che sono riuscito a ricavare dalla mia fonte. Ho cercato di riportarlo al meglio, in modo sintetico ma esaustivo. Se in futuro avrò altre “soffiate”, non mi farò scrupolo di pubblicarle su Pauperclass.
Ad infima!

di di Eugenio Orso  - 1 maggio 2014
* FONTE: http://www.informarexresistere.fr/2014/05/01/rivelazioni-dopo-le-europee-il-diluvio/
tramite http://www.lanuovaitalia.eu