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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

27/04/14

Immigrazione. Ondata di sbarchi in Sicilia, proteste simboliche dalla destra


 

- Angelino Alfano, annunciando l'avvio di Mare Nostrum, parlò di rafforzamento «della protezione della frontiera» con la «deterrenza del pattugliamento e dell'intervento delle Procure».

- L'allora titolare della Difesa, Mario Mauro riferì che i migranti raccolti in mare sarebbero stati trasferiti nel porto sicuro più vicino "non necessariamente italiano" e più tardi rese noto che i proventi incassati dai trafficanti finanziavano il terrorismo islamico.

- L'Italia oggi è l'unico Paese ad accogliere chiunque arrivi illegalmente davanti alle sue coste

Se non ci saranno correzioni l'operazione "Mare Nostrum", così com'è, potrebbe rivelarsi un dramma per l'Italia e per gli stessi immigrati

LO STESSO DISPOSITIVO NAVALE POTEVA ESSERE SCHIERATO A RIDOSSO DELLE COSTE LIBICHE PER BLOCCARE LE PARTENZE

e.m. 

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ROMA - In continua crescita l’ondata di migranti provenienti dal Nord Africa che approdano in Sicilia nelle ultime ore. Le navi impegnate nell’operazione “Mare Nostrum” hanno infatti soccorso più di duemila persone solo negli ultimi giorni. 
Stamane al porto d'Augusta è giunta la nave San Giorgio, a bordo oltre 1.000 i migranti intercettati nel Canale di Sicilia. Tra loro c'erano circa 200 donne e 230 bambini, di cui alcuni appena nati.
Un nuovo sbarco si è poi visto nel pomeriggio di oggi, dove a Pozzallo , in provincia di Ragusa, 261 migranti, tra egiziani e siriani, sono stati rimorchiati fino al porto. Durante le identificazioni a cura della squadra mobile della Questura di Ragusa, circa 180 di loro hanno dichiarato di essere minorenni.
Sono stati fermati poi due ragazzi, un marocchino di 19 anni e un tunisino di 26, ritenuti i presunti scafisti delle imbarcazioni soccorse grazie ad un video girato da uno dei migranti in cui i due indagati davano chiaramente ordini all’equipaggio e chiedevano aiuto, nella nostra lingua, ad una nave italiana.
Nel frattempo stamane a Catania, uno sbarco “simbolico” è stato organizzato da Giorgia Meloni, seguita da diversi esponenti di Fratelli d’Italia ed Alleanza Nazionale con l’intento di protestare contro le politiche Europee sull’immigrazione e contro le decisioni in materia dell’attuale governo Renzi.



“Pensionati, invalidi e disoccupati sbarcano in Sicilia. Chiediamo stessi diritti degli immigrati clandestini”, questo lo “slogan” con cui i manifestanti lamentavano che “È inaccettabile che il nostro Paese spenda circa 900 euro al mese per immigrato a fronte di una pensione sociale per gli italiani di 400 euro”.

di Andrea Giannetti Sabato, 26 Aprile 2014 19:59 

fonte: http://www.dazebaonews.it/

CONFESSIONI DI UN FINANZIERE " INCASSO TANGENTI PER LO STATO "





Memorie di un finanziere della polizia tributaria. Si potrebbe intitolare così il sorprendente documento esclusivo che state per leggere. Si tratta della trascrizione, fedele alla lettera, del disarmante sfogo di un disincantato, onesto e preparato maresciallo della Guardia di Finanza, impegnato da diversi lustri nei temutissimi controlli alle imprese. L’uomo, di cui evitiamo di indicare dati anagrafici e curriculum per non renderlo riconoscibile, ha apparecchiato per Libero uno zibaldone di pensieri, suddiviso in capitoletti, sul suo lavoro di tutti i giorni. Che per lui è diventato un tran tran asfissiante, capace di condurlo quasi al rigetto. Il risultato è questa spietata radiografia che stupisce e, in un certo senso, preoccupa di un mestiere che tanto trambusto porta nelle vite degli italiani. Infatti in questo sfogo il militare dipinge le ispezioni delle Fiamme gialle come un ineluttabile meccanismo stritola-imprenditori il cui obiettivo non sarebbe una vera e sana lotta alle frodi fiscali, ma una fantasiosa e famelica caccia al tesoro indispensabile a lanciare le carriere di molti professionisti dell’Antievasione. «Nel nostro lavoro ci sono forzature evidenti, a volte imbarazzanti», ammette con Libero il maresciallo. Che qui di seguito svela retroscena e segreti dei controlli che intralciano ogni giorno il lavoro di centinaia di imprenditori. Una lettura che potrebbe agitare qualcuno e far alzare il sopracciglio ad altri. Ma a tutti deve essere chiaro che non di fiction si tratta e che domani il nostro maresciallo e la sua pattuglia potrebbero bussare alla vostra porta. Preparatevi a leggere il testo di questo finanziere raccolto in esclusiva da Libero.
Ossessione numeri - Dietro alle verifiche ci sono enormi interessi economici: il dato del recupero dell’imposta serve a molti. Sia ai politici che ai finanzieri. Nella Guardia di Finanza il raggiungimento degli obiettivi legittima l’ottenimento dei premi incentivanti e gli stipendi stellari dei generali, che sono decine: uno per provincia, più uno per regione. Nel nostro Corpo esistono vere e proprie task-force che si occupano di fare previsioni di recupero d’imposta e a fine anno queste devono essere raggiunte, come se l’evasione fiscale si basasse su dei budget. Gli operatori sul territorio sono meno di chi elabora questa realtà virtuale, su 64 mila finanzieri siamo circa 4 mila a fare i controlli.
Indietro non si torna - A fine anno i generali chiedono il dato dell’imposta evasa constatata e lo confrontano con quello dell’anno prima. Il risultato non può essere inferiore a quello di 12 mesi prima. Se il dato scende bisogna dar conto al reparto centrale di Roma del perché si siano recuperati meno soldi e il comandante del reparto periferico rischia di vedersi bloccare la carriera. Per questo le nostre verifiche proseguono anche di fronte a evidenti illogicità. I nostri ufficiali parlano solo di numeri e quando hanno sentore di un risultato, magari per una previsione affrettata di un ispettore, corrono dai loro superiori anticipando che da quella verifica potrà venir fuori un certo risultato: a quel punto non si può più tornare indietro. Il verbale diventa subito una statistica, una voce acquisita e ufficiale di reddito non dichiarato. Quando si prospetta un ventaglio di possibilità per risolvere una contestazione si concentrano le energie sempre su quella che porta il risultato più alto. Che sarebbe poco grave se fosse la strada giusta. Ma spesso non lo è. Per la Finanza quello che conta è il dio numero. Il nostro unico problema è come tirarlo fuori.
Per riuscirci c’è un nuovo strumento infernale, la cosiddetta “mediana”, che va di gran moda tra gli ufficiali. La si pronuncia con rispetto e deferenza, anche perché da essa dipende la carriera di chi la evoca. Si tratta di uno studio fatto a tavolino, che stabilisce il valore medio della verifica necessario a raggiungere gli obiettivi, il tetto al di sotto del quale non si può andare. Se capiamo che in un’azienda il verbale sarà di entità inferiore alla mediana, derubrichiamo la verifica a controllo in modo che non entri nelle statistiche ufficiali.
Alla Guardia di Finanza abbiamo uffici informatici che elaborano dati in continuazione. Ma si tratta di numeri “drogati”, come lo sono quelli dei sequestri. Nei magazzini dei cinesi ho visto colleghi registrare alla voce “giocattoli” ogni singolo pallino delle pistole per bambini. Spesso questi servizi si fanno in occasione delle feste natalizie, così passa l’informazione che sul territorio c’è sicurezza.
Con questi numeri i generali si riempiono la bocca il 21 giugno, giorno della festa del Corpo. Lo speaker spara cifre in presenza di tutte le autorità, dei presidenti dei tribunali, dei politici, ecc. ecc. Quel giorno è un tripudio di dati pronunciato con voce stentorea: recuperata tot Iva, scovati tot milioni di redditi non dichiarati, arrestati x emittenti fatture false. Una festa!
Normativa astrusa - La normativa tributaria italiana è talmente ingarbugliata che si presta alla nostra logica del risultato a ogni costo. Per noi è piuttosto semplice fare un rilievo visto che siamo aiutati da questa legislazione astrusa e abnorme, spesso contradditoria e conflittuale. Nel nostro Paese è quasi impossibile essere in regola e per chi lo sembra ci prendiamo più tempo per spulciare ogni carta. Infatti se una norma può apparire favorevole all'imprenditore, c’è sicuramente un’altra interpretabile in maniera opposta. E in questo ci aiuta l’oceanica produzione di sentenze, frutto di un eccessivo contenzioso. Un contratto, un’operazione possono essere interpretati in mille modi e alla fine trovi sempre una sentenza della Cassazione che ti permette di poter fondare un rilievo su basi giuridiche certe. Questo è il Paese delle sentenze.
Analizzando un bilancio, un’imperfezione si trova sempre. Magari per colpa dello stesso controllore che prima dice all’imprenditore di comportarsi in un modo e poi in un altro, inducendolo in errore. Per esempio, su nostro suggerimento, un’azienda non contabilizza più certe spese come pubblicità (deducibili), ma come spese di rappresentanza (deducibili solo in parte). Quindi arriva l’Agenzia delle Entrate e spiega che quelle non sono né l'una né l’altra. A volte succede che qualcuno abbia già subito un controllo, abbia aderito a un condono e, zac, arriviamo noi e contestiamo lo stesso aspetto, ma in modo diverso. Dopo i primi anni nel Corpo non ho più sentito di controlli chiusi con un nulla di fatto e in cui si torna a casa senza aver contestato qualcosa. Alla fine chi lavora impazzisce.
Chi sbaglia non paga - Come è possibile tutto questo? Semplice: perché chi sbaglia non paga, ma anche perché chi sbaglia non saprà mai di averlo fatto. Il motivo è semplice: noi non comunichiamo con l’Agenzia delle Entrate e non sappiamo mai che fine facciano i nostri verbali. Per questo se ho commesso un errore non lo verrò mai a sapere: il nostro è solo un verbale di constatazione, a renderlo esecutivo è l’Agenzia delle Entrate che lo trasforma in verbale di accertamento. Però raramente i nostri colleghi civili bocciano il nostro lavoro, anzi questo non succede nel 99,9 per cento delle situazioni. Si fidano di noi e, anche se sono molto più preparati, nella maggior parte dei casi prendono il nostro verbale e lo notificano, tale e quale, al contribuente. Quello che sappiamo per certo è che i nostri verbali, giusti o sbagliati che siano, diventano numeri e quindi non ci interessa che vengano annullati, tanto non ne verremo mai a conoscenza né saremo chiamati a risponderne. Per noi resta un grosso risultato. E visto che nessuno paga per i propri errori, il povero imprenditore continuerà a trovarsi ignaro in un castello kafkiano fatto di norme e risultati da ottenere.
Imprese sacrificali - Gli imprenditori con noi sono sempre gentili, ci accolgono con il caffè, sopportano di averci tra i piedi per settimane, ma si capisce che vorrebbero dirci: scusateci, ma avremmo pure da lavorare. A noi però questo non interessa: dobbiamo contestargli un verbale a qualsiasi costo e quando bussiamo alla loro porta sappiamo che non hanno praticamente speranza di salvezza. Per contrastare e contestare questa trappola infernale l’imprenditore è costretto a pagare consulenti costosissimi, ma noi rimaniamo sempre sulle nostre posizioni. A volte capita che per provare a difendersi il presunto evasore chiami in soccorso come consulenti ex finanzieri, ma spesso questo non gli evita la sanzione. Anzi.
Negli ultimi anni ho notato una certa arrendevolezza da parte degli imprenditori: dopo un po’ si stancano. Capiscono, e ce lo dicono, che tanto dovranno fare ricorso perché noi non cambieremo idea. Per tutti questi motivi molti di loro costituiscono a inizio anno un fondo in previsione della visita della Finanza. Sono coscienti che qualcosa dovranno comunque pagare.
Chi fa veramente le grandi porcate, chi apre e chiude partite Iva, emette false fatture o costituisce società di comodo magari alle Cayman è molto più veloce di noi e per questo non lo incastriamo, mentre azzanniamo quelli che operano sul territorio e che sono regolarmente censiti nelle banche dati. Alla fine lo Stato colpisce sempre i soliti noti. Non è una nostra volontà, ma dipende dal fatto che non abbiamo risorse per fare la vera lotta all’evasione e in ogni caso dobbiamo fornire dei numeri al ministero per poter legittimare la nostra esistenza come istituzione. Anche in Europa.
Tangente di Stato - L’imprenditore, se accetta la proposta di adesione al verbale entro 60 giorni, paga solo un terzo di quanto gli viene contestato e spesso salda anche se non lo ritiene giusto, per togliersi il dente ed evitare ricorsi costosi (a volte più dei verbali) e sine die. In pratica accetta di pagare una tangente allo Stato. Agli imprenditori i ricorsi costano molto e se la commissione provinciale, il primo grado della giustizia tributaria, dà ragione allo Stato, l’imprenditore prima di ricorrere alla commissione regionale, il secondo grado, deve pagare metà del dovuto. Per questo chi lavora spesso preferisce chiudere la partita all’inizio, pagando un terzo.
Giustizia da farsa - Il contradditorio tra Guardia di Finanza e imprenditori durante le verifiche è una farsa, perché ognuno rimane sulla propria posizione, ma va fatto per legge. Nel contradditorio gli imprenditori non hanno scampo: quel numero, quell’ipotesi di evasione, ormai è stato venduto e non può più essere ridimensionato. È entrato nel sistema e nelle nostre statistiche. A noi non interessa se magari dopo anni quel verbale verrà annullato e non avrà prodotto alcun introito per lo Stato.
Le cose non vanno meglio con la giustizia tributaria, gestita da commissioni composte da avvocati, commercialisti, ufficiali della Finanza in pensione che fanno i giudici tributari gratuitamente giusto per fare qualcosa o per sentirsi importanti. È incredibile, ma in Italia il sistema economico-finanziario viene affidato a un servizio di “volontariato”.
La verità è che un tale esercito di volontari senza gratificazioni economiche non se la sente di cassare completamente il lavoro di finanzieri e Agenzia delle Entrate e l’imprenditore qualcosa deve sempre pagare. Difficilmente questi giudici per hobby danno torto allo Stato.
L’assurdità è che vengono pagati 30-40 euro per motivare sentenze complesse che hanno come oggetto verbali da milioni di euro, scritti da marescialli aizzati dal sistema.
Formazione assente - Il nostro vero problema è la mancanza di specializzazione di un Corpo che cerca di riscattarsi nel modo sbagliato, provando a portare a casa grandi risultati, sebbene “storti”. A volte l’ignoranza aiuta a far montare un rilievo che non sta né in cielo né in terra. Sulla nostra formazione non ho niente da dire, perché non esiste. Eppure dobbiamo confrontarci con specialisti agguerriti, leggere documenti in lingue straniere, e la gran parte di noi non sa una parola in inglese. Non ci forniscono nemmeno i codici tributari aggiornati, mentre spendono milioni per farci esercitare ai poligoni, visto che siamo inspiegabilmente ancora una polizia militare, come solo in Equador e Portogallo. Un commercialista lavora 12 ore al giorno e si forma continuamente. Dall’altra parte della barricata c’è gente come noi che non vede l’ora di scappare via dall’ufficio, dove spesso non ha neppure a disposizione una scrivania o la deve condividere con altri colleghi. In questo modo il lavoro diventa l’ultimo dei pensieri. I più bravi vanno in pensione appena possono, per riciclarsi come professionisti al soldo delle aziende. Ci vuole una fortissima motivazione per studiare una materia terribile come il diritto tributario. Avvocati e commercialisti trovano gli stimoli nelle parcelle, da noi un maresciallo con vent’anni di servizio guadagna 1.700 euro. Gli incentivi li dobbiamo trovare dentro di noi, magari pensando di sfruttare il sistema per trovare un altro lavoro. È illogico che un mestiere così delicato, dove si contestano milioni di euro d’evasione, sia affidato a gente sottopagata e impreparata. L’unico modo di tenersi aggiornati è quello di studiare a proprie spese, pagandosi master e corsi. Purtroppo la formazione è costosissima e spesso ci rinunciamo. È chiaro che un sistema del genere presti il fianco al rischio della corruzione.
In più bisogna considerare che per noi le verifiche sono particolarmente rischiose. In base alla mia esperienza non le facciamo con la giusta professionalità, possiamo commettere errori in buona fede, essere invischiati in fatti che neanche capiamo. Per esempio alcuni di noi sono stati accusati di aver ammorbidito un verbale per un tornaconto, in realtà lo avevano fatto per ignoranza e per questo ora quasi nessuno vuole più fare questo tipo di lavoro.
Risorse all'osso - I nostri capi hanno budget di spesa sempre più ristretti. Nonostante ciò ogni ufficiale deve portare a casa i risultati con i soldi e le pattuglie che ha. Risultati almeno uguali a quelli dell’anno precedente. A causa di questa mancanza di mezzi siamo costretti a portare via dalle aziende penne, risme di carta, spillatrici. E secondo me gli imprenditori se ne accorgono, ma non dicono nulla per compassione.
Onestamente gli ufficiali non sono responsabili di questa penuria di risorse, visto che i fondi destinati alla lotta all’evasione vengono decisi dai politici. Ma la frustrazione dei nostri superiori viene compensata da ottimi stipendi personali che lievitano grazie ai risultati conseguiti. Cosa che ovviamente non succede a noi.
Nel nostro lavoro, la mattina, ammesso che trovi una macchina libera, devi prima fare car-sharing e accompagnare diversi colleghi ai reparti, quindi ti restano due o tre ore per fare visita a un’azienda. Quando rientriamo da una verifica il nostro principale problema è segnare sul registro quanti chilometri abbiamo fatto e quanta benzina abbiamo consumato. Arriveremo al paradosso di fare le verifiche in ufficio a contribuenti trovati su Google.
Lontani dalla realtà - I nostri vertici sono lontani dalla realtà, sono convinti che noi facciamo “lotta all'evasione”. C’è una distanza siderale tra chi sta in trincea, come me, e chi vive nei salotti. Un maresciallo può parlare solo con il tenente e non con i gradi superiori. Il nostro messaggio viene filtrato e arriva al vertice completamente distorto. Nel nostro sistema militare non conta quello che pensi del tuo lavoro, ma il grado che hai sulle spalle. L’ufficiale non va a riferire al superiore se l’ispettore gli ha detto che un controllo potrebbe non portare a niente. Al contrario insinua nei vertici la speranza che un risultato arriverà. E così chi va in giro per aziende deve ingegnarsi per trovare il cavillo che porti al risultato, solo per sentirsi dire bravo o per una pacca sulla spalla. L’animo umano si accontenta di poco. In questa catena di comando in cui tutti devono fare carriera non sono ammessi dubbi od obiezioni, l’informazione reale resta a valle, al generale arriva quella virtuale, il famoso “numero”. In nome del quale vengono immolati molti evasori virtuali.

26 aprile 2014

fonte: http://www.liberoquotidiano.it

26/04/14

CASO MARO' - LA VOCE DI UN ITALIANO






I due Marò: anche Napolitano sbaglia ?


Marco Lillo oggi pubblica su “Fatto quotidiano” un articolo che di fatto rinnega le tradizioni garantiste della corrente politica del giornale a cui il quotidiano fa riferimento, tracciando una disamina dei fatti che partono - in assenza di prove certe e di una sentenza - da affermazioni di colpevolezza e non di presunta innocenza come invece uno Stato di Diritto vorrebbe. (http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/non-rompete-maro-mentre-italia-napolitano-giu-76119.htm, Non rompete i Marò - mentre in Italia, da Napolitano in giù, tutti a fare retorica sui Fucilieri “trattenuti” o “Prigionieri” in India la fanno facile: hanno ammazzato due pescatori …..


L’autore trova spunto dalle parole del Presidente Napolitano che durante la celebrazione del 25 aprile ha coniugato momenti della Resistenza alla vicenda dei Marò, scrivendo “Poi ha salutato "i familiari dei 103 ufficiali del reggimento Regina trucidati nell'isola di Kos per non essersi piegati ai tedeschi". Infine ha virato sul giusto tributo alle missioni in Kosovo e Libano che "fanno onore all'Italia" ed è a questo punto che, legando idealmente la forza giusta di ieri (della Resistenza) alla forza giusta di oggi (le missioni di pace) ha ricordato i fucilieri. Così poco prima di "Viva la Resistenza, Viva le Forza Armate, Viva la Repubblica" ha scandito: "Desidero non far mancare una parola per come fanno onore all'Italia i nostri due marò a lungo ingiustamente trattenuti lontano dalle loro famiglie e dalla loro patria".

Meraviglia anche leggere “il richiamo di ieri all'onore dei fucilieri nel discorso della Liberazione è un grave errore storico, politico e diplomatico? Si può dire che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, anche se devono essere liberati perché erano in missione in acque internazionali, non c'entrano nulla con i 103 ufficiali di Kos?

Sicuramente dott. Lillo in democrazia si può dire di tutto ma a mio modesto parere è forzato il Suo invito al Presidente Napolitano “Prima di dire che i due fucilieri italiani fanno onore all'Italia, Napolitano dovrebbe provare a vedere la storia con gli occhi dell'India e della comunità internazionale. Tutti gli italiani dovrebbero provare a pensare alla reazione che può suscitare in India, un Paese che va alle elezioni a maggio, questo atteggiamento”.

Le chiedo e mi chiedo infatti perchè  il Capo delle Forze Armate e gli italiani dovrebbero preoccuparsi delle elezioni indiane nel rivendicare diritti contemplati dalle convenzioni internazionali.

Le farà, comunque, piacere di sapere che  io sono fra coloro che oltre ad informarsi su “Libero o Il Giornale” (spero che non ne abbia a male) lo fa anche leggendo il Corriere, Repubblica, Avvenire ed anche il Fatto Quotidiano. Forse proprio per questo vedo la vicenda di quanto avvenuto in India non solo  “con gli occhi di Latorre e Girone” ma anche “con quelli di Ajeesh Pink, un pescatore di 25 anni del villaggio di Eraiyumanthurai nel sud del Tamil Nadu. Suo padre, dopo un incidente che gli portò via due arti nel 2003, morì”.

Proprio per questo invoco il diritto degli uomini di essere giudicati dal loro giudice naturale e non da quello imposto da Delhi o dalle correnti politiche dominanti in Kerala, e lo faccio - mi permetta -  con la lucidità di pensiero comune a chi si informa su 360° non limitandosi a leggere racconti di parte.

Apprezzo il suo senso umano nel parlare dei morti e delle famiglia e ne condivido lo spirito, ma non posso apprezzare il suo approccio colpevolista che peraltro deriva dall’affermazione “Su quello che è accaduto il 15 febbraio del 2012 esistono due versioni. Per il Governo italiano: "Alle ore 12 la petroliera italiana Enrica Lexie veniva avvicinata da un'imbarcazione da pesca, con a bordo cinque persone armate con evidenti intenzioni di attacco. I militari del battaglione San Marco in accordo con le regole d'ingaggio in vigore, mettevano in atto graduali misure di dissuasione con segnali luminosi fino a sparare in acqua tre serie di colpi d'avvertimento, a seguito dei quali il natante cambiava rotta".

Secondo i pescatori indiani sul St Anthony dormivano tutti dopo una notte di pesca…….Il capitano Freddy Louis, ha raccontato di essere stato svegliato dal suono della sirena e di avere scoperto il timoniere Jelestine già morto. Poi un ‘fuoco continuo a distanza di circa 200 metri' avrebbe ucciso anche Ajesh”.

Proprio per questo dovremmo essere cauti nelle conclusioni anche in considerazione che la versione indiana come noto è confutata da controanalisi di esperti italiani (www.seeninside.net/piracy)  mentre gli investigatori indiani ancora devono produrre prove certe.

La inviterei anche ad approfondire le sue affermazioni quando scrive che le perizie indiane sono state fatte davanti ai nostri Carabinieri. Sarebbe opportuno, infatti che a tale riguardo ripercorra i fatti, perché agli esperti del RIS fu proibito di assistere alle analisi balistiche comparative .

Concludo pregandola di non ricorrere ad Einstein: "Il nazionalismo è una malattia infantile. È il morbillo dell'umanità", per contestare parole del Capo delle Forze Armate che da tempo invece in moltissimi ci aspettavamo. Personalmente sono immune, mi creda, dal “morbillo” a cui faceva cenno Einstein, ed a differenza di altri forse a Lei più simpatici, rigetto ogni forma di antimilitarismo ed il rinnegare preconcetto dei valori che hanno fatto grande il nostro Paese.

Lo affermo con la convinzione personale che il senso dello Stato e della Patria come terra che conserva le spoglie di chi ci ha preceduto e ne tramanda le tradizioni, non è una malattia infettiva, bensì la molla per continuare ad impegnarsi per la crescita della nostra Nazione.

Lo sottoscrivo in base all’esperienza che ho condiviso in passato con coloro che in Kosovo, in Bosnia, in Kuwait in Libano, in Afghanistan,  hanno fatto onore all’Italia garantendo  agli altri i diritti umani, senza paura di contrarre malattie contagiose.

DI Fernando Termentini, 26 aprile 2014 - 16,00

fonte:  http://fernandotermentini.blogspot.it

Marò:Italia schiava dei giochetti indiani?





 

 

 

Oltre ai Marò anche il nostro paese sembra ostaggio della politica indiana e dei continui magheggi che avvocati e politici stanno architettando sulle spalle di Salvatore e Massimiliano



Ormai è chiaro da tempo che i due fucilieri di marina Latorre e Girone, sono ostaggi se non “schiavi” della politica indiana, della sua lentezza e della voglia di utilizzarli come “merce” di scambio per chissà quale favore da chiedere in cambio della loro liberazione.
Un avvocato indiano ha presentato ieri alla Corte Suprema dell’India una richiesta formale di trasferimento del caso dei Marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone da New Delhi ad una speciale Corte del Kerala. La “Transfer Petition” è firmata da Freddy John Bosco, il proprietario del peschereccio St.Antony coinvolto nell’incidente del 15 febbraio 2012 in cui morirono due pescatori. L’avvocato Usha Nandini V. ha chiesto che in attesa della risposta della Corte sia sospeso l’iter in corso a Delhi.
Nella “Transfer petition“, di cui l’ANSA ha visionato una copia, si chiede di trasferire la causa in sospeso presso il Chief Metropolitan Magistrate di Patiala House e il giudice speciale della Session Court a New Delhi «alla Corte speciale II del magistrato speciale, Ufficio centrale di indagini, a Kochi in Kerala, o a qualsiasi altra corte competente del Kerala».


Nel documento si sostiene che, se pure la Corte Suprema ha stabilito che il Kerala non ha giurisdizione per intervenire nel caso mentre tale giurisdizione è dello Stato indiano, «è evidente che il Kerala è parte di questo Stato e che è naturale che il processo possa svolgersi in un luogo il più vicino possibile a dove è avvenuto l’incidente». Inoltre, si dice ancora, «la maggior parte dei testimoni sono keralesi e la lingua è il Malayam, per cui il processo dovrebbe essere condotto in questa stessa lingua.

 di Redazione - 26 aprile 2014

fonte: http://www.iljournal.it

Blair: «La minaccia dell’Islam radicale non è in diminuzione»




Blair: «La minaccia dell’Islam radicale non è in diminuzione»


 

Blair: «La minaccia dell’Islam radicale non è in diminuzione»

La sfida per l’ex primo ministro britannico è quella fra società che aspirano alla tutela delle minoranze e società che invece vorrebbero imporre un regime autoritario e sostanzialmente teocratico Why the Middle East matters, con un discorso incentrato soprattutto sui rapporti tra politica e religione nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa Tony Blair interviene suscitando approvazioni e polemiche su un tema che ha coltivato molto soprattutto negli ultimi anni. Blair accusa i paesi occidentali di miopia, di un atteggiamento “riluttante” nei confronti dell’espansione del fondamentalismo islamico in Medio Oriente ed in molte parti del mondo, Europa compresa: «La minaccia dell’Islam radicale non è in diminuzione. Sta crescendo. Si sta diffondendo in tutto il mondo. Sta destabilizzando intere comunità e intere nazioni. Sta minando la possibilità di coesistenza pacifica in un’epoca di globalizzazione».
La sfida per l’ex primo ministro britannico è quella fra società che aspirano alla tutela delle minoranze, al pluralismo religioso e ad economie aperte e società che invece ambiscono ad imporre un regime politico basato su regime autoritari e sostanzialmente teocratici. Ci sono quattro motivi principali secondo Blair per prestare particolare attenzione agli sviluppi politici che avvengono nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa: innanzitutto, nonostante la rivoluzione dello shale gas, è ancora in quei paesi che si trovano le principali fonti di approvvigionamento energetico; in secondo luogo stiamo parlando di paesi che sono alle porte dell’Europa ed eventualità instabilità andrebbero a colpire in primo luogo paesi europei come Spagna e Italia; in terzo luogo non possiamo dimenticarci della situazione di Israele che resta comunque una variabile importante nel contesto degli sviluppo politici di quei paesi e infine, sostiene Blair, è soprattutto in quei paesi che l’Islam deciderà che approccio vorrà adottare nei confronti della politica. Sostiene Blair che questi sviluppi ci riguardano perché in un mondo globale l’ideologia fondamentalista circola, i suoi attori e i suoi formati ideologici vengono esportati mettendo così a dura prova anche paesi di consolidate tradizioni democratiche che hanno fatto della tutela dei diritti civili uno dei principi fondamentali del proprio ordinamento.
In sintesi, per Blair «L’estremismo religioso è oggi una delle più gravi minacce allo sviluppo globale» e per questo motivo tale tema «deve essere messo in cima all’agenda delle discussioni». Chi segue Tony Blair non resterà sorpreso dalle affermazioni del discorso londinese, negli ultimi anni soprattutto mediante il lavoro della Tony Blair Faith Foundation, l’ex primo ministro britannico ha messo il tema della religione nella sua interazione con la politica al centro della sua attività. Ugualmente numerosi paesi, dagli Stati Uniti al Canada alla Francia fino ad arrivare ad alcune iniziative in sede Europa hanno individuato nel tema della protezione della libertà religiosa uno dei nodi cardine delle rispettive politiche estere.
Non sappiamo cosa faranno Matteo Renzi e il suo governo. Negli anni scorsi, con importanti difficoltà di merito e di metodo, anche il governo italiano aveva provato a costruire delle iniziative sul tema anche mediante la costituzione di un osservatorio per la libertà religiosa presso la Farnesina o provando ad interagire con Bruxelles, soprattutto con il servizio relazioni esterne (il nuovo servizio diplomatico) dell’Unione Europea. Ad oggi sembra tutto caduto nel dimenticatoio. Che si condivida o meno la sua analisi, quello che il discorso di Tony Blair ci fa capire è che impossibile afferrare (ed influenzare) quanto ci sta succedendo sotto i piedi senza una comprensione dei rapporti che passano tra religione e politica.