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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

23/10/19

Il governicchio del caos



Il governicchio del caosCome era inevitabile che accadesse, un governicchio tenuto insieme dalla necessità di evitare il voto anticipato non poteva che impantanarsi tra gli impervi ostacoli della Legge di Bilancio. Ciò è quanto sostiene l’autorevole Stefano Folli il quale, pur non trovando in questo particolari novità rispetto al passato, sottolinea: “Non è la prima volta che un governo di coalizione boccheggia davanti agli scogli della legge di bilancio, come insegna la storia della Prima e un po' anche della cosiddetta Seconda RepubblicaTuttavia è la prima volta che un Esecutivo appena nato – meno di due mesi fa – risulta essere così sfilacciato, privo di qualsiasi collante politico, non diciamo di un'idea condivisa del futuro. È il suo vizio d'origine, essendo nato unicamente per evitare le elezioni guadagnando tempo”.

Ecco, la stringata enunciazione di Folli fotografa in modo piuttosto esauriente la precaria condizione che sta vivendo l’attuale maggioranza, nella quale tende a predominare una crescente confusione, se non un vero e proprio caos, che prima o poi sfocerà in una inevitabile crisi politica.

In particolare, nel caso di un andamento ancor più sfavorevole della nostra già disastrata economia, con gli inevitabile contraccolpi sullo spread, il formidabile collante dell’autoconservazione parlamentare non potrà più bastare per tenere insieme forze politiche così distanti. D’altro canto, nel mondo globalizzato già in parecchi intravedono l’arrivo di una crisi economica, favorita dalla guerra doganale in atto, la quale avrebbe per l’Italia dei debiti e delle tasse ripercussioni catastrofiche. In tal senso se l’Esecutivo giallo-rosso avesse realmente inteso proteggere, almeno nei limiti del possibile, il Paese nell’eventualità di uno scenario di grave congiuntura internazionale, avrebbe dovuto prioritariamente intervenire con l’accetta sui due insensati provvedimenti adottati dal primo Governo Conte, ovvero Quota 100 e Reddito di cittadinanza. Avrebbe dovuto, inoltre, rimettere in discussione l’altrettanto insensata, dal momento che anche in questo frangente si è fatto ampio ricorso al deficit, politica dei bonus, con quello degli 80 euro in testa, fortemente voluta da Matteo Renzi.

Invece si è seguita la vecchia linea che ha fin qui caratterizzato praticamente tutti i Governi degli ultimi cinquant’anni: tenere in piedi le precedenti leggi di spesa, raschiando il fondo del barile dei conti pubblici nel disperato tentativo di aggiungerne altre. E tutto questo da sacrificare sull’altare supremo del consenso, mascherato con il solito e oramai logoro campionario di buone intenzioni con cui lastricare l’inevitabile inferno che ci attende. Da qui discende il sempre più indigesto fritto misto di una manovra caratterizzata da misure altrettanto insensate rispetto a quelle che non si è avuto il coraggio di modificare. Misure che impongono nuove tasse e nuove coercizioni, come l’assurda battaglia contro l’uso del contante, e che contengono ulteriori elementi di terrorismo fiscale, in ossequio alla vocazione forcaiola dei grillini, soprattutto ai danni dei nuovi kulaki, cioè la grande platea dei lavoratori indipendenti di questo disgraziatissimo Paese.



13/10/19

Metti un Volpi nel pollaio Copasir

Metti un Volpi nel pollaio CopasirNella guerra degli spioni alla quale tutta la politica partecipa, la Lega di Matteo Salvini mette a segno un colpo decisivo: la nomina di un proprio rappresentante alla presidenza del Copasir, il Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. Si tratta del deputato Raffaele Volpi che succede al “demLorenzo Guerini, nel frattempo diventato ministro della Difesa. Col cambio della maggioranza, la presidenza del Copasir sarebbe comunque toccata a un rappresentante delle opposizioni. Ed è stato il leghista a spuntarla con 6 voti su dieci. Poi, tre schede bianche e un voto al deputato Elio Vito.

La sua vittoria va di traverso ai Cinque Stelle i quali pur di sbarrare la strada a un uomo di Salvini hanno tentato un accordo con Forza Italia per convogliare i voti sul forzista della Commissione, Elio Vito. Questa volta però l’asse con il Partito Democratico non ha funzionato. I “dem” si sono acconciati ad appoggiare il leghista probabilmente perché neanche a loro dispiace che da qualche parte in Parlamento vi sia qualcuno in grado di tenere sulla corda il premier Giuseppe Conte. Già, perché l’ex avvocato del popolo oggi migliore amico di se stesso, da qualche tempo si è montato la testa. Il rapporto privilegiato con Donald Trump lo ha mandato su di giri. Le sue dichiarazioni lambiscono il delirio lucido, come quella di dirsi nella relationship con l’Amministrazione americana più duro di Bettino Craxi a Sigonella. Un paragone bugiardo e inelegante per autopromuoversi.

Fu Beppe Grillo a dargli dell’elevato e lui ha cominciato a comportarsi da tale. Ma in politica l’autoesaltazione non funziona quasi mai. I sostenitori, in casa grillina, cominciano a stufarsi di essere trattati dal premier come Kleenex. Vorrebbero contare nelle scelte di governo e non sentirsi scavalcati da un arrogante “ghe pensi mi” che sulla bocca di un foggiano suona strano. Sul fronte Pd e renziano di “Italia Viva” la priorità resta quella di stare al Governo, ma non necessariamente di tenersi Giuseppe Conte. E allora perché non lasciare che ci pensi la Lega a cuocere a fuoco lento l’avvocato arrembante sulla graticola del Copasir? Per questo speciale barbecue non poteva essere scelto cuoco più adeguato.

L’onorevole Raffaele Volpi è il campione del “democristianesimo” realizzato al tempo dei tweet. Uno di basso profilo, poco incline ai riflettori e ancor meno a rispondere alle domande dei giornalisti. Il curriculum è quello del burocrate. Diplomato geometra, una carriera da funzionario di partito. Una storia parlamentare relativamente lunga (nel 2008 la sua prima volta alla Camera) e senza particolari picchi di notorietà. Al Governo una sola volta, nel 2018, da Sottosegretario alla Difesa. Insomma, una vita in grigio che, associata all’aspetto piuttosto bonario da nonno intento a portare al mattino i nipotini a scuola, potrebbe ingenerare qualche dubbio sull’adeguatezza al ruolo, difficilissimo, di presidente della Commissione che controlla gli apparati di Sicurezza del Paese. Ma l’apparenza inganna. Volpi è il classico mastino che quando addenta la preda non la molla. Uomo-macchina, abituato a muoversi al riparo dalle luci della ribalta, è l’uomo a cui Salvini ha affidato la conquista del Sud. È lui che ha chiamato a raccolta i vecchi arnesi della destra post-almirantiana e finiana, non sempre di adamantina illibatezza e con qualche inciampo giudiziario di troppo nel curriculum, per rimetterli in circolazione dopo una gigantesca cosmesi. E per questa operazione-nostalgia è stato premiato dal Segretario federale in persona che lo ha nominato, lo scorso luglio, proconsole della Lega in Campania, ufficialmente coordinatore regionale per vigilare sugli irrequieti neo-leghisti campani.

Volpi ha il fiuto del cane da tartufi per cui, c’è da scommettere, affronterà il confronto con il Presidente del Consiglio sulla questione, spinosa, degli incontri segreti con il ministro delle Giustizia statunitense William Barr e della sua collaborazione con gli 007 americani alla ricerca di prove del presunto complotto dei Democratici Usa per incastrare Donald Trump, prendendola alla lontana. Non è un velocista, ma un passista. Da spalatore non si accontenterà delle chiacchiere argute che vorrà propinargli il presidente del Consiglio, ma vorrà scavare. Potrebbe voler sentire tutti quelli del Dis, dal capo operativo Gennaro Vecchione, all’ultimo usciere della sede romana. Poi toccherà a quelli delle strutture Aise e Aisi. E con tutti proverà a instaurare un feeling, basato sulla reciproca utilità nel più classico spirito del do-ut-des. Volpi non è tipo da lasciare nessuno a bocca asciutta, ma neppure di restare lui a pancia vuota. Lavorerà ai fianchi i suoi interlocutori fino a quando non avrà ottenuto ciò che vuole sapere. Il che non è affatto una buona notizia per Conte.

Se il premier pensava di giocarsi anche quelli del Copasir come si è girato e rigirato i suoi sprovveduti grillini, si prepari a cambiare tattica. Non se la caverà raccontando ai Commissari che, da garante di tutti, avrebbe coperto le malefatte compiute dai suoi predecessori a Palazzo Chigi, in particolare quelle di un sempre più nervoso Matteo Renzi che minaccia fuoco e fiamme contro chi provi a incastrarlo con l’affaire Russiagate. Non faccia conto sull’aiuto del presidente Trump. Visto come “The Donald” usa e getta persone e gruppi dopo essersene servito, come volta le spalle agli alleati per fare gli interessi americani e della sua Amministrazione, Conte non provi a rifare lo scherzetto dell’Affidavit dello scorso agosto, per intenderci quello di “Giuseppi... A very talented man who will hopefully remain Prime Minister!” passato alla storia nel novero delle stranezze dell’uomo della Casa Bianca. Certi coup de théâtre riescono una volta sola. E non se la caverà neppure tirando in ballo il Quirinale. È vero che nei mesi scorsi vi è stata una forte moral suasion del Colle per tenerlo sullo scranno di Palazzo Chigi. Ciò però non implica che il presidente Sergio Mattarella se lo sia caricato nello stato di famiglia. Il problema del Quirinale era di avere un Governo in linea con l’asse di potere franco-germanico in Europa.

Da quando Beppe Grillo, padrone del Movimento Cinque Stelle, ha deciso di trasferirne il possesso, con un comodato d’uso non si capisce quanto gratuito, ai “Dem”, il rischio di un ritorno anticipato alle urne, con vittoria scontata della destra egemonizzata dalla Lega, è stato temporaneamente scongiurato. Quindi, se il premier dovesse essere silurato se ne farebbe un altro. Come si dice: morto (politicamente) il re, viva il re!

22/09/19

Quel surreale silenzio sulle insinuazioni di Salvini contro Conte, e le domande da fargli


O Salvini sa bene di cosa parla, e allora presto tornerà sull’argomento, o ha sparato alla cieca, e fingerà di non averlo mai detto. In ciascuno dei due casi prima o poi qualcuno gliene chiederà conto, di quel metodo insinuante e di quel merito inquietante

(open.online) – C’è qualcosa di surreale nella densa cortina di silenzio che ha accompagnato quasi ovunque le parole di Matteo Salvini nei confronti di Giuseppe Conte. Eppure sono lì, tuttora davanti ai nostri occhi, nella loro pesante brutalità: «Conte? Ha tradito gli Italiani per salvare la sua poltrona, ha qualcosa del suo passato da nascondere?» .
Parole distillate e soppesate, non pronunciate a caldo nel mercato milanese che ieri mattina il leader leghista aveva visitato, tra applausi e fischi, o in una delle quotidiane dirette Facebook. Sedici parole che compongono una nota che gli addetti stampa di Salvini hanno inviato ai giornalisti alle 12.45 di ieri. Richiesti di precisare come si inquadrasse quella domanda retorica, rispondevano in tempo reale si trattava di una nota a commento di quel che aveva appena detto Conte alla festa di Atreju.
Il premier non aveva detto in realtà molto di più che nei giorni scorsi circa il cambio della maggioranza. Aveva semmai affermato che la Lega si è trovata completamente isolata in Europa, perché gli alleati sovranisti dell’Est, l’ungherese Orban e il polacco Kaczynski, si sono ben guardati dal rompere col partito popolare europeo e con la Von der Leyen. Non piacevole per Salvini, ma fattualmente vero.
Eppure è arrivata quella nota di commento. Ora, essa sarebbe stata durissima anche se l’avesse scritta e diffusa l’ultimo eletto della Lega. Ma se a firmarla è l’ex vicepremier di Conte…
Il sospetto che insinua Salvini è grave e greve: che Giuseppe Conte sia stato costretto a «tradire gli italiani» (ma in realtà a buttar fuori dal governo i leghisti) per la necessità di rimanere a Palazzo Chigi. E non per poltronismo, o per brama di potere, ma per continuare a tenere nascosto «qualcosa del suo passato».
Veleno puro, per dirla tutta. L’ombra di un qualche segreto inconfessabile, e per ciò stesso torbido e degradante. Impressiona che ad avanzare un simile sospetto, ai fini di una battaglia di potere, sia il leader più popolare del Paese. Accentua la gravità della cosa il fatto che Salvini sia stato fino a un mese fa il ministro dell’Interno, cioè il capo politico delle strutture di controllo del Paese.
Ma stupisce e sconcerta anche che, di fronte a una allusione così brutale, che il presidente del Consiglio sia sotto ricatto o abbia cambiato il corso della vicenda politica per nascondere un segreto, la reazione generale sia stato il silenzio, il far finta di non aver letto. Nessuna risposta, neanche la più scontata, straparla perché è stato battuto, o la più sarcastica, l’insuccesso gli ha dato alla testa, come disse di sé Ennio Flaiano. «Non aprite quella porta» pare che si siano detti l’un l’altro tutti i protagonisti. Della politica, ma anche del giornalismo.
Siamo giovani e non vogliamo fare i fenomeni, ma dalla logica non si scappa: o Salvini sa bene di cosa parla, e allora presto tornerà sull’argomento, o ha sparato alla cieca, e fingerà di non averlo mai detto. In ciascuno dei due casi prima o poi qualcuno gliene chiederà conto, di quel metodo insinuante e di quel merito inquietante. Intanto ci proviamo noi: senatore Salvini, cosa sa o sospetta? E pensa che si possa reclamare, con una mano, la parola al popolo, e con l’altra alimentare i veleni di palazzo?

Pubblicato su  
fonte: https://infosannio.wordpress.com/2019/09/22/quel-surreale-silenzio-sulle-insinuazioni-di-salvini-contro-conte-e-le-domande-da-fargli/

21/09/19

Migranti. Germania e Francia stanno fregando (di nuovo) l’Italia


Riaprire in modo indiscriminato i porti alle condizioni di Berlino e Parigi (che al momento sono le stesse del 2015) è una follia

Il governo giallorosso vuole dimostrare che non c’è bisogno di adottare la linea dura di Matteo Salvini per gestire la crisi migratoria. Il premier Giuseppe Conte è convinto che instaurando un nuovo rapporto di fiducia con i partner dell’Unione Europea incasserà anche la loro solidarietà. Ma tutto dimostra il contrario e prima di riaprire i porti in modo indiscriminato, il governo farebbe bene a pensarci due volte.

I MIGRANTI ECONOMICI RESTANO IN ITALIA

Come abbiamo già scritto, l’accordo tra Stati volenterosi verrà perfezionato il 23 settembre a Malta. Oggi il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron si trova a Roma per discutere dei dettagli ma se passerà la linea dei galletti per l’Italia saranno guai. Come precisa oggi Repubblica, infatti, Parigi insiste sul fatto che «nel nuovo meccanismo di ripartizione entrino solo i richiedenti asilo e non i migranti economici».
Il problema è che i migranti economici rappresentano i due terzi delle persone che sbarcano in Italia. Se l’accordo venisse chiuso così, non sarebbe diverso da quello europeo del 2015 che si è dimostrato inefficace. La Francia inoltre si è detta indisponibile «all’ipotesi di una rotazione degli sbarchi tra i porti del Mediterraneo». Sarebbe di conseguenza l’Italia a doversi far carico del riconoscimento e della registrazione dei migranti, che può richiedere mesi. E sarebbe sempre l’Italia a doversi occupare del rimpatrio dei migranti economici, con tutte le difficoltà che presenta, come si è visto negli ultimi cinque anni.

L’INGANNO DELLA GERMANIA

Anche la Germania, che a parole ha solo elogi e garanzie di collaborazione per il nuovo governo – basta leggere l’intervista di oggi del Corriere al presidente Frank-Walter Steinmeier nella quale promette «solidarietà» – non sta affatto aiutando il nostro paese. Il caso di Mahamad Fathe, lo yemenita che ieri inneggiando ad Allah ha accoltellato un militare a Milano, lo dimostra. Il 23enne era arrivato in Italia dalla Libia nel 2017 e dopo aver richiesto asilo si era spostato in Germania. Da qui era stato espulso il 12 luglio e rimandato non certo in Yemen ma in Italia, come previsto dal trattato di Dublino, in base al quale lo Stato membro competente all’esame della domanda d’asilo è quello in cui il richiedente ha fatto il proprio ingresso nell’Ue. E cioè, come sempre, l’Italia.
Bisogna ancora vedere quali saranno i dettagli dell’accordo che il governo di Conte intende firmare. Al momento, però, la solfa è sempre la stessa: l’Unione Europea vuole fare le politiche umanitarie sulla pelle dell’Italia, senza condividere gli oneri. Con una differenza: se venisse ratificata ancora una volta la redistribuzione solo di chi ha diritto all’asilo politico, l’Italia dovrebbe farsi carico anche di una parte dei migranti che da mesi, a ritmo sempre più sostenuto, arrivano in Grecia. Provenendo quasi tutti da Afghanistan e Siria, si tratta di persone alle quali facilmente sarà riconosciuto il diritto di permanere nell’Ue. Così oltre al danno, l’Italia incasserebbe anche la beffa.

Foto Ansa

13/09/19

Kunta Konte

Kunta Konte


Ci avevano detto che, d’ora in poi, il registro verbale del Presidente del Consiglio sarebbe stato improntato alla sobrietà ma poi il professore, quando si tratta di replicare a Matteo Salvini in aula, si lascia prendere la mano e va in acido. Altro che bon ton istituzionale.
Ci avevano detto che sarebbe stato il Governo della discontinuità ma poi il Premier è lo stesso, i papaveri del Partito Democratico ci hanno buttato dentro i loro figliocci e molti ex ministri come Elisabetta Trenta rischiano di essere imbucati come Sottosegretari.
Ci avevano detto “mai con Renzi”, “mai con il partito degli inquisiti”, “apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno” e poi si sono trovati Matteo Renzi e Maria Elena Boschi rispettivamente come “Nostromo” e mozzo dell’attuale maggioranza. Come se non bastasse, Luigi Di Maio è “positivamente sorpreso dal Pd”. I tempi cambiano.
Ci avevano detto fino a un giorno prima che per il Pd fare un’alleanza con i Cinque Stelle era un’ipotesi da non prendere nemmeno in considerazione, ma poi si sono dovuti attaccare al bene del Paese per non attaccarsi ad altro andando a elezioni.
Ci avevano detto, in occasione delle consultazioni, che l’alleanza giallo-rossa era anzitutto sodalizio umano e poi rigida intesa sulle cose da fare, ma poi Luigi Di Maio si convoca i suoi ministri alla Farnesina e Dario Franceschini se li convoca al Nazareno e comunque ogni giorno esternano divergenze quasi insanabili. Una roba triste.
Ci avevano detto che il Governo doveva nascere per senso di responsabilità e per scongiurare un terribile aumento dell’Iva, ma poi hanno optato per l’opzione “chissenefrega” e quindi l’Iva aumenterà. Vabbè, mica stiamo a guardare il capello.
Ci avevano detto che l’operato del precedente Governo non sarebbe stato smantellato, ma poi in tema di sicurezza, di immigrazione e di economia comanderà il Partito Democratico per cui Giuseppe Conte dovrà correre a cancellare i tweet in cui, in compagnia del ministro dell’Interno, festeggiava il “Decreto sicurezza”. Conte si comporta come se prima di lui ci fosse un impostore a Palazzo Chigi.
Ci avevano detto che il Governo degli annunci sarebbe stato definitivamente archiviato e che avrebbe trionfato la serietà, ma poi hanno optato per un programma talmente vago da essere universalmente indifendibile se non quasi buffo. Sembrano Bergoglio quando straparla la domenica a Piazza San Pietro.
Ci avevano parlato dell’onestà, ma poi a Marco Travaglio si è bruciato il computer e non riesce più a trovare il database contenente tutti gli inquisiti del Pd, partito di cui anzi parla in termini lusinghieri forse perché non ricorda o, se c’era, dormiva. Brutta bestia la vecchiaia.
Ci avevano detto anche che il Governo non nasceva sotto dettatura dei papaveri di Bruxelles e che anzi l’Italia, in tempo di Governo giallorosso, aveva acquistato nuova credibilità in ambito europeo.
Poi però scopriamo che Paolo Gentiloni è stato nominato sì Commissario agli Affari economici Ue, ma è sotto tutela dell’ex Premier Lettone. Avete capito bene, l’ex Premier Lettone. Già perché la novità fresca fresca è proprio questa: ormai è palese che l’incarico a Gentiloni è solo l’osso che Ursula von der Leyen ha tirato a Giuseppe Conte come si fa con i cani ammaestrati.
L’Italia demopentastar andava ripagata per aver marginalizzato la Lega e per aver fatto nascere la cosiddetta “maggioranza Ursula”. Andava dato il contentino ad uso e consumo di propaganda interna, ma nulla di più. E il trattamento ricevuto è stato infatti davvero umiliante: non creda l’Italia, nonostante sia una potenza economica fondatrice dell’Unione europea, di stare nelle istituzioni sovranazionali come tutti gli altri Stati. Gentiloni succede agli Affari economici a Pierre Moscovici il quale, avendo potestà di vicepresidente esecutivo, era pienamente titolare del suo portafoglio. Il commissario italiano dovrà invece riportare a Valdis Dombrovskis – un campione del rigorismo europeo – che andrà a ricoprire la carica di vicepresidente esecutivo del gabinetto von der Leyen con precise deleghe agli Affari economici e che quindi è l’unico vero diretto riporto della presidente appena insediata (altro che il prestigio per l’Italia restituito da Gentiloni). E così l’Italia – fondatrice dell’Ue e ottava potenza mondiale per Pil – dovrà chiedere il permesso all’ex premier della Lettonia, la novantanovesima potenza mondiale entrata per giunta nell’Unione europea da soli quindici anni. Un po’ come gli scolaretti quando devono andare a fare la pipì.
Quindi “quegli splendidi ragazzi del Movimento” hanno fatto una rivoluzione lunga e fragorosa per farsi mettere la mordacchia da un uomo di apparato come Giuseppe Conte, per farsi trascinare dalla parte di Matteo Renzi e degli euroburocrati, per farsi umiliare con incarichi europei che assomigliano a un contentino e per nominare una vecchia carampana che risponde al nome di Paolo Gentiloni come loro rappresentante (dimezzato) in seno alle istituzioni europee.
Una fine triste, indegna e indecorosa quella di farsi normalizzare dal nuovo Kunta Kinte di Ursula von der Leyen.