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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

02/03/19

Degrado a Marina di Ardea: auto abbandonate e quadri elettrici manomessi

Alcune carcasse di auto sono state già rimosse e ne rimangono altre da rimuovere. Importante ripristinare il quadro elettrico per evitare che qualcuno si faccia male
Generica
Auto abbandonate Marina di ArdeaArdea – L’Associazione RivaluTiAmo Marina di Ardea nel segnalare, purtroppo, il solito degrado della zona, evidenzia che, dopo diverse segnalazioni  sono state rimosse le macchine abbandonate da mesi che si trovavano nella zona: quella ribaltata sul prato di Via Bergamo, la Y10 lato opposto e quella bruciata in Via Bolzano incrocio Via Brindisi; così come segnala che ci sono ancora da rimuovere al più presto, anche le altre seguenti tre macchine abbandonate da mesi, una in Via Bolzano incrocio Via Enna, le altre due in Via Bologna (ex Centro Regina) ed un’altra in Via Cavarzere (Via delle Idrovore), come da foto qui alato.
Auto abbandonate Marina di Ardea_1Inoltre, l’Associazione, a seguito di indicazioni di un residente, segnala che il quadro elettrico del semaforo posto sul Lungomare degli Ardeatini, risulta divelto e chiunque può accedervi, come si può apprezzare dalla foto qui pubblicata.
La persona residente nel quartiere che ha segnalato il fatto, fa sapere che il quadro elettrico è da giorni nelle condizioni dalla stessa evidenziate e che si possono verificare dalla foto qui pubblicata e che potrebbero esserci cavi scoperti ed essere oggetto di curiosità da parte di qualche bambino che, incoscientemente, andandoci a mettere le mani, potrebbe procurarsi dei seri danni. La cassetta che contiene il quadro di comando elettrico, si trova a lato di una fermata del “Cotral” sul Lungomare degli Ardeatini a Marina di Ardea.

di - 02 marzo 2019

01/03/19

Aumentano le rapine ad Ardea…anche a mano armata

Colpite molte attività commerciali e rapine anche in strada, a qualsiasi ora del giorno e della notte


Ardea – La notizia di una rapina avvenuta giovedì 21 febbraio,  in via Sassari angolo via Pratica di Mare ad Ardea, è trapelata soltanto poco fa. Tre malviventi a bordo di un’auto “Lancia Y” hanno rapinato un dipendente che effettuava il ritiro degli incassi dalle Slot Macchine nella zona. Il commesso, uscito da un negozio dove aveva appena prelevato le monete dalle slot machine, è stato avvicinato da un uomo con sciarpa in faccia e pistola in pugno che gli ha ordinato di dargli l’incasso.
Somma, che non era soltanto quanto prelevato dall’ultimo locale dove si era recato ma, addizionata da altri incassi ritirati, precedentemente, da altre attività. Rapinato il commesso, il malfattore con la pistola è risalito in auto dove lo attendevano gli altri due complici per darsi alla fuga.
Sul posto il personale della tenenza dei Carabinieri di Ardea che ha preso la denuncia dal derubato. Ovviamente, la notizia sembra vecchia ma nulla era trapelato prima. Cosa strana in quanto mostrerebbe un paese tranquillo dove mancavano soltanto le rapine a mano armata. E per non farsi mancare nulla, ora, ad Ardea c’è anche di questo!!!
La settimana scorsa, scorribanda di ladri hanno razziato in diversi negozi durante la notte. Ormai, Ardea è sempre più allo sbando e sempre più la popolazione è sfiduciata dall’incapacità di chi dovrebbe assicurare una vita tranquilla al popolo. Ancora non si hanno notizie di eventuali arresti di ladri che hanno visitato in questo periodo diverse attività.
A tal proposito, la consigliera comunale e presidente della commissione trasparenza e verifica atti, Luana Ludovici (Lega), ha presentato giorni fa un dettagliato esposto al Ministro degli Interni Matteo Salvini, al Prefetto di Roma, al Comando Generale dei Carabinieri ufficio operazioni, al Questore di Roma e per conoscenza al sindaco Mario Savarese, segnalando i malumori e le paure della popolazione, chiedendo tra l’altro di sapere se e quanti di questi malviventi sono stati assicurati alla giustizia.
Intanto, le indagini proseguono e sono coordinate da Ardea dal C/te Antonio Leggiero e da Anzio dal C/te Lorenzo Buschittari.

di - 01 marzo 2019 

25/02/19

Il socialismo ha ucciso il Venezuela



A Caracas stiamo assistendo al collasso di un modello. Eppure un terzo dei cittadini continua a credere nel socialismo e c’è ancora chi ha nostalgia di un leader come Chávez

25 Febbraio 2019 alle 09:29

Il socialismo ha ucciso il Venezuela

Dall’inizio delle proteste in Venezuela contro il presidente Nicolás Maduro, Flora Blanco, una sarta di 57 anni, si è ripetutamente scontrata con suo marito su una domanda fondamentale: il socialismo ha ucciso il Venezuela?”. Così inizia l’articolo di Anthony Faiola, che sul Washington Post cerca di rispondere a questa domanda. Flora Blanco ha perso ogni speranza con il socialismo (“E’ una farsa”), mentre suo marito è ancora convinto che l’ideologia di Hugo Chávez abbia restituito dignità ai lavoratori. Molti osservatori notano che il ruolo del socialismo nella crisi venezuelana è più complesso di quanto riconosca l’opinione pubblica. Le politiche socialiste finanziate attraverso le esportazioni di petrolio hanno reso il Venezuela una delle società più eque dell’emisfero occidentale. Tuttavia, hanno anche distorto i prezzi e i tassi di cambio, danneggiando l’economia del Venezuela. Molti manifestanti venezuelani vogliono farla finita col socialismo, altri vogliono semplicemente liberarsi del presidente Maduro. Secondo i sondaggi, un terzo dei cittadini continua a credere nel socialismo – ma soltanto la metà di loro ha fiducia in Maduro. “Chávez ha fatto degli errori, ma aveva una vera vocazione sociale”, ha detto Juan Barreto, un ex sindaco di Caracas: “Il sistema imposto da Maduro non ha nulla a che fare col socialismo. Maduro è semplicemente un despota”. Ultimamente, molti ex sostenitori di Chávez hanno fatto mea culpa, e si sono schierati contro Maduro.

L’economia del Venezuela è cresciuta dal 2003 al 2007 sotto la presidenza di Chávez, soprattutto grazie all’aumento del prezzo del petrolio. C’è stata una recessione dopo il crollo di Wall Street nel 2008, ma le contraddizioni dell’èra Chávez non erano nulla rispetto a oggi. Il Venezuela è un lontano parente del socialismo occidentale: non puoi paragonarlo al welfare del Canada e della Francia. Per molti osservatori, è sbagliato dare la colpa al sistema economico. La Bolivia ha vissuto un periodo di crescita prolungata malgrado lo statalismo dell’ex presidente di sinistra, Evo Morales. Ancora oggi, molti venezuelani hanno nostalgia di Chávez. Nella periferia di Caracas c’è una sua statua in cima a una collina. Dopo la morte di Chávez nel 2013, molti residenti hanno costruito un santuario per commemorarlo. Tuttavia, le proteste delle ultime settimane hanno polarizzato l’opinione pubblica. Alcuni “non vogliono più sentire pronunciare la parola ‘socialismo’”, altri continuano ad avere dubbi sul leader dell’opposizione Juan Guaidó. “Se ne dovrebbe andare in America, agisce per conto loro”, ha detto Elisabeth Torres, la custode del santuario di Chávez. Molti altri continuano a essere fedeli al regime perché hanno paura – temono di subire la repressione del governo e di perdere le scorte di cibo che vengono elargite dallo stato. “Io sto dalla parte di Maduro perchè è il presidente”, ha detto Maria Alejandra Sanchez, una giovane madre che frequenta il santuario di Chávez: “Ma lui (Maduro, ndt) non è all’altezza del suo predecessore. Io vivo come una mendicante, non ho i soldi per nulla. Ciò che mi resta è andare a casa, piangere e deprimermi”.

19/02/19

I casi Diciotti e Renzi lo dimostrano: comanda la magistratura


In questi giorni stavo sfogliando i quotidiani degli anni Ottanta. È cambiato quasi tutto, tranne una cosa: la potenza della magistratura nel dettare l’agenda politica o agenda setting, come dicono gli «esperti». Certo, allora si trattava solo di qualche arresto di amministratori locali (ovviamente dei partiti di governo) il giorno prima delle elezioni o di scontri tra il presidente Cossiga e il Csm. Niente rispetto a quello che sarebbe accaduto dopo. Ma era già visibile il disegno e già percepibile la tentazione.
Sono passati più di trent’anni e siamo ancora qui, a confrontarci con quello che, parafrasando De Gasperi, potremmo chiamare il «quarto partito», quello della magistratura che, ad ogni snodo, si esprime, sconvolge i piani degli uni e degli altri: in ogni caso plasma il corpo della Repubblica.
Simbolicamente la giornata del 18 febbraio è stata l’apoteosi del trionfo del «quarto partito»: la votazione nella piattaforma Rousseau sul caso Diciotti, che ha spaccato il principale attore della coalizione di governo (e ora vedremo nel voto reale, quello dell’aula). E, nel frattempo, l’arresto dei genitori di Renzi, cioè di colui che stava per rientrare in scena, ammesso ne fosse mai uscito, sia nelle primarie del Pd che nel quadro più generale.
Perché ci siamo ridotti così, ovvero come abbiamo lasciato che la magistratura dettasse l’agenda politica? Le cause sono molte ma il colpevole è soprattutto uno: la classe politica. La magistratura, infatti, è un potere che si è lasciato espandere e una legge della politica vuole che, una volta cresciuto, nessun potere tenda a tornare al suo posto, a meno che qualcuno non lo forzi.
Perché la classe politica non vi è riuscita?
Per almeno tre ragioni; una devianza culturale, un errore di lettura politica e una tendenza internazionale. Sulle prime due cause la politica avrebbe potuto intervenire, e forse, anche sulla terza. Vediamole.

1. Devianza culturale. Decenni se non secoli di divisione partigiana del paese hanno fatto in modo che sempre sia valsa la regola di Giovanni Giolitti: «la legge si interpreta per gli amici e si applica ai nemici». Vale a dire che, quando la magistratura mira ai tuoi avversari politici, si diventa giustizialisti, mentre ti trasformi in garantista e persino duro critico dei giudici, quando vengono colpiti i tuoi amici. Le dichiarazioni di Renzi e dei renziani di queste ore sono da manuale: gli stessi che nei giorni precedenti gridavano «onestà onestà» nelle piazze e chiedevano la gogna per Salvini.

2. Errore politico. Per ragioni storiche comprensibili (l’alleanza tra i comunisti e il partito dei giudici fin dagli anni ottanta) quello che più a fondo cercò di risolvere la questione magistratura, Silvio Berlusconi, commise un duplice errore: primo, ritenere che il tarlo della magistratura covasse nella sua popolosa componente «rossa». Mentre in realtà ciò che muove il quarto partito non è tanto o solo l’ideologia ma proprio la volontà di egemonia corporativa. Secondo errore: nel difendersi contro gli attacchi, il Cav elaborò una strategia di leggi ad personam che però finì per indebolire, se non delegittimare, la sua azione.

3. Tendenza internazionale. Il potere dei giudici e il loro obiettivo, di determinare ormai non più solo l’agenda politica ma anche quella di governo (il caso Diciotti è un salto di qualità in tal senso) fa parte di una tendenza internazionale, che vede ceti tecnocratici e le burocrazie, nazionali e internazionali, non solo farsi autonomi dal potere politico, ma anche finire per dominarlo. Ovunque in Europa ogni governo deve ormai passare sotto le forche caudine di poteri non elettivi, da quelli della Commissione Ue alla sentenza della Corte di giustizia europea a quelle delle singole procure nazionali. La Repubblica giudiziaria e quella dominata dalla tecno-burocrazie «europeistiche» sono più sorelle di quanto non sembri a prima vista.

Ma nessun paese come l’Italia è appesantito da un potere dei giudici così esteso, pervicace e determinante, e per così lungo tempo. Per salvarsi, tutta la classe politica, al di là delle divisioni tra maggioranza e opposizione, dovrebbe siglare un grande patto che riformi radicalmente la giustizia. Non è stato mai tentato, e oggi sembra davvero difficile: ma qualcuno dovrebbe provarci.

Marco Gervasoni, 19 febbraio 2019

11/02/19

URANIO: GLI NEGANO TUTTO LUI SI SUICIDA!

uranio impoveritoIn altri tempi sarebbe stato definito “suicidio di Stato” ma anche oggi riesce difficile qualificare in altro modo quello che è accaduto ad un militare VFP che, dopo essere rientrato da numerose missioni all’estero, ha scoperto di avere la leucemia (tipica da contaminazione da uranio impoverito). Questa volta però non è stata la patologia ad ucciderlo. Congedato perchè non più idoneo al servizio ha pensato a curarsi ma, sopratutto, a fidarsi dei suoi superiori che gli hanno “consigliato” procedure da seguire, legali e tutto quanto “nell’interesse” del militare e della famiglia. Purtroppo però, come sempre accade in questi casi, i “consigli” e le cure pesantissime a cui si è sottoposto si sono rivelati fatali. Diritti negati con ricorsi impostati male hanno provocato dei rigetti affrontati in modo maldestro in sede giudiziaria. Il militare non ha retto il senso di colpa che ha avvertito nel rimanere “fedele” allo Stato, causando condizione di precarietà assoluta a tutta la famiglia, e ha deciso di togliersi la vita impiccandosi. Questo è quanto denuncia la famiglia che, distrutta dal dolore, si è rivolta all’Osservatorio Militare che da sempre segue la vicenda e che con l’Avv. Tartaglia è riuscito ad ottenere centinaia di condanne per l’amministrazione e 2 sentenze di Cassazione in cui si parla di omicidio colposo. “La situazione è complessa ma spiegando nel modo adeguato ai giudici quanto accaduto e depositando la documentazione necessaria, accompagnata con la giurisprudenza ottenuta in questi venti anni , cercheremo di rendere giustizia alla memoria del militare e dei suoi eredi” questo quanto dichiara l’Avv. Tartaglia dopo aver ricevuto la vedova. “I casi di generosità e disponibilità dei Comandanti che hanno registrato malati e morti nelle loro unità a causa dell’uranio sono tantissimi e tutti finiti in malo modo” sottolinea Leggiero Responsabile dell’Osservatorio, “pensar male si peccato ma a volte…..” prosegue così lasciando intendere che, probabilmente, dietro la disponibilità di “assistere” la famiglia del deceduto o del malato, più che una forma di vera assistenza vi sia un maldestro modo di “controllare” le ormai migliaia di denunce che arrivano al Centro Studi evidenziando una situazione ormai drammatica che continua da anni senza mai essere affrontata con decisione ed interesse per il personale. Da qualche tempo si evidenzia un cambio di strategia da parte dell’Amministrazione che “suggerisce” sempre i soliti “esperti accreditati” da nominare per CTU sempre negative che ostacolano il percorso della giustizia, rimettendo di nuovo in discussione il nesso causale cristallizzato da centinaia di sentenza e dalla IV Commissione Parlamentare d’inchiesta. Per questo motivo l’Osservatorio Militare ha deciso di chiedere un incontro urgente con il Ministro Grillo che ha svolto un ruolo importantissimo nella relazione prodotta dalla IV Commissione Scanu che per la prima volta ha evidenziato ragioni e colpe di una classe dirigente militare che, con preoccupante indifferenza alle sollecitazioni politiche, continua ad ignorare il problema e, sopratutto, a non prendere provvedimenti in prevenzione solo ed esclusivamente per non ammettere gli errori del passato.