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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

25/01/18

Milano, speculazione raglia e deraglia





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È come se li conoscessimo i morti e i feriti passeggeri di quel treno deragliato alle porte di Milano, tra Pioltello e Segrate. Pendolari: impiegati, studenti,  viaggiatori delle 6 di mattina assonnati e infreddoliti in attesa di arrivare a Porta Garibaldi, nemmeno il tempo di un caffè al bar, per correre verso la metro e il tram nella caligine umida e indisponente di una città. che si vanta ancora di essere una capitale morale. Tanto da essersi impegnata in un’ennesima grande opera, quella di “rigenerazione” urbana dei sette scali ferroviari, avviata tramite un “Accordo di programma” che il Comune di Milano ha sottoscritto con la Regione Lombardia e il Gruppo F.S.
Non si sa a cosa si devono i due morti e la decina di feriti gravi, forse a uno scambio malfunzionante. Ma è la volta buona che potremo dire che si tratta davvero di un incidente causato dall’errore umano, ammesso che ci sia umanità, civiltà e non premeditazione criminale nelle scelte dissipate di investire in quello che si vede e non in quello che serve, come se l’immagine e la reputazione di una città dipendessero dalla fuffa, dal  camouflage delle magagne usato anche in occasione di grandi esposizioni per mascherare le falle, come quando si fa pulizia dove passa il prete o il fuhrer o il comitato olimpico anche a prezzo di vite e lutti, come quando gli agenti immobiliari fanno dare una mano di vernice per coprire le antiche macchie di umidità.
Non  a caso vien bene citare gli agenti immobiliari. Come altrimenti si potrebbe definire un sindaco blandito e vezzeggiato dalla stampa nazionale che ha fatto di Spelacchio un’antonomasia della cattiva amministrazione mentre omette di informare sulla richiesta di rinvio a giudizio per l’affidamento senza gara all’immancabile Mantovani della fornitura di 6000 spelacchi per l’Expo. Piccolezze certo, rispetto ai peana e alla hola che accompagna la generosa campagna di svendita del  patrimonio comunale offerto a prezzi di outlet a privati, immobiliaristi e costruttori nostrani e esteri, proprio come quel gruppo Savills infilato a tradimento – nostro – in quell’Accordo di Programma per la valorizzazione al posto della sicurezza, della mobilità e dell’abitare, a sancire che i padroni veri dei beni comuni sono appunto i privat, O anche i “diversamente” tali, nel dominio e nel comportamento, come Fs che tratta e specula e detta regole e sceglie progetti e dà incarichi come fosse a pieno titolo proprietario  delle aree dismesse del servizio ferroviario, e che solo a tale scopo, con tale specifica destinazione, l’allora Azienda dello Stato, ma oggi divenuta SpA, aveva in uso/concessione.
La città del sindaco Sala che definisce Renzi una irrinunciabile risorsa, che  si lamenta perché il Paese e la sua classe politica fanno da oneroso contrappeso allo sviluppo dinamico di Milano – e lo possiamo leggere in un suo agile volumetto autoreferenziale, che vuole a tutti i costi la Consob in casa, è diventata un competitivo laboratorio sperimentale del modello MoSE e Consorzio Venezia Nuova, nello stabilire l’egemonia non solo semantica di due parole “abdicazione” e “monopolio” e ipotizzando che possa diventare il simbolo del nuovo sacco delle città, dando a speculazione e espropriazione requisiti legali e autorizzati e applicando il format di un’urbanistica retrocessa a pratica negoziale e premiale degli interessi del capitalismo finanziario e immobiliare. E infatti qualcuno ha detto che il nuovo skyline desiderato e auspicato, irto di grattacieli megalomani e futili, che cos’è se non l’istogramma della rendita immobiliare? Ad onta dei grandi fallimenti che hanno già condannato questa insana progettualità: Santa Giulia, l’area ex Falck di Sesto San Giovanni, la “Nuova Defense” dello Stephenson Business District, il mancato recupero dell’ex Ortomercato, per non parlare delle aree dismesse del grande Bal Excelsior dell’alimentazione o meglio degli appetiti.
Ma mica è solo colpa di Sala, ci aveva pensato prima la giunta Pisapia ( ne abbiamo scritto più volte, anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/12/08/opera-di-massima-sicurezza/) approvando in gran fretta nel 2012 un Piano di Governo del Territorio denso di soliloqui acchiappacitrulli, frutto postumo dell’impegn congiunto  di Masseroli/Moratti e del  loro PGT adottato ma non approvato, e attuato attraverso regole flessibili  e elastiche in forma di strenna perenne alla speculazione immobiliare.
L’instant book del sindaco pronto a sempre più luminosi destini, risponderà alle critiche con i dati sul  boom edilizio nel centro metropolitano:  una crescita degli addetti pari a oltre il 16%: circa il doppio del tasso di crescita registrato nell’hinterland e cinque volte superiore al tasso di crescita medio nazionale. Che confliggono   con le tendenze rilevate sul fronte demografico che segnalano una ulteriore perdita di popolazione a Milano (-4,26%) e una crescita robusta dell’hinterland (+8,99%). E che confermano che a Milano si costruisce non per gli abitanti, non per i cittadini, espulsi e non sempre seguendo il galateo delle buone maniere a cominciare dal differenziale di prezzo del centro rispetto alle cinture esterne.
Si è costruito nel cuore metropolitano si, ma per una domanda soprattutto internazionale a carattere prevalentemente finanziario, più ancora che terziaria e che comunque non è sufficiente per colmare un’offerta, oggi largamente sovradimensionata, che si risolve in volumi megalomani di appartamenti costosissimi in vendita o sfitti, mentre il disagio abitativo si fa sempre più drammatico.
Negi anni ’80, Milano, ci invitavano a berla mentre loro si preparavano a offrirla da mangiare, da spolpare fino all’osso. Sarà ora che i milanesi quelli vecchi e quelli nuovi diventino dei veri ossi duri  se volgiono tronare a essere cittadini.

Anna Lombroso per il Simplicissimus - 25 gennaio 2018

A Davos sfila l’ipocrisia del potere



Trump dimenticherà pure la lezione della storia, ma sentire la Merkel, cioè la leader proprio del Paese che l’ha provocata quella storia fatta di guerra e milioni di morti, sa di barzelletta. D’altra parte, nel teatrino in corso a Davos, in Svizzera, l’ipocrisia del grande potere sta offrendo il meglio di sé. La cancelliera tedesca si straccia le vesti per il presidente Usa che protegge l’economia americana. Ma quando c’è da fare i suoi interessi, la Germania è la prima a non guardare in faccia nessuno. Su questo, semmai servissero altre prove, si può domandare al nostro ex ministro del Tesoro Giulio Tremonti, rimbalzato da Berlino e dalla sua succursale di Bruxelles al tempo in cui l’Italia chiedeva di fare un muro comune contro la speculazione dei mercati con gli euro-bond. Acqua passata? Allora rivolgersi a Mario Draghi, che ha dovuto sudare ben più delle proverbiali sette camice per allentare il rigore monetario strenuamente difeso dal nostro partner teutonico. Ci risparmi perciò la Merkel le lezioncine sulle soluzioni multilaterali ai problemi del mondo. D’altra parte, anche l’Italia ieri ha dato il suo contributo di fesserie, con la fake news del premier Paolo Gentiloni sul suo ruolo terminato con le elezioni e l’esclusione assoluta di un possibile futuro governo delle larghe intese. Gentiloni lo sanno pure i sassi che spera di restare a Palazzo Chigi anche dopo il 4 marzo, e per riuscirci non si vede oggi altra possibilità che un accordone tra Renzi e Berlusconi, sempre che i numeri in Parlamento lo consentano.

di Gaetano Pedullà


24/01/18

Russia e fake news: ossessioni dell’Europa

 

item_fakenewsfotorVOI PENSAVATE…
Voi pensavate che il problema dell’Europa fosse la crisi economica e sociale prodotta da classi dirigenti incompetenti, l’immigrazione incontrollata, il terrorismo che insanguina le città e la deriva euro-arabica del suo modello multiculturale. Pensavate che il problema fosse lo svuotamento delle sovranità nazionali, il vulnus di democrazia e rappresentatività o i tecnocrati, i banchieri e la grande finanza che hanno ormai in mano i processi decisionali. Pensavate che il problema fosse il fallimento dell’euro, uno dei più dannosi esperimenti di alchimia monetaria della storia moderna.
E invece no. Il problema dell’Europa sono le fake news di Putin.
Altro che “Allah Akbar” urlato per le vie di Berlino, Copenaghen, Stoccolma o Parigi; altro che “Patti di stabilità” che destabilizzano le economie; altro che retorica dell’accoglienza che sta riempendo i nostri paesi di disperati.
Qualche giorno fa il Parlamento europeo ha dedicato un’intera sessione sul come arginare l’oceano di “falsa propaganda” e disinformazione che Mosca sta mettendo in piedi per distruggere l’Europa. Niente di meno.
Julian King è il Commissario alla Sicurezza dell’Unione Europea che ha prodotto la relazione introduttiva; britannico (e quindi anti-russo per retaggio storico) ha una lunga carriera diplomatica che lo dovrebbe proteggere da facili derive ideologiche.
Nel 2003, quando iniziò la guerra in Iraq, lui era alle Nazioni Unite come “negoziatore alla Sicurezza”. Quindi di fake news se ne dovrebbe intendere avendo vissuto in prima persona la più grande “falsa notizia” degli ultimi decenni: quella delle armi chimiche di Saddam che produsse la guerra in Iraq e il disastro in Medio Oriente di cui ancora oggi scontiamo le conseguenze. E fu il suo governo (e quello americano) a metterla in piedi; furono i media occidentali ad alimentarla; furono gli intellettuali a costruire l’immaginario necessario a legittimare una guerra criminale che ha aperto la strada ai disastri delle Primavere arabe, della guerra in Libia (altro straordinario prodotto di fake news occidentale) e a quella siriana (dove la manipolazione dei media e dei governi occidentali ha raggiunto persino la narrazione hollywoodiana).
Ci si aspetterebbe una maggiore prudenza nel parlare di disinformazione. E invece è proprio lui ad affermare: “sembrano esserci pochi dubbi che la campagna di disinformazione del Cremlino sia una strategia orchestrata per diffondere storie non vere in più lingue possibili, attraverso più canali possibili e il più delle volte possibile”. E questa strategia, secondo King, sta avendo successo “se guardiamo i sondaggi d’opinione su quanti accettano la disinformazione del Cremlino (…) Ecco perché dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per smascherare questa propaganda”.

putinNESSUNA PROVA DI INGERENZA RUSSA
Alla sua relazione ha fatto eco quella di buona parte dei parlamentari europei che hanno ricordato le azioni di ingerenza russa “nel voto per la Brexit e nelle recenti elezioni in Francia, Germania e Spagna”. Poco importa che i servizi d’intelligence di questi Paesi e Istituti importanti come l’Agenzia per la Cybersecurity francese o il Digital Society Institute dei Berlino, abbiano smentito i fatti dichiarando che non ci sono prove di interferenze da parte del Cremlino. Nulla è più potente di una fake news occidentale sul tema delle fake news.
King ha affermato che sono state rintracciati 3500 casi di disinformazione da parte russa, su questioni relative all’Ue. Ovviamente non porta con sé alcuna prova. Per averle bisogna andare su “Eu vs Disinfo” il portale di Bruxelles in cui si smascherano le incredibili menzogne della Russia: tipo che Mosca ha importato dalla Moldavia solo 1600 tonnellate di verdue e non 8000 come hanno detto il canale televisivo Rossiya 1.
O che Russia Today ha ospitato un editorialista Russia Insider (un sito web di informazione occidentale sulla Russia) che avrebbe espresso presunte posizioni antisemite. Quanto basta per dire che il Cremlino legittima l’antisemitismo.
Ecco, sono queste le terribili manipolazioni russe; roba da dilettanti se confrontate con la potenza di fuoco della manipolazione occidentale, in grado addirittura di scatenare bombe scandalistiche ad orologeria su scala globale (come questa) o invenzioni narrative su tragedie individuali (come questa).
E così il Parlamento europeo, sulla base di questa pericolosissima disinformazione, ha chiesto che venisse rinforzata “la minuscola squadra di comunicazione strategica dell’UE” che fa capo a East Stratcom la struttura creata nel 2015 con lo scopo di contrastare la propaganda russa.
Operazione quanto mai furba; perché East Stratcom è uno strumento dell’Ue che, come dice il nome stesso, non si occupa di combattere la disinformazione russa nei paesi dell’Ue ma nei paesi che non fanno parte dell’Ue e che sono storicamente nell’area d’influenza della Russia: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina.
Cioè in altre parole si sbandiera il pericolo della disinformazione russa nell’Ue per andare a fare disinformazione anti-russa nei paesi non dell’Ue. Geniale!

La democrazia in Occidente è in pericolo non per Putin ma per un’élite tecnocratica che sta distruggendo le sovranità popolari

Mainstream-media-fake-news TECNOCRAZIA E MAINSTREAM OCCIDENTALE
La verità è che è l’Occidente a detenere la più spaventosa macchina mediatica del pianeta: quella che va dalle grandi corporation editoriali (tv, giornali, internet) a Hollywood, Netflix, Amazon con la loro terrificante capacità di costruire immaginario simbolico; dal sistema dei Servizi Pubblici radiotelevisivi europei ai centri del potere globale del web (Google, Facebook) perfettamente interconnessi con le agenzie d’intelligence occidentali.
E l’idea che strumenti come Sputnik o Russia Today e magari 100 troll russi su internet possano minacciare le democrazie in Occidente è una balordaggine che solo l’ipocrisia di questo Parlamento europeo pieno di maggiordomi di George Soros, può affermare.
Chi può manipolare informazioni? Chi gestisce i dati e la vita di miliardi di persone, chi ha il potere di investire miliardi di dollari per costruire prodotti di immaginazione che definiscono e disegnano il nostro senso della realtà?
La verità è che la democrazia in Occidente è in pericolo non a causa di Putin; ma a causa di un’élite tecnocratica, apolide e priva di legittimità che sta distruggendo le identità nazionali, le sovranità popolari, il modo di vita e di produzione dei popoli europei.
È in Silicon Valley che si progetta “il superamento della democrazia”, non a Mosca.
Sono i visionari della rete e del dominio della Tecnica a chiedere che la politica si faccia da parte e consegni il potere a industrie e multinazionali  come nel sogno fantascientifico del Neuromante di Gibson.
Se proprio il Parlamento europeo vuole difendere la democrazia in Occidente la smetta di inventarsi nemici in Russia e affronti il vero tema del nostro tempo: quello del conflitto tra élite globalista e sovranità popolari.

di Giampaolo Rossi - 23 gennaio 2018

22/01/18

La ricorrenza del 25 aprile e le pie banalità sulla « memoria condivisa »



La ricorrenza del 25 aprile e le pie banalità sulla «memoria condivisa»: lasciamo le lacrimose omelie ai ciurmatori della peggiore demagogia imperante semmai dedichiamo una riflessione alla possibilità di una memoria condivisa




Se non vivessimo in un Paese la cui classe dirigente ha fatto della furbizia da quattro soldi e dell'ipocrisia più spudorata il suo abito mentale permanente, potremmo anche guardare ai sempre più frequenti sermoni sulla necessità di addivenire a una «memoria condivisa» del 25 aprile in termini di un volonteroso, anche se patetico, sforzo di riconciliazione. Ma nella Repubblica della menzogna eretta a sistema e del calcolo politico sistematico, ove tutto è in vendita e tutto si riduce al gioco delle fazioni per accaparrarsi quante più poltrone possibile, «a pensare male - come diceva Andreotti - si fa certamente un peccato, ma ci si azzecca quasi sempre» (parola di uno che se ne intendeva, e se ne intende tuttora, parecchio).
Dunque: si invoca una memoria condivisa, affinché il 25 aprile non sia più un giorno di divisione, non sia più il segno clamoroso di un passato che non passa e l'ostentazione della vittoria di una parte politica su un'altra parte politica; ma un giorno di comprensione e, se possibile, di riconciliazione.

Belle parole, senza dubbio.

Ma sono tutte balle.

Per la sinistra, le pie omelie sulla memoria condivisa sono il tentativo di giungere a una pace ideologica di compromesso, dopo che il crollo del muro di Berlino le ha dato la spiacevole sensazione di essersi venuta a trovare dalla parte sbagliata della barricata; mentre il vento del '68 -protrattosi per buona parte degli anni Settanta - le aveva dato l'inebriante illusione di essere, per l'appunto, dalla parte giusta (e prossima vincitrice), e che sarebbe bastato aspettare un altro poco per raccogliere il frutto maturo della disgregazione della borghesia.

Per la destra, si tratta di sdoganare definitivamente il proprio passato fascista, anche nei libri di storia, dopo che già vi è riuscita nelle due aule del Parlamento; anche se al prezzo - invero un po' salato - di mostrarsi ogni giorno più realista del re, ad es. più filo-sionista degli stessi americani, come quando l'onorevole Fini, con lo zucchetto ebraico in testa, si è recato prima alla sinagoga di Roma, poi a Gerusalemme, per deplorare la politica razziale del Fascio.

Per il centro - perché sia chiaro che il centro esiste tuttora, alla faccia del preteso bipolarismo "alla anglosassone", e ancora decide le sorti politiche del Paese, anche se è frazionato, per ragioni strategiche, su entrambi i versanti in lotta (si fa per dire) - si tratta di ricordare agli Italiani, popolo notoriamente dalla memoria corta, che "loro lo avevano sempre detto" che fascismo e comunismo sono due estremismi uguali e contrari; e che, quindi, dalla parte giusta della Storia, erano sempre stati solo loro: gli esponenti e gli ineffabili eredi della Democrazia Cristiana.

Tutti accomunati dalla stessa demagogia, dalla stessa furbizia e dalla stessa ipocrisia.

A nessuno importa un fico secco, in realtà, della pacificazione nazionale, tanto è vero che non si lasciano sfuggire mai il minimo pretesto per rinfocolare le diffidenze, le divisioni e gli odii; non c'è fattaccio di cronaca (ad es. lo stupro di una donna italiana da parte di qualche immigrato), non c'è emergenza, fatalità, frana, terremoto, siccità o alluvione che non tornino buoni per andare a caccia di un miserabile pugno di voti, dalle elezioni politiche a quelle amministrative, aizzando animosità mai sopite e inimicizie mai ricomposte, con diabolica astuzia e con una tenacia e perseveranza degne davvero di miglior causa.

E a nessuno di quei signori importa della pacificazione nazionale, per il semplice fatto che non solo l'ideologia, ma anche la politica sono entrambe morte e sepolte, e tutto quello che resta, in un paesaggio di macerie popolato ormai soltanto dagli orribili mostri della speculazione edilizia tirati su da palazzinari impenitenti, è una corsa scomposta al potere per il potere, agli affari per gli affari, al denaro per il denaro; il tutto condito dalla pratica sistematica della corruzione, della cialtroneria, del totale disprezzo non solo della legalità, ma anche del pudore.

A chi volete che importi se, il 25 aprile del 1945, vinse la parte "giusta" oppure quella "sbagliata"? Questioni da lasciare agli storici di professione, questioni tanto sottili quanto astratte e lontane: quel che conta sono gli affari o, come diceva il buon re Luigi Filippo d'Orléans, quel che conta è arricchitevi!, e al diavolo tutto il resto.

Perciò, lasciamo le lacrimose omelie sulla memoria condivisa ai ciurmatori della peggiore demagogia oggi imperante; e, semmai, dedichiamo una riflessione alla possibilità di una memoria condivisa come problema civile, culturale e morale del popolo italiano, lontano dalle ignobili strumentalizzazioni dei politici di mestiere.

E, per farlo, sgombriamo il campo dalle versioni di comodo della nostra storia recente, ristabilendo alcune semplici, anche se sgradevoli, verità.

Punto primo: il 25 aprile non c'è stata alcuna Liberazione.

Infatti, tutti gli storici seri ammettono che, senza la sconfitta militare dell'Asse, la Resistenza non solo non avrebbe vinto, ma neppure sarebbe incominciata. La resistenza è incominciata dopo l'8 settembre 1943, ossia dopo l'armistizio di Badoglio con gli Anglo-americani; e quell'armistizio è stato il punto d'arrivo del complotto del 25-26 luglio precedente. Checché se ne dica, il fascismo è caduto per un suicidio del suo gruppo dirigente e, in seconda battuta, per un colpo di Stato della monarchia, d'accordo con la massoneria, la chiesa e i grandi industriali (questi ultimi terrorizzati dal progetto di Mussolini di nazionalizzare le loro aziende): le tre forze che, ancora oggi, più contano nel Bel Paese.

Se gli eserciti anglo-americani - autoqualificatisi "liberatori"- non avessero risalito per due anni la Penisola, cospargendola di macerie, da Montecassino a Treviso e alla martire Zara, fino a raggiungere, nell'aprile del 1945, la valle del Po, non ci sarebbe stata nessuna Liberazione. E con ciò non intendiamo negare valore morale all'azione di quanti, nella resistenza, si batterono per nobili ideali di libertà e di giustizia, ma semplicemente riportare le cose alle loro giuste proporzioni. Niente sbarco alleato in Sicilia nel luglio 1943, niente complotto reazionario e monarchico contro Mussolini; niente governo Badoglio, niente resistenza e niente aiuti alleati alla resistenza; niente forzamento della Linea Gustav prima, della Linea Gotica poi, niente Liberazione e niente festa del 25 aprile.

Questo è poco ma sicuro.

Punto secondo: i vincitori - esterni e interni - avevano bisogno di una sanzione morale che stabilisse, una volta per tutte, che essi avevano combattuto dalla parte giusta, gli "altri" da quella sbagliata. I vincitori esterni cercarono quella sanzione nei processi di Tokyo e di Norimberga e nella commemorazione annuale del D-Day, ossia dello sbarco in Normandia. I vincitori interni - vincitori in sottordine - la cercarono in una solenne ricorrenza civile.

Così è nato il 25 aprile.

Ovvio che, per realizzare una simile operazione, bisognava avvalorare la Vulgata secondo la quale tutti i buoni erano stati da una parte, e tutti i cattivi dall'altra; e che il bene, alla fine, aveva trionfato sul male, anzi sul Male Assoluto

Perciò, proibito parlare di episodi come il massacro di Porzûs; proibito parlare degli infoibamenti da parte dei titini; proibito parlare della strategia politica dei bombardamenti aerei alleati, e, in particolare, della totale distruzione di Zara; proibito parlare dei massacri di fascisti avvenuti dopo il 25 aprile 1945; proibito parlare del dramma dei 350.000 profughi della Venezia Giulia, costretti a fuggire senza nulla poter portare con sé.

Proibito anche domandarsi se azioni partigiane come quella di Via Rasella, fatte in modo da esporre la popolazione civile alle inevitabili rappresaglie tedesche, fossero realmente giustificate, sia sotto il profilo militare, sia sotto quello morale.

Punto terzo: all'interno della resistenza convissero, si sovrapposero e, a volte, si scontrarono (anche fisicamente) anime, strategie e finalità talmente differenziate, che la comune scelta di campo antifascista non basta certo a far parlare di un unico fenomeno resistenziale. E il nucleo più forte e combattivo di essa, ossia il Partito Comunista Italiano, cercava essenzialmente un regolamento di conti col fascismo, dopo le vicende del 1919-25: non per instaurare un regime democratico, ma per fare quel che i bolscevichi avevano fatto in Russia nel 1917, e che esso medesimo aveva sperato di fare nel "biennio rosso".

Se fosse dipeso soltanto dalla volontà di Togliatti, e se i carri amati dell'Armata Rossa fossero arrivati a Trieste, Milano e Torino prima di quelli anglo-americani, l'Italia sarebbe semplicemente passata da una dittatura a un'altra. E, a proposito di Trieste, gli abitanti di quella città - occupata e terrorizzata per 40 giorni dalle soldatesche comuniste di Tito - sanno bene di che cosa stiamo parlando; Trieste che solo nel 1954, e a prezzo della perdita di altre terre sicuramente italiane, ha potuto tornare alla madrepatria.

Questo, dal punto di vista storico.

Resta da vedere se si possa immaginare una «condivisione della memoria» del 25 aprile sotto il profilo morale.

Ora, se quella del 1943-45 fu - come ormai tutti gli storici onesti riconoscono - una vera e propria guerra civile; e se gli eserciti anglo-americani non erano dei "liberatori", ma semplicemente degli occupanti (come tanti altri che li avevano preceduti nella storia italiana, e tutti chiamati da qualche fazione in lotta contro i propri avversari interni), ebbene, allora è evidente che non ci potrà mai essere una memoria condivisa, perché le guerre civili non nascono dal nulla e perché gli eserciti di occupazione - e non di liberazione - sono tutti, sempre, espressione dei "cattivi" e non dei "buoni": ossia di interessi stranieri che mirano a mettere in ginocchio, materialmente e moralmente, e il più a lungo possibile, il Paese occupato.

Tanto è vero che, nella conferenza di pace di Parigi del 1947, l'Italia è stata trattata dai suoi generosi "alleati" né più, né meno che come un Paese nemico e sconfitto: e, come rappresentanti di un Paese nemico e sconfitto, i nostri delegati hanno dovuto firmare i trattati che vennero loro imposti, senza alcuna possibilità di discuterne i contenuti.

Viene in mente una frase significativa, pronunciata a Udine, nell'immediato dopoguerra, dal famoso predicatore padre Lombardi (animatore del movimento Mondo Nuovo), davanti a una enorme folla di pubblico, uomini e donne esausti dalle sofferenze della seconda guerra mondiale: «Li abbiamo chiamati liberatori; li abbiamo chiamati amici; erano, tutti, nemici».

Tutti nemici; tutti cattivi: si dirà che questo è qualunquismo.

Molto bene,

E allora, vogliamo ricordare che Churchill volle la guerra, molto più di Hitler, perché non gli andava giù il fatto di aver dovuto rinunciare a bombardare la Germania dal cielo nel 1919, essendo finito troppo presto il primo conflitto mondiale; e che poté sfogare tale sadico istinto nel 1944-45, quando ridusse in cenere, una dopo l'altra, le città tedesche, a partire dalle più indifese e prive di valore strategico, come Dresda?

Vogliamo ricordare, poi, che Roosevelt volle la guerra, molto più del Tripartito, perché il tanto decantato New Deal (leggenda dura a morire) era stato, in realtà, un clamoroso fallimento, e solo una guerra di proporzioni mondiali - come già era accaduto venti anni prima, con Woodrow Wilson - avrebbe potuto ridare fiato all'economia americana?

E vogliamo, infine, ricordare che il macellaio Stalin, artefice della morte di forse 8 milioni di cittadini sovietici negli anni Trenta - con la collettivizzazione forzata delle campagne e con le Grandi Purghe - era amico e alleato di Hitler dall'agosto 1939; e che, forte di quella alleanza, attaccò e invase la Polonia, i Paesi Baltici, la Romania, la Finlandia, senza che le democrazie occidentali trovassero nulla da ridire o da eccepire; mentre, per la sola invasione della Polonia, esse dichiararono guerra alla Germania nel giro di quarantott'ore?

Questo, sul piano etico-politico generale.

Sul piano della coscienza morale individuale, il discorso della «memoria condivisa» è ancora più impraticabile, per non dire assurdo.
Lo ripetiamo: quella del 1943-45 fu una guerra civile.

Come si può pretendere una condivisione della memoria da parte di coloro che ebbero i genitori o i nonni uccisi, non di rado crudelmente e fuori di ogni contesto di legalità (come nel caso dei massacri avvenuti dopo la fine "ufficiale" della seconda guerra mondiale), sia dall'una che dall'altra parte?

E come negare che da entrambe le parti vi furono sublimi episodi di eroismo e nobili motivazioni; così come, da entrambe le parti, feroci regolamenti di conti, malvagità gratuite e basse ragioni di tornaconto personale?

Per favore: un po' di onestà intellettuale.

Nessuna delle due parti può pretendere il monopolio della giustizia. Spetta agli storici spiegare come accadde che tanti italiani, pur amanti del proprio Paese, abbiano fatto una scelta opposta e si siano combattuti spietatamente a vicenda; ma questa è la verità dei fatti. Dura, contraddittoria, amara: senza sconti per nessuno.

L'unica cosa che gli Italiani, oggi, potrebbero e dovrebbero condividere, non è «la memoria», espressione generica e dolciastra che tradisce una intollerabile ipocrisia di fondo, ma il riconoscimento della coerenza e della dignità di quanti, da una parte e dall'altra, credettero di servire la propria patria e anche valori universali come l'onore, la fedeltà, il cameratismo (da una parte), la libertà, la giustizia, la volontà di giungere alla pace (dall'altra).

Non si può chiedere di più, umanamente, a quanti hanno perduto amici e parenti in una guerra fratricida, contrassegnata - per definizione - da atti che poco avevano a che fare con i nobili ideali proclamati a parole.

Ecco, questa potrebbe essere la memoria condivisa: non - per dirla con Hegel - una grande notte, dove tutte le vacche appaiono nere; ma il rifiuto delle ragioni dell'odio, della faziosità politica camuffata da amor di Patria, della violenza abbellita da una retorica pomposa.

Solo così, forse, i morti potranno trovare pace. E solo così noi potremo udire ancora la loro voce - come scrive il poeta Ungaretti in Non gridate più - e «sperare di non perire».

Altrimenti, lasciamoli in pace, quei morti.

Cercare di strumentalizzarli ancora, e sia pure in una nuova forma, a oltre sessant'anni di distanza, è l'operazione più lugubre e squallida che si possa immaginare.

Francesco Lamendola

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 27/04/2008

Del 21 Gennaio 2018

fonte: http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/storia-e-identita/storia-del-fascismo/1097-la-memoria-condivisa

21/01/18

La Svezia: il paradiso d’Europa è diventato l’inferno degli stupri









Svezia. Quello che un tempo era considerato il quieto giardino d’Europa si trova ad affrontare un’emergenza senza precedenti nei confronti della violenza sulle donne. L’ultimo report statistico, riportato recentemente da Sputnik News, e commissionato dal governo svedese al Brå, acronimo che identifica il consiglio nazionale svedese per la prevenzione del crimine, registra un drammatico aumento del numero degli stupri e delle violenze sessuali contro le donne.
Solamente nel 2017 si sono avuti 7.230 casi di stupri, 667 in più dell’anno precedente pari ad un aumento del 10% circa. La situazione non migliora se si guarda ai casi di molestie sessuali.
Nel 2017 la cifra totale di questi episodi è arrivata a 21.500, e anche in questo caso c’è stato un consistente aumento con una crescita dell’8%, 1.600 in più rispetto al 2016. L’unico dato dove si registra un calo di questo tipo di reati è quello delle aggressioni sessuali alle ragazze minori di 15 anni, in calo del 4%, ma purtroppo si tratta solo di un’eccezione perché se si leggono le statistiche delle aggressioni sessuali nella stessa fascia di età per quello che riguarda i ragazzi, spicca un’allarmante crescita dell’8%.
Nonostante i dati a disposizione descrivano un quadro senza precedenti dei casi di molestie sessuali nei confronti delle donne e degli uomini svedesi, i numeri di questi episodi potrebbero essere molto superiori a quanto riportato dalle statistiche.
Nel rapporto del Brå difatti si sottolinea come generalmente solo un’esigua percentuale, l’11%, delle vittime di violenza sessuale decide di sporgere denuncia contro gli autori dei reati. La Svezia quindi si trova di fronte ad un fenomeno nuovo nella sua storia e diversi ricercatori in passato hanno provato a ricostruire le cause e soprattutto le origini etniche degli autori di violenze sessuali. Ufficialmente il governo svedese ha imposto un vero e proprio bando riguardo la divulgazione delle origini degli stupratori.
La dottrina del politicamente corretto dell’esecutivo è prevalente anche nel rapporto commissionato al Brå, che difatti non fa parola della nazionalità degli stupratori. Nonostante quindi il governo si rifiuti di fare chiarezza su questo, ricercatori indipendenti hanno dimostrato in passato che esiste una incidenza piuttosto elevata tra gli immigrati sui reati di violenze e molestie sessuali.
In uno studio realizzato da Patrik Jonasson che si è avvalso della collaborazione dell’economista svedese Tino Sanandaji e del giornalista Peter Springare, emerge chiaramente questo aspetto. Nell’analisi in questione vengono documentati 4.142 processi giudiziari relativi ad aggressioni sessuali nell’arco temporale che va dal 2012 al 2017. Le conclusioni lasciano poco spazio ai dubbi: il 95,6% degli autori di stupri ha origini straniere, così come nel 90% delle violenze di gruppo.
Gli stupratori vengono prevalentemente dal Medio Oriente, dai paesi africani e dall’Afghanistan. Un altro aspetto interessante che emerge dalla ricerca di Jonasson è che la concentrazione più alta di stupri e di aggressioni sessuali avviene proprio nelle città svedesi dove la popolazione di immigrati è più alta come Stoccolma, Hudiksvall e Eskilstuna.
Proprio nella capitale svedese l’aumento di questi episodi è stato del 29% nel 2017, tre volte superiore al resto della media nazionale, ma se si guarda all’aumento di questi reati a Stoccolma dal 1996, l’aumento sale alla vertiginosa cifra del 400%. Non è azzardato dire che quella degli stupri in Svezia è una vera e propria emergenza sociale, ma il governo sembra più preoccupato a nascondere l’identità degli stupratori che a cercare di arginare il fenomeno.
Il ministro della Giustizia, Morgan Johansson, ha dichiarato su questo che non è importante rivelare le origini degli stupratori, quanto il fatto che sono tutti uomini. In Svezia evidentemente si può dire che gli autori degli stupri sono uomini, ma non si può dire da dove vengono questi uomini.

di Cesare Sacchetti - 21 gennaio 2018

fonte: https://lacrunadellago.net/2018/01/21/la-svezia-il-paradiso-deuropa-e-diventato-linferno-degli-stupri/