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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

21/10/14

L’operazione contro il Califfo ha un nome che non convince




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Dopo oltre due mesi di vita, l’operazione militare americana contro lo Stato Islamico (IS) ha finalmente un nome, “Inherent Resolve Operation”, che si può tradurre in “determinazione innata”. Il nome della lunga guerra contro il Califfo è stato annunciato ad alcuni giornalisti al Pentagono il colonnello Edward Thomas, portavoce del generale Martin Dempsey, capo degli Stati maggiori riuniti, senza specificare nulla sulla genesi che ha portato a questo nome né tanto meno spiegate perché è stato necessario così tanto tempo per sceglierlo. In effetti, il 3 ottobre scorso il Wall Street Journal aveva scritto che il nome era stato proposto ai vertici del Pentagono che l’avevano però bocciato senza mezzi termini, perché “faceva schifo”.





Il fatto che l’operazione lanciata l’8 agosto scorso, con i raid in Iraq poi allargati anche al territorio siriano, fosse ancora dopo tante settimane senza nome era diventato un motivo di ilarità a Washington e negli ambienti militari. Il Washington Post aveva lanciato su un suo blog anche un concorso per il migliore nome: la proposta più votata più Twitter era stata “Operation Dude, where’s my humvee” (Operazione, ehi tipo dove è il mio humvee), con il riferimento al fatto che i missili americani spesso colpiscono mezzi che l’esercito americano aveva lasciato agli iracheni ed ora sono nelle mani dei militanti dell’IS. Oltre alla battute umoristiche il Pentagono ora deve fare i conti con le critiche ad un nome che non sembra convincere veramente neanche gli stessi vertici del Pentagono.





Evidentemente le cose sono cambiate, ed ora “dopo questo strano ritardo”, ha scritto il WSJ, si è deciso che questo nome possa descrivere questa operazione “dalla natura amorfa”.
“Questo nome evoca la sua solitudine, la lunghezza ed anche la tristezza, non ispira neanche fiducia, anzi in un certo senso scoraggia”, commenta ancora il giornale conservatore che fa il paragone con i “più ottimistici nomi scelti per le guerre americane nella regione”: Operation Desert Storm lanciata dopo l’invasione irachena del Kuwait nel 1991, Operation Enduring Freedom lanciata dopo gli attacchi dell’11 settembre e Operation Iraqi Freedom per l’invasione dell’Iraq del 2003.
A difendere la scelta del nome è arrivato un comunicato del Central Command (Centcom), il comando delle operazione militari americane in Medio Oriente e Iraq, in cui si sottolinea come si voglia indicare “l’inflessibile determinazione ed il profondo impegno degli Stati Uniti e dei partner nella regione ed in tutto il mondo di eliminare il gruppo terroristico IS”.





Ma questo non ha impedito che, subito dopo l’annuncio del nome, su Twitter cominciassero a fioccare critiche e prese in giro: “parlare di innata determinazione è una strana scelta per l’operazione anti-IS, vacillante andrebbe meglio, ed a pensarci bene neanche determinazione funziona” recita un tweet, mentre in un altro si contesta anche il fatto che “la determinazione può essere molte cose ma non credo che possa essere innata”.
Insomma, non piace questo nome poco incisivo e comunicativo che alla fine è stato scelto, quasi a conferma del modo cerebrale, e sempre vacillante, con cui il comandante in capo Barack Obama, non a caso soprannominato il guerriero riluttante, affronta gli impegni bellici.





Scorrendo la lista dei nomi scelti in questi 35 anni dal Pentagono per le operazioni militari americane nel mondo si può leggere come sia cambiato, con il cambiare delle amministrazioni, il modo di intendere e gestire, anche dal punto di vista dell’immagine e della comunicazione, le guerre americane. Non è la prima volta che un nome scelto dai vertici militari dell’amministrazione Obama suscita perplessità e polemiche: nel marzo 2011 non era sembrata la cosa migliore scegliere Odyssey Dwan (l’alba dell’Odissea) per un intervento che intendeva essere lampo in Libia.
Allora il Pentagono fu costretto a precisare, affermando che non c’era nessun simbolismo nella scelta delle peripezie dell’eroe omerico, ma che era solo il frutto dell’applicazione delle regole ben precise per attribuzione dei nomi in codice alla missione. Africom, comando delle forze americane in Africa, spiegò che doveva per forza usare un termine che iniziava con la “O”.





Considerate le regole che vietano di usare “termini che esprimono ostilità”, che “sono offensivi verso particolari gruppi”, parole doppie, parole trite o usate per slogan commerciali, alla fine si era arrivati a scegliere il nome del poema omerico che, considerando la vera odissea che sta vivendo la Libia nel cammino verso la stabilità politica, sembra essere stato effettivamente di cattivo auspicio. Assolutamente evidente invece il simbolismo nella scelta dei nomi delle altre tre operazioni lanciate dagli Stati Uniti in Iraq e nella regione, sotto amministrazioni repubblicane guidate da sempre da un Bush. Nel 1991 la guerra lanciata da George H. Bush  contro l’Iraq dopo l’invasione del Kuwait portava ancora un nome decisamente militaresco e aggressivo, e di grande efficacia comunicativa, “Desert Storm” (tempesta nel deserto).





Ideologicamente improntata alla “freedom”, la libertà messa sotto attacco dai terroristi che nel 2001 hanno colpito al cuore l’America, l’operazione “Enduring Freedom”, lanciata da George Bush jr contro al Qaeda ed Talebani in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre. Ed il concetto viene ribadito per ‘Iraqi freedom’, come venne chiamata l’invasione dell’Iraq nel 2003, per comunicare, l’idea tutta neocon, dell’esportazione militare della libertà e della democrazia.
Se si va indietro negli anni, la Washington capitale occidentale della Guerra Fredda, che con Ronald Reagan alla Casa Bianca si accingeva a vincere, non aveva timori a scegliere nomi esplicitamente marziali per le proprie guerre, come appunto ‘Urgent Fury’ (pressante furore) per l’azione condotta nel 1983 contro Grenada e il suo ”uomo forte”, il marxista leninista Maurice Bishop . Ma anche l’ora super pacifista Jimmy Carter nel 1980 non esitò a far chiamare ”Eagle Claw” (artiglio di aquila), l’operazione da lui ordinata per cercare di liberare i 52 diplomatici tenuti in ostaggio nell’ambasciata di Teheran.





La missione fallì e l’umiliante dibattito pubblico sul suo fallimento fu una delle ragioni della sconfitta del democratico alle elezioni di quell’anno. Alla fine del 1992 – il Muro di Berlino è caduto e a Washington è stato appena eletto a novembre di nuovo un democratico, Bill Clinton – gli Stati Uniti lanciano insieme agli alleati, una missione internazionale nella Somalia devastata della guerra civile. Si sceglie il nome ottimista “Restore Hope”, ma l’intervento, condotta sotto l’egida dell’Onu come missione umanitaria, fallisce e gli Stati Uniti l’anno dopo lasciano il paese.
E’ con il conflitto nell’ex Jugoslavia che, nella seconda metà degli anni novanta, che si impone il concetto il ‘intervento umanitario’ da parte dell’amministrazione Clinton, sotto l’ombrello della Nato. Così anche i nomi delle guerre si fanno meno aggressivi, come l’”Operation Deliberate Force”, lanciata nell’agosto del 1995 per colpire le forze serbo bosniache. Una campagna che durò fino alla fine di settembre, aprendo poi le porte alla conferenza di Dayton. Le caccia americani e della Nato tornarono in azione nel 1999, bombardando questa volta la Serbia di Slobodan Milosevic per fermare i massacri in Kosovo. Anche in questo caso si scelse di puntare sulla forza, chiamando l’operazione “Operation Determined Force’.

(Con fonte Adnkronos) – Foto US DoD

di Redazione - 20 ottobre 2014
http://www.analisidifesa.it

20/10/14

PANSA MASSACRA RENZI:”VI SPIEGO PERCHE E’ INFANTILE, CAROGNA E FIFONE”- DA LEGGERE TUTTO DI UN FIATO





Sino a venerdì sera non mi ero accorto di una verità: il miglior testimone della crisi italiana non è un storico, un economista, un filosofo, bensì un comico, Maurizio Crozza. Me ne sono reso conto quando ho visto sulla Sette il suo spettacolo, «Crozza nel Paese delle meraviglie». Qualcuno mi domanderà: che cosa aveva di speciale la puntata dell’altro ieri, tranne il fatto che lei non aveva visto quelle di prima? La mia risposta è semplice: perché ci presentava una foto di famiglia dei big politici italiani scattata con sacrosanta crudeltà. 

Per cominciare c’era il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, presentato come un bambinone per metà carogna e per metà coglione. Intento a giocare con il telefonino e con altri aggeggi infantili nel pieno della conferenza stampa indetta per illustrare la manovra finanziaria. Il suo ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, parlava, parlava, parlava. E il premier si trastullava, faceva versacci, si divertiva con due ministre. Un bamboccione scemo con la crapa ricoperta da un caschetto di capelli neri e due dentoni da castoro. 
 
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Pubblicato il 17/ott/2014
Maurizio Crozza torna con una nuova puntata di Crozza nel Paese delle Meraviglie, con Matteo Renzi alla Conferenza Stampa di presentazione della legge di stabilità, Silvio Berlusconi alle prese con la Pascale e le difficoltà nel partito, il grande ritorno di Antonio Razzi, le difficoltà del sindacato con Landini e Camusso e le nuove creazioni di Banderas nel mulino.

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Poi entravano in scena i boss del sindacato rosso: Susanna Camussoe Maurizio Landini. La segretaria generale della Cgil, interpretata anche lei da Crozza, risultava un donnone vestito come una kulaka russa sopravvissuta a Stalin. Del tutto scema, mezza sorda, incapace di comprendere questioni da nulla. Il capo della Fiom, con la famosa felpa rossa dei metalmeccanici, era un ritardato mentale, sempre deciso a occupare fabbriche che non esistono più. 
Infine arrivava il momento di Silvio Berlusconi. Qui la crudeltà di Crozza diventava sublime. Il povero Cavaliere appariva un signore anziano, ben tenuto sotto l’aspetto fisico, ma del tutto ebete. Nelle mani di una giovane fidanzata, la signorina Pascale, bella, elegante e autoritaria. La morosa gli scagliava addosso un telefono, ordinando: «Chiama i tuoi parlamentari e fatti restituire i soldi che hanno ricevuto da te. Ne hai bisogno perché Forza Italia ha le tasche vuote». 

Silvio obbediva e cominciava a telefonare. Chiamava Renato Brunetta, poi Gianfranco Rotondi. Ma loro gli rispondevano picche: niente conquibus. Rotondi, ossia un Crozza diventato il suo sosia, gli rispondeva in dialetto avellinese: «Presidente, sei tu che devi dei soldi a me!». Allora la Pascale, spazientita, trascinava via l’amato Cavaliere. A fare che cosa? Non si sa. 

Ho sempre pensato che prendere per i fondelli i padroni del vapore sia un sacrosanto diritto in tutte le democrazie. Ma lo spettacolo di Crozza mi ha confermato che l’Italia è un paese dove il caos sta diventando micidiale. Gli spettatori che affollavano lo studio del comico genovese si sganasciavano dalle risate. Ho riso anch’io, mentre avrei dovuto piangere. Per un terribile sospetto: i big messi in scena forse erano davvero così. Oppure non molto differenti dalle loro caricature. 

Renzi sarà pure un capo di governo che alle elezioni europee ha preso il 40,8 per cento dei voti. Ma ogni volta che lo vedo alla televisione, dove lui imperversa tutti i giorni a tutte le ore, non mi sembra diverso dall’imitazione che ne fa Crozza. Con qualche aggravante. La più vistosa sta emergendo in queste settimane balorde, dovute alle alluvioni e alla crisi che attanaglia anche grandi aziende. Vogliamo dirla tutta? Renzi sarà un genio della politica e un rottamatore mai soddisfatto, però è un fifone, un signore che ha paura. Dobbiamo considerarla una colpa? No, in base al vecchio adagio che se un uomo non possiede il coraggio, di certo non può darselo da solo. 

Il nostro premier rifugge dalle situazioni rischiose. L’avete visto a Genova, per ringraziare e rincuorare gli angeli del fango? No. L’avete visto a Terni, per sfilare insieme a una città che può morire con l’acciaieria della Thyssen? No. Quel pomeriggio, mentre i cittadini di Terni protestavano in modo pacifico anche se alle prese con un disastro, Renzi se n’è stato chiuso dentro Palazzo Chigi a fare il cascamorto con una seducente conduttrice televisiva americana. E ha voluto che lo fotografassero, per dimostrare che il sex appeal degli italiani è intatto, sia pure del genere «poveri ma belli». 

Ha persino più coraggio di lui Padoan, il ministro dell’Economia. In questi giorni, senza batter ciglio, ha ripetuto un’enormità: «Noi i tagli li abbiamo fatti e anche la riduzione delle tasse. Se poi le regioni decideranno di aumentare le imposte, i cittadini se la prendano con loro». Una perfetta dichiarazione da giocatore delle tre carte. Recitata con la faccia distrutta di un ministro alle prese con un compito immane. Deve avergliela suggerita Renzi, con l’aria di dire: «Vai avanti tu, che a me viene da ridere». 
Un altro avamposto cruciale dell’Italia di oggi, è la Sicilia degli sbarchi dei clandestini che arrivano in casa nostra partendo dall’Africa sub sahariana. Renzi è mai andato di recente a ringraziare i marinai dell’operazione «Mare nostrum» e i sindaci delle città dapprima siciliane e adesso di tante aree del Sud, alle prese con i giganteschi problemi dell’accoglienza di migliaia di profughi? No
. 
Non sappiamo neppure quanti siano i clandestini arrivati in Italia. Il capo di Stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, ha detto a Chiara Giannini di Libero: «In un anno di attività, la Marina, con l’aiuto di altre forze armate, ha tratto in salvo quasi 200 mila persone». Il ministero dell’Interno continua a parlare di 140 mila. Qual è la verità, dove sono finiti e quanto ci costano? Mistero. L’operazione «Mare nostrum» dovrebbe concludersi tra due settimane, il 1° novembre. E nessuno sa dirci che cosa accadrà dopo. 

Gli storici che in futuro si occuperanno di Renzi, dovranno spiegarci il mistero di un giovane leader politico che preferisce l’apparenza alla sostanza. Di solito, questa è una prerogativa dei vecchi politicanti, quelli che Matteo cerca di rottamare. Invece è diventata la bandiera di un premier non ancora quarantenne. L’Italia va a ramengo e lui va ad Assisi a improvvisare un comizio su San Francesco. Una delle vanterie renziste recita: «Io ci metto la faccia». È vero, ma soltanto dove ad aspettarlo non c’è gente infuriata, bensì una troupe televisiva. 

Non è un caso che si assista a un paradosso. I media stampati mostrano dei dubbi sempre più forti sull’efficacia delle imprese di Renzi. L’Espresso di questa settimana è uscito con una copertina che dice: «Promesse da Matteo». In sette mesi di governo, l’elenco degli annunci rimasti nel limbo delle parole a vuoto si è fatto sempre più lungo. Invece certe emittenti televisive sono diventate quello che l’Eiar, l’Ente italiano audizioni radiofoniche, era per Benito Mussolini. Durante il regime fascista ero un bambino e me li ricordo i discorsi del Duce che la radio diffondeva sulle piazze. Quando vedo apparire nel telegiornale di Sky la faccia compunta di Andrea Bonini, penso con malinconia a un bravo giornalista costretto a fare ogni sera il megafono di Renzi. 

Che cosa accadrebbe se l’Europa, Iddio non voglia, ritenesse insufficiente la manovra finanziaria presentata dal governo italiano? L’ipotesi più infausta sarebbe quella di andare a elezioni anticipate. Ma anche in quel caso, i problemi del premier non verranno risolti. Infatti, manca ancora la nuova legge elettorale promessa dal governo. Allora ci troveremmo nella nebbia più fitta. La condizione ottimale per andare a sbattere e finire nei marosi tutti insieme. E ad aspettare l’arrivo della Troika.
 
 
 
 

Roma, il sindaco Marino un uomo solo contro tutti Sul piede di guerra automobilisti, centauri e commercianti. Lo amano gay e nomadi






In Campidoglio c’è un uomo solo al comando. Tutti gli altri gli sono contro. Dopo appena un anno e mezzo di mandato il sindaco di Roma, Ignazio Marino, è riuscito nell’impresa di essere contestato da destra a sinistra, passando per il centro. Politico e storico.

CATEGORIE IN RIVOLTA
Agli automobilisti il primo cittadino ha aumentato del 50% la tariffa per l’ora di sosta, cancellando gli abbonamenti giornalieri. Ai motociclisti ha impedito di percorrere le zone a transito limitato (le Ztl). Proprio ieri il popolo delle due ruote è sceso in piazza in maniera massiccia. Commercianti, gestori di bar e ristoranti sono furiosi per la raffica di multe ricevute, in primis per i tavolini selvaggi (tanto che a piazza Navona c’è già stata una levata di scudi). Anche i costruttori contestano l’operato della giunta capitolina. Le varianti al piano urbanistico sono tutte bloccate. Così come gli interventi di edilizia scolastica di competenza comunale. Non va dimenticato che l’indotto che deriva dal lavoro delle imprese di costruzione è da sempre la vera spina dorsale dell’economia nella Capitale. Un settore edilizio che sta pagando a caro prezzo la crisi, al punto che ci sono tagli sull’occupazione superiori alle 25 mila unità. A proposito di tagli, anche gli orchestrali del Teatro dell’Opera sono finiti dall’oggi al domani in mezzo a una strada.

CITTADINI INFURIATI
I residenti nella citta eterna sono avvelenati più che mai. Per quanto riguarda i trasporti, oltre che tartassare automobilisti e centauri, se la prendono con il sindaco Marino pure per la decisione dell’Atac di eliminare diverse linee di bus. Gli abitanti delle periferie sono infuriati per i problemi di sicurezza e microcriminalità. A Tor Pignattara sono scesi in piazza contro i clandestini. A ogni semaforo c’è chi ti chiede soldi. Nella zona del Nuovo Salario i residenti sono sul piede di guerra per i cattivi odori che emana l’impianto Ama di via Salaria. La città è sporca. E come se non bastasse al prossimo temporale, che prima o poi arriverà, le strade si allagheranno come accade sempre. Le foglie che cadono intasano i tombini evitando il regolare deflusso dell’acqua nelle fogne. E la viabilità ne risente (la tangenziale restò chiusa per 5 mesi). A oggi solo il 3,5% dei tombini della città è stato pulito. Per non parlare delle buche stradali che non vengono più riparate, mentre le tasse aumentano (Roma è in testa nella classifica delle aliquote comunali). Perfino i bambini protestano contro l’aumento della retta degli asili nido con i genitori inviperiti anche per la stretta sull’iscrizione del terzo figlio, oggi non più gratis.

AMATO DA GAY E NOMADI
L’ultima apertura sulle nozze gay, la cui trascrizione è stata cancellata dal prefetto, e la mancata chiusura dei campi nomadi ha fatto sì che almeno qualcuno abbia voglia di abbracciare il sindaco. Ma che tipo di strategia sta adottando Marino? Qualche maligno pensa che lo faccia a posta a inimicarsi tutti allo scopo di farsi cacciare presto. Chissà. Quello che sembra molto probabile è un imminente ritorno al voto.

di Marco Castoro - 20 ottobre 2014
fonte:http://www.lanotiziagiornale.it

Lavoratori… la manovra con trucco e parrucco



Lavoratori.... il simplicissimus


Forse gli strepiti e i trambusti di questi giorni non sono soltanto una normale reazione alla legge di stabilità, ma un chiasso creato ad arte per impedire che si scopra il trucco su più piani messo in piedi da Padoan e Renzi. Un trucco contabile, perché dei 36 miliardi sia in entrata che in uscita, se ne rintracciano finora poco meno di 23 in uscita la metà dei quali dovuti a provvedimenti e normative già in essere (come ad esempio gli 80 euro) e altri frutto di pure ipotesi, mentre  la grande novità è che dei 27 miliardi in entrata, 11 figurano semplicemente come mancata copertura del deficit oggi portato al 2,9% e previsto in precedenza al 2,2% Questo del resto è anche il trucco politico messo in piedi per simulare una violazione del comandamento dell’austerità, per strillare uno scontro con la commissione Ue che comunque vada, qualunque consistenza abbia, è destinato a portare acqua al mulino del premier il quale avrà ancora una volta Bruxelles come alibi anche se in senso opposto a quello di Monti e Letta. Certo, più rischioso come dimostra lo spread, ma lo capisce anche un bambino che non si tratta di una vera entrata o di spesa a deficit, ma di soldi puramente ipotetici.


I due trucchetti resi possibili dal servilismo dei media servono poi sinergicamente a coprire il trucco sociale messo in atto, vale a dire quello grazie al quale si colpisce direttamente la grande massa dei cittadini e soprattutto dei ceti popolari, ancora una volta vergognosamente saccheggiati, con l’aria invece di volerli favorire. Non ci vuole un genio a decostruire il gioco di prestigio e a scoprire dove vadano a parare le diminuzioni di tasse annunciate. Il grosso di questo sfoltimento fiscale, 5 miliardi ( che diventano 2,5 se si prende in considerazione l’insieme della tassazione e dunque i maggiori profitti conseguenti a minori spese) , va ad esclusivo favore delle aziende e soprattutto di quelle più grandi che non dovranno più pagare la parte di Irap calcolata sul numero di dipendenti. Una regalia a Confindustria spacciata con incredibile faccia tosta come provvedimento destinato a far scendere la disoccupazione e la precarietà. In realtà dentro il calo globale della domanda, le aziende non sanno che farsene di nuovi dipendenti, ma possono tranquillamente  risparmiare circa 25 mila euro sul passaggio a tempo indeterminato di lavoratori già assunti con contratti a tempo determinato, insomma un grande risparmio su un turnover  già esistente.  E la cosa non si prefigura come una maggiore stabilizzazione sul lavoro perché contemporaneamente il job act precarizza ogni forma di contratto e autorizza a licenziamenti in qualsiasi momento senza alcuna spiegazione. il tempo indeterminato è stato completamente svuotato dalle tutele che lo accompagnavano.


Ora però sorge un problema, che l’Irap serve a pagare la sanità pubblica e dunque quei 5 miliardi si tradurranno necessariamente o in un aumento della tassazione locale oppure in una diminuzione di servizi, chiusura di ospedali, liste d’attesa più lunghe, meno attenzione ai pazienti, trasporti pubblici tagliati, tutti costi che dovranno essere surrogati dai singoli cittadini. Anzi non è affatto detto che non si verifichi sia l’aumento delle imposte che il taglio dei servizi, perché il governo chiede alle Regioni 4 miliardi di tagli, mentre alle aziende ne toglie 5 sull’Irap, ma solo 2,5 sul totale delle imposte.
La beffa però non finisce qui, si arricchisce di un nuovo capitolo perché la tassazione sulla previdenza integrativa, spacciata come salvezza dalla scomparsa effettiva delle pensioni nel prossimo futuro, viene aumentata dall’11,5 al 20%, costringendo soprattutto i giovani che non hanno altra alternativa a nuovi esborsi. E infine c’è tutto il capitolo del Tfr c he costituisce un vero e proprio furto con destrezza del guappo di Rignano: la trovata di pagare la liquidazione sullo stipendio mensile, per spingere al consumo, è  stata in realtà un pretesto per far scattare un trappolone fiscale. Se si sceglie infatti di mantenere il Tfr così com’è, la tassa sulla rivalutazione annuale aumenterà dall’ 11 al 17%, se lo si verserà in busta paga, la cifra, non più soggetta a rivalutazione, verrà tassata normalmente e non con i  criteri assai più blandi della liquidazione. Se poi, come è pure previsto, uno volesse versare le quote di Tfr nella pensione integrativa subirà, come detto il quasi raddoppio della tassazione.
Insomma una presa per i fondelli ai lavoratori così corale e in sintonia dello spirito del tempo che mi rende sospettoso riguardo alla ribellione del renzianissmo banchiere Chiamparino e mi porta a pensare che si tratti di una commedia delle parti, una falsa tempesta dove già si intuisce il sereno e l’accordo finale sulla testa dei cittadini.

UN'ANALISI DETTAGLIATA DELLA FINANZIARIA RENZI-PADOAN









UN'ANALISI DETTAGLIATA DELLA FINANZIARIA RENZI-PADOAN: miscuglio di numeri fantasiosi e di trucchi contabili; ci aspetta una dura realtà recessiva nei fatti. LEGGETE CON ATTENZIONE!!!!
E' noto come Mussolini usasse spostare di continuo i pochi ed inefficienti carri armati di cui disponeva per far credere a tutti, e ad Hitler in particolare, di avere un esercito ben più potente della misera realtà che la guerra dimostrerà ben presto.
Passano gli anni, l'Italia non è in guerra, ed al posto del fascista romagnolo c'è solo un fiorentino in odore di massoneria. E, tuttavia, certi vizi paiono davvero immortali. Al posto dei carri armati ci sono ora i miliardi di una manovra economica che ha la stessa credibilità dell'esercito mussoliniano.
Allora Hitler non si fece certo impressionare dal suo alleato italiano, tanto ambizioso quanto subordinato nei fatti. Vedremo ben presto quale sarà la risposta di Angela Merkel, ma il «cambiare verso» all'Europa è ormai soltanto un ricordo a cui nessuno più crede.
Il prestigiatore Renzi, fin dal liceo chiamato non casualmente «il bomba»,piace spararle grosse con gli annunci sui miliardi. Che a tal fine conta e riconta più volte. E' questa la spiegazione di una finanziaria che doveva essere di 20 miliardi (md), cresciuti rapidamente a 30 ed infine diventati miracolosamente 36. E nessuno a chiedersi come avrà fatto mai...
Eseguendo qualche conteggio risulta, in base alle tabelle rese note dal governo stesso, una manovra di 16,1 md sul versante delle entrate e di 13,2 md su quello delle uscite. Non poco, ma meno della metà di quanto proclamato ai quattro venti dal bomba.
I trucchi usati sono diversi. Partiamo dalle entrate. Alla voce spending review l'imbroglione ha messo 15 md, ma di questi 2,7 derivano da minori spese già previste nel «decreto Irpef» approvato mesi fa. Dunque scendiamo, ammesso e non concesso che i tagli riescano davvero, a 12,3 md. La stessa operazione è stata compiuta sull'incremento della tassazione delle rendite finanziarie. Dei 3,6 miliardi indicati, 2,4 derivano dal vecchio aumento, dal 20 al 26%, in vigore già dal luglio scorso. Dunque la manovra sul 2015 è di 1,2 md. A questo aggiungiamo altre tre voci, che per farla breve prendiamo per buone (Banda larga, Slot machine, Riprogrammazione), per un totale di 2,6 md. Otteniamo così un totale di 16,1 md.


Per spiegare la differenza tra questa cifra e gli sbandierati 36 md, oltre agli scarti già evidenziati, dobbiamo considerare altre due voci ben presenti nelle slide del bomba. Egli ha fatto figurare come «entrata» la mancata copertura di 11 md rispetto al deficit tendenziale previsto in precedenza. E' questo un aspetto assolutamente centrale della finanziaria 2015, ma di certo non si tratta né di una maggiore entrata né di una minore spesa. Si tratta invece di un classico trucco, se volete una specie di illusione ottica, di quelle che riescono non tanto per l'abilità del prestigiatore quanto per gli applausi a prescindere della servile platea giornalistica teoricamente chiamata ad «informare». Ci sono poi 3,8 md attesi dalla lotta all'evasione fiscale. Una cifra messa lì giusto per ingrossare il bottino, sulla cui attendibilità - tenuto conto che una cosa è l'aumento delle evasioni accertate, altra cosa è la loro effettiva riscossione, non proprio così scontata in tempi di crisi - avremo dati certi solo a fine 2015.
Passiamo ora alle uscite. Su questo versante Renzi ha rivenduto come una novità i famosi «80 euro», per un importo di 9,5 md. Ma non si tratta della stessa misura presa già in primavera dal suo governo? Quella su cui ha fatto la campagna elettorale di maggio? Quel «bonus» è sempre stato annunciato come strutturale dal suo ideatore, che ora lo ha solo trasformato in sgravio fiscale, giusto per poter dire di aver abbassato la pressione fiscale complessiva.
I 13,2 md di maggiori uscite sono rappresentati dalla somme di queste voci: 5 md dalla riduzione dell'IRAP; 1,9 md dalla fiscalizzazione dei contributi previdenziali; 0,8 per le partite IVA; 0,5 per le famiglie numerose; 0,3 per la ricerca; 0,1 per il TFR; 0,15 per Roma e Milano; 0,25 per la giustizia; 1 per i comuni; 0,5 per la scuola; 1,5 per gli ammortizzatori sociali; 1,2 relativi ai cofinanziamenti. Totale, come abbiamo detto, 13,2 md.
Ora direte, ma 13,2 più i 9,5 del bonus fa soltanto 22,7: com'e che il bomba è arrivato a 36? Semplice, considerando tre voci che proprio non dovrebbero starci. La prima, che vale 6,9 md, si chiama «spese a legislazione vigente». Ma se si tratta di spese a legislazione vigente, allora con lo stesso criterio potremmo includere a piacimento nella manovra anche quelle per le retribuzioni dei dipendenti pubblici, le pensioni e la spesa sanitaria corrente... Di fronte ad una così plateale contraddizione in termini non c'è bisogno di ulteriori commenti.


C'è poi una seconda voce chiamata pomposamente «eliminazione di nuove tasse», per un valore di 3 md. Qui c'è la semplice disattivazione di una clausola di salvaguardia fiscale introdotta dai precedenti governi, ma nessun taglio di tasse già operanti. Dunque, anche in questo caso, non c'è nessun correttivo previsto per il 2015 rispetto al 2014. Infine, nelle uscite vengono contabilizzati 3,4 md che andranno a costituire una «riserva», il cui scopo - anche se non viene detto con chiarezza - è solo quello di predisporre uno strumento utile a comporre il probabile contenzioso che si aprirà con la Commissione europea sul valore del rapporto deficit/pil.
Ecco come il bomba è arrivato senza troppi sforzi alla fantasiosa cifra di 36 md, sparati a tutto volume per far credere che la sua sia una manovra largamente espansiva, quando invece non c'è una sola voce di incremento degli investimenti pubblici, quando le misure per il rilancio dei consumi sono più che misere, mentre le riduzioni fiscali sono rivolte soprattutto a lorsignori.
Ma la finanziaria di Renzi non è fatta solo di annunci e trovate propagandistiche. Essa ha anche una precisa matrice ideologica ed un altrettanto evidente contenuto di classe. Ed è di questo che ci occuperemo adesso.
Una finanziaria liberista e confindustriale
Uno dei dogmi del neoliberismo è quello che si fonda sull'equazione: meno spese + meno tasse = crescita. Naturalmente, per i neoliberisti le spese da tagliare sono innanzitutto quelle sociali, mentre le tasse da decurtare sono principalmente quelle dei ricchi. Tradotto in termini «filosofici», l'idea è che non debbano esserci (Monti docet) «pasti gratis» per nessuno. Viceversa, la tassazione dovrà essere ridotta soprattutto alle aziende ed alle fasce più ricche, quelle che possono investire e consumare maggiormente.
C'è qualcosa di diverso nella Legge di stabilità (finanziaria) approvata dal governo? Non sembra. La parte del leone nel capitolo delle entrate è rappresentato dai tagli alla spesa pubblica, mentre la più importante novità in materia fiscale è costituita dal taglio dell'IRAP, una misura di cui beneficeranno soprattutto le aziende più grandi, quelle con molti dipendenti, come ammette esultante il Sole 24 Ore.
E chi beneficerà della fiscalizzazione degli oneri sociali? Sempre i soliti noti, dato che le grandi aziende hanno quasi tutte una quota di lavoratori a tempo determinato, una parte dei quali passano via via, per le stesse esigenze aziendali, a tempo indeterminato. Bene, ora quello stesso passaggio frutterà un guadagno di circa 25mila euro a lavoratore. Si dirà, un giusto incentivo alla stabilizzazione del rapporto di lavoro. Peccato che esso avvenga in parallelo all'introduzione del Jobs Act, che di fatto precarizza anche i contratti in teoria più stabili(!!!). In ogni caso i quasi 2 md previsti ricadranno sulla fiscalità generale, dunque sulle tasche del noto Pantalone...


E su chi ricadrà invece il minor gettito dell'IRAP? Ora, sull'equità di questa tassa è giusto e legittimo discutere, ma è un fatto che essa sia stata istituita principalmente per finanziare la spesa sanitaria. Dunque sappiamo già su chi ricadrà il conto. Del resto alle Regioni - le cui uscite complessive sono fatte per l'80% dalla spesa sanitaria - la finanziaria chiede un risparmio di 4 miliardi.
Eh già, belli i tagli, peccato che poi significhino ospedali chiusi, meno infermiere, esami diagnostici rimandati a quando non servono più, ticket più cari, e chi più ne ha più ne metta. !!!!
Ma c'è dell'altro sul fronte fiscale. Già lo stesso Padoan, con un lapsus non sappiamo quanto involontario, ha già detto che «le Regioni potranno aumentare le tasse», agendo in pratica sull'addizionale IRPEF, così come prevedibilmente continueranno a fare anche i Comuni che dispongono anche delle carte chiamate IMU e TASI. Altro che riduzione della pressione fiscale! Qui siamo semplicemente di fronte ad una scaricabarile dal governo centrale a danno delle autonomie locali.
C'è poi un altro aspetto non certo irrilevante, e riguarda la voce «rendite finanziarie» perché, per quel che se ne sa, il capitolo più importante dal quale verranno attinte le risorse previste è quello della previdenza integrativa, che si prevede di tassare non più all'11,5 bensì al 20%. Chi sarà danneggiato da questa misura se non i milioni di lavoratori (specie giovani) che sono stati spinti verso la pensione complementare come l'unica (per quanto ben poco efficace) alternativa ad una vecchiaia da fame?
Ed infine il TFR, l'ultima trovata propagandistica di Renzi. Qui la truffa fiscale è completa e garantita a 360 gradi. Se la finanziaria passerà così com'è stata presentata ci troveremo di fronte ad un autentico esproprio di una parte del salario. Un esproprio presentato come un generoso arricchimento della busta paga, un gioco assai perverso teso a nascondere il persistente calo del salario reale al quale il governo (vedi il Jobs act) lavora alacremente.
Ma in cosa consiste la truffa? Semplice, dal 2015 i lavoratori avranno tre possibilità: mantenere il TFR così com'è, farselo versare in busta paga, versarlo in un fondo pensione integrativo. Nel primo caso avranno una tassazione della rivalutazione annuale aumentata dall'11 al 17%; nel secondo non solo rinunceranno alla rivalutazione, ma si ritroveranno con aliquote fiscali (quelle Irpef ordinarie) assai più alte del trattamento previsto per il TFR; nel terzo - come abbiamo già visto - si vedranno applicare una tassazione quasi raddoppiata rispetto all'attuale.
A questo punto si sarà forse capito che quella della riduzione della pressione fiscale per le fasce popolari è sostanzialmente una balla. Una balla solo parzialmente compensata dai famosi «80 euro», i quali ci sono comunque soltanto per i lavoratori dipendenti, con l'esclusione delle altre categorie (pensionati, lavoro autonomo) a cui era stata promessa nei mesi scorsi l'estensione.
Che l'insieme della manovra renziana sia liberista e confindustriale è chiaro al di là di ogni ragionevole dubbio. Per i duri di comprendonio possiamo solo consigliare l'ascolto o la lettura delle grida di gioia che arrivano dal fronte padronale. Quando mai avete visto un presidente di Confindustria così estasiato da una legge finanziaria? Io personalmente non ne ricordo uno. Ci sarà un motivo.

Una finanziaria recessiva
A giustificazione dell'operazione renziana viene naturalmente portato il suo carattere presuntamente «espansivo». Come dire, i regalini ai soliti noti ci sono, ma del resto sono loro che devono investire, e solo così potremo avere più crescita e più occupazione.
Quanto innocenti e disinteressate siano questi ragionamenti lo giudichino i lettori. Sta di fatto - e ora cercheremo di dimostrarlo - che questa finanziaria non è per niente espansiva. Intanto, se tutto andrà bene, gli elevati livelli della pressione fiscale resteranno mediamente del tutto inalterati. Se invece, come prevedibilmente accadrà, le cose andranno peggio - da quanti anni le previsioni economiche non vengono riviste sistematicamente al ribasso? - possiamo tranquillamente aspettarci (la TASI insegna) un ulteriore incremento della pressione fiscale, magari dispersa nelle mille forme delle tassazioni comunali e regionali
Ma facciamo finta che così non sia. Facciamo finta che ai 15 md di tagli previsti corrispondano tagli più o meno equivalenti delle tasse. Bene, cioè malissimo, se cosi fosse avremmo un effetto negativo sul Pil di quasi un punto percentuale.
Di cosa si tratta molti ormai lo sanno. Il moltiplicatore della spesa (fonte Fmi) viene ormai calcolato, per un paese come l'Italia, in una fase recessiva come l'attuale, a quota 1,3 (altri si spingono a 1,5 ma vogliamo essere generosi). Viceversa, il moltiplicatore delle tasse viene stimato a 0,3. Dunque per ogni miliardo di taglio alle spese si ha una contrazione del Pil di 1,3 md. La parallela riduzione fiscale di un miliardo dà invece solo una crescita di 0,3 md. Ne consegue, ovviamente all'ingrosso, che per ogni miliardo di tagli si abbia una riduzione equivalente (sempre di 1 md) del Pil.
Dunque, anche nel 2015 avremo un Pil col segno meno. Peccato che la Snai non accetti scommesse. Del resto il governo lo sa benissimo, altrimenti non avrebbe messo nella nota di aggiornamento del DEF, del 1° ottobre scorso, un miserrimo + 0,6% come previsione per il prossimo anno. Ora, tutti sanno come queste previsioni siano sistematicamente abbellite, ed altrettanto sistematicamente smentite a consuntivo. Del resto, si sa, in fondo al tunnel c'è sempre una luce. E in fondo, in fondo, in parte per ragioni ideologiche in parte per la rilevanza assegnata al fattore fortuna, probabilmente i Renzi e i Padoan un po' finiscono per crederci davvero.
Sta di fatto che il Pil 2014 era stimato ancora a +0,8 ad aprile, per scendere al -0,3% di inizio ottobre. In meno di sei mesi sono scomparsi come noccioline circa 18 miliardi. E per il 2015? Ad aprile si prevedeva un +1,3; ad ottobre, come detto, siamo a meno della metà con il +0,6%. A questo punto la probabilità di un quarto anno consecutivo di recessione, una cosa che sembrava quasi impossibile, ha buone possibilità di realizzarsi.


E, del resto, se la spesa pubblica cala, se quella delle famiglie non potrà certo riprendersi, se gli investimenti pubblici e privati rimangono in calo, pensiamo forse che la luce potrà accendersi solo grazie alle esportazioni? Certo, nell'idea mercantilista - il modello è effettivamente quello tedesco - le cose potrebbero in teoria funzionare. Ma in pratica non è così, sia perché i venti di crisi spirano anche fuori dall'Europa, sia per il deficit di competitività imposto dall'euro proprio nel confronto con il principale competitor: la Germania. Detto in altre parole, nell'euro non c'è posto per due germanie. C'è posto, semmai, soltanto per alcune appendici purché subordinate all'economia tedesca.
Ma allora, su cosa spera l'ipercinetico Renzi? Su buoni appoggi (quelli di una parte della finanza, specie d'oltreoceano) e - l'abbiamo già detto - sulla buona sorte. Il tutto condito dalla granitica quanto infantile certezza della bontà del sistema capitalistico, un sistema che nella sua visione da scout non potrà che riprendersi prima o poi. E, nell'attesa, bisogna pur tirare a campare.
Questo era una dei motti preferiti da Giulio Andreotti: «è sempre meglio tirare a campare che tirare le cuoia». Oggi però la situazione è diversa dai tempi di Andreotti, e tirare a campare è più difficile, richiedendo una continua navigazione tra gli imperativi sistemici, le regole della gabbia europea e le esigenze del consenso. In questo complesso slalom Renzi ha dimostrato fino ad oggi di non avere rivali. Dunque, guai a sottovalutarlo come avversario.
All'Europa non basterà
Proprio per queste esigenze Renzi ha interrotto la catastrofica serie Monti-Letta. Ve l'immaginate i risultati elettorali del pisano - di quelli del bocconiano già sappiamo tutto - alle europee di maggio? La sostituzione del nipote dello zio con l'amico di Verdini, al di là dei continui giochi di potere a cui rimanda, è stata una vera e propria esigenza sistemica. Da qui la forza, la spudoratezza, l'arroganza di Matteo Renzi. Il quale - ma di questo riparleremo presto - aggiunge a tutto ciò i potenti legami con l'establishment americano.
A differenza dei suoi predecessori Renzi non appare affatto succube della Merkel. Ed in effetti non lo è. Il renzismo non nasce come mera continuità della politica austeritaria di chi l'ha preceduto. Se non ci capisce questo non si può comprendere il suo diverso appeal verso larghi settori di massa. Certo, nel consenso di cui gode c'è un po' di tutto: la forza di quel che appare «nuovo», la potenza mediatica che lo sostiene, il fatto di essere vissuto come ultima spiaggia, l'idea che la «rottamazione» sia l'unica fonte di salvezza, ed infine la debolezza senza precedenti delle opposizioni istituzionali. Ma saremmo davvero pigri se non vedessimo che tutto ciò è sostenuto da un reale senso di cambiamento dopo troppi anni di stagnazione.
Il problema è vedere qual è il segno, o come direbbe lui il «verso» di questo cambiamento. E non c'è dubbio che il segno sia quello di questa finanziaria: un liberismo sfrenato e sfrontato quanto il personaggio che lo interpreta. E tuttavia, questo è il punto, un liberismo che non è targato Merkel.
E' normale dunque che Renzi non venga percepito come un servo dell'eurocrazia di Bruxelles, ed in questo modo egli capitalizza astutamente la diffusa consapevolezza di massa anti-eurocratica che si è sviluppata in questi anni. In un certo senso, così come egli sfrutta la polemica anti-casta del M5S, allo stesso modo utilizza quella anti-UE, alla quale noi stessi contribuiamo da sempre. Ovviamente, lo fa a modo suo e per i suoi obiettivi.


Abbiamo visto come la manovra varata da Renzi non è espansiva come si vorrebbe far credere, ma di certo non è neppure quella che avrebbe voluto la Commissione europea. Entrano qui in ballo gli 11 miliardi di cui abbiamo già parlato. Un incremento della spesa in deficit, piuttosto sostanzioso rispetto ai precedenti impegni presi dall'Italia. Un netto smarcamento rispetto al tradizionale rigorismo europeo in materia di conti pubblici. E su questo punto decisivo l'Italia non è sola, vista la posizione del governo francese.
La verità è che lo scontro è iniziato. Gli interessi tra i principali paesi europei sono troppo confliggenti per trovare una vera composizione. Al tempo stesso, manca ai protagonisti la caratura necessaria per affrontare a viso aperto l'indispensabile processo di uscita dalla moneta unica. Sul versante italiano, questa palese contraddizione ha prodotto una finanziaria che, considerata da questo punto di vista, non è né carne né pesce. E' così che si spiega il parto di un mostriciattolo ancora recessivo, ma non sufficiente a placare il rigorismo del triangolo della morte Berlino-Francoforte-Bruxelles.
Il problema per la triade Merkel-Draghi-Juncker è che le finanziarie italiana e francese mettono in discussione alla radice (e non solo per il 2015) il Fiscal compact, vero architrave di quella convergenza dei debiti senza la quale non potrà esservi nessuna unione fiscale e di bilancio, decretando in questo modo la manifesta insostenibilità dell'euro.
Su questo non solo i tedeschi, ma la suddetta triade al completo, non possono proprio mollare. E' per questo, non per Renzi od Hollande, che crediamo che lo scontro sia nei fatti.
Naturalmente, tanto più in considerazione della posta in gioco, uno scontro non esclude momenti di tregua e di pace armata. In altre parole non escludiamo affatto che nelle prossime settimane l'ennesima quadratura del cerchio venga trovata, magari con qualche rettifica delle finanziarie di Roma e Parigi. Ma la tregua, se davvero avrà luogo, sarà solo il preludio ad uno scontro ben più aspro, quello che porterà alla definitiva resa dei conti.
Il problema è sempre il solito: chi giocherà quello scontro? Sarà solo interno al blocco dominante, o vedrà finalmente il protagonismo delle classi popolari e quello di una soggettività politica in grado di guardare più avanti, ad una prospettiva di sganciamento dal capitalismo-casinò? Questa è la posta in gioco. Hic Rhodus, hic salta!

Dott. Rosario Napoli
fonte: https://www.facebook.com/groups/707490519287382/permalink/738702102832890/

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