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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

19/10/14

Chi comanda davvero in Europa


 

Chi comanda davvero in Europa


Tra Fiscal Compact e fondo Mes, sono la Troika e le banche a governare gli Stati. L'analisi di Tino Oldani
Grazie all’autorizzazione del gruppo Class Editori pubblichiamo l’analisi di Tino Oldani, apparsa sul quotidiano Italia Oggi.

Ancora pochi giorni fa, Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, e il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, si sono trovati a sostenere tesi contrapposte. La Lagarde, con una invasione di campo ormai abituale, ha esortato la Bce a imitare il «quantitative easing» della Federal reserve Usa, acquistando direttamente titoli di Stato dei Paesi dell’eurozona con problemi di bilancio, convinta che sia un modo più efficace, rispetto ai prestiti Bce a buon mercato, per vincere la deflazione dilagante in Europa. Draghi, che forse si è stancato di polemizzare con la Lagarde per le intromissioni nella propria sfera d’azione, non le ha neppure risposto, preferendo rilanciare una sua tesi recente, per cui «serve una governance europea per le riforme». A prima vista, un classico dialogo tra sordi.
Ma poiché la Lagarde non è l’ultima arrivata, è giusto chiedersi a quale titolo intervenga sulla politica monetaria della Bce, e di riflesso sull’economia europea. La sua invasione di campo è davvero tale, priva di giustificazione? La risposta corretta è: no. La spiegazione è in una parola di origine russa, divenuta di moda in Europoa: troika. Da un paio d’anni, essa indica un triumvirato istituzionale, formato da Fmi, Bce e Ce (Commissione europea), che controlla il rispetto non tanto dei Trattati europei (materia che non potrebbe riguardare il Fmi), bensì quello delle regole introdotte con alcune modifiche dei Trattati, regole ferree, contenute in due distinti accordi intergovernativi: il Fiscal compact e il Mes (Meccanismo europeo di stabilità).


Dei due, il Fiscal compact è il più conosciuto. In sintesi, obbliga i Paesi dell’eurozona a rispettare il parametro del 3% nel rapporto deficit-pil, a non sforare un deficit strutturale dello 0,5% l’anno, e impone ai Paesi con debito eccessivo di abbattere ogni anno di un ventesimo la quota di debito pubblico che supera il 60% del pil. Per l’Italia significa l’obbligo per 20 anni, a partire dal 2015, di manovre annuali di circa 50 miliardi di euro, considerate da tutti insostenibili. Per completezza, il Fiscal compact è stato approvato dal governo di Mario Monti nel 2012, e inserito a razzo nella Costituzione, con l’avallo pressoché unanime del Parlamento, sotto la sferza di uno spread a 570 punti. Una cessione totale di sovranità nazionale, destinata a costare molto cara.
Meno note sono le novità introdotte dal Mes (Meccanismo europeo di stabilità), deciso dal Consiglio dei capi di Stato e di governo nel 2010 per fare fronte alla crisi dell’euro, ed entrato in vigore nel settembre 2012. Mes e Fiscal compact sono complementari e, di fatto, hanno creato una nuova governance europea che scavalca i singoli governi per gestire le crisi finanziarie e salvare gli Stati a rischio di tracollo.
Volendo semplificare, il Mes è una riproduzione europea del Fmi, sia pure con una minore potenza di fuoco (ha 700 miliardi di euro di capitale, versati dai paesi euro, di cui 500 prestabili). Ed è proprio al Fmi che il Mes si affianca nell’effettuare i prestiti ai Paesi in difficoltà e nel controllare in modo rigoroso l’applicazione delle regole di austerità per riportare i bilanci statali in pareggio. In questa azione, il Mes e il Fmi operano di concerto con la Commissione europea, formando la famosa Troika.
Attenzione però ai dettagli, perché è sempre lì che si nascondono le trappole. Il Mes ha una propria personalità giuridica, i suoi dirigenti e i suoi beni godono di totale immunità, e di fatto, quando concede un prestito a un paese in difficoltà che ne abbia fatto richiesta, si sostituisce insieme ai soci della Troika nella gestione della politica economica del Paese debitore. Lo Stato debitore deve sottostare a tutte le imposizioni contenute nel piano di aggiustamento finanziario della Troika, costi quel che costi. È stato così in Grecia, con effetti sociali disastrosi. Ed è stato così in Spagna, Portogallo e Cipro.


Dunque, se la signora Lagarde si permette di dare consigli alla Bce, o addirittura di criticarla, lo si deve proprio alla sua presenza nella Troika, che nella gestione dei paesi Ue in crisi (e commissariati) conta ormai più degli stessi governi interessati, nonché del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali. Una cessione totale della sovranità nazionale.
Il bilancio dei primi due anni del Mes non appare affatto esaltante. In Grecia, grazie ai prestiti della Troika, l’unico beneficio è andato alle banche del Nord Europa, che hanno potuto recuperare per intero i loro crediti, mentre al governo di Atene sono rimaste le briciole (circa il 19% degli aiuti).
Anche per questo il Mes, ufficialmente un Fondo salva Stati, viene definito dai critici un Fondo salva banche. Definizione tanto più appropriata se si considera che alle riunioni del Mes in cui si valutano le concessioni dei prestiti ai Paesi richiedenti, sono ammessi come osservatori i maggiori istituti finanziari privati del mondo, come Nomura, Goldman Sachs, Merril Lynch, e così via. Con il risultato che le politiche economiche di austerità rischiano di essere dettate non dagli organismi democratici liberamente eletti dai paesi in crisi, bensì dalle grandi banche mondiali.
Quest’ultimo aspetto mette i brividi. Soprattutto quando un Paese inizia ad entrare nelle ipotesi di commissariamento. «Italia commissariata? Non esiste» ha detto il premier Matteo Renzi in una recente intervista. Ma pochi giorni dopo ha fatto specie che Elmar Brok, uno dei consiglieri più autorevoli di Angela Merkel, abbia detto al Corriere della sera: «Se rispetta le regole e fa le riforme, l’Italia non tema il commissariamento». Sarà pure un eccesso di pessimismo, ma sembra una conferma del fatto che l’ipotesi era nell’aria, e forse lo è. Una brutta aria.

 Tino Oldani - 27 - 07 - 2014

fonte:http://www.formiche.net

Turchia, zero problems towards Iran?



turchia-iran



Il rapporto tra Turchia e Iran nell’ultimo anno ha segnato il passo dell’evoluzione magmatica del quadro regionale. Tutti i tradizionali schieramenti del Medio Oriente sono in sommovimento. Il Califfato dell’IS ha avuto l’effetto di rivedere antiche strategie e alleanze. E’ indubbio che la maggiore difficoltà risieda nel delineare una prospettiva stabile che abbracci il medio periodo. Le variabili da considerare sono molteplici sia dal punto di vista economico sia da quello politico. Il reciproco interesse dei due Paesi a porsi come guida della regione risente della necessità di normalizzazione della situazione nell’area. Vari dossier imporrebbero ragionate scelte dei due governi più cooperative mentre interessi più particolari sembrerebbero allontanare in stringenti divergenze le due capitali.

 Un tavolo a tre lati per la bilaterale – Procedendo con un ordine cronologico occorre ricordare che lo scorso gennaio Turchia e Iran hanno rafforzato le proprie relazioni attraverso la firma di tre accordi di cooperazione bilaterale. Il Premier turco Erdoğan, dopo una visita diplomatica a Teheran, sottoscriveva tali accordi suggellando quello che a detta di molti analisti è stato definito come un turning point per tutto il Medio Oriente. La prospettiva di un possibile riavvicinamento politico tra i due Paesi prendeva slancio da interessi economici mutuamente sostenibili. Un tavolo di discussione a tre dimensioni. Da un lato il commercio, dall’altro le questioni energetiche e nell’ultimo quelle più propriamente politiche. Dal punto di vista commerciale l’accordo non ha incontrato particolari intoppi. In pratica si è trovata una corsia preferenziale per la riduzione delle tariffe doganali negli scambi di merci tra i due Paesi (risorse energetiche e transizioni bancarie). Spinose rimanevano però le posizioni della bilaterale sulla questione siriana. In tal senso gli accordi di gennaio risultavano forieri di buoni presagi per ciò che concerneva la rimodulazione degli equilibri geopolitici dell’area mediorientale tra Ankara e Teheran. La prima spinta verso il Mediterraneo, la seconda nel Medio Oriente continentale. È bene rimarcare un altro passo di riavvicinamento tra i due governi.
Lo scorso giugno, infatti, il Presidente iraniano Hassan Rouhani è stato protagonista di una visita in Turchia. Una delegazione di alto livello composta da oltre cento delegati è atterrata ad Ankara dopo 18 anni dall’ultima visita di un rappresentante di vertice iraniano in suolo turco. All’ordine del giorno ancora gli scambi commerciali, le politiche energetiche e la persistente crisi siriana. Una bilaterale che in un’ottica prettamente realista cerca punti d’incontro per garantire una minima fiducia reciproca per affrontare questioni più spinose e bisognose di cooperazione.  Nella seconda metà di settembre, infatti, il nuovo Ministro dell’Economia turco Nihat Zeybekci, in un’intervista rilasciata alla radio iraniana IRNA ha sottolineato che l’espansione delle relazioni economiche con Teheran rappresenta a tutt’oggi una priorità per il governo di Ankara, visto che un accordo di cooperazione tra i due Paesi ne aumenterebbe il comune interscambio. L’obiettivo è raggiungere i 30 miliardi dollari. Le aziende maggiormente coinvolte ricomprendono quelle turche impiegate nel settore edilizio. Pietra angolare dell’incontro è considerata la decisione turca di eliminare le sanzioni economiche gravanti sulla Repubblica Islamica. Un passo importante, metro di una buona volontà negoziale dettata da interessi contingenti. Le sanzioni imposte dall’evoluzione peripatetica della questione nucleare iraniana avevano giocoforza impedito uno sviluppo lineare dell’interscambio commerciale tra le due economie che per vicinanza e forza propulsiva sembrano risultare complementari in molti settori.
Dal punto di vista energetico, molto si è discusso del prezzo del greggio d’importazione iraniana. La questione è delicata. Tornando alla metafora del triangolo pare corretto affermare che sia stato il lato più ruvido e che maggiormente ha impegnato Erdoğan e Rouhani in una serrata discussione. In buona sostanza Ankara dal 2012 lamentava una differenza di trattamento nel prezzo delle importazioni provenienti dall’Iran rispetto a quelle da Azerbaijan e Russia. In particolare il maggior nodo risiedeva nell’allontanare la possibilità di procedere con un arbitrato internazionale avanzato da Ankara alla Corte Internazionale di Arbitrato e che avrebbe aperto una controversia internazionale di difficile ricomposizione. La questione non è stata risolta ma entrambi gli interlocutori sono giunti alla conclusione che la via di negoziati diretti sia preferibile a quella che coinvolge un terzo giudicante.
La Turchia importa attualmente già 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale dall’Iran ed in caso di esito positivo della questione le forniture potrebbero raddoppiare. Non è mistero che Rouhani miri a sottrarre il Paese dal giogo delle sanzioni al fine di migliorare la bilancia commerciale con un incremento delle esportazioni energetiche.  Per la Turchia, invece, la partnership con Teheran sarebbe un tassello ulteriore del progetto di diversificare l’approvvigionamento interno e continuare nel perseguimento dell’obiettivo di lungo periodo di trasformare il Paese in un hub per le risorse energetiche che dal Medio Oriente confluiscono verso l’Occidente.
L’Iran invece potrebbe trarre vantaggio dalla questione ucraina per sostituirsi o affiancare la Russia come fornitore di gas al mercato europeo. Un’impressione rafforzata dalle dichiarazioni del Ministro del Petrolio iraniano, Ali Majedi, che ha annunciato che la Repubblica Islamica dell’Iran sarebbe pronta ad assicurare le forniture di gas ai Paesi dell’UE. L’11 agosto Majedi dichiara: «nel momento in cui l’Europa cerca di diversificare le forniture di idrocarburi, l’Iran, che possiede risorse di gas tra le più ricche del mondo, potrebbe fornire del gas all’Ue attraverso il gasdotto Nabucco». Il Nabucco diventerebbe fondamentale e la normalizzazione dei rapporti con la Turchia prioritario. Lo stesso Majedi infatti aggiunge: «esistono diversi itinerari, quali quelli che passano per la Turchia, la Siria, il Caucaso ed il Mar Nero. L’itinerario turco è di gran lunga il migliore».
Le potenzialità quindi di un Iran di nuovo protagonista al tavolo della finanza internazionale sono potenzialmente enormi. Muoversi per primi nel Paese condividendo con questo un mutuo vantaggio è per la Turchia segno di lungimiranza e di una profondità strategica che darebbe al Paese un vantaggio comparato rispetto a eventuali futuri competitors.
In tal senso la nuova West-detente iraniana si è particolarmente giovata del riconoscimento da parte della Turchia del diritto allo sviluppo del proprio controverso programma nucleare a fini pacifici. Il 24 novembre 2013 è la data del raggiungimento dell’accordo ad interim di Ginevra, ufficialmente intitolato piano d’azione comune e primo accordo formale tra Stati Uniti ed Iran in 34 anni. L’attuazione dell’accordo tra Iran e i Paesi P5+1 a Ginevra, inizia formalmente il 20 gennaio 2014 con una prima deadline segnata al 20 luglio 2014. L’accordo interinale di Ginevra è in vigore da un anno, alla data della firma, mentre un nuovo accordo dovrebbe vedere la luce prima della fine di Novembre. Al momento però persistono grandi divergenze. Giorni intensi anche su questo versante che rischiano di avere un effetto a catena su tutta l’area.

I nodi da sciogliere – La questione siriana, il problema kurdo e lo Stato Islamico (IS). In relazione alla Siria prima e all’IS poi, Turchia e Iran si ritrovano invece a sostenere ruoli diversi. Erdoğan, pur avendo abbassato i toni negli ultimi mesi, alla luce dell’evidente fallimento della propria politica siriana, era e rimane uno dei più convinti sostenitori dell’opposizione che si batte contro Bashar al-Assad. L’Iran, al contrario, è il principale alleato del regime siriano. Le divergenze riguardano anche l’Iraq. L’AKP [1], come l’Iran, desidera che l’Iraq mantenga la propria integrità territoriale, anche perché l’eventuale indipendenza del Kurdistan iracheno potrebbe avere conseguenze destabilizzanti sulla stessa Turchia, vista la considerevole e minoranza curda che vive entro i propri confini e il fatto che il processo di pace in corso da ormai due anni sembra ora avviarsi su un binario morto. In tutto questo quadro già di per se allarmante rientra l’ascesa dell’IS. Lo Stato Islamico può alterare le dinamiche regionali e spingere forze rivali a collaborare. La violenza e le dinamiche settarie sia in Siria che in Iraq, insieme alla morfologia del territorio e ai facili collegamenti transfrontalieri, hanno fatto sì che l’IS divenisse una minaccia crescente per la sicurezza regionale. Probabilmente, Bashar al-Assad ha contribuito a rafforzarne il fenomeno. In primo luogo, la repressione brutale contro i civili siriani ha permesso all’IS di giocare su un impianto propagandistico ben oleato ed in linea con i moderni tempi della comunicazione per attirare combattenti dall’estero e il sostegno finanziario degli esuli. In secondo luogo, fino a poco tempo la strategia militare di al-Assad era orientata a confrontarsi contro l’opposizione sunnita ma senza entrare in scontro diretto contro IS. Corollario di tale scelta strategica è il fatto che proprio la minaccia del Califfato avrebbe costretto gli oppositori del regime a rivalutare le proprie posizioni. Allo stesso modo, le politiche settarie dell’ex Premier iracheno al-Maliki hanno dato ossigeno a questo gruppo e, indirettamente affidato ai curdi un ruolo regionale indispensabile.
Le moderne relazioni internazionali sono segnate da un intreccio tra vari dossier che non possono essere sottovalutati né trattati con sfasamenti temporali.


La questione curda – Altri problemi per il neo designato Premier Davutoğlu arrivano dai curdi. I ribelli curdi hanno espresso dubbi sull’opportunità di continuare a rispettare la tregua con le autorità turche, accusando il governo di Ankara di aver avviato una guerra contro la minoranza, con le sue scelte di fronte all’avanzata dell’IS in Siria. Il consiglio esecutivo del PKK in una nota ha posto chiaro il proprio intendimento «di intensificare la lotta in ogni campo e con ogni mezzo per rispondere alla guerra avviata dall’AKP contro il nostro popolo». La nota accusa il governo dell’AKP di approfittare degli sforzi di pace del leader del PKK Abdullah Öcalan, affermando che la tregua in vigore da marzo 2013 è ora “priva di senso”. A ciò si aggiunge che sono oltre 1 milione i rifugiati confluiti dalla Siria sul territorio turco. Il massiccio esodo delle ultime settimane di settembre ha spinto l’UNHCR ad organizzare un ponte aereo come parte di una vasta operazione per portare aiuto in Turchia per l’ondata di profughi in fuga dal nord della Siria. È bene ricordare che la Turchia si è dimostrata un membro affidabile per la comunità internazionale nella gestione dell’afflusso dei profughi. Il grande peso umanitario sulle sue frontiere ha però imposto al governo di Ankara di investire nel 2013 più di un miliardo di dollari per spese umanitarie, sottraendo risorse agli investimenti e rallentandone dunque le ambizioni di crescita su scala regionale. Secondo un punto di vista incline alla realpolitik è bene ricordare che Erdoğan teme che il fiume di rifugiati verso il Kurdistan turco faccia da cerniera tra curdi siriani e turchi, proiettando il pericolo di una futura scissione indipendentista nel territorio.
Il governo turco ha in un primo momento rifiutato agli USA l’uso delle basi per i raid anti-IS, dichiarando di essere pronto ad accogliere altre migliaia di profughi; contestualmente però il 22 settembre autorevoli media internazionali hanno dato informazioni riguardanti la chiusura della frontiera di sei degli otto punti aperti vicino a Kobane in seguito a scontri esplosi tra le forze turche e dimostranti curdi e per bloccare il flusso di combattenti verso la Siria, segnale di un atteggiamento attendista o quantomeno prudente. Risalta il timore turco per una sorta di snowball effect della questione siriana. In poche parole, i combattimenti in corso si svolgono troppo vicini al confine turco. La Turchia teme che senza una strategia a lungo termine le forza alleate siano incapaci di gestire sia la fase operativa che i possibili futuri scenari. Nondimeno, eventuali prevedibili vuoti di potere, potrebbero riflettersi sugli equilibri confessionali, generando fasi cicliche di radicalizzazione e instabilità che la Turchia teme di dover fronteggiare in solitudine. Più in particolare il timore è che il PKK possa uscire più forte e sicuro dalla lotta contro l’IS. Tra le sue file, secondo autorevoli stime, combattono centinaia di jihadisti turchi e parte del greggio siriano transita in Turchia per essere venduto, fornendo una notevole forza di finanziamento al Califfato.
Nei giorni scorsi Öcalan ha fatto sentire la sua voce con un comunicato in cui esprime impazienza nel conoscere la posizione dell’AKP nel processo di pace e non tralasciando invettive contro il governo di Ankara, reo a suo dire, di essere più disposto a negoziare con l’IS che con i curdi. Il riferimento ai 49 ostaggi turchi rilasciati dall’IS attraverso l’attivazione di canali diplomatici appare evidente. La chiusura del processo di pace con i curdi – acclamato da vari leader militari del PKK – vanificherebbe non solo un percorso ormai biennale che sembrava avviato, secondo molti analisti, a buoni risultati ma creerebbe un pericoloso vulnus nell’azione esterna del neo Presidente Erdoğan.

La strategia turca contro l’IS – La strategia turca è nondimeno rischiosa. Nel suo discorso presso il Council on Foreign Relations di New York il Presidente Recep Tayyip Erdoğan ha attirato a sé l’attenzione con queste parole: «Quando diciamo la parola “operazione”, la gente pensa alle (…) bombe; ma un’operazione non è solo questo. Le operazioni sono politiche e diplomatiche. E coinvolgono discussioni, i tanti contatti». Le osservazioni di Erdoğan rinforzano l’ipotesi di uno scambio di ostaggi con l’IS. Da notare come il termine “diplomazia” sia normalmente associato ad un negoziato per la liberazione di ostaggi in mano ad uno non-state actor dato che l’IS è formalmente definito un gruppo terroristico. Con “diplomazia” si presupporrebbe un riconoscimento seppur tacito dell’IS a livello politico che minerebbe la linea ferrea tenuta dall’Occidente sulla questione e alla quale l’Iran pare essersi perfettamente allineato. Dal punto di vista turco, dunque, l’unico modo per combattere l’IS è quello di sostenere i jihadisti sunniti moderati recuperando il corpo politico sunnita, ora isolato, nel processo politico presente e/o futuro in Siria e in Iraq.
La Turchia avverte inoltre che qualsiasi intervento militare contro il blocco sunnita da forze esterne di curdi, milizie sciite o occidentali non può che radicalizzare i sunniti spingendoli nelle mani di IS. La linea di demarcazione tra interessi turchi e occidentali passa sempre per Damasco. Dall’inizio della crisi in Siria, la Turchia è stata irremovibile nel suo intento di regime change, premendo per la creazione di una zona cuscinetto in Siria, sotto forma di una zona cuscinetto che aiutasse a gestire l’afflusso di rifugiati. Entrambe queste richieste sono obiettivi strategici per Ankara, mentre per l’attuale coalizione guidata dagli Stati Uniti, ipotesi irrealizzabili. Quanto detto ben misura da un lato il peso delle difficoltà di recuperare Ankara ad uno sguardo d’insieme con la coalizione dell’Occidente e dall’altro un atteggiamento quanto meno ambiguo tenuto dal governo turco.

L’Iran e l’IS – D’altro canto, l’Iran si è de facto dimostrato disponibile a collaborare con l’Occidente contro l’IS. Molti media sono stati solerti a chiosare gli ultimi sviluppi dei rapporti diplomatici con la definizione di un Iran nuovo alleato dell’Occidente. Se è indubbio un tentativo di accomodamento e riavvicinamento di Teheran con l’Arabia Saudita, le operazioni congiunte condotte sul campo con l’Occidente sia in Siria che in Iraq dalle forza filo-iraniane sono state organizzate da contatti a livello di intelligence. Una circostanza lontana dal poter essere definita alleanza.
Ad ogni modo il discorso di Hassan Rouhani alle Nazioni Unite sublima la svolta interventista della Repubblica islamica in Medio Oriente. Una svolta che non ha perso il leitmotiv rivoluzionario e in cui non sono mancate le asprezze. Il problema sono le sanzioni. È bene ricordare infatti che l’Iran sta sperimentando un sostenuto momento d’inflazione dei prezzi dei beni di prima necessità, sta corrodendo il potere di acquisto della moneta. Nel medio periodo la tenuta stessa del regime potrebbe essere minata. Il buon esito del dossier nucleare è quindi prioritario per il Paese ed un alleviamento delle sanzioni indispensabile. L’effetto a breve termine di un risultato positivo delle negoziazioni potrebbe dare una grande spinta psicologica per i principali attori economici iraniani. L’impulso per l’economia consoliderebbe un percorso di crescita che si stima possa attestarsi intorno al 5% nel 2015, producendo una conseguente spinta per le importazioni di merci e servizi occidentali, soprattutto per colmare le lacune generate dal regime sanzionatorio. Nel medio termine (da tre a cinque anni), l’Iran potrebbe gradualmente spostarsi verso l’importazione di materie prime e prodotti intermedi che incrementino la sua produzione interna monetizzando dall’interscambio di risorse energetiche. Allo stesso tempo, la crescita dell’industria nazionale iraniana potrebbe attivare un circolo virtuoso di crescita basata sulle esportazioni con un tasso annuo del 6-7%.
Da un punto di vista del quadro politico regionale l’Iran pare abbia attraversato e superato un momento di ripiegamento. L’IS è certamente un nemico: ha preso di mira le popolazioni sciite nel nord dell’Iraq, messo in serio pericolo il governo stesso a Baghdad forzando alle dimissioni il loro uomo più fidato, Nouri al-Maliki. In Siria poi, gli uomini del Califfato hanno combattuto duramente contro al-Assad, uccidendo sul campo anche molti iraniani arruolati nelle file dell’esercito lealista.

Conclusioni – Un’analisi corretta dell’attuale posizione e stato di sviluppo dei rapporti bilaterali tra Turchia e Iran non può che riservarsi un angolo di visuale attendista. Una mutua diffidenza di fondo e strategie contrastanti verso obiettivi condivisibili però potrebbe creare più di un’incomprensione e minare la tenuta della rete commerciale che ad oggi parrebbe essere mutualmente benefica. Risulta altresì particolare che nel momento forse peggiore per le relazioni turco-statunitensi (Siria, finanziamento IS, etc.) si assiste forse al momento migliore per le relazioni tra Teheran e Washington. Certo la situazione dei due Paesi è all’opposto. I contorni della contingenza attuale risentono della magmatica evoluzione dei rapporti nell’aerea mediorientale e molte questioni si aprono. Da un lato la Turchia potrebbe aver abbandonato la strategia dello zero problems with neighbours convogliando verso una posizione più attendista che ricerchi nuove partner di pace e per la pace in un’ottica di breve periodo.
Nel lungo periodo, invece, un Iran fuori dall’isolamento aprirebbe per la Turchia un gioco competitivo per accaparrarsi investimenti diretti esteri da parte delle imprese multinazionali. Questo è il maggior collo di bottiglia che potrebbe intervenire nei rapporti economici tra i due Paesi. In tale dinamica il vantaggio che l’Iran potrebbe vantare è la sua diaspora, che aspetta un ambiente privo di sanzioni per ritornare ad investire. Va notato che un tal sviluppo della situazione è in linea con la Resistence Economy, progetto della Repubblica islamica per lo sviluppo economico del presente e futuro. Un tale scenario potrebbe trovare però oppositori sia tra le Guardie della rivoluzione che all’esterno. Il 17 settembre il comandante della Guardia Rivoluzionaria, Mohammad Ali Jafari, ha dichiarato, «Al momento, c’è una buona cooperazione e interazione con il governo».
E’ importante notare infine che attraverso un accomodamento spaziale Turchia e Iran potrebbero nel breve futuro trovare più occasioni di cooperazione che conflitto (flussi energetici, import/export di beni e servizi). L’ottica di perseguire una crescita sostenuta delle rispettive economie presuppone però un Medio Oriente pacificato o comunque stabilizzato e ciò non può che intrecciare i destini dei due più grandi player regionali nel bene e nel male.

di Francesco Minici - 17 ottobre 2014
Francesco Minici è Dottore in Relazioni Internazionali (Università per stranieri di Perugia)

fonte: http://www.bloglobal.net

Ebola, il virus più contagioso è il terrorismo mediatico


Sars e Aviaria: una bolla di sapone. L’allarme cessò dopo lo stanziamento dei soldi 

 

 

Quanti abitanti ci sono negli Stati Uniti? Più o meno 320 milioni. Quanti casi di Ebola? Uno sicuro, altri due sospetti. A quanto ammonta la popolazione dell’Europa? 720 milioni all’incirca. Quanti casi di Ebola accertati? Forse uno. In Spagna ce ne sono altri 2-3 sospetti, la Francia ha smentito. Ebbene ci risiamo. Siamo stati tutti contaminati dall’allarmismo. Dal terrorismo mediatico che genera psicosi. Come se già non bastasse la crisi economica a farci sentire sotto un treno. La gente comincia ad aver paura di tutto. Andremo in giro con lo scafandro, come fanno i palombari. Da spaventare perfino gli alieni parenti di Et.
PAURA DI VOLARE
Uno dei primi effetti scatenati dalla psicosi è sicuramente la paura di prendere aerei. Come se il virus fosse nel bagagliaio pronto a entrare in valigia. Il tutto dopo un’estate 2014 che ha visto il crollo del turismo. Con diverse compagnie aeree costrette a tagli da primato. Ieri Meridiana ha presentato una proposta di ridimensionare il piano di esuberi, da 1.634 a 1.366 unità.
ANTRACE E SARS
Andando con la macchina del tempo a ritroso negli anni proviamo a fare uno sforzo di memoria. Perché questa piscosi di Ebola non è poi tanto diversa dalle altre che l’hanno preceduta. Nel 2002 scoppia il caso Antrace, il bacillo del carbonchio che semina il panico. La polverina bianca che contamina. Basta aprire una lettera a mano nuda per rischiare la quarantena. Negli Usa i militari vengono costretti a vaccinarsi con un farmaco sperimentale, dagli effetti collaterali imprevedibili. Tutto il mondo fa incetta di vaccini e antibiotici specifici, che molto spesso restano inutilizzati, con aziende farmaceutiche che d’incanto si risollevano da perdite economiche persistenti e volano in Borsa. Si ha paura che sia tutta colpa dei terroristi, in grado di manipolare il virus. In Italia l’allora ministro della sanità Girolamo Sirchia si affretta a fare incetta di scorte di farmaci. Spesi i soldi, l’allarme cessa di colpo. I media non parlano più di Antrace. La gente oggi fatica a ricordare perfino che cosa sia. Nel 2004 basta una persona che tossisca per scatenare il panico. C’è la Sars. Gente con le mascherine. Qualche mese dopo la Sars farà la fine dell’Antrace.
L’AVIARIA
Ma eccoci ai polli. Tra il 2005 e il 2006 irrompe sulla scena l’H5N1, il virus dell’influenza aviaria individuato in alcuni polli negli allevamenti del sud-est asiatico. Il nuovo nemico dell’umanità che si dice scatenerà una tremenda pandemia in grado di causare milioni di morti. Alla fine ci saranno 60 casi su circa 6 miliardi di persone nel mondo. A occupare le prime pagine dei giornali ci sono più polli e cigni migratori che notizie di criminalità. In Italia il governo stanzia milioni per la campagna di prevenzione del ministro della Salute, Francesco Storace. Una minima parte del tesoretto speso in Europa e Usa per fare incetta di farmaci (il solo presidente George Bush sborsa 7 miliardi di dollari). In quel periodo nonostante l’Aviaria – fa notare la Coldiretti – le esportazioni dei polli italiani sono aumentate del 16%.

di Marco Castoro - 17 ottobre 2014
fonte: http://www.lanotiziagiornale.it

La legione straniera, leggendaria armata di dannati

Il corpo armato francese dove hanno servito anarchici e terroristi neri (e almeno 60mila italiani)
Boris Horvat/Afp/Getty Images

Boris Horvat/Afp/Getty Images

 

«Quello che vivi nella Legione straniera ti resta dentro. Lo spirito di corpo, certo. Anche una certa fratellanza. Ma soprattutto l’assenza di paura, un’assenza di paura tale che rasenta quasi la follia». Vittorio Augenti, questo il suo nome di battaglia, è un ex legionario. Prima di congedarsi ha prestato servizio in Djibuti, Burkina Faso e Afghanistan. È uno dei sessantamila italiani che in quasi due secoli di storia si sono arruolati nel leggendario corpo d’élite dell’esercito francese. Quasi un primato. Durante la Prima guerra mondiale i militari che venivano dalle Alpi erano così numerosi che fu necessario formare un’apposita legione garibaldina.
Al museè de l’Armee di Parigi, sulla spianata degli Invalides, tra spade, archibugi e cannoni, l’inconfondibile divisa è ancora tra le più ammirate. ll simbolo di un soldato entrato di diritto nella storia dei costumi e dell’iconografia, persino del cinema. Il tipico copricapo bianco, il « kepi », la camicia di tela kaki (la stessa che fu adottata dall’esercito britannico di Sua Maestà nel 1935), i pantalonicini corti – il ‘Bombay Bloomer’ memore delle esperienze coloniali inglesi in India – la fondina e le cinture di cuoio, la borraccia di due litri ed il fucile MAS, di fabbricazione francese. Un’uniforme entrata nel mito. È stata immortalata in decine di documentari d’epoca o in film come « March or Die» (con Gene Hackman, Catherine Deneuve e Max Von Sydow) o « Il Legionario » (con Jean-Claude Van Damme) e addirittura cantata dalla ‘môme’ Edith Piaf e da Serge Gainsbourg. Nella Legione straniera hanno servito personalità come il nipote di Garibaldi, il re di Serbia, il ministro dell’istruzione fascista Bottai o scrittori come Arthur Koestler e Curzio Malaparte. Ancora oggi, dopo 183 anni, sono i legionari a chiudere la tradizionale parata militare del 14 luglio. Sfilando orgogliosi sugli Champs Elysèes di Parigi, sotto lo sguardo vigile e rassicurante del Presidente della Repubblica.
Creata nel 1831 dal re di Francia Luigi Filippo per accogliere stranieri che volevano servire la Francia senza creare reggimenti in funzione delle diverse nazionalità, la Legione Straniera si è nel tempo consolidata all’interno dell’esercito francese come corpo d’élite per i teatri di guerra e le operazioni più difficili. Nella storia di questo reggimento militare centinaia di reclute, facendo prova di coraggio, hanno spesso valicato, anche illegalmente, frontiere fuggendo da persecuzioni, guerre civili, processi pur di oltrepassare la soglia di Aubagne, la Maison Mère sede del Comando Centrale dove l’anno scorso, nel 150esimo anniversario della battaglia di Camerone in Messico (in cui un pugno di legionari tennero testa per 10 giorni a 800 ribelli), è stato anche inaugurato un Museo della Legione in un vasto edificio che s’estende su 1.200 metri quadrati. Dal Messico all’Indocina, passando per il Ruanda e l’Afghanistan, la Legione Straniera ha operato, nei suoi 183 anni di storia, nei teatri di guerra più disparati. La Legione Straniera era in Marocco, Siria e Libano durante la Prima Guerra Mondiale, in Norvegia nel 1940, in Indocina nel 1945, in tutta l’Africa del Nord negli anni ’50, in Madagascar, Guyana francese e Djibouti negli anni ’60 fino all’Afghanistan, il Ciad, il Libano, la Costa d’Avorio ed il Mali di oggi.


legione straniera(Kenzo Tribouillar/Afp/Getty Images)


Ma l’origine del fascino che sempre ha esercitato la Legione Straniera, oltre al képi bianco, il forte spirito di cameratismo di stampo internazionale e gli esotici scenari di guerra, è radicata nel mito su cui si fonda la Legione stessa. Siamo nel 1831, la conquista dell’Algeria è ai suoi inizi. La Legione viene creata appositamente per fornire sostegno militare alle truppe francesi. La prima Legione si forma a partire da soldati professionisti disoccupati dopo le varie guerre imperiali francesi ma anche da rivoluzionari provenienti da tutta Europa che avevano trovato rifugio in Francia, dissidenti che lasciavano clandestinamente il proprio paese per motivi politici, economici o giuridici. Per facilitare il reclutamento la Legione Straniera autorizzava le nuove reclute ad arruolarsi su semplice dichiarazione d’identità. Questa disposizione, che all’inizio era stata adottata per semplificare le procedure, permise in realtà alle reclute che fuggivano da guerre, persecuzioni, processi, di nascondere la propria vera identità e cominciare una nuova vita nella legione dietro il motto «Legio Patria Nostra» (La Legione la nostra Patria ndr) e, dopo 3 anni di servizio, anche poter, in via teorica, ottenere la naturalizzazione francese. È questa «seconda chance» che la Legione offriva a coloro che ne accettavano le regole a costituire parte del mito su cui si fonda ancora oggi la storia della Legione. In cambio dell’anonimato e di una nuova identità, la Legione chiedeva sacrificio, una vita di solitudine lontano da casa e famiglia e una quotidianità fatta di dura disciplina militare. Ad oggi più di 35.000 stranieri sono caduti servendo la “patria” che costituiva in sé la Legione. Tra questi tanti, tantissimi italiani.


legione straniera(Pascal Pochard/Afp/Getty IMages)


Dal 1831 ad oggi si calcola che oltre 60.000 italiani hanno servito nei ranghi della Legione. Dopo i vicini tedeschi, il gruppo di stranieri più corposo in tutta la storia della Legione sono stati dunque gli italiani (tale da provocare, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la formazione, all’interno della Legione, di una Legione Garibaldina composta esclusivamente da repubblicani, mazziniani e sindacalisti italiani). Ma cosa spingeva gli italiani, agli inizi del ‘900, ad arruolarsi per un esercito di un paese straniero? «La prima motivazione che spingeva gli italiani immigrati in Francia negli anni della Prima Guerra Mondiale – spiega a Linkiesta Stéphanie Preziosi, professore associato presso l’Istituto di Storia Economica e Sociale della Facoltà di Scienze Politiche di Losanna e specialista della questione del reclutamento collegato all’immigrazione italiana – è quella di sfuggire alle conseguenze disastrose di una partecipazione dell’Italia dal lato sbagliato della guerra, cosa che avrebbe provocato l’arresto, la cattura. Un’altra motivazione è ottenere facilmente la nazionalità francese, vitale per coloro che erano in fuga dall’Italia per motivazioni politiche. L’altra è la povertà estrema. Zone depresse come il Friuli, l’Emilia Romagna, le Marche già dagli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento funsero da basi a partire dalle quali migliaia di migranti approdarono in Francia, spesso con le loro famiglie, per installarsi e cominciare una nuova vita. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, per lottare contro i sentimenti anti-italiani che si manifestavano nella popolazione francese e dimostrare l’attaccamento al loro paese d’adozione, molti italiani scelsero dunque di arruolarsi».


legione straniera  (Remy Gabalda/Afp/GettyImages)


Nei ranghi della Legione Straniera confluirono negli anni garibaldini, repubblicani, fascisti, antifascisti, anarchici, comunisti e negli anni ’70 anche terroristi di destra. Un esempio è quello di Umberto Marzocchi. Espatriato in Francia per sfuggire alla persecuzione fascista, combatté nella guerra civile spagnola e dopo la sconfitta si arruolò nella Legione Straniera per poter rimanere legalmente in Francia dove prese parte alla Resistenza e da dove rimpatriò nel 1945 per riprendere la direzione del movimento anarchico italiano. Rocambolesca la storia del parmense Giovanni Mezzadri: emigrato in Francia giovanissimo, intraprese la militanza comunista e nel 1939 s’arruolò nella Legione straniera. Fu rimpatriato nel ’42 dalle autorità di Vichy e arruolato di forza nell’esercito italiano e spedito a combattere in Nord Africa. Con la caduta del fascismo prese parte alla Resistenza e infine fu costretto dalla disoccupazione ed emigrare nuovamente. Un’altra storia legata alla legione è quella dell’avvocato antifascista Gustavo Camerini. Anch’egli espatriato in Francia per sfuggire alla repressione del regime fascista, nel 1940 si unì ai volontari di De Gaulle e combatté nei ranghi della Legione in Norvegia, in Siria, a Tòbruk, ad El Alamein e nella campagna d’Italia ricevendo poi nel ’45 diverse onorificenze tra le quali quelle di Capitano della Légion d’Honneur e di Compagnon de la Libération. Tra gli ex legionari figurava anche un certo Silvano Girotto, personaggio quasi cinematografico e noto alla stampa degli anni ’70 come «Frate Mitra». Figlio di un maresciallo dei carabinieri, venne condannato per rapina quando era ancora minorenne e fuggì in Francia. Qui si arruolò nella Legione Straniera con il falso nome di Elio Garello. Rientrato in Italia venne arrestato nuovamente per rapina. In carcere decise di farsi frate francescano e nel 1969 si recò come missionario in Bolivia dove, in seguito al golpe militare, decise di entrare nelle file dell'opposizione armata al dittatore colonnello Hugo Banzer Suarez. Partecipò anche attivamente alle rivolte che scoppiarono in Cile dopo la deposizione di Allende ed il golpe militare di Pinochet. Quando rimpatriò in Italia, collaborò attivamente con i carabinieri del generale Dalla Chiesa e fece catturare i capi e fondatori delle Brigate Rosse Renato Curcio e Alberto Franceschini.


legione straniera(Boris Horvat/Afp/Getty Images)


Ed oggi? La Legione Straniera ha perso quell’aura che aveva un tempo - basti pensare che  dall’epoca gloriosa questo corpo scelto di soldati di tutte le nazionalità è passato da 40.000 effettivi a poco più 7.700 effettivi - ma resta un corpo d’élite che attira sempre candidati di tutto il mondo. I criteri di selezioni sono estremamente rigidi anche se in via teorica non servono particolari caratteristiche per entrare a far parte della Legione Straniera: forma fisica e psicologica idonea e un’età tra i 17 e i 40 anni non compiuti. La prima ‘ferma’ dura 5 anni, con possibilità di reingaggio. «La parte fisica non è importante – racconta a Linkiesta un ex legionario italiano il cui nome di battaglia è Vittorio Augenti – certo devi dimostrare che ce la metti tutta ma in fondo il fisico te lo forgiano loro. È la parte psichica ad essere più difficile. Nei colloqui psicoattitudinali non ti mollano finchè non sei realmente sincero sul perché hai deciso di arruolarti. Scavano finchè non sei realmente sincero e non sei un bandito che cerca di scappare da qualcosa. Oggi non c’è più spazio per i dannati. Non più. Vogliono essere sicuri che sarai un buon soldato. In fondo la Legione è uno dei migliori eserciti al mondo».
L’arruolamento avviene in uno dei due centri di preselezione (a Parigi/Fontenay sous Bois o Aubagne) e consiste in un colloquio con uno specialista per testare le reali motivazioni e in una visita medica. Superata la preselezione, l’aspirante legionario viene inviato al Comando Centrale di Aubagne, dove nei dieci giorni che seguono svolge test psicoattitudinali e visite mediche più approfondite. In questa fase le prove fisiche sono la corsa cadenzata, le trazioni alla sbarra, la salita alla fune di 5 metri, le flessioni addominali ed il test “Luc lèger” (per determinare la velocità aerobica del candidato). Se supera questi test il legionario può finalmente firmare il contratto di arruolamento e iniziare il suo percorso di formazione, che dura quindici settimane, prima di integrare uno dei reggimenti della Legione Straniera. «Io ho fatto il corso a Djibuti – ci racconta Vittorio Augenti - poi in Burkina Faso e dopo mi hanno spedito nella base aerea militare di Bagram, in Afghanistan. Quello che ho vissuto in Legione mi è rimasto dentro. Spirito di corpo, una certa fratellanza e soprattutto l’assenza di paura, un’assenza di paura tale che rasenta quasi la follia»

Marco Cesari - 19 ottobre 2014
fonte:  http://www.linkiesta.it



Roma, Marino affossa l’Agenzia sulle Tossicodipendenze


(Sorge il sospetto che l'Homo Ridens stia attuando una strategia per distogliere l'attenzione dai gravi problemi che affliggono Roma, ora amplificati dalla gestione di un incapace)

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Non solo le dichiarazioni a favore della droga, ora anche lo smantellamento dell’Agenzia Capitolina sulle Tossicodipendenze (Act): Ignazio Marino davvero non ne azzecca una.

 

Finché quelle del sindaco di Roma erano solo dichiarazioni che esprimevano “attrazione” verso tutte le sostanze stupefacenti, si poteva pensare a un colpo di sole posticipato come causa per le ridicole boutade a cui peraltro già ci aveva abituati. Poi, invece, ha interrotto il 70% dei servizi erogati dall’Agenzia che nella Capitale si occupa dei problemi relativi alla tossicodipendenza, e dalle parole, gravi, si è passati ai fatti, ancora più gravi.
Non solo: Marino, infatti, con questa politica di ostilità nei confronti dell’Act ha lasciato in mezzo a una strada circa 130 persone. Ma in fondo a lui, dei licenziamenti, non è che importo più di tanto, come ha avuto modo di dimostrare con la vicenda del Teatro dell’Opera.
Eppure, a partire dal 2009, sono stati numerosi i risultati ottenuti dall’Agenzia sulle Tossicodipendenze grazie ad un’opera di rinnovamento che ha saputo garantire trasparenza e legalità amministrativa. Il numero dei decessi per assunzione di stupefacenti nel quadriennio 2009-2012, ad esempio, era diminuito del 56,8% rispetto al quadriennio 2005-2008, strappando via da Roma il triste primato di città campione per decessi causati proprio dalla droga. Inoltre, i servizi stanziali offerti da Roma Capitale nel 2013 hanno registrato il 5,8% di utenti in meno rispetto all’anno precedente, mentre i “Servizi di prevenzione e promozione di Stili di vita sani” hanno totalizzato 154.548 contatti, segnale di un importante coinvolgimento della popolazione giovanile che negli anni precedenti ha permesso di strutturare meglio l’importante opera di prevenzione.


Poi, appunto, è arrivato Marino. E così, tra una dichiarazione sulla liberalizzazione della marijuana e una battuta sull’attrazione degli stupefacenti, per l’annualità 2013, in rapporto al 2012, si è registrata un nuovo aumento del 35,7% del numero di decessi per assunzione diretta di sostanze stupefacenti (38 vittime).
L’incompetenza di Marino non finisce qui. Il chirurgo venuto da Genova, infatti, più di una volta ha deciso di lasciar cadere nel vuoto il disperato appello lanciato dal Consiglio d’Amministrazione dell’Act che gli ha chiesto di rinnovare il mandato del Direttore Generale, Massimo Canu, a seguito degli ottimi risultati ottenuti.
Niente da fare: proprio ieri sera, con un colpo di reni, nella speranza di scongiurare lo scandalo sulle sue pesanti responsabilità, Marino ha firmato l’ordinanza che nomina Isabella Cozza, direttore del dipartimento Politiche sociali, Commissario per la gestione provvisoria dell’Act. Il mandato, prestato a titolo onorifico, durerà sino all’effettivo trasferimento delle competenze dell’Agenzia all’interno dell’Amministrazione capitolina.
Una struttura con specifiche competenze che ha raggiunto importanti traguardi, come l’Act, viene cancellata all’improvviso. Evidentemente a Marino i risultati ottenuti in materia di lotta alla droga e alle dipendenza non interessano. Lui continuerà ad essere attratto dalle sostante stupefacenti.

Luca Cirimbilla - 17 ottobre 2014
fonte: http://www.lultimaribattuta.it