Si fa presto a dire
libertà di educazione,
principio a tal punto intoccabile quando ci si muove nello spazio senza
gravità delle pure idee che anche la burocrazia sopranazionale non
manca di ammetterlo nella Dichiarazione universale dei diritti umani,
nella Convenzione europea per la protezione dei diritti umani e delle
libertà fondamentali e in decine di incartamenti belli e fumosi. Si
fanno più complicate le cose quando
il principio deve tradursi nella pratica terragna delle decisioni politiche,
degli ordinamenti, quando tocca contemperare diritti che confliggono,
trovare compromessi e far precipitare concetti chiari e distinti come
“autonomia”, “merito”, “responsabilità” e “qualità” nel complicato reame
delle cose perfettibili. Per tacere poi dei delicatissimi rapporti fra
Stato, società civile e mercato quando si tratta di educazione. Come
dev’essere la scuola? Pubblica, privata, parificata, charter, mista,
unica, plurale, religiosa, secolare, obbligatoria, for profit,
sindacalizzata? Bisogna virare verso l’homeschooling, dividere i maschi
dalle femmine, abolire i voti, imporre il grembiule?
Su queste traduzioni del concetto di libertà di educazione il
consenso diventa irrimediabile divisione, ma anche potenziale propulsore
di soluzioni alternative.
Liberiamo la scuola, il recente pamphlet in cui
Andrea Ichino e Guido Tabellini propongono di affidare le scuole pubbliche alla gestione di soggetti della società civile,
sottraendole all’inefficiente Stato centrale – sul modello delle
charter school americane
–, ha attirato molti complimenti teorici e molto silenzio pratico.
Perché fra sindacati, graduatorie, reclutamento centralizzato degli
inseganti, burocrazia diffusa e l’immancabile retaggio moderno dello
Stato che eroga servizi in modo esclusivo e con rigoroso spirito
egalitario (e pazienza per la liberté), riformare l’immobile sistema
scolastico, in Italia, è un’impresa che fa sembrare la soglia del 3 per
cento nel rapporto fra deficit e Pil un obiettivo facilmente
abbordabile.
Quando il privato è pubblico
Le idee ragionevoli e moderate di Ichino e Tabellini mettono il dito in
una delle ruote principali del gigantesco ingranaggio scolastico, quella
che riguarda i soggetti titolati a offrire un servizio educativo
finanziato dal contribuente. Se nessuno è profeta in patria, i profeti
bisogna cercarseli all’estero, e il modello delle charter school
americane e delle grant maintained inglesi offre un’ipotesi esportabile,
almeno a livello teorico.
Funziona così: un soggetto privato, di solito un’associazione di
genitori, ma anche soggetti del terzo settore creati ad hoc, s’incarica
della gestione di una scuola, dalla selezione degli insegnanti alla
creazione dei programmi fino alla gestione tecnico-amministrativa. Non
lo fanno però in un vuoto spazio di autonomia, ma attenendosi a rigorose
linee guida fissate dallo Stato, il quale non esce di scena, ma gioca
la sua funzione fondamentale nel ruolo di giudice e garante di questi
istituti a gestione mista. Se una scuola supera gli standard statali
riceve i finanziamenti pubblici che la tengono in vita, se non li supera
chiude. L’autorità statale si occupa della concessione dello status di
charter e della valutazione del servizio, ma non entra nel merito della
proposta educativa né s’infila nella struttura organizzativa del singolo
istituto.
Prendiamo
ad esempio New York. Quando Michael Bloomberg è diventato sindaco, nel
2002, c’erano duemila studenti iscritti alle charter school della città,
ora gli studenti sono 70 mila, con risultati di rendimento superiori
alla media, specialmente nei quartieri più poveri, dove le charter non
sono soltanto erogatori di conoscenze ma anche propulsori della
valorizzazione di aree urbane difficili. Bloomberg probabilmente verrà
ricordato più per i metodi spicci della sua polizia e per le paturnie
paternaliste per salvaguardare la salute pubblica, ma il punto del
programma su cui ha investito più tempo ed energie è quello scolastico,
entrando in una guerra di logoramento con i sindacati degli insegnanti
in una città che viene messa in ginocchio anche soltanto da
un’agitazione sindacale dei guidatori di school bus.
Ora il suo successore, Bill de Blasio, animato da un senso dello
Stato onnipresente e livellatore che non sfigurerebbe nell’Europa
novecentesca, la guerra la sta facendo proprio alle charter school, che
fra i benefici concessi dall’amministrazione cittadina avevano quello,
nient’affatto secondario, specialmente a New York, dell’affitto gratuito
dei locali. I sindacati gongolano, assai meno le famiglie che vedono
nelle charter la possibilità di trovare un’offerta formativa adeguata
alla loro visione del mondo, e ancora meno i gestori di un servizio
cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni.
Chi
vede nelle charter un modello positivo è Charles Glenn, professore di
“Educational Leadership” alla Boston University, uno dei massimi esperti
mondiali di sistemi educativi. Per vent’anni ha lavorato come
funzionario scolastico nel Massachusetts, stato modello per il sistema
scolastico, e ha condotto ricerche a livello internazionale sulla storia
dell’educazione, la competizione fra modelli scolastici, il rapporto
fra educazione e religione, la sociologia educativa e la giustizia
sociale legata allo sviluppo del settore formativo.
La confidenza con certi termini della burocrazia scolastica italiana
testimonia una profonda conoscenza del nostro sistema «messo in
ginocchio dal modo rigido con cui vengono reclutati gli insegnanti». Con
il libro
Il mito della scuola unica (Marietti, 2004)
ha smontato l’idea della scuola centralizzata
e “one size fits all”, come dicono gli americani. In un recente
articolo apparso sulla rivista Vita e Pensiero spiega che la libertà di
educazione, per essere veramente tale, deve contemplare due diritti
fondamentali, anche se non assoluti: il diritto dei genitori di
scegliere «la forma di educazione che essi ritengono possa contribuire
meglio alla crescita dei figli come esseri umani» e quello degli
insegnanti di «lavorare in una scuola che riflette le loro convinzioni
personali e professionali relative all’educazione».
In un’intervista con
Tempi, Glenn spiega innanzitutto che le
«scuole che funzionano sono come le famiglie che funzionano: non le
puoi creare a tavolino, c’è un aspetto che sfugge al controllo dei
politici, degli insegnanti e degli esperti di educazione» e
contemporaneamente osserva che «l’Occidente sta vivendo una fase di
creatività educativa».
Creatività? Dice sul serio?
Certo. Ci sono molte situazioni in cui chi è incaricato di scrivere le
politiche scolastiche deve rispondere a genitori sempre più
insoddisfatti dell’educazione dei propri figli. I dati Ocse testimoniano
la generale debolezza dei sistemi educativi, e questo spinge verso il
cambiamento, che non necessariamente coincide con un miglioramento, ma
trovo che sperimentare forme diverse sia un bene, specialmente nei
sistemi molto centralizzati.
In Italia tutta questa sperimentazione non si vede. Chi
propone moderate interazioni fra pubblico e privato si trova, quando va
bene, isolato dal dibattito.
Uno dei grandi problemi dell’Italia è che per qualche motivo le Regioni
non si sono assunte le responsabilità della gestione del sistema
scolastico, come previsto dalla Costituzione. Questo fa sì che le
questioni fondamentali vengano decise a Roma, soprattutto per quanto
riguarda il reclutamento degli insegnanti. Questo ha due conseguenze
immediate: ostacola la crescita di scuole alternative a quelle statali, e
fa un enorme favore ai sindacati, che non sto qui a ripetere quanto
siano potenti. Trovo che questo vincolo centrale, che ha origini
culturali antiche, costituisca la grande differenza fra il sistema
italiano e quello anglosassone.
Quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato nella scuola?
Voglio fare una precisazione: non sono un libertario, lo Stato non è il
mio idolo polemico. Ho lavorato nel settore pubblico per vent’anni e
credo fermamente che lo Stato abbia un ruolo importante e positivo. Ma
deve essere un ruolo chiaramente circoscritto. Prendiamo l’esempio delle
charter school: in quel caso lo Stato risponde al modello “tight-loose”
(stretto-lasco, ndr), cioè è stretto nella valutazione ma lasco nella
selezione del personale, dei programmi, dei metodi di gestione. In quel
caso lo Stato trova il suo giusto posto, quello di garante e guardiano
dell’efficienza di un istituto. Se una scuola non funziona deve
chiudere, ma se funziona deve poter procedere in autonomia. Solo
introducendo l’idea della responsabilità si possono ottenere questi
risultati, e questo implica, ad esempio, un sistema pubblico che
giudichi davvero le scuole.
Perché è così difficile esportare questo modello?
Due ragioni: una è quella sindacale cui accennavo prima. Gli insegnanti
delle charter in America non sono obbligati a iscriversi a un sindacato,
quindi si tratta di una minaccia per le Unions. E chiaramente i
sindacati americani sono molto meno potenti di quelli europei. La
seconda ragione è ideologica. Molti burocrati e politici sono contrari
alla scelta fra varie alternative scolastiche, perché intacca il
pensiero dominante, quindi ogni volta che si parla di rapporto fra
pubblico e privato gridano alla svolta mercatista, alla mercificazione
dell’educazione, al capitalismo selvaggio e ad altri spauracchi assai
radicati fuori dal mondo anglosassone.
In
America si parla molto di Common Core, i programmi scolastici
standardizzati. Qualcuno trova questo modello, in cui un gruppo di
tecnici decidono le linee guida, potenzialmente rischioso per la libertà di educazione. Cosa ne pensa?
Sono un sostenitore del Common Core, il che non significa che sia il
migliore dei modelli possibili, ma dobbiamo renderci conto che ci
muoviamo nell’ambito dei compromessi. La relazione fra gli standard e la
libertà è il grande tema di riflessione in questo momento, e io trovo
innanzitutto che avere linee guida uguali per tutti sia importante per
chi è povero e per le scuole più disastrate, sarebbe un miglioramento
decisivo per chi è ai margini. L’impatto sociale di una riforma non è
mai trascurabile. Quello su cui insisto è che esista sempre la
possibilità per le scuole di avere curriculum diversi ma equiparati allo
standard, creando un sistema di eccezioni motivate, uno standard
flessibile, che è praticamente un paradosso ma può funzionare.
Una schiera di professori cattolici vede annidarsi nel Common Core una certa idea dell’uomo e del mondo contraria a quella cristiana, secondo uno schema di “neutralizzazione” dell’educazione già visto altrove, dalla Francia della laïcité alla zapateriana “Educación para la Ciudadanía”. Le pare una preoccupazione reale e condivisibile?
L’ideologia può annidarsi ovunque, non c’è dubbio su questo. Ma
l’idea, secondo me, è che i cattolici e tutti i gruppi religiosi,
dovrebbero insegnare questi standard in un modo che riflette la loro
“worldview”, hanno tutti gli strumenti per discernere e giudicare. Si
può insegnare l’evoluzionismo senza aderire allo scientismo darwinista,
come la legge olandese prevede con un escamotage che, secondo me, è un
buon esempio di compromesso. In questo periodo sto studiano il modo in
cui le scuole islamiche americane spiegano il concetto di cittadinanza,
che è una grande sfida. Ma io non credo che il modo di risolverla sia
eliminare la questione della cittadinanza dai programmi per non entrare
in conflitto con l’identità religiosa della scuola. Le posso dire qual è
la vera difficoltà delle scuole cattoliche, almeno in America?
Prego.
Uno studio importante, il Cardus Study, ha osservato che le scuole
cattoliche hanno un enorme successo a livello accademico. L’incidenza
degli studenti che una volta diplomati accedono alle università più
importanti è altissima, così come il placement nel mondo del lavoro. Non
dico che iscriversi a una scuola cattolica sia garanzia di successo, ma
quasi. Il problema è che non hanno successo nell’educazione alla fede.
Gli studenti tendono ad abbandonare la Chiesa in modo massiccio. Per gli
evangelici è vero il contrario: le loro scuole sono peggiori, ma gli
studenti rimangono legati alla Chiesa. Questo per dire che i cattolici
devono fare un enorme lavoro sul contenuto della loro proposta
educativa, sull’idea antropologica che comunicano. Sono pure d’accordo
sulla battaglia contro la secolarizzazione forzata e i dettami del
laicismo, ma forse bisognerebbe prima riflettere sul tipo di educazione
che viene impartita negli spazi di libertà di cui attualmente le scuole
cattoliche godono.
maggio 5, 2014
Mattia Ferraresi
fonte: http://www.tempi.it